IL SILENZIO È MAFIA

 Volantino digitale

Frequentando la 2AI in Didattica a Distanza, con la professoressa Brochetta ci siamo occupati anche del testo persuasivo, un tipo di testo che serve per persuadere o invitare il lettore a eseguire una determinata azione, oppure ad adottare un determinato comportamento.

La professoressa ci ha assegnato un progetto sul testo persuasivo, che consisteva nel creare un volantino, un video o un PowerPoint per commemorare le Giornate dedicate alle vittime della mafia, all’acqua e ai libri, avendo la libera scelta della tematica da affrontare.

Gli argomenti non erano casuali: la Giornata delle vittime innocenti uccise dalla mafia cade il 21 di marzo, quella dell’acqua il 22 di marzo e quella dei libri e del diritto d’autore il 23 di marzo. In particolare il 21 marzo è la Giornata Nazionale istituita per mantenere vivo il ricordo delle vittime innocenti della mafia, per ridare centralità alla lotta contro la mafia, per invitare a seguire la cultura della giustizia e della legalità, per responsabilizzare i giovani.

Il nostro gruppo ha scelto di occuparsi proprio della mafia, portando come tematica la sua corruzione, il suo potere e la sua pericolosità.

Perché la mafia sfortunatamente è tuttora un problema molto grave di questo Paese, anche se spesso viene ignorato o sminuito (“Tanto la mafia è solo al Sud…” oppure “La mafia non è un nostro problema.”) dando la possibilità all’organizzazione di agire senza grosse difficoltà.

La mafia invece non ha etnia, infatti è possibile trovarla in Russia, Cina, America, Africa, Italia e così via.

La mafia non ha neppure umanità, ed è questa la cosa peggiore fra tutte, perché pur di raggiungere il proprio scopo, generalmente la “bella vita”, i mafiosi possono fare di tutto, arrivando a commettere anche i peggiori reati possibili.

E quindi noi parliamo di questa organizzazione, poiché non è un problema solo estero o meridionale bensì mondiale.

Seguendo lo schema problema – vantaggi – soluzione, il nostro progetto inizia con l’intento di immergere il lettore nel testo, con una scrittura facile e veloce, un tocco di drammaticità e l’inserimento di foto e musica, così che sia attratto e invogliato a continuare a leggere, per poi fargli trovare diversi slogan, più o meno famosi, che hanno lo scopo di farlo riflettere e infine delle proposte fatte da noi nel tentativo di persuaderlo ad adottare determinate iniziative.

Ci siamo infine occupati della condivisione del nostro file e date le sue dimensioni abbiamo deciso di caricarlo sul cloud e di renderlo accessibile per mezzo di un QR code, perché è il modo più facile, veloce ed universale per leggere la presentazione, essendo compatibile con tutti i dispositivi e poiché può essere aggiunto facilmente e soprattutto gratuitamente a diversi siti, riviste e giornali.

Dato che il QR code da solo non sarebbe però riuscito a comunicare nulla di ciò che pensiamo, abbiamo scelto di creare un volantino digitale a tema in cui inserirlo.

