Il mondo al tempo della quarantena

È da ormai più di due mesi che il mondo si trova in questa quarantena forzata, un evento che verrà probabilmente ricordato da tutti come la maggiore privazione di libertà dai tempi della seconda guerra mondiale. Parlando in via più personale, posso affermare che sono almeno due mesi che sono confinato all’interno delle mura casalinghe, poiché sono entrato in contatto con il virus quando ancora non era stato classificato pandemia e di conseguenza sono stato obbligato alla quarantena forzata ben prima del resto della popolazione.  Inizialmente ho preso la situazione quasi come una benedizione, insomma potevo stare a casa mia e diminuire notevolmente le ore scolastiche, era praticamente una vacanza. I problemi sono iniziati a manifestarsi dalla seconda settimana, quando ho iniziato a finire le cose da fare. Fino a quel momento non avevo mai avuto così tanto tempo libero e pensavo che avrei passato la quarantena rilassandomi e dedicandomi  a me stesso. Ma più il tempo passava più mi rendevo conto di quanto non avessi mai effettivamente quantificato il mio tempo libero ideale, e mi sono ritrovato così ad avere ore ed ore in cui non avevo la più pallida idea di cosa fare; più il tempo passava più finivo le idee e si allungavano i tempi morti.  Ho iniziato inoltre ad accorgermi che la mia salute mentale stava calando, ero diventato completamente intrattabile, tendevo a rinchiudermi in me stesso e  a pensare pressoché al niente. Inoltre ho iniziato a perdere gradualmente l’interesse verso qualsiasi cosa fino ad arrivare ad avere la percezione di intere giornate da riempire. Mi sono chiesto quanto sarebbe potuta andare avanti la quarantena e, più pensavo alle conseguenze che avrebbe avuto sulla nostra vita, più mi deprimevo, i contatti con le persone mi rendevano isterico e l’unica cosa che volevo era il silenzio.  Inoltre la convivenza forzata solo con i miei familiari me li aveva resi insopportabili al punto che ho deciso di rinchiudermi in camera e restare da solo in completo silenzio per due giorni.  Ho spento tutti i dispositivi elettronici e mi sono messo a pensare, sapevo che l’unica cosa che potevo fare era ragionare da solo per poter prendere coscienza del fatto che tutto ciò che stava e sta accadendo è reale e accettare le conseguenze che questo porterà nella mia e nella vita di tutti.

Passati questi due giorni, sono riuscito a riprendere la ragione; continuo a non trovare interesse per nulla, ma cerco di adattarmi e di aiutare in casa facendo piccoli lavoretti nel tentativo di trovare un senso. Mi manca la semplicità di un ambiente scolastico, nel quale l’essere circondati da persone ci rende indifferenti e silenzia le domande e i pensieri che ci tormentano; mi manca avere una routine che, per quanto sia noiosa, mi rende me stesso. Trovo che questa mancata libertà fisica mi porti ad un’apertura mentale e di pensiero fin troppo ampia che mi spinge a ragionamenti sui quali una persona non dovrebbe neanche avere la possibilità di interpellarsi perché troppo complicati o remoti. La reclusione nella nostra dimora porta quindi sì ad un riflessione ed ad una completa immersione nei nostri pensieri; ma la persistenza di questo sentimento diventa fin troppo grande da gestire.

Così ad una persona come me inizia a mancare la semplicità con la quale la nostra routine giornaliera ci preclude questo tipo di pensiero, costringendoci a rimanere immersi nella società reale e  proteggendoci  da pensieri  talmente profondi che in realtà ci spaventano.

                                                                                              Alessandro Protti,
2DLS, ITIS Cardano

Pensieri, parole, opere e omissioni

Il pensiero “ai tempi del Coronavirus”.

