SOCIAL NETWORK e COMUNICAZIONE

La parola social è entrata prepotentemente nel vocabolario quotidiano e, più volte al giorno, un numero crescente di individui utilizza i social come luogo di condivisione e scambio di informazioni, esperienze, opinioni.

L’affermazione dei social network ha influenzato il modo in cui la gente legge, apprende e condivide contenuti, cambiando radicalmente il modello di comunicazione tipico dei media tradizionali (radio, stampa, televisione): il messaggio non è più del tipo “da uno a molti”, cioè prevalentemente monodirezionale, ma di tipo “peer”: più emittenti, alto livello di interazione.

Questo cambio di modello comunicativo è diventato molto popolare perché permette alle persone di utilizzare il web per stabilire relazioni; la comunicazione è divenuta veloce, ampia e diffusa, basata sull’uso della persuasione.

Lo strumento è straordinario, ma chi lo usa commette spesso e volentieri degli errori. Non è la prima volta che l’uomo crea qualcosa di meraviglioso, ma poi lo usa in modo inappropriato.

E così i social possono trasformarsi in un’arma pericolosa in mano a persone con scarsa coscienza.

In questo VIDEO Valentina Careri, studentessa della 4 DLS, con l’ausilio di SpeedArt racconta il suo pensiero a proposito dei social network. SpeedArt è una tecnica che fonde diverse discipline, quali disegno-colorazione-cinematografia-musica-grafica digitale, permettendo di riprendere se stessi e  velocizzare l’attività svolta.

Buona visione!

PAURE

 E’ passato ormai un anno dal primo caso di Covid apparso in Italia. Tanti sono stati i problemi che tutti noi, giovani e adulti, abbiamo dovuto affrontare. Questo ha comportato disagi emotivi e psicologici, soprattutto per noi adolescenti, che in quest’età iniziamo a capire, a scegliere che uomo e che donna vorremmo essere, un periodo accompagnato da insicurezza e domande esistenziali. La pandemia ha gettato benzina sul fuoco dell’adolescenza.

Molti ragazzi affrontano queste problematiche cercando soccorso nell’alcol o nelle droghe, altri si isolano nella loro cameretta; c’è chi, addirittura, arriva a fare scelte drastiche come togliersi la vita o sfidare la morte. Sono  modi diversi per affrontare problemi comuni a tanti di noi: la solitudine, la paura di un futuro incerto, l’ansia e il timore di essere giudicati. Non tutti abbiamo lo stesso carattere; ci sono ragazzi più fragili e sensibili, che fanno fatica a rialzarsi ed affrontare i problemi che la vita impone. Più certe tensioni vengono accumulate, più c’è il rischio di scoppiare e prendere decisioni sconsiderate; anche il rischio di cadere in un pozzo senza fondo, la depressione, è molto alto e, se non si interviene in tempo, diventa difficile da curare. Per fortuna molti adulti hanno notato che non sono i soli a vivere in una situazione di disagio, perciò si sono mossi a nostro favore proponendo incontri con lo psicologo e sportelli d’ascolto. Quando le scuole non sono più state in presenza ma in didattica a distanza, la possibilità di avere rapporti sociali si è drasticamente ridotta; per alcuni, poter incontrare i propri coetanei in un ambiente scolastico era un’ancora di salvezza, ma quando non é più stato possibile, la solitudine si è fatta sentire e, per chi non era abituato a stare da solo con i propri pensieri, paure, insicurezze, è stato difficile sopportare la sofferenza.

Personalmente ero già abituato alla solitudine; fin da piccolo avevo pochi amici perché ero e sono un ragazzo insicuro, sono sempre stato sovrappeso, ero abituato ad essere preso in giro; anche il fatto di essere straniero, e quindi “diverso” dagli altri, fin da piccolo mi ha portato ad avere pochissimi amici. Ad oggi non è cambiato molto e, anche se durante il primo lockdown sono riuscito a raggiungere l’obiettivo di dimagrire, la paura di non essere adeguato mi accompagna sempre.