Singh, Miah, Canevari , Calvaruso -2AI

Sos social network un aiuto concreto nell’isolamento

Spesso si sente dire che i social media hanno un’influenza negativa e pervasiva nelle vite di tutti, adolescenti e giovani soprattutto. Ma questo argomento oggi va affrontato soprattutto in rapporto alla pandemia con la quale il mondo sta combattendo, soprattutto oggi, alla nuova entrata in vigore di misure restrittive, con la zona rossa in Lombardia e l’impossibilità di uscire, andare a scuola, fare sport. Fermiamoci per un attimo e riflettiamo, come sarebbe stato affrontare la quarantena completamente isolati dal mondo esterno? I social, sotto ogni punto di vista, stanno aiutando molte persone a superare questo periodo con un po’ più di leggerezza. Prendiamo in considerazione Whatsapp, con l’opportunità di videochiamare amici e parenti ed effettuare conversazioni virtuali; oppure Instagram che ha offerto la possibilità di condividere la monotona e triste quotidianità; e l’escalation di TikTok il quale ha permesso a moltissimi ragazzi di spaziare tra balletti, challenge e video divertenti. «Credo che non si possa giudicare un libro dalla copertina» afferma la studentessa universitaria e lavoratrice Gloria Zanotti, 21 anni, rispondendo alla domanda «Pensi che durante i diversi lockdown, i social ti abbiano aiutato in qualche modo?». E prosegue: «Viene facilmente puntato il dito contro tutte le piattaforme digitali considerate il
“male” delle nuove generazioni, ma non penso sia esattamente così: il periodo di  quarantena ha confermato che i social network sono diventati fondamentali nelle nostre vite e che abbiamo sempre più bisogno di relazionarci con altre persone, anche virtualmente, soprattutto nei momenti di sconforto. Certamente un cuoricino rosso di Instagram non può sostituire un abbraccio ma lascia di certo una coccola in più». Allo stesso modo risponde Alessandro Rho, studente di quarta dell’Itis Cardano di Pavia, indirizzo informatico: «Penso che senza social network e in particolare Whatsapp avrei perso per troppo tempo i contatti con tutte le persone che conosco, mi sarei limitato ai miei genitori;  spesso io e i miei amici facevamo videochiamate ed è stato proprio questo ad aiutarmi ad affrontare con un po’ meno noia questo brutto periodo». «Ritengo che i social in questi lockdown abbiano avuto una grande importanza – riprende Cristian Bozzi, che frequenta la prima D al liceo artistico Alessandro Volta di Pavia -. Essi attraverso i profili verificati hanno fornito tanta informazione, fondamentale nella situazione in cui ci troviamo; dal mio punto di vista i social media hanno avuto un ruolo importante nelle amicizie e nelle relazioni e non solo! Molte persone hanno usufruito di queste piattaforme anche per lavorare. I social quindi, se usati bene, sono mezzi di massa per comunicare molto importanti». I ragazzi, soprattutto nell’adolescenza, hanno la necessità di relazionarsi con gli altri e di comunicare con i propri coetanei.
Grazie ai social network questo è potuto avvenire nonostante la criticità di un periodo fatto di isolamento e distanze. «Solitamente si pensa che i social possano  allontanare i contatti umani – conclude la studentessa universitaria Roberta Ferraro – ma in questo periodo delicato hanno fatto da amplificatore per diffondere un messaggio di solidarietà che personalmente mi ha resa felice. È stato bello sentire smorzato quel senso di solitudine così destabilizzante, commuovermi in videochiamata mi ha insegnato che non bisognerebbe mai dare niente per scontato».