Tralasciando la parte introduttiva riguardante il perché siamo in questa situazione, ed il perché le nostre libertà personali siano state calpestate così velocemente (com’è facile), cercherò di concentrarmi subito sulle mie, ma penso proprio della gran parte di noi, reazioni ed impressioni. La parola “quarantena” è in realtà la versione veneta della parola “quarantina”, questo perché i veneziani già nel corso del Medioevo intuirono i meccanismi di propagazione delle malattie, e per questo, in tempo di pestilenza, l’ equipaggio di ogni nave che entrava nella laguna era soggetto ad un periodo di isolamento di circa quaranta giorni. La nostra quarantena non è certo paragonabile a quella di quegli uomini, in un’epoca con scarse conoscenze mediche, poche se non nulle norme sanitarie, e malattie tanto letali quanto incurabili. A noi, semplicemente, vien chiesto di stare in casa, insieme a tutti gli agi che il  mondo ci offre. Sfortunatamente, la modernità ci ha anche imposto ritmi serrati, in uno stile di vita dove orari e routine sono persistenti ed onnipresenti. L’esperienza del lavoratore del trovarsi a casa, con tutto il tempo libero, per quanto facilmente sempre desiderato, può senza troppi indugi trasformarsi in un baratro di noia ed angoscia, quest’ultima senza dubbio alimentata dalla presenza continuata dell’argomento pandemia su ogni notiziario, ma anche su molti programmi solitamente non destinati alla divulgazione di informazioni. E come se non bastasse, il capitalismo è riuscito a marciarci a braccetto, trasformando gli annunci pubblicitari dalla tipica forma “Comprate questo prodotto” alla formula “Il Paese è forte, comprate questo prodotto”.  Troviamo perfino aziende che pubblicizzano l’aver fatto qualche donazione, il che a me personalmente provoca ilarità, poiché si tratta di donazioni  che spesso  faticano a  superare l’ammontare speso per l’acquisto dello spazio pubblicitario televisivo (in primis sulle grandi reti). Inoltre da ormai settimane, su quasi ogni rete, persistono annunci che ricordano a tutti noi le norme sanitarie di base, le tanto decantate “misure di contenimento”, accompagnate da un fastidiosissimo motivetto a volume rialzato che pare fatto apposta per innervosire. Per tornare alla tanto famosa siepe leopardiana e al suo significato figurato, tengo a sottolineare quanto io, stufo dell’argomento, abbia smesso da tempo di pensare alla nostra situazione o a quel che v’era prima (nemmeno fossimo fanti in trincea, quelli sono i medici, secondo diversi media che hanno preso la parola “trincea” tanto a cuore…) o a quel che sarà dopo. Anche perché, probabilmente, il “dopo” sarà così graduale da sembrare impercettibile, e da farci quindi quasi pensare che l’allerta non sia mai finita. Posso dire di aver preso questo periodo di isolamento come routine, e devo essere onesto, non ho quasi mai avuto il tempo di annoiarmi, grazie ai nostri professori così accorti nel darci un carico di lavoro di tutto rispetto, e, naturalmente, delle “care” lezioni online. Da non trascurare il fatto che nella mia famiglia lavorano ancora tutti e per tutto il giorno (rientrano nelle professioni di servizio essenziale) e ciò è senza dubbio positivo dal momento che pare  la convivenza di più persone nello stesso luogo senza interruzioni e per lungo tempo porti alla pazzia… Avendo altresì affermato di essere arrivato quasi a ignorare la mia situazione, sul piano emotivo sono invece piuttosto attivo, se così si può dire, considerando che sono “arenato” in uno stato di apatia e di quasi rassegnazione, sterile d’ogni entusiasmo, cosciente di come noi tutti ci stiamo avviando in un futuro piuttosto buio di crisi economica e sociale, come del resto avviene da sempre nei luoghi colpiti dalle epidemie. Non mi resta quindi che attenermi a ciò che lo Stato ordina di fare, sperando che questa scomoda situazione “spiri” al più presto.

                                                                                            Leonardo Poncina,
2 DLS, ITIS Cardano

… ED È BELLO RESTARE QUI

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, così recitava Giacomo Leopardi nella lirica “L’infinito”, in cui la siepe sollecitava l’io lirico a fantasticare e rappresentava una barriera con il mondo esterno capace di attivare la mente, valicando i confini dello spazio. In questo momento molto particolare siamo costretti all’interno delle mura domestiche per intere giornate, mura che ricordano la siepe di Leopardi.

