Un Natale molto particolare

Il Natale è il giorno in cui gli italiani festeggiano, si ritrovano e si scambiano i regali.
Per noi cinesi, il Natale non esiste, è più simile al Capodanno cinese o alla festa di primavera, dove anche noi riuniamo le famiglie, festeggiamo con i parenti più stretti, e i bambini ricevono dagli adulti regali tanto desiderati o somme in denaro.
Il Capodanno è una delle più importanti e maggiormente sentite festività tradizionali e celebra per l’appunto l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese; inizia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio e finisce all’inizio di marzo.
Ma quest’anno la festa è particolare e molto meno allegra, perché la pandemia, iniziata a febbraio a causa del coronavirus, continua ad uccidere ancora molte persone; nonostante i suggerimenti dei governi di portare le mascherine, di non creare assembramenti, i malati continuano ad aumentare e stare a casa “isolati” è l’unica scelta che possiamo fare.
Alle persone che sono costrette a stare lontano dagli affetti, il non poter rivedere i parenti e stare in famiglia, provoca molta sofferenza e camminando per la città, nonostante le istituzioni stiano cercando, attraverso le illuminazioni, di ravvivare gli animi e la speranza, si capisce che non sarà una festa piena di allegria e felicità come negli anni passati.
Il 25 dicembre, alla mattina, mi sveglierò come al solito, mi accorgerò che è la festa di Natale, ma purtroppo con il virus i miei genitori mi impediranno di  uscire di casa, e poiché non abbiamo parenti a Pavia, non potrò invitare nemmeno gli amici e passare del tempo con loro, a giocare e a pranzare mangiando cibi deliziosi come è accaduto negli ultimi 4 anni da quando mi sono trasferito in Italia.

QinLe Chen, 1 DLS

Scuola e pandemia

Capisci di trovarti in un altro mondo quando senti che a Firenze sono state riaperte le buchette del vino, inventate durante l’epidemia di peste del Seicento per poter vendere Vernaccia senza pericolo di contagi Quando scopri che i mezzi di trasporto vengono disinfettati così come, durante gli anni della spagnola, sui bus di Londra veniva spruzzato spray anti-influenzale.
Quando realizzi che il tuo quinto anno di scuola superiore forse lo dovrai svolgere quasi per intero attraverso un computer, come un astronauta che saluta i propri cari dalla stazione spaziale.  Mai avrei pensato che l’ultima parte del liceo l’avrei passata tra uno studio matto e disperatissimo e l’attesa di un successivo Dpcm.

A un lettore del presente è inutile spiegare perchè la nostra quotidianità sia stata sconvolta fino a questo punto. A un lettore del futuro dico solo una parola: Covid-19. Si tratta, caro lettore del futuro, di un’epidemia che sembra aver avuto origine in Cina, per poi diffondersi nel resto del mondo. Ora ci troviamo a novembre 2020 e la pandemia è iniziata, più o meno,  a febbraio di quest’anno. Siamo rimasti in lockdown per due mesi, da marzo a maggio, e, se quest’estate il virus sembrava aver lasciato l’Italia, ora pare voler prendere la rincorsa per tornare con devastante potenza.

Abbiamo avuto un periodo di tregua, quindi, che ci ha fatti  dimenticare  totalmente i mesi di reclusione, gli ospedali pieni, i camion di morti (sì, caro lettore, i camion) e ci siamo rilassati, da bravi italiani in vacanza, dimenticando in parte anche gli obblighi che avremmo dovuto rispettare. A questo punto, penso ti sorga spontanea una domanda: ma non è un po’ un controsenso andare in vacanza dopo un lockdown anti contagio? Spiagge, feste, beach volley, calcetto, amici, fidanzati, abbracci, baci: non è un po’ l’esatto contrario della casta e antisettica segregazione che tanto sbandieriamo di aver patito? Ma cosa vuoi, caro lettore? Tu non l’hai vissuta. Non sai com’è stato rimanere due mesi (una vita!) in casa, sopportare ventiquattro ore su ventiquattro le nostre famiglie senza mai poter scappare dai nostri amici. Bè, sì, avevamo i cellulari. E televisione, PlayStation, giochi da tavolo, libri, riviste, sudoku, uncinetto, mandala e origami. Magari qualcuno ha persino disseppellito una preistorica Wii. Ma non puoi comprendere, caro lettore, la vera noia. L’essere in casa, con un intero mondo alla tua portata, e non saper decidere se fare un pisolino o guardare Uomini e Donne.

È la NOIA ad averci distrutti.
E’ quindi ovvio che, dopo aver sopportato due mesi di cotanto strazio, dopo l’apertura delle gabbie, la gente si sia buttata tra le braccia di sconosciuti pur di sentire un po’ di contatto umano, che siano sorte feste illegali e che nelle discoteche le mascherine servissero per tenere insieme i trucchi nella borsetta. Ma tanto, a noi adolescenti cosa importa? A noi, il Covid, non tocca. Noi baldi giovani dalle saluti ferree, noi semidei discesi direttamente dal Valhalla, siamo praticamente immuni.