  GAIA CASSINELLI

La scoperta della scuola

Dopo mesi di chiusura le scuole superiori sono state riaperte e gli studenti dopo essere stati reclusi sono rientrati nelle loro aule, si sono ritrovati, hanno rivisto dal vivo i loro insegnanti e hanno ricominciato a seguire le lezioni in presenza. Finalmente, ma non senza preoccupazioni. Perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più tranquilli: non siamo fuori pericolo, anzi, siamo ancora nel bel pieno della pandemia. Personalmente avevo una gran voglia di ricominciare la scuola in presenza perché  ritengo che la Dad sia una buona cosa se permette di ripararci dal pericolo del contagio, ma per un tempo limitato. Non può diventare la normalità.
La vita da studenti in remoto è strana: da un lato negativa perché seguire le spiegazioni, soprattutto quelle delle materie scientifiche o la matematica e la fisica, a volte è un’impresa impossibile. Dall’altro lato studiare da casa  permette di fare tutto senza uscire dalla propria stanza, senza la sensazione di soffocamento e di fastidio da mascherina. È una condizione però che crea assuefazione ad una comoda pigrizia, è un po’ come se si perdesse l’abitudine ad una vita regolata, che per i giovani è più importante di quanto non si creda. Più ti chiudi e più vorresti rinchiuderti, come se venissi inghiottito dalla paura.
Quando ho saputo che saremmo ritornati a scuola sono stata felice, ma anche terribilmente agitata. Mi sono sentita come se dovessi iniziare qualcosa di  completamente nuovo, il classico Primo Giorno… un po’ mi vergogno a dire che in queste notti non sono riuscita a dormire e non per la paura da interrogazione
o verifica: è qualcosa che non so bene definire, uno stato d’ansia esagerato. Mi domando: sarò l’unica a provare queste sensazioni? Non credo, penso che un po’ tutti siamo scombussolati dall’emergenza sanitaria, economica, sociale e anche didattica. Tuttavia non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: la scuola in fondo non è rimasta chiusa, ma in uno stato di apertura permanente. Gli studenti hanno continuato ad essere raggiunti dalla scuola che è entrata nelle case ad inquadrare librerie o salotti, nelle “camerette” a scoprire letti sfatti e pigiami appena tolti. E chi non ha voluto fare il furbo con la Dad ha studiato. Gli insegnanti hanno continuato a lavorare,
reinventandosi ad ogni nuovo decreto e faticando il doppio per rendere le lezioni comprensibili, mostrandosi disponibili ben oltre l’orario scolastico. Nel ciclone che ci ha travolti, l’attività didattica ha continuato a raggiungerci, a scuoterci dal torpore, a tormentarci, a renderci consapevoli che il potere della distruzione e della morte ha un degno avversario nel potere della cultura che è l’unico strumento che nemmeno un virus può togliere ai giovani che stanno costruendo il loro futuro.

Irene Antonioli, 5 DLS

L’anno che verrà

Caro diario,
devo dire che quasi mi dispiace che questo 2021 stia finendo.
La parte migliore, forse, è stata l’estate.
Sono andata in vacanza con i miei migliori amici sulla Riviera Romagnola: due settimane passate in spiaggia. A pranzo un panino sotto l’ombrellone, mentre la cena ce la portavamo dal nostro appartamentino e la degustavamo in riva al mare, con i piedi nella sabbia.
Poi, all’imbrunire, prendevamo un bus qualsiasi e andavamo a visitare una città vicina, come Gradara, dove abbiamo scoperto venne ambientata la storia di Paolo e Francesca. Inutile dire che la mia amica Giulia volesse trasferirsi lì.
I primi tre giorni di vacanza, invece, li abbiamo passati a Bologna, dove invece mi sarei voluta trasferire io;  Davide, il terzo del gruppo, ha passato due settimane a dir poco impegnative a livello psicologico.
Di discoteca non si è neanche parlato perchè tutte le sere ci trovavamo stravolti, ma io e Giulia abbiamo recuperato le fatiche una volta tornate a casa.
È stata l’ultima estate da vera adolescente, senza pensieri se non cercare di non sciogliermi per il caldo, mentre eravamo in fila per entrare alla Torre degli Asinelli.
L’ultima estate prima di iniziare l’università.
Questa è stata sicuramente la novità più grande dell’anno: lasciare i compagni di cinque anni di sventure e avventure, con cui ho dovuto superare settimane di studio ossessivo e verifiche da capogiro, ma che si rivelavano forse troppo spesso così diversi da me da farmi sperare in qualcosa di nuovo. E quel qualcosa per fortuna è arrivato all’università: nonostante sia sempre contesa tra un libro di Analisi e un volume di Fisica mi sento molto più libera e sto iniziando ad apprezzare sempre di più la mia indipendenza.
Giulia ha iniziato Medicina e mi scrive tutti i giorni per dirmi “le cose fighissime che sta studiando” a cui io rispondo con lo stesso camuffato interesse con cui lei reagisce alle mie osservazioni in campo informatico: anche lei è sempre stata molto diversa da me, ma in un modo che ci rende ancora più unite.
Davide, invece, continua a chiederci consigli su come superare l’ultimo anno di superiori senza traumi.
L’autobus si ferma. Devo smetterla di fantasticare così lungo il tragitto verso scuola o finirò per dimenticarmi che devo scendere alla mia fermata.
Sistemo la mascherina e mi incammino verso il mio liceo: chissà, magari potrò andare veramente a Bologna coi miei amici. Magari conoscerò i volti dei miei nuovi compagni universitari senza il filtro che ormai ci copre le facce da più di un anno.
Forse, con il nuovo vaccino riusciremo persino ad andare in discoteca.
Ma basta, ora devo concentrarmi, adesso ho la verifica di scienze. Scrivo la data: 12 febbraio 2021.