Nella sua poesia, Leopardi allude alla siepe come a una barriera, ma al tempo stesso a un incentivo per fantasticare, per andare oltre la realtà. In molti nello stesso momento in cui io sto scrivendo staranno pensando alle loro vite, staranno viaggiando nei ricordi, staranno guardando fuori dalla finestra ammirando la libertà che si trova proprio di fronte a loro ma che non possono raggiungere, una libertà che non pensavano di avere fino a quando non gli è stata tolta a forza. E adesso mi chiedo solo “Perché?”. Perché è successo tutto questo? Perché sono chiusa in casa mia a fissare i miei pensieri e non posso uscire? Perché siamo arrivati a questo punto in cui il solo metter piede fuori dalle abitazioni è un pericolo?

E arrivo solo a una conclusione: è colpa nostra e dei nostri interessi. Fino a qualche mese fa, eravamo tutti ammassati in una piazza o protestavamo lungo le strade delle città più grandi per l’inquinamento e per il riscaldamento globale e ora, invece, per colpa di un essere microscopico siamo tutti segregati in casa con la paura di uscire dalle mura della nostra “fortezza”.  Questo virus è stato scoperto più di un mese prima di quanto non sia stato in realtà rivelato, ma il governo cinese non ha voluto dire o fare nulla perché avrebbe intaccato l’economia e ha dato così al virus la possibilità di riprodursi ed espandersi anche negli altri Stati e continenti. Le autorità italiane hanno comunicato ai cittadini di rispettare alcune norme per la sicurezza sanitaria e di evitare di uscire di casa… tuttavia molti cosa hanno fatto? Hanno cominciato a uscire più di prima, con la giustificazione di avere il diritto a girare per le strade liberamente, senza preoccuparsi di tutto ciò che era stato detto. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze, chi più e chi meno, dolorose. C’è gente in questo momento che sta pensando di essere sfortunata a dover rimanere chiusa in casa tutto il giorno e che si starà lamentando di quanto brutta e noiosa sia la sua vita e poi c’è chi, chiuso in una stanza di ospedale, magari anche attaccato a un respiratore, non può nemmeno dire un misero “ciao” ai familiari, che sperano soltanto che continui a combattere e che non finisca come tanti altri in un furgone militare diretto verso un forno crematorio.

Io penso di essere fortunata, ovviamente come ogni essere umano è ammissibile che qualche volta mi lamenti o che mi arrabbi, magari per qualche dispetto di mio fratello o per l’equazione che non mi esce mai corretta, ma cerco sempre di pensare che qualcuno, in questo mondo, in questo Stato, in questo piccolo paesino in cui mi ritrovo, sia sempre più sfortunato di me e che abbia maggior diritto di lamentarsi di quanto ne abbia io.

Questa mia riflessione mi porta a pensare alle mura di casa mia come la siepe che Leopardi considerava un incentivo per fantasticare. Ma io non posso. Non posso vedere queste pareti come un ammasso di rami e foglie. Non posso immaginare che oltre questa barriera ci sia un mondo che in realtà non esiste. Mi basta solo affacciarmi alla finestra e osservare le strade vuote oppure accendere la televisione e vedere immagini di soldati in guerra, di bambini che soffrono la fame, di persone ricoverate in ospedale per colpa di questo maledetto virus, per ricordarmi in che mondo vivo. Magari posso sembrare pessimista o senza immaginazione, ma è questa la realtà dei fatti e noi non possiamo cambiarla. Ovviamente, come tutti i ragazzi della mia età, anch’io mi sento oppressa dalla situazione, mi sento come chiusa in gabbia e l’unica cosa che vorrei fare è quella di aprire la porta e volare via come i merli che dalla mia finestra vedo sfrecciare liberi nel cielo. La situazione in casa inoltre non è delle migliori, con i miei fratelli che disturbano ogni due per tre, perché non sanno cosa fare durante le loro giornate, oppure con mia madre che vedo poco, se non qualche ora a pranzo e alla sera tardi, per via del suo lavoro. Tutto questo mi rende molto triste e spesso penso a come potrebbe essere la vita in un altro mondo, dove non esistono le malattie, i virus, il riscaldamento globale, la fame, le guerre, i pensieri negativi e malvagi. Un mondo che sia pieno di felicità e allegria, dove tutti sono uniti.