Ora, caro lettore, ti chiederai se io sia impazzita. Io ti dico che in realtà è molta la gente che ha pensato così quest’estate. E visto che a settembre i casi di positivi al virus non sembravano poi così tanti in rapporto a quanti se n’erano prospettati dopo una tale fuga, altrettanti erano quelli che sostenevano che il virus si fosse definitivamente dimenticato dell’Italia. In realtà la curva dei contagi ha iniziato ad alzarsi in modo più significativo verso ottobre ed è per questo che ora, dopo soli due mesi di didattica in presenza, mi ritrovo a dover affrontare il mio ultimo anno in DaD, ovvero in Didattica a Distanza.
La quinta, quella che dovrebbe essere passata con i compagni, ogni giorno più vicini perchè conosci che mancano solo otto mesi prima dei saluti finali.

Quella iniziata con l’ansia della maturità e non con la paura di mesi ignoti e di un giugno che sembra volerci nascondere, gelosamente e fino all’ultimo, le modalità per il conseguimento del diploma. 

Un diploma che ormai, più che segnare la fine di una corsa, sembra il traguardo di un triathlon: isolamento, didattica a distanza, monotonia.
Io non ho rimpianti su ciò che ho fatto quest’estate, caro lettore, come credo nessuno, perchè ognuno pensa di aver agito in buona fede. Sono solo curiosa di sapere come questa pandemia viene ricordata nel tuo periodo.
Qui, ad agosto, era l’epidemia del “non ce n’è Coviddi”.
Le conclusioni le puoi trarre da te.

Roberta Basile 5 DLS

Mascherine e Ambiente

Le mascherine sono dannose per l’ambiente?

La risposta alla domanda è sì, ma vale solo per quelle non correttamente smaltite

Negli ultimi mesi quando il nostro pianeta sembrava si stesse riprendendo durante la quarantena, che ha fatto diminuire smog e inquinamento dell’aria, è sopraggiunto un nuovo problema: l’utilizzo di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione ha peggiorato l’inquinamento da plastica.

Le mascherine sono fondamentali da quando l’emergenza Coronavirus ha stravolto le nostre vite. L’impatto ambientale che hanno, però, viene spesso ignorato: le mascherine sono realizzate in poliestere e polipropilene (materiali altamente inquinanti), proprio per questo motivo quelle non smaltite correttamente, buttate in strada o in mare o in depositi illegali, circolano in natura per 450 anni.

Un fatto recente ha inoltre sollevato e testimoniato il problema che molti negavano. Una donna canadese su Facebook ha pubblicato tre foto che mostrano un uccello con una mascherina chirurgica impigliata tra becco e ala. Infatti le mascherine gettate a terra o in mare non solo causano un aumento dell’inquinamento, ma creano problemi anche per l’ecosistema: l’uccellino è un esempio di animali vittime delle mascherine. Nel mare capita più frequentemente che animali, come pesci o tartarughe, restino imprigionati dai laccetti, che provocano il loro soffocamento. Per quanto riguarda gli animali di taglia più grande è probabile  addirittura che si cibino di queste mascherine e muoiano per intossicazione.

In base ai dati raccolti dal WWF, se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e disperso in natura, questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, per un totale di oltre 40 mila chilogrammi di plastica.

In Italia si ha una produzione giornaliera di rifiuti da mascherine pari a circa 410 tonnellate, con un valore medio previsto per la fine del 2020 di 100.000 tonnellate; la produzione di rifiuti da guanti sino a fine anno sarà di un valore medio di 200.000 tonnellate.

Anche se molte persone, famose e non, sui social-media hanno sensibilizzato e sensibilizzano le persone, al fine di ridurre le mascherine presenti in ambiente e non accumularne di altre, nessuno sembra aver pensato a una vera soluzione del problema, come una raccolta apposita.

Diverse associazioni a tutela dell’ambiente hanno realizzato campagne aperte a tutta la popolazione utili a proporre e a ricordare quali siano i comportamenti giusti per evitare la dispersione di guanti e mascherine a danno dell’ambiente e, in particolare, del mare e il suo ecosistema.

Alcune norme sono: gettare le mascherine e i guanti nell’indifferenziato e non buttarli a terra, scegliere di acquistare mascherine riutilizzabili e lavabili, ormai ampiamente in commercio, e lavarsi più spesso le mani anziché continuare a cambiare i guanti. Possono essere azioni semplici, ma di grande aiuto per gli ecosistemi.

Il passo successivo per ridurre ulteriormente il danno ambientale è la sostituzione delle mascherine classiche con mascherine biodegradabili. Molte aziende si sono adoperate per la produzione di queste ultime creando mascherine in carta: quattro strati di carta a secco in grado di filtrare polveri, fumo e aerosol che possono danneggiare la salute; MASKEEN a doppio strato di tessuto in cotone e filo in cotone, totalmente riciclabili; D3CO, fatte al 100% con cotone naturale; AirX, in cui il primo strato della mascherina è composto da un filato di caffè e il secondo da un filtro biodegradabile realizzato usando caffè e la nanotecnologia d’argento; infine, la mascherina realizzata con biopolimeri in glutine di frumento.
Questi e altri accorgimenti, legati soprattutto ad un uso responsabile di quanto ci serve per proteggerci, ci aiuteranno sicuramente ad affrontare meglio il problema e a contenerne i danni.

                                                 Francesca Buscato 2DLS, Itis Cardano

 

 

 

Covid-19  Vs  Ambiente

Ci si domanda sempre più spesso se sarà il Covid-19 o l’uomo a condannare il futuro del nostro pianeta.

Fino a pochi mesi fa le mascherine si potevano vedere solo in qualche film, in serie televisive o sul volto di medici e pazienti con patologie gravi. Poi, nella nostra vita, è entrato un microrganismo sconosciuto, imprevedibile e molto aggressivo che ci ha completamente cambiato l’esistenza fino a negarci la normalità della nostra giornata: ci ha tolto la scuola, lo sport, gli amici e anche il volto.