Ci siamo trovati di colpo davanti a un muro insormontabile, senza poter più esprimere noi stessi; se non possiamo fare nuove esperienze, non impariamo e non modelliamo il nostro carattere. A volte mi sento come un foglio bianco, vuoto, senza utilità e solo, con tanta paura per il futuro. Prima o poi si ha un crollo, ed il problema é che non possiamo mostrarlo perché ci renderebbe fragili agli occhi altrui. Ma per cosa? Perché non vogliamo essere uguali a tutti gli altri, non vogliamo fare parte del “gregge di pecore” che la società ci impone?

E’ brutto sentirsi diversi e non capiti, è brutto dover mentire a se stessi e agli altri, indossare  una maschera; tutti lo facciamo e nessuno lo ammette, tutti fingiamo: siamo diventati talmente bravi a recitare da non distinguere più noi stessi da ciò che fingiamo di essere.

PS: sono confuso.

Reginaldo Hasa  3^ BC

La sofferenza nell’era digitale

Siamo nel 2021, nel mezzo dell’era digitale che ci dà la possibilità di comunicare, grazie ad Internet, in modo istantaneo ed immediato, azzerando le distanze. Tutto è cambiato a partire dal modo di esprimersi, di lavorare, di vivere. Oggi non ci si saluta più con “ciao”, ma con “bella zio”, “bro”, “we fratm”, e tanti altri termini da “Millennials”. Si chiama così questa generazione, nata nell’era in cui è possibile parlare con qualcuno a migliaia di chilometri, utilizzando un parallelepipedo grande poco più di una mano, il telefono.

Nessuno si sarebbe mai aspettato una pandemia, come nessuno si sarebbe aspettato quale tipo di risposta avrebbe dato la popolazione mondiale. In questo anno in cui siamo stati chiusi in casa forzatamente, abbiamo cercato una nuova normalità, nuovi modi per trascorrere le giornate, nuovi passatempi. La soluzione più comune è stata l’utilizzo dei social network, o come li chiamo io, seconda vita. Perchè online è più facile agire, impersonare, comportarsi in un certo modo. E’ facile fingere e mentire.

Io stessa ho trascorso molto più tempo sui social durante la pandemia, non avendo altro da fare: i miei genitori erano entrambi in smart working e mio fratello ancora troppo piccolo per capire la situazione. Durante questo periodo ho fatto molte conoscenze, ho avuto più tempo per me, per quello che mi piace fare e, inizialmente, stavo anche abbastanza bene. Per passare il tempo, i ragazzi (ma anche gli adulti) hanno iniziato a sfogarsi sui social network condividendo pensieri, esperienze fatte in pandemia, problemi, e sfidandosi nelle cosiddette “challenge”. Ma a quanto pare, la situazione è sfuggita di mano.

L’interazione sociale fa parte dell’essere umani, è impossibile vivere senza il contatto con altre persone. Non il contatto digitale, quello è solo una scusa, una soluzione temporanea. Durante la pandemia si sono create molte situazioni spiacevoli nelle famiglie: convivenza forzata, litigi, separazioni. Io ho iniziato a stare male perchè i miei genitori erano troppo presi dal lavoro, passavano anche 10 ore davanti al computer, trascurando sia me che mio fratello.

Penso che quello che è successo a me sia capitato anche a tantissimi altri ragazzi, magari per motivi diversi come la scuola o l’instabilità economica, ma il punto d’incontro è comune. Ognuno ha trovato un modo diverso per sopportare: c’è chi si ribella, chi si isola, chi si sfoga, e chi non riesce a trattenersi e preferisce andare all’altro mondo, magari nemmeno di sua volontà.