Questi giorni però non sono solo dominati da tragedie e terrore. Ci sono giornate riempite dai bei momenti in famiglia,  con una grigliata tutti insieme o un’avvincente partita a monopoli, o da cose comuni ma che riempiono il cuore, come fare una videochiamata con gli amici, leggere un libro con il vento che entra dalla finestra, viaggiando in mondi fantastici che nemmeno Leopardi con la sua siepe poteva raggiungere, oppure ancora guardare una serie televisiva dopo un’altra, rimanendo sveglio l’intera notte e ritrovandosi il mattino dopo con due occhiaie che farebbero spavento a chiunque. È per questi piccoli momenti speciali che io sono felice di essere qui e non da un’altra parte, di rimanere a casa e non di uscire a bighellonare, di vivere in questo mondo e non di crearmene uno perfetto nella mia testa, che sarebbe  noioso e non avrebbe valore. È per questo che sono felice della realtà in cui mi trovo.

                                                                                           Giulia Venco,
2^DLS , ITIS Cardano

Maturità 2020: nella mente dei ragazzi

Chi avrebbe mai creduto a una simile emergenza mondiale?

Probabilmente, fino a qualche mese fa, solo l’idea sarebbe sembrata ai nostri occhi inconcepibile se non tra le pagine di un romanzo distopico. Invece, oggi ci troviamo davvero a dover fronteggiare un terribile evento.

L’Italia si è fermata, e cosi sembrerebbe anche il tempo, quando in realtà sta solo sfuggendo dalle nostre mani, statico e inarrestabile. Così come l’Astolfo di Ariosto in groppa all’ippogrifo si recava sulla Luna a recuperare ciò che era stato perso in Terra, l’uomo è corso prematuramente a caccia di grandi imprese senza un piano per fronteggiare le conseguenze delle sue illusioni. E’ bastato un essere microscopico, un minuscolo virus, a rendere impotente la grandezza dell’uomo che, nel corso della storia, ha ostentato di essere il padrone del mondo per poi stampare le proprie orme sulle deserte pianure di un pianeta sconosciuto e pretendere pure di piantarci una bella bandiera, metafora di prepotenza e superbia.

Il cosmo non è nostro e dovremmo accettarlo.

Come da tradizione in questo periodo, i maturandi sono particolarmente preoccupati per le sorti dell’Esame di Stato, con la piccola differenza che quest’anno la Scuola italiana è stata costretta ad adattarsi in tempi brevissimi alla nuova realtà. Ha dovuto declinare vecchi programmi a nuove piattaforme per continuare a dialogare, attraverso l’evanescente etere, con noi studenti stupefatti di fronte al prodigio della sua veloce metamorfosi. Certo, si è svecchiata seguendo le mode digitali, ma talvolta trascurando le esigenze e le difficoltà di noi giovani fruitori: difficoltà didattiche (persa la rassicurante nera lavagna con gessetto), telematiche (ma dov’è la fibra?) e  umane (ci guardiamo attorno: siamo soli!).

La problematica ha travolto gli studenti italiani di ogni ordine e grado, ma ancor di più i maturandi, che si trovano ancora oggi con l’incognita dell’Esame di Stato. Se inizialmente la Ministra aveva garantito il regolare svolgimento delle prove, i successivi decreti hanno messo in dubbio questa prima affermazione, fino ad arrivare all’ultimo: in caso di rientro il 18 Maggio si svolgeranno le due prove scritte e l’orale in presenza, viceversa una sola lunga prova orale online.

La maturità ai tempi del Covid-19 sarà ricordata dalle future generazioni come la più fortunata e la meno impegnativa del nuovo Millennio, quando in realtà il continuo aggiornarsi dei vaghi decreti ministeriali non ha fatto altro che aumentare insicurezze e fragilità negli studenti, oltre a quelli tipici della maturità e quelli portati dalla nuova pandemia. Prima fra tante insicurezze e paure c’è l’eventualità di vedere sminuiti o non riconosciuti gli sforzi compiuti durante il percorso di cinque lunghi anni; lo studente non vede la luce in fondo al tunnel, si sente alienato e demotivato: è inevitabile quindi un peggioramento della qualità dello studio. Solamente uno sconsiderato potrebbe riuscire a studiare, scrivere e leggere serenamente in un momento tanto tragico, isolato in casa e senza la possibilità di avere contatti con amici, famigliari e, perché no, anche amori.