Ecco che nella  quotidianità della vita di tutti  è entrato questo dispositivo che, a oggi, è l’unico aiuto che abbiamo per rallentare la diffusione del virus. Inizialmente le mascherine erano diventate un accessorio, una parte del nostro abbigliamento, create anche da stilisti di moda; poi ci si è accorti che la loro funzione era un’altra, dovevano proteggerci seriamente ed ecco che le mascherine chirurgiche, introvabili e molto costose all’inizio della pandemia, sono diventate una parte di noi. Sono talmente importanti che, quotidianamente, ne vengono distribuite a migliaia ogni giorno nelle scuole, negli uffici, negli ospedali…Prima a causa della paura, ora per obbligo, le mascherine devono essere utilizzate sempre. Se da un lato la mascherina chirurgica ci tutela, questo DPI (dispositivo di protezione individuale) deve essere smaltito come rifiuto speciale, non differenziabile.

La mascherina ha un alto impatto ambientale: sia per la sua produzione che per  il suo smaltimento rappresenta un serio problema.

Attualmente non sono molte in Italia le aziende che producono le mascherine; il più delle volte i produttori le acquistano dalla Cina pertanto le navi container, per consegnare il carico, compiono viaggi di migliaia di chilometri e si è compreso che queste navi, a causa del carburante utilizzato, sono fonte di inquinamento al mondo.

Le mascherine che dobbiamo indossare sono composte da tre strati di tessuto non tessuto in fibra sintetica di polipropilene; il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile e non ha nulla di naturale nella sua composizione. Questo rifiuto non potrebbe essere smaltito se non attraverso inceneritori; essendo il petrolio e i suoi derivati il materiale prevalente di cui sono composte, sarebbe opportuno non  sprecarle ma rigenerarle. Occorrerebbe però una sanificazione e questo comporterebbe un elevato costo.

Se tutte le mascherine usate venissero bruciate, verrebbero immesse nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica che andrebbero ad aggiungersi  a quelle già immesse per produrle e trasportarle.

Quando alla difficoltà di smaltire correttamente questo materiale si aggiunge anche l’inciviltà, il problema diventa veramente serio. Le mascherine chirurgiche si trovano  a decine abbandonate sui marciapiedi, nei parcheggi, sulle aiuole, sulle spiagge… questi dispositivi  stanno diventando uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. L’ecosistema marino è l’ambiente che sta pagando maggiormente l’inciviltà dell’uomo. Oltre all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, stiamo entrando in un altro rischio sanitario perché le mascherine usate e abbandonate nell’ambiente sono potenzialmente infette e rischiano di contagiare chiunque, per sbaglio, ne venisse a contatto.

Le mascherine ci fanno sentire protetti e questo ha un costo sia economico che ambientale. Dobbiamo essere consapevoli che ogni gesto sbagliato potrebbe rendere vana la fatica che la maggior parte di noi sta facendo.

                                                               Filippo Moro   2DLS, Itis Cardano

 

 

Le mascherine: un’arma a doppio taglio!

In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale è argomento all’attenzione dell’opinione pubblica, l’inquinamento generato dai guanti e dalle mascherine è sempre più allarmante.

Lo smaltimento dei dispositivi di protezione individuale rischia di diventare la prossima emergenza, passata la paura del virus. Ci sono parecchie indicazioni relative allo smaltimento delle mascherine nella loro interezza. Poco o nulla, invece, si dice sullo smaltimento degli elastici o dei legacci annodati alle mascherine che rappresentano uno dei rischi maggiori per la fauna selvatica, nel caso in cui il dispositivo di protezione dovesse finire nell’ambiente. Zampe, ali, becco o collo di un animale possono, infatti, restare incastrati o, viceversa, essere involontariamente ingeriti. Quindi, per un corretto smaltimento, bisogna per prima cosa tagliare gli elastici o i legacci annodati e gettarli nel giusto cestino, poi si deve gettare la mascherina tra i rifiuti indifferenziati. Le mascherine sono uno strumento estremamente utile per la nostra salute, ma non servono alla natura; mai gettarli nell’ambiente perché possono diffondere il virus, inquinare e deturpare il paesaggio e danneggiare i nostri animali.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha lanciato la campagna #Buttalibene per diffondere e sensibilizzare al corretto smaltimento delle mascherine.

Purtroppo, alcune persone dopo aver usato mascherine e guanti non li smaltiscono correttamente e li abbandonano dove capita, per strada, nei giardini e persino nei boschi, in campagna e in mare, ignorando che questi dispositivi, che sono stati così utili per la nostra salute, alla natura invece non servono.

Guanti e mascherine di protezione, una volta usati, vanno sempre gettati nella raccolta indifferenziata, preferibilmente in un sacchetto chiuso.

Dobbiamo seguire queste indicazioni e rispettarle per il nostro futuro e per il bene del nostro pianeta. È un impegno che chiunque è in grado di assumersi perché è veramente facile e non ci costa nulla. Il pianeta ha bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo essere pronti a darglielo.

Sono certo che i nostri sforzi saranno ricompensati!!!!

                                                      Federico Ghida 2DLS, Itis Cardano

 

 

Si torna a scuola

L’anno scolastico che stiamo vivendo è molto diverso da quelli passati e, in un modo o nell’altro, sta cambiando la vita di ognuno di noi.