Roberta Basile, 5 DLS

BUON ANNO A TUTTI

L’anno del vaccino: con questo appellativo, salvo sorprese amarissime come quelle che ci hanno riservato gli ultimi mesi, passerà alla storia il 2021.
“Mai un vaccino era stato realizzato in così poco tempo” è la frase che riassume uno dei punti principali del discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il presidente ha voluto sottolineare come, grazie alla collaborazione reciproca tra gli stati, la scienza abbia stracciato i limiti conosciuti. Alla luce di questo, Mattarella invita i capi di Stato a lasciare da parte velleità, tornaconti, egoismi e ad investire in modo da permettere a tutti di vaccinarsi.
Rileggere queste parole nel mese di febbraio fa riflettere: i ritardi nelle consegne dei vaccini e una crisi di governo fuori luogo amplificano notevolmente il clima di incertezza e inquietudine; i soliti negazionisti e l’eco del trambusto che ha seguito le elezioni americane, provocano straniamento e rabbia.
Ovvio che la speranza non morirà mai, ma “l’anno della sconfitta del virus e il primo della rinascita” poteva sicuramente cominciare molto meglio, ma anche peggio. Abbiamo undici mesi per non vanificare il lavoro di tutti gli scienziati del pianeta e collaborare alla costruzione di un mondo nuovo, di un’Italia nuova. La battaglia contro il virus può essere considerata come la “Terza Guerra Mondiale”. Guerra che non è stata combattuta, e alcune notizie dello scorso marzo potevano far pensare al contrario, contro la Cina, bensì contro quello che è stato definito un “nemico invisibile”. Se nel 1945 sono state gettate le basi di una società liberale ed egualitaria, nel 2021 dobbiamo virare verso un modello di società solidale e basata sulla collaborazione reciproca. Il vaccino non sarebbe solo l’emblema del progresso scientifico e tecnologico, ma anche delle infinite potenzialità derivanti dall’utilizzo mirato delle risorse delle nazioni. L’obiettivo di tutti è fare in modo che nei calendari, dopo la data 31 dicembre 2019, venga 1 gennaio 2021.

FRANCESCO MATTEO TRESPIDI 5DLS

UN NATALE MOLTO PARTICOLARE

Sta per finire il 2020, un anno che probabilmente rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti noi.

E’ quasi Natale, e sono iniziate da poco le tanto agognate vacanze; ma ognuno nel suo piccolo sa che questa non sarà una festa come le altre. La pandemia continua ad incutere paura, e le restrizioni per questo periodo sono aumentate in prevenzione di ulteriori contagi.

I pochi giorni di semi-libertà, che ci sono stati consentiti, sono serviti per dare un saluto alle persone care ma troppo lontane, per fare le spese di alimenti, vestiti e regali. Sono stati un piccolo dono, uno sprazzo di normalità di cui avevamo bisogno. Ma sono finiti e ci aspetta un Natale rinchiusi nella zona rossa, che si vivrà immersi in uno sfondo di malinconia. Molti non potranno riunirsi alla famiglia e i pochi che avranno questa fortuna saranno però limitati ad un
paio di persone, secondo le regole dell’ultimo DPCM.