Nel caso del possibile rientro non è detto che tutti gli studenti siano pronti a sufficienza per affrontare due prove scritte, ma allo stesso tempo sembra riduttivo valutare il sudato percorso attraverso un orale online. Perché invece non è stata presa in considerazione l’opzione di fare rientrare sui banchi solamente i maturandi nei mesi estivi (a luglio?), in modo da potere sostenere un colloquio in presenza?

Che futuro possiamo aspettarci noi giovani?

Non dimentichiamo che oltre alla maturità ci aspetta l’inizio della nostra carriera universitaria, i test d’ingresso alle facoltà più ambite e per molti l’inizio dell’esperienza lavorativa. L’incognita che ci troviamo di fronte è in parte dovuta a una certa indifferenza e mancanza di risposte da parte delle autorità competenti. Anche il fatto che venga proposto un possibile ritorno tra i banchi di scuola negli ultimi giorni di maggio è la prova della superficialità delle autorità che forse dimenticano le condizioni in cui versano molti edifici scolastici che ospitano i ragazzi che saranno il futuro del nostro paese. Aule sovraffollate, spazi limitati, carenza di strumenti per provvedere alla sanificazione, strutture a volte obsolete, potranno adattarsi alle normative anticontagio tanto decantate dal Ministero della Salute?

Francesca Manara, Beatrice Pestoni,
5 DLS, ITIS Cardano

Un sorriso

Caro diario,

oggi fanno quasi due mesi che la scuola è chiusa. L’Italia e gran parte del mondo (esclusa la Groenlandia ovviamente: giuro che quando finisce questo caos mi ci trasferisco) sono in una quarantena che piano piano si avvicina ai 40 giorni che le spettano di nome.

Il tempo scorre lento e le giornate si assomigliano tutte. La mattina mi sveglio mezz’ora prima dell’inizio delle lezioni, faccio colazione e il resto della mattinata passa tra le equazioni di secondo grado e il regno dei Franchi. I ritmi scolastici sono cambiati, come d’altronde lo sono le abitudini che prima scandivano la mia giornata. Il tempo a tratti si dilata e si restringe, il pomeriggio passa in fretta tra libri, film, compiti da fare e momenti di creatività. Inganno il tempo disegnando e leggendo, lasciando che la mia mente viaggi libera, mentre il mio corpo non può farlo.

All’inizio, la prima settimana, sembrava una vacanza ma col passare del tempo l’entusiasmo di qualche giorno in più senza scuola è sparito, la noia ha preso il sopravvento e le mancanze si fanno più insistenti. Mi mancano gli amici, il contatto fisico con le persone e persino la scuola. Per la verità non mi manca la scuola intesa come lezioni e studio, mi mancano quelle piccole abitudini che scandivano la mia giornata studentesca. Alle 7 e 15 di mattina aspettavo il bus nel freddo dell’inverno con il sole che albeggiava di fronte a me, prima dell’inizio delle lezioni chiacchieravo con gli amici, poi prendevo il mio solito caffè nero per iniziare la giornata con un po’ di energia. Alla fine delle lezioni tornavo a casa affamata come un leone e poi il pomeriggio volava tra compiti e altro. Mi manca tutto questo, anche se prima lo trovavo stressante.

In un certo senso adesso abbiamo più libertà, possiamo fare quello che vogliamo con i nostri ritmi, senza dover seguire gli orari della società. Ma dall’altro lato, a lungo andare diventa tedioso. Abbiamo un’esigua varietà di cose che possiamo fare per trascorrere la giornata e tutto sta diventando ripetitivo.

Mi manca la parte della ma famiglia che vive a Milano, abbiamo festeggiato un po’ di compleanni con le videochat ma non è la stessa cosa. Sento la loro voce e vedo un’immagine sgranata sullo schermo, ma vorrei tanto poterli abbracciare. Mi sembra di essere circondata da una sottile barriera invisibile, eppure invalicabile.