La Combo Covid Internet ha cambiato il mondo in negativo. Le stesse persone che ora soffrono di disturbi psicologici tra 15 anni saranno ingegneri, medici, politici, avvocati, imprenditori, personaggi famosi. La colpa di questa situazione, a mio parere, è degli attuali adulti: i cosiddetti “boomers”, perchè nati negli anni del boom economico. Sono i genitori, gli insegnanti, i politici, i capi di stato che mettono sotto pressione i ragazzi e li riempiono di responsabilità che non gli spettano. I sistemi sono sbagliati, le loro mentalità conservatrici sono peggio. Non è concepibile soffrire di ansia sociale perché si viene discriminati a scuola, o ansia generale perché si viene controllati e valutati costantemente.

Io non ho ancora trovato una soluzione a questi problemi, ma conto di trovarla. Chi, in questo periodo, è arrivato a decisioni estreme non aveva più la forza di continuare a sopportare, e ha preferito lasciare le sue responsabilità ad altri. Fortunatamente non ho ancora toccato il fondo; anzi, mi sto riprendendo. Spero che tutti i ragazzi in difficoltà trovino la forza di andare avanti, utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione. Ci manca uscire con gli amici; ma una videochiamata, seppur non sia la stessa cosa, a volte può aiutare.

La pandemia ha causato un buco nella crescita di noi ragazzi, a prescindere dall’età. Per più di un anno non abbiamo avuto la possibilità di avere delle interazioni sociali costanti e ci siamo dovuti accontentare, soprattutto chi è stato a stretto contatto con  adulti dalla mentalità chiusa, incapace di offrire rassicurazione.

Se potessi mandare un messaggio ai miei coetanei, vorrei consigliare loro di esporre  i loro problemi, per quanto complicati o banali. Nascondere l’evidenza è sbagliato, tutti siamo o siamo stati male almeno una volta in questo periodo, ed è un nostro diritto farlo sapere a chi in questo momento ci guida verso l’età adulta. Vorrei che tutti trovassero il coraggio di parlare senza timore di essere sminuiti oppure ignorati, in modo da poter ricevere il giusto supporto. Poter parlare dei propri problemi ed essere capiti risolverebbe molte cose, si ridurrebbero le sofferenze e i suicidi. Se gli adulti di oggi fossero più propensi ad ascoltare i giovani, non ci sarebbe più bisogno di sfogarsi sui social, o peggio ancora, di desiderare la morte

G.P.

LO SPORT DURANTE IL LOCKDOWN

SPORT è un termine inglese che significa divertimento. E’ l’abbreviazione della parola disport derivata dall’antico francese “desport”, che equivale a divertimento, svago, ricreazione. Una delle definizioni più complete di questo termine è stata data in occasione della 7^ Conferenza dei Ministri europei responsabili dello Sport tenutasi a Rodi nel 1992: “Qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli”

Ma nel pieno della pandemia, si può ancora pensare allo sport con queste parole?

E’ da un anno e mezzo ormai che siamo bloccati nelle nostre case, costretti ad indossare una mascherina che ci copre bocca e naso, a mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, amici, parenti, vicini di casa: tutto a causa di un virus super contagioso, il Covid-19. Ovviamente non potendo avere alcun tipo di interazione sociale, se non con i nostri genitori e fratelli, numerosissime attività di ogni genere sono state interrotte. L’attività fisica sportiva è una di queste.

E’ davvero triste pensare che ora, per un ragazzo, lo sport si è ridotto a misera fatica e solitudine, un’attività senza scopo e senza l’emozione di una vittoria o la delusione di una sconfitta. Lo sport aveva la capacità di trasmettere valori quali rispetto per gli altri e lavoro di squadra, aiutava anche ad acquisire autostima e fiducia in se stessi. Oggi, invece, è difficile parlare di sport: andare fuori a correre, necessariamente in campagna o in zone isolate, portandosi sempre una mascherina da indossare se si incontra qualcuno, oppure allenarsi seguendo degli esercizi di work out su YouTube, stando nelle nostre camere. Per giovani della nostra età questo non è sport, è semplicemente un’attività allenante.