Tuttavia, anche se in solitudine, queste feste allontaneranno per qualche giorno i pensieri e le ansie del lavoro, della scuola, e forse anche della malattia.

Dal punto di vista degli studenti questi ultimi mesi di DAD non sono stati semplici e hanno portato molti di noi in una situazione di tensione e stanchezza; la voglia di studiare e la concentrazione diminuivano di giorno in giorno, ma le verifiche e le interrogazioni continuavano ad aumentare, costringendoci a notti insonni per avere almeno una sufficienza. Finalmente le vacanze sono arrivate e abbiamo quindici giorni per staccare la mente e prepararci agli ultimi voti del quadrimestre.

Queste sono riflessioni relative alla dimensione che mi appartiene, di cui posso parlare con sicurezza; ma non metto in dubbio che i professori fossero in difficoltà tanto quanto noi, se non di più, come d’altronde sarà stato per i nostri genitori, e per qualsiasi lavoratore. Tutti hanno dovuto fare dei sacrifici, più o meno grandi!

Con lo scopo di rendere questi giorni migliori, nelle case ogni cosa è stata preparata in modo da dare un senso di normalità, dall’albero addobbato, al presepe con la capanna e i pastori, e le decorazioni appese ovunque.  I regali saranno in minore quantità, ma gli unici a farci caso saranno i bambini: per gli altri l’unico dono desiderato nel profondo è il ritorno alla normalità e la
fine della pandemia.

Laura Girardi, 4DLS

NATALE 2020

Natale… Se ti dico “Natale” a cosa pensi? Le vetrine incorniciate da ghirlande colorate, il profumo di cioccolata che si mischia al freddo dell’inverno per le strade, i sorrisi dei bambini e le loro risa che si disperdono per le vie della città, il calore della stufa e l’affetto dei parenti.
Ora fermati, immagina: le serrande sono abbassate, i volti rimangono nascosti dietro a mascherine, la città si spegne silenziosamente alle 18, le persone, poche, si ritirano sommessamente nelle loro dimore.
Le luminarie delle abitazioni sono le uniche luci che si riflettono sull’asfalto bagnato di questo 23 dicembre 2020, è l’anti-vigilia.
Oggi, ultimo giorno di “libertà” fino a dopo le feste, penso a quanto sia triste tutto quello che stiamo vivendo: sogniamo di poter tornare alla normalità almeno in queste ore di tiepida convivialità, ma finiamo per isolarci nell’intimità delle nostre case, soli. Certo che il Covid ne ha portati di cambiamenti! Oggi piove, quella pioggia fine e fastidiosa che arriccia i capelli e sembra non bagnarti mai, e con lei scende lo spirito del Natale, ma scivola via in mille rigagnoli sul finestrino della macchina, triste.
Gli altri anni in questo periodo la gente impazziva di gioia, era nervosa per via dei regali da incartare e delle cene con gli amici, ma almeno era felice: tutti si impregnavano di quella lietezza iperattiva che concedeva anche ai più impegnati una tregua, uno spazio sicuro, inalienabile e quasi scontato.
Ora mi chiedo, cos’è andato storto? L’abbiamo accolto con ogni riverenza questo 2020; abbiamo brindato in auspicio di un anno colmo di soddisfazioni e gioia, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stato dolore e tristezza, reclusione e isolamento.
E come lo spieghiamo ai bambini che quest’anno Babbo Natale non può entrare in casa a lasciare i doni sotto l’albero perché non è un congiunto? È un amico però, quindi uno strappo alla regola lo si può fare.
Adesso che ci penso bene forse è meglio non rischiare: è passato già per troppe altre case, magari senza distanziamento, chissà… prevenire è meglio che curare.
Ad ogni modo, le campane della Novena echeggiano martellanti, serpeggiando fra le strade e ricordandoci che comunque, in qualche modo, il Natale non è ancora del tutto soffocato dietro alle mascherine chirurgiche e la speranza deve restare viva negli animi di tutti noi.
Nonostante le restrizioni, i vincoli e le imposizioni, un baluginio di normalità lampeggia in fondo al mio cuore: è Natale comunque, anche se non posso uscire con i miei amici e mi devo accontentare di una videochiamata; è Natale anche se sono banditi i cenoni a casa degli zii; è Natale anche se quest’anno dovrò rinunciare alla crema al mascarpone della nonna.
Allora, se ti dico “Natale” a cosa pensi?