A settembre sembrava quasi che tutto fosse tornato alla normalità, le scuole si erano  organizzate per tentare di limitare al minimo i contagi, alternando didattica a distanza e in presenza, creando percorsi definiti all’interno dell’istituto e rendendo disponibili a tutti  mascherine e gel igienizzante.

Era una situazione complicata, ma non impossibile: alternare settimanalmente la DAD portava ad un accumulo delle verifiche nei giorni in presenza e, di conseguenza, concentrava impegni e prove. Il ritmo era piuttosto faticoso da mantenere, soprattutto a livello di concentrazione, ma sicuramente le attività didattiche erano ben organizzate e procedevano.

E’ stato bello rivedere i compagni dopo molto tempo, ma tra gli studenti imperava un’atmosfera tesa: chi più e chi meno, tutti avevano un costante timore del contagio; rispettavano le norme in vigore, disinfettando le mani e indossando bene la mascherine, guardando con diffidenza e richiamando chi non si preoccupava di questi dettagli.

All’inizio l’aria per respirare sembrava mancare all’interno dei veli delle mascherine chirurgiche, ma dopo poco tempo ci si è abituati e quasi non si notava più.

Intanto il clima diventava più rigido con l’inoltrarsi dell’autunno, e i minuti concessi alle finestre aperte diminuivano sempre più, per evitare raffreddori fraintendibili che avrebbero potuto mettere in quarantena l’intera classe.

Molti studenti avevano avuto fin dall’inizio il presentimento che il rientro a scuola fosse pericoloso, perché il calo di contagi era legato ad un minore spostamento delle persone nel lockdown di primavera, ma erano comunque speranzosi e avevano fiducia nei provvedimenti presi per la riapertura.

Nonostante ormai la speranza di rimanere nelle aule sia svanita dopo l’ultimo DPCM, non si può dare la colpa alle scuole, almeno non direttamente. I contagi, a mio parere, sono avvenuti per la scarsa considerazione data ai trasporti che, mantenendo alta la capienza e non aggiungendo nuove corse, hanno portato ad un sovraffollamento, che se prima del COVID era appena sopportabile, di questi tempi è diventato proprio inammissibile.

Appare ormai ovvio a tutti che a scuola non si tornerà a breve, almeno fino a che il numero dei contagi e l’indice Rt non mostreranno una sensibile calo o che non si riesca a giungere a una svolta nella realizzazione e distribuzione di un vaccino efficace e sicuro.

Laura Girardi, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

Mi risulta molto difficile parlare del mio ritorno alla realtà scolastica, in quanto per me la Scuola si è fermata a quel lontano febbraio del 2020. Il presunto ritorno avvenuto a settembre 2020 mi ha sconvolto più di quanto pensassi; già ero a conoscenza delle linee guida di sicurezza da seguire, come ad esempio la mascherina, il metro di distanza o l’assidua igienizzazione delle mani; ma non mi sarei mai aspettata avessero un impatto così negativo su di me.

Il fatto che più mi ha segnato è stato l’incontro con i miei compagni. Per mesi li avevo osservati tramite uno schermo, ma rivederli per la prima volta con il volto rubato dalla mascherina mi ha scossa.

Senza dubbio seguire le lezioni in presenza risulta più semplice ed immediato, ma davvero vogliamo ridurre la scuola solo alla dimensione didattica?

La scuola va oltre l’insegnamento della matematica, della storia o dell’inglese, è un luogo dove ci si forma come persone, si impara a relazionarsi e ad accedere alla società. Ma come si può far tutto questo a un metro di distanza? So che dovremo abituarci al distanziamento, ma io davvero fatico a farlo: pensare che questa sia la realtà in cui dovrò vivere (o sopravvivere) nei prossimi mesi, mi devasta. evitare la diffusione del Covid-19, ancora una volta questo nostro nemico invisibile ci sta sopraffacendo. Dunque siamo di nuovo a casa, a ricreare l’aula scolastica fra un divano e un fornello.

Mi rende furiosa pensare quanto questo virus mi stia rubando, l’ansia prima di un’interrogazione, esser ripresa dall’insegnante per aver scambiato qualche parola con la compagna di banco, l’attesa dell’intervallo per poter raccontare qualche aneddoto agli amici, svegliarsi al mattino alle 6 e lamentarsi tutto il giorno della stanchezza o del peso eccessivo dello zaino.

Invece ora ci si sveglia più tardi al mattino, si sceglie il maglioncino che si abbini meglio ai pantaloni del pigiama, si accende il computer e si fa finta che tutto sia normale, anche se di normale c’è ben poco.

In questi momenti così difficili, non si deve perdere la speranza. Solo il pensiero e il desiderio di ritornare alla vita pre-covid, mi dà la forza di reagire e di guardare oltre l’orizzonte.

                                                                         Anna Rancati, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

La scuola sembra in guerra. Una guerra senza soldati né armi…una guerra contro il Covid.

Un novellino arrivato l’inverno scorso che costringe milioni di persone, ogni giorno, ad indossare  mascherine come fossero armature d’acciaio per difendersi da un nemico invisibile.

E io mi sento sfortunato perché, proprio in questo anno travagliato, mi trovo ad affrontare la prima superiore. Mi viene da sorridere al solo pensiero di non conoscere veramente l’intero viso dei miei 23 compagni di classe perché il tanto atteso ritorno in classe, alla normalità, è durato quanto un soffio.