Lo sport DEVE essere divertimento e svago; DEVE essere inteso come un modo per riequilibrare le ore dedicate alla scuola, consentire ai giovani di passare del tempo con gli amici o di conoscerne di nuovi. Appellandoci a quest’ultimo punto, insieme allo sport inteso come passatempo, il Covid-19 ci ha sottratto un altro elemento fondamentale alla crescita individuale e di giovani cittadini, ci ha privato di ogni possibilità di sviluppare una qualsiasi relazione sociale, vecchia o nuova che sia. Lo sport individuale, ma soprattutto quello collettivo, insegnava ai ragazzi a condividere e a gioire delle vittorie con la squadra, a gestire le sconfitte, accettandole e facendone tesoro per migliorarsi. Lo sport permetteva ai ragazzi più vivaci di sfogare le energie, ma dava anche la possibilità a quelli più introversi di entrare in rapporto con gli altri e di imparare a mettersi in gioco e a collaborare, anche solo per divertirsi insieme. Oggi giorno, invece, la privazione di un diritto, quello della libertà di svago, per noi così importante, ha portato a gravi conseguenze anche sul piano psicologico. Molti giovani restando da soli, chiusi nelle loro camere per ore intere, hanno disimparato ad aprirsi agli altri, chiudendosi in se stessi. E così sono comparsi disturbi del sonno, attacchi d’ansia, irritabilità: sintomi comuni in bambini/e e ragazzi/e nel nostro Paese durante l’isolamento a casa. Altri, invece, non potendo più concedersi l’attività fisica sportiva, hanno trovato un metodo di svago sostitutivo nei videogiochi. D’altronde, il videogioco è rimasto uno dei pochi strumenti in grado non solo di farci svagare dopo le ore di scuola e di non farci pensare alla situazione catastrofica che sta affrontando il mondo in questo periodo; ma è anche uno dei pochi mezzi che ci permette di divertirci insieme agli amici: una partita di calcio su Fifa è pur sempre meglio di niente, così come lo sono anche le gare automobilistiche online.

Ma siamo sicuri che digitalizzare l’attività sportiva sia davvero la scelta ideale? I videogiochi, seppur siano di grande aiuto per affrontare la solitudine, utilizzati con una frequenza troppo elevata, non sono di certo l’ideale sul piano psicofisico perché creano sedentarietà e dipendenza.

Allora non ci resta che pazientare e usare di tutto un po’, in attesa del gran ritorno sul morbido tappeto erboso di un vero campo di calcio. Ci piacerebbe parlarne con le autorità competenti e, perchè no, con il Presidente Draghi in persona: pensate a noi giovani innamorati dello sport.

 

BIBLIOGRAFIA:

https://eticanellosport.com/sport-definizione-significato/#

https://www.google.it/amp/s/it.mashable.com/videogame/4006/videogiochi-lockdown-riconoscere-dipen denza-gaming-disorder%3famp=1

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_4_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=salastampa&p=null&id=5573

 