Nonostante tutto, sono dell’idea che la gioia si possa trovare nelle piccole cose anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Personalmente le mie piccole isole di felicità le trovo nel caffelatte la mattina, nel rileggere per la seconda volta tutta la saga di Harry Potter, nel dipingere con gli acquerelli ascoltando la musica e nel concentrarmi su un problema di matematica particolarmente ostico.

Mentre noi siamo chiusi in casa, fuori il placido tepore primaverile inizia a scaldare le giornate, la natura rinasce e gli animali riconquistano le città che sembrano ormai abbandonate. Quando usciremo dopo tanto tempo troveremo un mondo diverso, un’esplosione di colori e profumi. Sembrerà come essere stati in letargo, ci siamo addormentati che faceva ancora un freddo umido e c’era la nebbia, e ci risveglieremo in piena primavera.

La mia fiducia per superare questo periodo non è riposta nell’umanità, bensì nell’occhio saggio e imparziale della natura, sono sicura che la terra riuscirà a trovare la soluzione migliore per la vita, d’altronde l’ha fatto per 4 miliardi e mezzo di anni, perché dovrebbe smettere proprio adesso? Non ho la più pallida idea di come questa ‘soluzione’ si scontrerà con gli umani, a parere mio tutto quello che possiamo fare è seguire l’istinto di sopravvivenza come stiamo facendo da un mese e mezzo a questa parte.

Il mio consiglio è cercare di affrontare questo periodo sorridendo, il sorriso è come un abbraccio per gli occhi degli altri e al momento tutti hanno bisogno di un abbraccio.

Ti lascio con una citazione diFred Weasley, dei libri di Harry Potter, che secondo me calza perfettamente alla situazione: “Oggi la gente ha bisogno di ridere per sopravvivere”.

Detto questo devo andare a preparare gli gnocchi alla romana per stasera e non sarà proprio una passeggiata date le mie scarse doti culinarie, ma almeno è un modo per passare il tempo.

Tua Livia

                                                                                 Livia Ghiglia,
2 CLS, ITIS Cardano

A tutti coloro che non riesco a vedere più di persona

Inizialmente non mi dispiaceva, questa quarantena. Una chance di pausa, di relax, che consisteva in una settimana senza scuola. Per sette giorni, niente impegni, niente verifiche, interrogazioni. Però questi sette giorni sono diventati quattordici, poi ventuno, fino a trasformare quella che era una vacanza in un problema. Il brutto delle routine è proprio quando l’abitudine è costretta a spezzarsi: dove prima c’era certezza ora c’è confusione. Ovviamente una nuova routine si sta costituendo, ma non è niente in confronto a quella precedente. È più… vuota. Le lezioni online consistono nel fissare uno schermo, una solitudine armata con webcam e microfono. Non che fosse meglio quando la scuola era ancora incerta sul da farsi: dopo due settimane passate a svegliarsi all’una del pomeriggio e a vegetare fino all’una di notte anche quello che sembra il paradiso adolescenziale fa cadere la maschera per rivelare il suo vero volto, il tedio.

Anche se non avrei mai pensato di dirlo, ma mi manca alzarmi e vedere l’alba cremisi fuori dalla finestra, il telegiornale perennemente acceso in quella mezz’ora di mattinata domestica. Mi mancano le chiacchierate con Livia e Valerio nel freddo delle 8 di mattina prima del suonar della prima campana. Dovrei considerarmi fortunata a vivere in una cascina, quando molti dei miei amici non possono nemmeno mettere piede fuori dalla porta, ma è solo un’estensione delle mura invisibili erette per la nostra stessa sicurezza. Senza contare che ho passato il mio sedicesimo compleanno in quarantena, un traguardo che avevo sperato di trascorrere in modo ben diverso.

Ho perso mesi di sessioni di giochi di ruolo e di incontri creativi (praticamente dove io scrivo e altri disegnano). Penso che proprio perché l’essere tra le proprie quattro mura trasmette un senso di pacatezza, che la mia motivazione è rimasta sepolta tre metri sottoterra. È tutto troppo placido. Ormai le mie giornate le passo a leggere libri che so a memoria e a giocare ai videogiochi, se non vogliamo contare le attività scolastiche. Nonostante tutto però sono felice che grazie ai miei sacrifici, insieme a tutti quelli di chi resta a casa, la situazione stia migliorando. Non penso che le persone realizzino la gravità della situazione finché qualcuno di vicino a loro non rischia la vita. Solo allora la verità ti colpisce per quello che è, facendo scoppiare la bolla di ilarità e di testarda ma beata ignoranza nella quale ti eri rifugiato. Eppure questo sembra l’unico modo per molti di tirare avanti: perché se non si ride allora si piange.