Siamo fragili,  in ogni momento ognuno di noi potrebbe essere contagiato o contagiare. Proprio per questo , per la seconda volta, siamo rinchiusi in casa  dietro una trincea. In attesa. E i giorni passano, senza entusiasmo e senza novità, stando incollati davanti a schermi di vetro e a tastiere elettroniche, ospiti nostro malgrado di un mondo incorporeo. Restiamo a casa, continuiamo a studiare con la dad.

Ad alcuni dei miei compagni la cosa piace. Ma svegliarsi un po’ più tardi la mattina, sorseggiare lentamente il latte caldo accoccolato sul divano  e non dover correre per prendere il pullman…non sono cose che fanno per me!

Sono un ragazzo intraprendente e socievole; mi manca il rapporto umano, quel sottile filo di connessione

che riusciva a costituirsi in classe, anche se tutti mascherati, in quelle brevi settimane di didattica in presenza.  Era straordinario, ma anche  impossibile da ricreare ora, a  chilometri di distanza uno dall’altro.

Non sono per nulla contento se penso ai corridoi deserti e alle aule vuote, aule in cui fino a poco tempo fa c’erano insegnanti che istruivano e ragazzi che ascoltavano.

La scuola unisce le persone, crea dibattiti e fa pensare; tutte attività possibili anche in dad. Ma osservare gli sguardi, interpretare l’irruenza o la dolcezza delle espressioni, percepire le emozioni autentiche, tutto questo rende insostituibile la lezione in presenza.

Nonostante la scuola ce l’abbia messa tutta, il virus l’ha momentaneamente sopraffatta: aule chiuse, computer accesi nelle case, contagi per ora in aumento.

Per questo mi fanno rabbia le persone che si permettono di andare in giro senza mascherina o che non rispettano le distanze. Quelli che, increduli e incuranti, ancora negano l’evidenza. A tutti ricordo: rispettiamo le norme, rendiamo la società odierna migliore.

Restiamo uniti!

                                                                                                                           Federico Maiocchi, 1 DLS – Itis Cardano

Quarantena in sei

“Vi è mai capitato di dover convivere con cinque persone sotto uno stesso tetto, di cui quattro femmine, che è anche peggio? In caso di risposta affermativa allora vi faccio le mie condoglianze, quanto posso capirvi! In caso negativo sarò felice di dimostrarvi che non avrete più nulla di cui lamentarvi in quarantena. Mi chiamo Elsa e ho tre magnifiche, a volte, sorelle più piccole. Beh, da cosa iniziare? Ah certo, dal concetto di silenzio; io ormai non ricordo più cosa quest’utopia sia, ma ammetto di sentirla ancora, qualche istante, magari durante la notte…

Ebbene sì, come potete benissimo immaginare, tre sorelle possono solo significare tre voci, spesso urlanti, tre tipologie di apparecchi elettronici diversi che emettono tre tipi di suoni differenti: ne abbiamo di tutte le categorie! Dalla musica rap, a quella pop, ai video di Tik Tok o su YouTube dei “Me contro te”, che la mia adoratissima sorellina di cinque anni ormai ascolta in loop da almeno tre mesi.

Per una studentessa della terza Liceo Scientifico delle Scienze Applicate come me, trovare pace e un ambiente tranquillo in cui concentrarsi, diventa un’odissea. Scommetto che state pensando: “ Beh, dai, almeno in casa tua non ci si annoia mai!” e avete proprio ragione, peccato che la questione non risulti sempre positiva.

Ho provato, perciò, ad osservare la situazione anche dal loro punto di vista, per semplice curiosità; e ho avuto l’occasione di scoprire che hanno pure da lamentarsi sulle mie continue richieste di silenzio. Incredibile! Sorelle che chiedono di poter trasformare la casa in una grande discoteca, sorelle che vogliono appropriarsi della mia camera giusto per provare l’ebbrezza di starci senza essere cacciate, sorelle che implorano che il tempo scorra il più veloce possibile affinché io non sia più così isterica.

Nonostante tutte le urla che ogni giorno ci lanciamo contro, la quarantena senza di loro sarebbe stata monotona e piatta.

Ed ecco la nostra quarantena sotto forma di VIDEO.

Elsa Maccarone, 3 DLS Liceo Scienze Applicate, Itis Cardano

Cocktail al Covid-19

Senz’altro questi tre mesi di quarantena mi hanno dato tempo per pensare. Dopo novanta giorni di una nuova ma anche incerta routine, alcuni tratti di me e del mio carattere hanno iniziato a delinearsi nella mia mente.

Ora c’è una parte della sottoscritta che sembra commentare: «Oh guarda, una giovane donna che inizia a capire i suoi interessi!» e poi c’è l’altra parte di me, quella grezza e che ama fare i lavori manuali, che risponde «Ma che donna e donna! E’ la noia della quarantena che gioca brutti scherzi!».

Insomma, nonostante il delirio che ho visto in tante persone e la confusione dei decreti che invadono le nostre case via televisione, radio e web, ho preso delle dignitose distanze da ciò che accadeva, vedendo la situazione come totalmente naturale. Ormai penso che tutti i miei compagni di classe e un buon 70% della gente che conosco mi veda come la ‘catastrofista’ di turno, che ama i film apocalittici e i libri distopici. Ma voglio guardare la situazione con un occhio più imparziale: non sono così distruttiva, è solo che ho un approccio ‘darwiniano’ verso la vita e alcune delle sue inevitabili conseguenze, quali l’estinzione dei dinosauri, le ere glaciali e il coronavirus.