Andrea Garetti e Federico Franchini 1DLS, ITIS Cardano – Liceo Scienze Applicate

Sos social network un aiuto concreto nell’isolamento

Spesso si sente dire che i social media hanno un’influenza negativa e pervasiva nelle vite di tutti, adolescenti e giovani soprattutto. Ma questo argomento oggi va affrontato soprattutto in rapporto alla pandemia con la quale il mondo sta combattendo, soprattutto oggi, alla nuova entrata in vigore di misure restrittive, con la zona rossa in Lombardia e l’impossibilità di uscire, andare a scuola, fare sport. Fermiamoci per un attimo e riflettiamo, come sarebbe stato affrontare la quarantena completamente isolati dal mondo esterno? I social, sotto ogni punto di vista, stanno aiutando molte persone a superare questo periodo con un po’ più di leggerezza. Prendiamo in considerazione Whatsapp, con l’opportunità di videochiamare amici e parenti ed effettuare conversazioni virtuali; oppure Instagram che ha offerto la possibilità di condividere la monotona e triste quotidianità; e l’escalation di TikTok il quale ha permesso a moltissimi ragazzi di spaziare tra balletti, challenge e video divertenti. «Credo che non si possa giudicare un libro dalla copertina» afferma la studentessa universitaria e lavoratrice Gloria Zanotti, 21 anni, rispondendo alla domanda «Pensi che durante i diversi lockdown, i social ti abbiano aiutato in qualche modo?». E prosegue: «Viene facilmente puntato il dito contro tutte le piattaforme digitali considerate il
“male” delle nuove generazioni, ma non penso sia esattamente così: il periodo di  quarantena ha confermato che i social network sono diventati fondamentali nelle nostre vite e che abbiamo sempre più bisogno di relazionarci con altre persone, anche virtualmente, soprattutto nei momenti di sconforto. Certamente un cuoricino rosso di Instagram non può sostituire un abbraccio ma lascia di certo una coccola in più». Allo stesso modo risponde Alessandro Rho, studente di quarta dell’Itis Cardano di Pavia, indirizzo informatico: «Penso che senza social network e in particolare Whatsapp avrei perso per troppo tempo i contatti con tutte le persone che conosco, mi sarei limitato ai miei genitori;  spesso io e i miei amici facevamo videochiamate ed è stato proprio questo ad aiutarmi ad affrontare con un po’ meno noia questo brutto periodo». «Ritengo che i social in questi lockdown abbiano avuto una grande importanza – riprende Cristian Bozzi, che frequenta la prima D al liceo artistico Alessandro Volta di Pavia -. Essi attraverso i profili verificati hanno fornito tanta informazione, fondamentale nella situazione in cui ci troviamo; dal mio punto di vista i social media hanno avuto un ruolo importante nelle amicizie e nelle relazioni e non solo! Molte persone hanno usufruito di queste piattaforme anche per lavorare. I social quindi, se usati bene, sono mezzi di massa per comunicare molto importanti». I ragazzi, soprattutto nell’adolescenza, hanno la necessità di relazionarsi con gli altri e di comunicare con i propri coetanei.
Grazie ai social network questo è potuto avvenire nonostante la criticità di un periodo fatto di isolamento e distanze. «Solitamente si pensa che i social possano  allontanare i contatti umani – conclude la studentessa universitaria Roberta Ferraro – ma in questo periodo delicato hanno fatto da amplificatore per diffondere un messaggio di solidarietà che personalmente mi ha resa felice. È stato bello sentire smorzato quel senso di solitudine così destabilizzante, commuovermi in videochiamata mi ha insegnato che non bisognerebbe mai dare niente per scontato».

  GAIA CASSINELLI

La scoperta della scuola

Dopo mesi di chiusura le scuole superiori sono state riaperte e gli studenti dopo essere stati reclusi sono rientrati nelle loro aule, si sono ritrovati, hanno rivisto dal vivo i loro insegnanti e hanno ricominciato a seguire le lezioni in presenza. Finalmente, ma non senza preoccupazioni. Perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più tranquilli: non siamo fuori pericolo, anzi, siamo ancora nel bel pieno della pandemia. Personalmente avevo una gran voglia di ricominciare la scuola in presenza perché  ritengo che la Dad sia una buona cosa se permette di ripararci dal pericolo del contagio, ma per un tempo limitato. Non può diventare la normalità.
La vita da studenti in remoto è strana: da un lato negativa perché seguire le spiegazioni, soprattutto quelle delle materie scientifiche o la matematica e la fisica, a volte è un’impresa impossibile. Dall’altro lato studiare da casa  permette di fare tutto senza uscire dalla propria stanza, senza la sensazione di soffocamento e di fastidio da mascherina. È una condizione però che crea assuefazione ad una comoda pigrizia, è un po’ come se si perdesse l’abitudine ad una vita regolata, che per i giovani è più importante di quanto non si creda. Più ti chiudi e più vorresti rinchiuderti, come se venissi inghiottito dalla paura.
Quando ho saputo che saremmo ritornati a scuola sono stata felice, ma anche terribilmente agitata. Mi sono sentita come se dovessi iniziare qualcosa di  completamente nuovo, il classico Primo Giorno… un po’ mi vergogno a dire che in queste notti non sono riuscita a dormire e non per la paura da interrogazione
o verifica: è qualcosa che non so bene definire, uno stato d’ansia esagerato. Mi domando: sarò l’unica a provare queste sensazioni? Non credo, penso che un po’ tutti siamo scombussolati dall’emergenza sanitaria, economica, sociale e anche didattica. Tuttavia non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: la scuola in fondo non è rimasta chiusa, ma in uno stato di apertura permanente. Gli studenti hanno continuato ad essere raggiunti dalla scuola che è entrata nelle case ad inquadrare librerie o salotti, nelle “camerette” a scoprire letti sfatti e pigiami appena tolti. E chi non ha voluto fare il furbo con la Dad ha studiato. Gli insegnanti hanno continuato a lavorare,
reinventandosi ad ogni nuovo decreto e faticando il doppio per rendere le lezioni comprensibili, mostrandosi disponibili ben oltre l’orario scolastico. Nel ciclone che ci ha travolti, l’attività didattica ha continuato a raggiungerci, a scuoterci dal torpore, a tormentarci, a renderci consapevoli che il potere della distruzione e della morte ha un degno avversario nel potere della cultura che è l’unico strumento che nemmeno un virus può togliere ai giovani che stanno costruendo il loro futuro.

