NATALE 2020

Natale… Se ti dico “Natale” a cosa pensi? Le vetrine incorniciate da ghirlande colorate, il profumo di cioccolata che si mischia al freddo dell’inverno per le strade, i sorrisi dei bambini e le loro risa che si disperdono per le vie della città, il calore della stufa e l’affetto dei parenti.
Ora fermati, immagina: le serrande sono abbassate, i volti rimangono nascosti dietro a mascherine, la città si spegne silenziosamente alle 18, le persone, poche, si ritirano sommessamente nelle loro dimore.
Le luminarie delle abitazioni sono le uniche luci che si riflettono sull’asfalto bagnato di questo 23 dicembre 2020, è l’anti-vigilia.
Oggi, ultimo giorno di “libertà” fino a dopo le feste, penso a quanto sia triste tutto quello che stiamo vivendo: sogniamo di poter tornare alla normalità almeno in queste ore di tiepida convivialità, ma finiamo per isolarci nell’intimità delle nostre case, soli. Certo che il Covid ne ha portati di cambiamenti! Oggi piove, quella pioggia fine e fastidiosa che arriccia i capelli e sembra non bagnarti mai, e con lei scende lo spirito del Natale, ma scivola via in mille rigagnoli sul finestrino della macchina, triste.
Gli altri anni in questo periodo la gente impazziva di gioia, era nervosa per via dei regali da incartare e delle cene con gli amici, ma almeno era felice: tutti si impregnavano di quella lietezza iperattiva che concedeva anche ai più impegnati una tregua, uno spazio sicuro, inalienabile e quasi scontato.
Ora mi chiedo, cos’è andato storto? L’abbiamo accolto con ogni riverenza questo 2020; abbiamo brindato in auspicio di un anno colmo di soddisfazioni e gioia, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stato dolore e tristezza, reclusione e isolamento.
E come lo spieghiamo ai bambini che quest’anno Babbo Natale non può entrare in casa a lasciare i doni sotto l’albero perché non è un congiunto? È un amico però, quindi uno strappo alla regola lo si può fare.
Adesso che ci penso bene forse è meglio non rischiare: è passato già per troppe altre case, magari senza distanziamento, chissà… prevenire è meglio che curare.
Ad ogni modo, le campane della Novena echeggiano martellanti, serpeggiando fra le strade e ricordandoci che comunque, in qualche modo, il Natale non è ancora del tutto soffocato dietro alle mascherine chirurgiche e la speranza deve restare viva negli animi di tutti noi.
Nonostante le restrizioni, i vincoli e le imposizioni, un baluginio di normalità lampeggia in fondo al mio cuore: è Natale comunque, anche se non posso uscire con i miei amici e mi devo accontentare di una videochiamata; è Natale anche se sono banditi i cenoni a casa degli zii; è Natale anche se quest’anno dovrò rinunciare alla crema al mascarpone della nonna.
Allora, se ti dico “Natale” a cosa pensi?

Silvia Rizzardi, 4 DLS

Un Natale diverso

Tutti gli anni, quando si avvicina la sera del giorno di Natale, quindi dopo una lunga giornata di saluti, abbracci, abbuffate culinarie di vario genere, scambi di regali e soprattutto tanta compagnia e affetto, da parte di tutta la famiglia, perché ci si vede tutti ma proprio tutti, si prova un pochino di nostalgia…consapevoli che deve  trascorrere un intero anno prima che quel giorno speciale ritorni.

Purtroppo il 2020 ha portato con sè la pandemia di COVID, un’ ODISSEA che si è diffusa nel mondo e da cui l’Italia non è stata esclusa. Si sono vissuti mesi terribili, poi lentamente è arrivata l’estate e il peggio sembrava passato; è ricominciata la scuola e la vita sembrava poter riprendere i suoi consueti binari.

Poi, purtroppo, l’incubo è ritornato; sono riprese le restrizioni per arginare la diffusione del virus, l’Italia si è colorata di rosso, sinonimo di massimo pericolo. 

Ma non è possibile, il rosso è il colore di Natale! Grandi e bambini attendono con ansia quel simpatico nonno dalla barba candida e dal vestito rosso che porta calore, doni e serenità a tutti: come facciamo a temere il colore che scalda i cuori?

Io non mi voglio arrendere, adoro il Natale e tutto ciò che lo avvolge, quindi non ho intenzione di usare la coperta della paura. Sicuramente non mi permetto di disubbidire alle regole imposte a tutela della popolazione, ma nessuno mi può impedire di essere felice. La normalità delle mie feste non si cancella; ho addobbato albero e presepe nello stesso giorno degli anni scorsi, ho pensato a cosa regalare ai miei amici e a mio fratello, e ho anche deciso di cucinare qualcosa di speciale, un dolce ovviamente.

La mia classica tavolata di 14 persone fisicamente non si può fare? Nessun problema, la tecnologia mi viene in auto; dopo le video lezioni, si parte con la tavola on line e non saremo soli.

Certo il profumo delle crespelle con i  funghi della zia e dell’arrosto della nonna fatica a passare via cavo, ma non importa: ci siamo tutti in un modo nuovo, esserci è ciò che conta.