Per farla breve, mi sembrano cose più che naturali e oneste da parte della Natura e a dirla tutta con questa specie di pensiero patriottico che si è installato nell’aria non mi ci trovo proprio. Non sono quel tipo di persona che canta l’inno dai balconi alle sette in punto o che appende lo striscione con scritto #ANDRA’TUTTOBENE e l’arcobaleno dipinto. Ad essere sincera questa cosa mi sembra un po’ sgarbata da parte mia, perché sappiamo tutti che la comunità è importante e dovremmo sostenerci l’un l’altro e così via, per questo di solito i miei commenti li tengo per me.

Ovviamente non pensando al bene della comunità la mia mente è stata riempita da altro.

Ho realizzato che in una situazione come questa sono due i modi in cui mi approccio.

Il primo mi vede cacciatrice di zombie che, con una squadra di sopravvissuti, se la cava egregiamente durante l’apocalisse, un po’ in stile ‘Zombieland’ (tra l’altro è un film divertente, da vedere se non vi impressionano viscere e cervelli spappolati). Ma questo virus non mi concede la possibilità di sperare in una bella apocalisse che decimerebbe l’umanità e ci leverebbe di torno dalla Terra almeno per un po’, cosa che le farebbe piacere sicuramente. Voglio dire, mi dispiace che le persone stiano male e che gli ospedali siano sovraccarichi e cose varie, ma proprio non ce la faccio a non vederla in una cornice più grande: i singoli non contano, si tratta solo della Terra e dell’umanità. E sì, mi piacerebbe moltissimo sopravvivere durante un’apocalisse perché significherebbe vivere ma con molta meno gente intorno. E poi sono appassionata di zombie, si sa.

Però poi realizzo che non sarei fisicamente in grado di farcela, dovrei essere più allenata e saper maneggiare un’arma. Quindi a questo punto mi faccio un appunto mentale segnando che dovrei iscrivermi a qualche corso di sopravvivenza e fare un’estate con gli scout, giusto per imparare l’essenziale. Non mi dispiacerebbe entrare nella comunità dei survivalisti. In fondo la teoria l’ho imparata, con tutti i film e gli articoli che ho letto ho in mente così tanti scenari diversi per un’apocalisse zombie che avrei l’imbarazzo della scelta.

Ma adesso passiamo al secondo approccio: quello naturalistico. Sarei un mix tra la protagonista femminile di Avatar e Katniss Everdeen di Hunger Games (altri film che consiglio di vedere). Mi piacerebbe vivere a stretto contatto con la natura e gli animali, fino a sentirmi parte di essi, quasi un ritorno alle origini dell’essere umano. Però sappiamo tutti che purtroppo non basta l’amore per la natura a farci sopravvivere in un bosco.

Servirebbero basi di caccia e pesca, sapersi costruire un rifugio, accendere un fuoco e soprattutto evitare di morire avvelenata o di ipotermia. E qua ritorno a scrivere il mio post-it mentale, a cui aggiungo di imparare a riconoscere le piante ed essere in grado di costruire una trappola a scatto.

Dunque, dopo aver riscoperto alcuni tratti del mio carattere, cosa che diciamo ha occupato almeno 60 giorni (contando che il primo mese non realizzavo ancora di essere a casa da scuola), ho iniziato a trasferirli nella mia vita con un approccio più realistico e indirizzato al futuro.

In questa situazione penso che più o meno tutti ci siamo ritrovati sorpresi e con la consapevolezza di dover trovare un modo per rialzarci, finito il caos post-coronavirus.

Per rendere l’idea di come l’ho vissuta io, uso una metafora: mi sono sentita come se qualcuno avesse preso uno shaker del bar e versato dentro questi tratti del mio carattere, senza trascurare le mie altre passioni e interessi, aggiunto qualche foglia di menta e un paio di cubetti di ghiaccio, shakerato tutto e versato in un bicchiere sul tavolo, con una cannuccia e un ombrellino di quelli che si mettono nei cocktail in spiaggia.

Ecco l’essenza di Livia poggiata sul tavolino di vetro, tutta tranquilla, a pensare ai fatti suoi e impegnata con la scuola e il resto. Finché il ragazzo che si sta buttando in piscina per sbaglio non urta il tavolino e rovescia il succo per terra. Diciamo che ‘per terra’ è uguale a ‘sulla vita’. Ora Livia si trova rovesciata sulla vita e deve cercare un modo intelligente per far sì che il suo carattere riesca a trovare una strada in mezzo alle mattonelle di terracotta ed arrivare fino all’aiuola, dove magari riuscirà a dare sostanze nutrienti al terreno e a far nascere una bella pianta. La pianta, tanto per intenderci, è uno stile di vita che rispetti il mio carattere e che soprattutto mi piaccia.

Ed è qui che entrano in gioco i pensieri sul futuro. Confrontiamoci col futuro prossimo, che essendo prossimo ha la priorità. E’ finito il lockdown. Si possono vedere anche le persone che non sono ‘congiunti’. Quindi possiamo ritornare ad avere una vita decente.