                                                          Giada De Palma,
2 CLS, ITIS Cardano

Al mio caro amico….

Caro amico, qui sta succedendo un putiferio. Ormai i miei genitori quasi non mi parlano più e mia sorella in questo momento ha cominciato un’accesa conversazione col comodino perché non le ha nemmeno chiesto scusa quando le ha urtato il mignolo e non si è degnato di spostarsi. Non posso biasimarla: io mi sono addirittura messo a scrivere a te, amico, che nemmeno esisti. Siamo messi male, perciò questa volta ti racconto tutto quanto dall’inizio.

Era una giornata come tante altre e stavo tornando da scuola. Aspettavo l’autobus in stazione, quando sentii due sconosciuti parlare. Sembravano molto presi dall’argomento e, non avendo nulla di meglio da fare, li ascoltai: “Ah davvero? Eh dai, non scherzare. Tu questo sabato sera esci con noi”. “No amico, ti giuro che ‘sta volta proprio non ne ho voglia”. “Bene, fai come vuoi… io non rimarrei chiuso in casa il sabato sera, nemmeno se scoppiasse una pandemia globale”.

Non l’avesse mai detto! Esatto: in questo momento sono seduto sul divano di casa mia a scriverti mentre là fuori ci sono migliaia, se non milioni di persone che lottano per sopravvivere a uno dei virus più contagiosi della storia. So che è spaventosa la situazione, presentata in questo modo, però dal mio punto di vista non è così male.

Abbiamo avuto una grande fortuna, o forse sono stati il grande senso civico e il ripudio della sconsideratezza a salvarci? Tutti i miei familiari e i miei amici stanno bene, dato il fatto che siamo tutti barricati in casa, intrappolati nella morsa letale della noia, che non ci lascia scappare. La noia è sempre stata rifiutata dalla società. Si è sempre avuto qualcosa da fare, qualcosa a cui pensare, ma quando tutto ciò sparisce, si è costretti a guardare in faccia se stessi e la realtà cosa che, ripeto, abbiamo sempre cercato di evitare. Sono nati tanti stereotipi: dall’influencer improvvisato, al ribelle che esce con ogni scusa possibile, al sociopatico che si sta chiedendo perché tutti si lamentano sui social, dato che nella sua vita non è cambiato assolutamente nulla rispetto a prima. Per me non è un’impresa ingannare il tempo. Ho ritrovato un sacco di serie tv mai viste perché troppo lunghe, ho ritrovato l’idea di una canzone che volevo scrivere tanto tempo fa, semplicemente accorgendomi della presenza della chitarra impolverata in salotto, ho ritrovato la folle idea di scrivere un libro e persino quella di scrivere un pezzo comico. Finalmente ora ho l’occasione di riscoprire i miei hobby. Sono sempre stato ostacolato dalla scuola e devo dire che anche ora si dà da fare.

 Oltre alla spensieratezza, ci sono molte cose che mi mancano della vita di prima: il contatto umano, ovviamente, la relazione, il solo poter abbracciare qualcuno che non sia  un cuscino; l’aria aperta (l’altro giorno sono uscito in balcone e mi sono spaventato, ho alzato la testa di scatto chiedendomi dove fosse finito il soffitto); la quotidianità (noia dovuta al ripetersi di azioni e avvenimenti sempre uguali giorno dopo giorno e non dovuta dall’assenza di queste).

Mi manca anche il poter mentire a me stesso, hai letto bene amico: era così facile e comodo avere una vita quasi prefabbricata per poter dire di non esserne all’altezza, ma ora che il pacchetto standard è cambiato, non ho scuse e devo affrontare la vita a testa alta se ne voglio uscire migliore, o perlomeno integro; e vale per tutto, anche per le cose più insignificanti.