Fortunatamente lo scambio dei regali non subisce variazioni, nei giorni precedenti ci si vede o intravede perchè fra distanziamento e mascherina si fa fatica a riconoscersi, e così il pacchetto cambia mano e finisce sotto l’albero, pronto per la mattina di Natale.

Il Natale è fatto anche di abbracci e compagnia, mi mancherà sicuramente l’abbraccio tenero delle nonne e le ore trascorse a chiacchierare con le mie cugine, con la pancia piena sul divano della zia mentre i gatti si accoccolano sulle nostre gambe, e anche vedere i miei genitori tranquilli a parlare con fratelli e cognati, senza pensieri e orologi che dettano il tempo. 

Quest’anno abbiamo vissuto tante novità ed è risaputo che le novità spaventano perchè ci portano a vivere cose che non conosciamo, ma si può trovare il lato positivo in tutto questo periodo difficile e triste.  Forse la magia del Natale ci può aiutare a ritrovare la felicità, almeno per un giorno.

Chiara Bollani, 1 DLS

IL MIO NATALE

Ora che manca poco al Natale, penso a come sarà quel giorno, a come trascorrerò l’evento in casa e a cosa potrò fare per trascorrere il tempo.
Di solito a Natale, io e miei familiari organizziamo il “cenone” con i nostri parenti che poi si fermano e trascorrono insieme a noi anche il giorno successivo. Invece, per la prima volta nella mia vita, quest’anno non sarà così, per colpa del Covid.
Il Natale per me è la festività più bella perché, oltre ad avere un significato religioso legato alla ricorrenza della nascita di Gesù, rappresenta una delle pochissime occasioni in cui riusciamo a riunirci tutti in famiglia, visto che mia nonna, i miei zii e cugini abitano a Torino. Le circostanze per incontrarci sono veramente poche, anche se Torino non è così lontana, ma gli impegni lavorativi e familiari ci portano a vederci di rado. Perciò il Natale è molto importante per noi e, solo il pensiero di non poter rivedere i miei cari, mi rattrista.
Quest’anno sarà diverso, dovremo restare a casa da soli per contribuire a limitare i contagi e poter forse rientrare a scuola a gennaio. Non potrò nemmeno invitare degli amici per fare una partita a tombola, certo che sia la scelta giusta se vogliamo sconfiggere il Covid.

In questi giorni mi torna in mente un vecchio ricordo: da piccolino, chiesi a mia madre che cosa volesse come regalo di Natale e lei mi rispose che la salute era la cosa più importante e che sperava di ritrovarci tutti l’anno seguente. Io non capivo le sue parole e le dissi che non era un regalo vero.
Adesso, ripensandoci, credo che mia mamma avesse ragione, perché un Natale vissuto serenamente in famiglia vale molto più di mille regali; il 25 dicembre, guardando quelle sedie vuote a tavola, penserò al fatto che un tempo davo per scontato la presenza dei miei cari.
Perciò considero l’anno 2020 colmo di insegnamenti. Per un ragazzo come me, gli affetti familiari sono scontati e considerati con superficialità; solo nel momento in cui si perdono, ci si rende conto di quanto in realtà siano importanti.
A tal proposito, ho deciso che uno dei propositi per l’anno nuovo, valido per tutta la vita, sarà quello di cercare a tutti i costi di trascorrere il Natale tra amici e parenti, così da non percepire mai più quel vuoto dentro che sto provando ora.

Angelo Zarra, 1 DLS

Un Natale molto particolare

Il Natale è il giorno in cui gli italiani festeggiano, si ritrovano e si scambiano i regali.
Per noi cinesi, il Natale non esiste, è più simile al Capodanno cinese o alla festa di primavera, dove anche noi riuniamo le famiglie, festeggiamo con i parenti più stretti, e i bambini ricevono dagli adulti regali tanto desiderati o somme in denaro.
Il Capodanno è una delle più importanti e maggiormente sentite festività tradizionali e celebra per l’appunto l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese; inizia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio e finisce all’inizio di marzo.
Ma quest’anno la festa è particolare e molto meno allegra, perché la pandemia, iniziata a febbraio a causa del coronavirus, continua ad uccidere ancora molte persone; nonostante i suggerimenti dei governi di portare le mascherine, di non creare assembramenti, i malati continuano ad aumentare e stare a casa “isolati” è l’unica scelta che possiamo fare.
Alle persone che sono costrette a stare lontano dagli affetti, il non poter rivedere i parenti e stare in famiglia, provoca molta sofferenza e camminando per la città, nonostante le istituzioni stiano cercando, attraverso le illuminazioni, di ravvivare gli animi e la speranza, si capisce che non sarà una festa piena di allegria e felicità come negli anni passati.
Il 25 dicembre, alla mattina, mi sveglierò come al solito, mi accorgerò che è la festa di Natale, ma purtroppo con il virus i miei genitori mi impediranno di  uscire di casa, e poiché non abbiamo parenti a Pavia, non potrò invitare nemmeno gli amici e passare del tempo con loro, a giocare e a pranzare mangiando cibi deliziosi come è accaduto negli ultimi 4 anni da quando mi sono trasferito in Italia.