Irene Antonioli, 5 DLS

L’anno che verrà

Caro diario,
devo dire che quasi mi dispiace che questo 2021 stia finendo.
La parte migliore, forse, è stata l’estate.
Sono andata in vacanza con i miei migliori amici sulla Riviera Romagnola: due settimane passate in spiaggia. A pranzo un panino sotto l’ombrellone, mentre la cena ce la portavamo dal nostro appartamentino e la degustavamo in riva al mare, con i piedi nella sabbia.
Poi, all’imbrunire, prendevamo un bus qualsiasi e andavamo a visitare una città vicina, come Gradara, dove abbiamo scoperto venne ambientata la storia di Paolo e Francesca. Inutile dire che la mia amica Giulia volesse trasferirsi lì.
I primi tre giorni di vacanza, invece, li abbiamo passati a Bologna, dove invece mi sarei voluta trasferire io;  Davide, il terzo del gruppo, ha passato due settimane a dir poco impegnative a livello psicologico.
Di discoteca non si è neanche parlato perchè tutte le sere ci trovavamo stravolti, ma io e Giulia abbiamo recuperato le fatiche una volta tornate a casa.
È stata l’ultima estate da vera adolescente, senza pensieri se non cercare di non sciogliermi per il caldo, mentre eravamo in fila per entrare alla Torre degli Asinelli.
L’ultima estate prima di iniziare l’università.
Questa è stata sicuramente la novità più grande dell’anno: lasciare i compagni di cinque anni di sventure e avventure, con cui ho dovuto superare settimane di studio ossessivo e verifiche da capogiro, ma che si rivelavano forse troppo spesso così diversi da me da farmi sperare in qualcosa di nuovo. E quel qualcosa per fortuna è arrivato all’università: nonostante sia sempre contesa tra un libro di Analisi e un volume di Fisica mi sento molto più libera e sto iniziando ad apprezzare sempre di più la mia indipendenza.
Giulia ha iniziato Medicina e mi scrive tutti i giorni per dirmi “le cose fighissime che sta studiando” a cui io rispondo con lo stesso camuffato interesse con cui lei reagisce alle mie osservazioni in campo informatico: anche lei è sempre stata molto diversa da me, ma in un modo che ci rende ancora più unite.
Davide, invece, continua a chiederci consigli su come superare l’ultimo anno di superiori senza traumi.
L’autobus si ferma. Devo smetterla di fantasticare così lungo il tragitto verso scuola o finirò per dimenticarmi che devo scendere alla mia fermata.
Sistemo la mascherina e mi incammino verso il mio liceo: chissà, magari potrò andare veramente a Bologna coi miei amici. Magari conoscerò i volti dei miei nuovi compagni universitari senza il filtro che ormai ci copre le facce da più di un anno.
Forse, con il nuovo vaccino riusciremo persino ad andare in discoteca.
Ma basta, ora devo concentrarmi, adesso ho la verifica di scienze. Scrivo la data: 12 febbraio 2021.