Ma quali sono le abitudini che manterrò? E a cosa avrò capito di poter rinunciare? Inizierò a fare cose nuove? Di abitudini in realtà non ne avevo di precise, all’infuori della routine scolastica e andare in maneggio una volta a settimana, ma finché non riprenderanno sul serio queste attività non ho vincoli. Invece ho capito di poter rinunciare ai luoghi comuni pensati per la società e ho intenzione di non conformarmi troppo in futuro, per rispettare me stessa e le mie preferenze. Non sono molto socievole, e non posso dire che aver rinunciato alla socialità in questo periodo sia stata fonte di particolare tristezza, perché in fondo stare in compagnia non è una componente così importante della mia vita. Preferisco stare con gli animali o per conto mio, e riguardo agli amici meglio pochi ma buoni.

Invece per le cose nuove vorrei imparare a cavarmela da sola con quello che mi offre la natura, imparare a riconoscere le piante commestibili e a fare trappole, chissà magari tornerà utile in futuro. Vorrei anche imparare a tirare decentemente con l’arco, una volta avevo iniziato un corso, ma avevo finito per abbandonarlo. E poi magari mi verranno altre cose in mente, essendo giovane e forte ho tutto il tempo che voglio per impararle.

Quest’estate non sarà molto movimentata, non penso che riusciremo a fare molte vacanze. Per cui i miei propositi sono questi: lavorare in maneggio e fare pratica con qualunque cosa sia utile imparare. E leggere un sacco di libri, anche se alla fine ritorno alle vecchie saghe rilette non so quante volte.

Ma quest’estate vorrei riuscire anche a fare un salto al mare, o almeno al lago, perché mi mancano le giornate estive con la sabbia sotto ai piedi e l’acqua a rinfrescarmi. A Pavia d’estate è sempre una sauna costellata di zanzare. Ma comunque vada, spero di divertirmi.

Mentre per la scuola devo dire la verità: non ho la più pallida idea di come sarà a settembre. Mi piacerebbe però trarre vantaggio dagli aiuti che la tecnologia ci offre, che in questo periodo sono stati così importanti, non solo durante il bisogno ma anche nella quotidianità, trovando metodi per rendere più divertente l’insegnamento.

Detto questo penso che mi dileguerò e tornerò a leggere Hunger Games per la terza volta, del quale lascio due citazioni che per me hanno un significato in questa situazione: “Ho passato tanto tempo ad assicurarmi di non sottovalutare i miei avversari che ho dimenticato quanto sia pericoloso sopravvalutarli” e “Possa la buona sorte essere sempre a vostro favore”.

                                                   Livia Ghiglia,
2 CLS, ITIS Cardano

Just a normal day

Non pensavo fosse così tardi: ci sto impiegando una vita a fare colazione in questi ultimi giorni.

Vado di corsa davanti al pc e mi ricordo che oggi in programma c’è la riunione, yee.

Non le ho mai sopportate, un po’ per il capo, che non posso vedere, un po’ perchè sono inutili dato che non apro mai bocca e non si dice mai niente di importante. Non posso neanche nascondermi dietro la telecamera spenta perchè il mio adoratissimo boss controlla tutti e in continuazione.

Dopo la riunione, che dura ovviamente più del previsto, mi dedico al lavoro: riesco incredibilmente a portare a termine gran parte del mio programma giornaliero prima di pranzo e quando arriva l’una e un quarto non vedo l’ora di farmi un bel piatto di pasta.

Poi mi ricordo della pizza che ho impastato ieri sera, ma non mi sembra il caso di fare esperimenti nella mezz’ora di pausa pranzo che mi è concessa.

Alle cinque ho finito e posso finalmente rilassarmi un po’.

Devo andare a comprare un paio di cose in piazza, ma decido che passerò il resto della serata a panciollare sul divano.

Fortunatamente piove e posso indossare il giubbotto di pelle che avevo acquistato con tanta voglia di mostrarlo al mondo, per poi lasciarlo relegato nell’armadio.

Passando davanti allo specchio non posso fare a meno di notare il tubetto di mascara che mi osserva con nostalgia in ricordo dei tempi migliori. Qualcuno all’inizio avrebbe potuto pensare che, avendo mezzo viso coperto, l’altra metà sarebbe stata enfatizzata con un trucco più pesante del solito, ma la verità è che ormai uscire è un po’ come l’ora d’aria dei carcerati, che di certo non si mettono l’ombretto per raggiungere il cortile sotto la finestra della cella.

Sono sulla porta di casa che controllo la borsa, perché lo so, me lo sento di aver dimenticato qualcosa. Portafoglio, telefono, disinfettante. Trovo un rossetto che avevo perso a dicembre. Un signore del piano di sopra sta scendendo le scale e quando mi vede mi saluta: ha la mascherina a mo’ di proteggi barba da cuoco di mensa, con il nasone da Severus Piton che fa capolino sopra i baffi imprigionati.

Ecco cos’ho dimenticato; sarà che è il simbolo di questo periodo, ma io me la dimentico sempre. Tutto il mio entusiasmo per il giubbotto di pelle finisce proprio quando faccio passare i cordini della mascherina dietro le orecchie: ora sembro un easy rider con la passione per la medicina.

Esco e mi dirigo verso la farmacia.

Ovviamente, lungo la strada smette di piovere ed esce un sole fantastico che mi fa grondare di sudore sotto al maledetto giubbotto, che sono costretta a tenere in mano.

Arrivo, mi metto in fila.

Non so se sono l’unica, ma ogni volta ho il dubbio di non aver rispettato il metro di distanza e mi vien voglia di allungare il braccio per prendere le misure; poi cerco di darmi un contegno e non lo faccio, nonostante la mia reputazione sia rimasta sul balcone quando ho cantato Volare con i vicini di casa.