Può fare paura ma ogni volta che ripenso a cose tristi, ogni singola volta in cui penso che sia meglio lasciarsi andare, arrendersi e mollare tutto, chiedo a me stesso: “cosa cambierebbe in te se riuscissi ad uscirne?”, e ogni volta mi convinco che è meglio così e che alla fine di tutto ne sarà valsa la pena.

Amico mio, ora devo proprio lasciarti. Ho notato che mia sorella ha finito di lamentarsi col comodino e ora sta discutendo col frigo. È meglio che vada a dirle che anche se continua a chiedergli dov’è il latte, non le risponderà e che per scoprirlo dovrebbe aprirlo, il frigo, e non parlarci; ma è così divertente. Spero che te la stia cavando anche tu, ovunque tu sia. A presto.

Marco Ghezzi,
2 CLS, ITIS Cardano

La fine

Molto probabilmente non succederà presto e tra poco usciranno nuovi decreti che ci imporranno di restare a casa, ma nessuno ha ancora perso la speranza e tutti aspettiamo pazientemente la fine della quarantena.

Ognuno si inventa nuove modalità di intrattenimento e anche se uscire è la cosa più desiderata al mondo, dobbiamo restare in casa per poterci assicurare la vittoria e riprendere la vecchia vita.

Io ho moltissimi progetti in mente per quando tutto ciò finirà, come uscire con gli amici in centro, guidare la mia moto in campagna, quando sarà estate andare in piscina con gli amici; ma la cosa più importante è tornare a scuola: penso che ogni studente, anche il più svogliato, abbia questo desiderio, perchè la scuola è un ambiente che riesce a cambiare chiunque, anche il peggior indisciplinato. E penso che tutti concordino con me.

Restando in casa ho scoperto nuovi hobby come gli esercizi sportivi, per i quali non ho nessun problema perchè il mio giardino è enorme, ma

finita la quarantena vorrei fare il patentino per la moto, per poter girare ovunque io voglia.

Credo che tutto ciò finirà verso l’estate e, se così fosse, vorrei andare in vacanza nel mio paese d’origine, la Romania.

Intanto, dobbiamo tenere duro e aspettare, per assicurarci la possibiltà di poter uscire di casa di nuovo!

                                                        Gheorghe Pitu,
1 AI, ITIS Cardano

La realta’

Quello che stiamo vivendo è un momento molto difficile, che però bisogna affrontare nel bene e nel male.

Da un lato si sta a casa: certo, è bello stare a casa, non c’è nessuno che ti disturba e puoi fare quello che vuoi.

Dall’altro ti accorgi però che la scuola, per quanto possa essere noiosa,  è anche un luogo di ritrovo per noi studenti e a noi piace stare insieme.

E non mi sto riferendo soltanto alle scuole chiuse, ma anche alle normali attività che svolgiamo durante il corso della settimana e che ora non possiamo più svolgere: le uscite il sabato con gli amici e i ritrovi in centro, ormai, sono diventate le uniche cose che desideriamo e vorremmo fare veramente in questo momento.

Non sappiamo ancora quando finirà l’emergenza e neanche se mai finirà, ma sono certo  che la mia felicità in quel momento sarà immensa e che, soprattutto, il mondo verrà visto con occhi completamente diversi non solo da me, ma da tutti. Impareremo ad apprezzare di più anche le piccole cose a cui prima non avremmo mai fatto caso, perché questi momenti solitari e bui non sono soltanto momenti di tristezza ma anche di riflessione.

Sto dicendo che per alcune persone questi momenti di pausa potranno servire anche in futuro, un futuro prossimo o remoto. Servirà però, come serve mantenere la calma adesso, pensare che non è tutto finito e che quelle belle serate con gli amici un giorno possano ritornare realtà. Ed è proprio su questo che mi vorrei soffermare un attimo per dire cosa ci manca adesso. Siamo con i nostri parenti 24 ore su 24, la tecnologia ci ha permesso di comunicare con i nostri amici anche a distanza e quindi, ripeto, ciò che ci manca molto è probabilmente quella “cosa” indescrivibile che ho citato prima: la realtà.

                                                                                    Stefano Cassani,
1^AI, ITIS Cardano