Roberta Basile, 5 DLS

BUON ANNO A TUTTI

L’anno del vaccino: con questo appellativo, salvo sorprese amarissime come quelle che ci hanno riservato gli ultimi mesi, passerà alla storia il 2021.
“Mai un vaccino era stato realizzato in così poco tempo” è la frase che riassume uno dei punti principali del discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il presidente ha voluto sottolineare come, grazie alla collaborazione reciproca tra gli stati, la scienza abbia stracciato i limiti conosciuti. Alla luce di questo, Mattarella invita i capi di Stato a lasciare da parte velleità, tornaconti, egoismi e ad investire in modo da permettere a tutti di vaccinarsi.
Rileggere queste parole nel mese di febbraio fa riflettere: i ritardi nelle consegne dei vaccini e una crisi di governo fuori luogo amplificano notevolmente il clima di incertezza e inquietudine; i soliti negazionisti e l’eco del trambusto che ha seguito le elezioni americane, provocano straniamento e rabbia.
Ovvio che la speranza non morirà mai, ma “l’anno della sconfitta del virus e il primo della rinascita” poteva sicuramente cominciare molto meglio, ma anche peggio. Abbiamo undici mesi per non vanificare il lavoro di tutti gli scienziati del pianeta e collaborare alla costruzione di un mondo nuovo, di un’Italia nuova. La battaglia contro il virus può essere considerata come la “Terza Guerra Mondiale”. Guerra che non è stata combattuta, e alcune notizie dello scorso marzo potevano far pensare al contrario, contro la Cina, bensì contro quello che è stato definito un “nemico invisibile”. Se nel 1945 sono state gettate le basi di una società liberale ed egualitaria, nel 2021 dobbiamo virare verso un modello di società solidale e basata sulla collaborazione reciproca. Il vaccino non sarebbe solo l’emblema del progresso scientifico e tecnologico, ma anche delle infinite potenzialità derivanti dall’utilizzo mirato delle risorse delle nazioni. L’obiettivo di tutti è fare in modo che nei calendari, dopo la data 31 dicembre 2019, venga 1 gennaio 2021.

FRANCESCO MATTEO TRESPIDI 5DLS

UN NATALE MOLTO PARTICOLARE

Sta per finire il 2020, un anno che probabilmente rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti noi.

E’ quasi Natale, e sono iniziate da poco le tanto agognate vacanze; ma ognuno nel suo piccolo sa che questa non sarà una festa come le altre. La pandemia continua ad incutere paura, e le restrizioni per questo periodo sono aumentate in prevenzione di ulteriori contagi.

I pochi giorni di semi-libertà, che ci sono stati consentiti, sono serviti per dare un saluto alle persone care ma troppo lontane, per fare le spese di alimenti, vestiti e regali. Sono stati un piccolo dono, uno sprazzo di normalità di cui avevamo bisogno. Ma sono finiti e ci aspetta un Natale rinchiusi nella zona rossa, che si vivrà immersi in uno sfondo di malinconia. Molti non potranno riunirsi alla famiglia e i pochi che avranno questa fortuna saranno però limitati ad un
paio di persone, secondo le regole dell’ultimo DPCM.

Tuttavia, anche se in solitudine, queste feste allontaneranno per qualche giorno i pensieri e le ansie del lavoro, della scuola, e forse anche della malattia.

Dal punto di vista degli studenti questi ultimi mesi di DAD non sono stati semplici e hanno portato molti di noi in una situazione di tensione e stanchezza; la voglia di studiare e la concentrazione diminuivano di giorno in giorno, ma le verifiche e le interrogazioni continuavano ad aumentare, costringendoci a notti insonni per avere almeno una sufficienza. Finalmente le vacanze sono arrivate e abbiamo quindici giorni per staccare la mente e prepararci agli ultimi voti del quadrimestre.