Silvia Rizzardi, 4 DLS

Un Natale diverso

Tutti gli anni, quando si avvicina la sera del giorno di Natale, quindi dopo una lunga giornata di saluti, abbracci, abbuffate culinarie di vario genere, scambi di regali e soprattutto tanta compagnia e affetto, da parte di tutta la famiglia, perché ci si vede tutti ma proprio tutti, si prova un pochino di nostalgia…consapevoli che deve  trascorrere un intero anno prima che quel giorno speciale ritorni.

Purtroppo il 2020 ha portato con sè la pandemia di COVID, un’ ODISSEA che si è diffusa nel mondo e da cui l’Italia non è stata esclusa. Si sono vissuti mesi terribili, poi lentamente è arrivata l’estate e il peggio sembrava passato; è ricominciata la scuola e la vita sembrava poter riprendere i suoi consueti binari.

Poi, purtroppo, l’incubo è ritornato; sono riprese le restrizioni per arginare la diffusione del virus, l’Italia si è colorata di rosso, sinonimo di massimo pericolo. 

Ma non è possibile, il rosso è il colore di Natale! Grandi e bambini attendono con ansia quel simpatico nonno dalla barba candida e dal vestito rosso che porta calore, doni e serenità a tutti: come facciamo a temere il colore che scalda i cuori?

Io non mi voglio arrendere, adoro il Natale e tutto ciò che lo avvolge, quindi non ho intenzione di usare la coperta della paura. Sicuramente non mi permetto di disubbidire alle regole imposte a tutela della popolazione, ma nessuno mi può impedire di essere felice. La normalità delle mie feste non si cancella; ho addobbato albero e presepe nello stesso giorno degli anni scorsi, ho pensato a cosa regalare ai miei amici e a mio fratello, e ho anche deciso di cucinare qualcosa di speciale, un dolce ovviamente.

La mia classica tavolata di 14 persone fisicamente non si può fare? Nessun problema, la tecnologia mi viene in auto; dopo le video lezioni, si parte con la tavola on line e non saremo soli.

Certo il profumo delle crespelle con i  funghi della zia e dell’arrosto della nonna fatica a passare via cavo, ma non importa: ci siamo tutti in un modo nuovo, esserci è ciò che conta.

Fortunatamente lo scambio dei regali non subisce variazioni, nei giorni precedenti ci si vede o intravede perchè fra distanziamento e mascherina si fa fatica a riconoscersi, e così il pacchetto cambia mano e finisce sotto l’albero, pronto per la mattina di Natale.

Il Natale è fatto anche di abbracci e compagnia, mi mancherà sicuramente l’abbraccio tenero delle nonne e le ore trascorse a chiacchierare con le mie cugine, con la pancia piena sul divano della zia mentre i gatti si accoccolano sulle nostre gambe, e anche vedere i miei genitori tranquilli a parlare con fratelli e cognati, senza pensieri e orologi che dettano il tempo. 

Quest’anno abbiamo vissuto tante novità ed è risaputo che le novità spaventano perchè ci portano a vivere cose che non conosciamo, ma si può trovare il lato positivo in tutto questo periodo difficile e triste.  Forse la magia del Natale ci può aiutare a ritrovare la felicità, almeno per un giorno.