Esatto, il motivo per cui nel mio quartiere non si fanno più flash mob sono proprio io.

Quando arriva il mio turno, la commessa mi guarda insistentemente e allora suppongo sia una sorta di saluto, quindi sorrido senza ricordarmi che con la mascherina non fa alcuna differenza e che anche lei starà pensando che la stia fissando. Prendo quello che mi serve, poi vedo che sul bancone ci sono alcuni flaconi di antistaminici per l’allergia e mi ricordo solo ora che ho quasi finito i miei a casa. Allungo una mano, la commessa se ne accorge subito e squilla un -NO!-, come se non fossi dall’altra parte del bancone ma fuori in strada.

-Non ha i guanti… Prendo io.

Già, è vero.

Quando afferra la scatola mi accorgo che neanche lei li sta indossando, allora le lancio uno sguardo di sfida, a cui rispondono due occhi allarmati.

-Ho disinfettato le mani un minuto fa- risponde un po’ agitata.

Ammiro i fogli appesi agli scaffali con il perentorio NON TOCCARE! che non avevo visto entrando. Sembra di stare agli Uffizi, in un certo senso, solo che al posto della Primavera del Botticelli c’è la Fexallegra.

Esco soddisfatta e vado al supermercato, dove ovviamente c’è una fila interminabile tipo trenino di Capodanno che fa la serpentina tra le macchine del parcheggio.

Sono in coda da quaranta minuti. Davanti a me c’è solo una persona.

Guardo l’ora e prego che non decidano di chiudere proprio quando tocca a me, ma improvvisamente compare il ragazzo con la pistola per la temperatura: ci avvisa che possono entrare tre persone e allora sì, capisco di aver conosciuto cos’è la felicità, anche se quando mi dice che ho ben 35,6 gradi di febbre inizio a pensare di essere entrata in ipotermia.

Cerco di comprare tutto quello che mi serve, ma lo so che domani sarò di nuovo qui perché ho dimenticato qualcosa di stupido ma basilare, tipo la carta igienica.

Raggiungo la cassa, dove la commessa sembra riconoscermi (non ci siamo mai viste fuori da questo contesto, ma credo che lei mi consideri il suo padre confessore) e inizia a raccontarmi delle sue vacanze andate in fumo, di un’estate che si prospettava perfetta e che ora non sa neanche se potrà definirsi tale.

Data l’angoscia che la cara cassiera mi sta facendo salire, pago in fretta e scappo.

Quando torno a casa sono felice: ora posso godermi la mia serata di relax.

Non ho voglia di accendere il forno, quindi mi faccio una bistecca per cena; un altro giorno di lievitazione alla pizza farà solo bene.

Preparo il divano per vedere un film che avevo puntato da una vita, la mia tisana che si presuppone essere depurativa sul tavolino di fronte. Mentre si raffredda un po’ ne approfitto per andare in bagno.

Esatto.

Ho dimenticato la carta igienica.

                             Roberta Basile,
4 DLS, ITIS Cardano

Questa è la Società che vogliamo?

Il Governo, attraverso un DPCM emanato in questi ultimi giorni, ha alleggerito alcune restrizioni imposte nelle precedenti settimane di lockdown, dovute al seguito della crisi epidemiologica “COVID 19 “ che sta interessando il nostro territorio.

Tale provvedimento prevede una parziale possibilità di intraprendere alcune uscite, sempre che tutto avvenga con  buon senso, che vengano rispettati il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano almeno utilizzate protezioni delle vie respiratorie

Nonostante queste restrizioni previste dalla Fase 2 siano fondamentali al fine di evitare il contagio e la diffusione del virus, le stesse non vengono rispettate e questo avviene in tutta Italia, dal Nord al Sud.

Le strade si riempiono ogni giorno di persone poco responsabili che non si fanno problemi a violare tutti i divieti; le persone escono maggiormente nelle ore serali sperando che i controlli effettuati dalle Forze dell’Ordine siano inferiori.

E’ assurdo! I controlli non andrebbero neanche fatti se ognuno di noi si comportasse in modo lecito e soprattutto etico.

Ma non esiste legge che possa impedire di far del male al prossimo…

Trovo che questo comportamento sia irresponsabile ed egoistico: tutti noi siamo stati privati della nostra libertà, abbiamo imparato una nuova vita, eliminando il più possibile i contatti umani diretti.

I virologi stanno dicendo a voce alta di porre attenzione, che se il contagio dovesse continuare la seconda ondata del virus sarebbe ancor più dura, più contagiati e   più decessi.

Dovremmo riflettere un attimo e pensare, non a noi che fortunatamente stiamo bene, ma a chi si trova in terapia intensiva,  a soffrire senza il conforto di alcun famigliare e a lottare sul filo sottile che ci lega alla vita.

Perché comportarsi così… a cosa serve…

Non riesco veramente a capire: sembra che le persone abbiano la necessità di infrangere le regole anche a discapito di un male comune.

Queste azioni ci dovranno far riflettere a lungo anche dopo la fine di quest’agonia: questa è la Società che vogliamo?

Una Società che non ha più valori. Il benessere ci ha portato a un cinismo globale: è triste pensare all’indifferenza ai sentimenti e a un essere umano privo di sensibilità.

Questo è ciò che penso e spero che nelle prossime settimane le persone usino più cervello e si attengano alle leggi dettate per contenere l’epidemia.

                                                                                   Nicolò Biagio Folisi,
2AI, ITIS Cardano