Queste sono riflessioni relative alla dimensione che mi appartiene, di cui posso parlare con sicurezza; ma non metto in dubbio che i professori fossero in difficoltà tanto quanto noi, se non di più, come d’altronde sarà stato per i nostri genitori, e per qualsiasi lavoratore. Tutti hanno dovuto fare dei sacrifici, più o meno grandi!

Con lo scopo di rendere questi giorni migliori, nelle case ogni cosa è stata preparata in modo da dare un senso di normalità, dall’albero addobbato, al presepe con la capanna e i pastori, e le decorazioni appese ovunque.  I regali saranno in minore quantità, ma gli unici a farci caso saranno i bambini: per gli altri l’unico dono desiderato nel profondo è il ritorno alla normalità e la
fine della pandemia.

Laura Girardi, 4DLS

NATALE 2020

Natale… Se ti dico “Natale” a cosa pensi? Le vetrine incorniciate da ghirlande colorate, il profumo di cioccolata che si mischia al freddo dell’inverno per le strade, i sorrisi dei bambini e le loro risa che si disperdono per le vie della città, il calore della stufa e l’affetto dei parenti.
Ora fermati, immagina: le serrande sono abbassate, i volti rimangono nascosti dietro a mascherine, la città si spegne silenziosamente alle 18, le persone, poche, si ritirano sommessamente nelle loro dimore.
Le luminarie delle abitazioni sono le uniche luci che si riflettono sull’asfalto bagnato di questo 23 dicembre 2020, è l’anti-vigilia.
Oggi, ultimo giorno di “libertà” fino a dopo le feste, penso a quanto sia triste tutto quello che stiamo vivendo: sogniamo di poter tornare alla normalità almeno in queste ore di tiepida convivialità, ma finiamo per isolarci nell’intimità delle nostre case, soli. Certo che il Covid ne ha portati di cambiamenti! Oggi piove, quella pioggia fine e fastidiosa che arriccia i capelli e sembra non bagnarti mai, e con lei scende lo spirito del Natale, ma scivola via in mille rigagnoli sul finestrino della macchina, triste.
Gli altri anni in questo periodo la gente impazziva di gioia, era nervosa per via dei regali da incartare e delle cene con gli amici, ma almeno era felice: tutti si impregnavano di quella lietezza iperattiva che concedeva anche ai più impegnati una tregua, uno spazio sicuro, inalienabile e quasi scontato.
Ora mi chiedo, cos’è andato storto? L’abbiamo accolto con ogni riverenza questo 2020; abbiamo brindato in auspicio di un anno colmo di soddisfazioni e gioia, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stato dolore e tristezza, reclusione e isolamento.
E come lo spieghiamo ai bambini che quest’anno Babbo Natale non può entrare in casa a lasciare i doni sotto l’albero perché non è un congiunto? È un amico però, quindi uno strappo alla regola lo si può fare.
Adesso che ci penso bene forse è meglio non rischiare: è passato già per troppe altre case, magari senza distanziamento, chissà… prevenire è meglio che curare.
Ad ogni modo, le campane della Novena echeggiano martellanti, serpeggiando fra le strade e ricordandoci che comunque, in qualche modo, il Natale non è ancora del tutto soffocato dietro alle mascherine chirurgiche e la speranza deve restare viva negli animi di tutti noi.
Nonostante le restrizioni, i vincoli e le imposizioni, un baluginio di normalità lampeggia in fondo al mio cuore: è Natale comunque, anche se non posso uscire con i miei amici e mi devo accontentare di una videochiamata; è Natale anche se sono banditi i cenoni a casa degli zii; è Natale anche se quest’anno dovrò rinunciare alla crema al mascarpone della nonna.
Allora, se ti dico “Natale” a cosa pensi?

Silvia Rizzardi, 4 DLS