Chiara Bollani, 1 DLS

IL MIO NATALE

Ora che manca poco al Natale, penso a come sarà quel giorno, a come trascorrerò l’evento in casa e a cosa potrò fare per trascorrere il tempo.
Di solito a Natale, io e miei familiari organizziamo il “cenone” con i nostri parenti che poi si fermano e trascorrono insieme a noi anche il giorno successivo. Invece, per la prima volta nella mia vita, quest’anno non sarà così, per colpa del Covid.
Il Natale per me è la festività più bella perché, oltre ad avere un significato religioso legato alla ricorrenza della nascita di Gesù, rappresenta una delle pochissime occasioni in cui riusciamo a riunirci tutti in famiglia, visto che mia nonna, i miei zii e cugini abitano a Torino. Le circostanze per incontrarci sono veramente poche, anche se Torino non è così lontana, ma gli impegni lavorativi e familiari ci portano a vederci di rado. Perciò il Natale è molto importante per noi e, solo il pensiero di non poter rivedere i miei cari, mi rattrista.
Quest’anno sarà diverso, dovremo restare a casa da soli per contribuire a limitare i contagi e poter forse rientrare a scuola a gennaio. Non potrò nemmeno invitare degli amici per fare una partita a tombola, certo che sia la scelta giusta se vogliamo sconfiggere il Covid.

In questi giorni mi torna in mente un vecchio ricordo: da piccolino, chiesi a mia madre che cosa volesse come regalo di Natale e lei mi rispose che la salute era la cosa più importante e che sperava di ritrovarci tutti l’anno seguente. Io non capivo le sue parole e le dissi che non era un regalo vero.
Adesso, ripensandoci, credo che mia mamma avesse ragione, perché un Natale vissuto serenamente in famiglia vale molto più di mille regali; il 25 dicembre, guardando quelle sedie vuote a tavola, penserò al fatto che un tempo davo per scontato la presenza dei miei cari.
Perciò considero l’anno 2020 colmo di insegnamenti. Per un ragazzo come me, gli affetti familiari sono scontati e considerati con superficialità; solo nel momento in cui si perdono, ci si rende conto di quanto in realtà siano importanti.
A tal proposito, ho deciso che uno dei propositi per l’anno nuovo, valido per tutta la vita, sarà quello di cercare a tutti i costi di trascorrere il Natale tra amici e parenti, così da non percepire mai più quel vuoto dentro che sto provando ora.

Angelo Zarra, 1 DLS

Un Natale molto particolare

Il Natale è il giorno in cui gli italiani festeggiano, si ritrovano e si scambiano i regali.
Per noi cinesi, il Natale non esiste, è più simile al Capodanno cinese o alla festa di primavera, dove anche noi riuniamo le famiglie, festeggiamo con i parenti più stretti, e i bambini ricevono dagli adulti regali tanto desiderati o somme in denaro.
Il Capodanno è una delle più importanti e maggiormente sentite festività tradizionali e celebra per l’appunto l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese; inizia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio e finisce all’inizio di marzo.
Ma quest’anno la festa è particolare e molto meno allegra, perché la pandemia, iniziata a febbraio a causa del coronavirus, continua ad uccidere ancora molte persone; nonostante i suggerimenti dei governi di portare le mascherine, di non creare assembramenti, i malati continuano ad aumentare e stare a casa “isolati” è l’unica scelta che possiamo fare.
Alle persone che sono costrette a stare lontano dagli affetti, il non poter rivedere i parenti e stare in famiglia, provoca molta sofferenza e camminando per la città, nonostante le istituzioni stiano cercando, attraverso le illuminazioni, di ravvivare gli animi e la speranza, si capisce che non sarà una festa piena di allegria e felicità come negli anni passati.
Il 25 dicembre, alla mattina, mi sveglierò come al solito, mi accorgerò che è la festa di Natale, ma purtroppo con il virus i miei genitori mi impediranno di  uscire di casa, e poiché non abbiamo parenti a Pavia, non potrò invitare nemmeno gli amici e passare del tempo con loro, a giocare e a pranzare mangiando cibi deliziosi come è accaduto negli ultimi 4 anni da quando mi sono trasferito in Italia.

QinLe Chen, 1 DLS