QinLe Chen, 1 DLS

Scuola e pandemia

Capisci di trovarti in un altro mondo quando senti che a Firenze sono state riaperte le buchette del vino, inventate durante l’epidemia di peste del Seicento per poter vendere Vernaccia senza pericolo di contagi Quando scopri che i mezzi di trasporto vengono disinfettati così come, durante gli anni della spagnola, sui bus di Londra veniva spruzzato spray anti-influenzale.
Quando realizzi che il tuo quinto anno di scuola superiore forse lo dovrai svolgere quasi per intero attraverso un computer, come un astronauta che saluta i propri cari dalla stazione spaziale.  Mai avrei pensato che l’ultima parte del liceo l’avrei passata tra uno studio matto e disperatissimo e l’attesa di un successivo Dpcm.

A un lettore del presente è inutile spiegare perchè la nostra quotidianità sia stata sconvolta fino a questo punto. A un lettore del futuro dico solo una parola: Covid-19. Si tratta, caro lettore del futuro, di un’epidemia che sembra aver avuto origine in Cina, per poi diffondersi nel resto del mondo. Ora ci troviamo a novembre 2020 e la pandemia è iniziata, più o meno,  a febbraio di quest’anno. Siamo rimasti in lockdown per due mesi, da marzo a maggio, e, se quest’estate il virus sembrava aver lasciato l’Italia, ora pare voler prendere la rincorsa per tornare con devastante potenza.

Abbiamo avuto un periodo di tregua, quindi, che ci ha fatti  dimenticare  totalmente i mesi di reclusione, gli ospedali pieni, i camion di morti (sì, caro lettore, i camion) e ci siamo rilassati, da bravi italiani in vacanza, dimenticando in parte anche gli obblighi che avremmo dovuto rispettare. A questo punto, penso ti sorga spontanea una domanda: ma non è un po’ un controsenso andare in vacanza dopo un lockdown anti contagio? Spiagge, feste, beach volley, calcetto, amici, fidanzati, abbracci, baci: non è un po’ l’esatto contrario della casta e antisettica segregazione che tanto sbandieriamo di aver patito? Ma cosa vuoi, caro lettore? Tu non l’hai vissuta. Non sai com’è stato rimanere due mesi (una vita!) in casa, sopportare ventiquattro ore su ventiquattro le nostre famiglie senza mai poter scappare dai nostri amici. Bè, sì, avevamo i cellulari. E televisione, PlayStation, giochi da tavolo, libri, riviste, sudoku, uncinetto, mandala e origami. Magari qualcuno ha persino disseppellito una preistorica Wii. Ma non puoi comprendere, caro lettore, la vera noia. L’essere in casa, con un intero mondo alla tua portata, e non saper decidere se fare un pisolino o guardare Uomini e Donne.

È la NOIA ad averci distrutti.
E’ quindi ovvio che, dopo aver sopportato due mesi di cotanto strazio, dopo l’apertura delle gabbie, la gente si sia buttata tra le braccia di sconosciuti pur di sentire un po’ di contatto umano, che siano sorte feste illegali e che nelle discoteche le mascherine servissero per tenere insieme i trucchi nella borsetta. Ma tanto, a noi adolescenti cosa importa? A noi, il Covid, non tocca. Noi baldi giovani dalle saluti ferree, noi semidei discesi direttamente dal Valhalla, siamo praticamente immuni.

Ora, caro lettore, ti chiederai se io sia impazzita. Io ti dico che in realtà è molta la gente che ha pensato così quest’estate. E visto che a settembre i casi di positivi al virus non sembravano poi così tanti in rapporto a quanti se n’erano prospettati dopo una tale fuga, altrettanti erano quelli che sostenevano che il virus si fosse definitivamente dimenticato dell’Italia. In realtà la curva dei contagi ha iniziato ad alzarsi in modo più significativo verso ottobre ed è per questo che ora, dopo soli due mesi di didattica in presenza, mi ritrovo a dover affrontare il mio ultimo anno in DaD, ovvero in Didattica a Distanza.
La quinta, quella che dovrebbe essere passata con i compagni, ogni giorno più vicini perchè conosci che mancano solo otto mesi prima dei saluti finali.

Quella iniziata con l’ansia della maturità e non con la paura di mesi ignoti e di un giugno che sembra volerci nascondere, gelosamente e fino all’ultimo, le modalità per il conseguimento del diploma. 

Un diploma che ormai, più che segnare la fine di una corsa, sembra il traguardo di un triathlon: isolamento, didattica a distanza, monotonia.
Io non ho rimpianti su ciò che ho fatto quest’estate, caro lettore, come credo nessuno, perchè ognuno pensa di aver agito in buona fede. Sono solo curiosa di sapere come questa pandemia viene ricordata nel tuo periodo.
Qui, ad agosto, era l’epidemia del “non ce n’è Coviddi”.
Le conclusioni le puoi trarre da te.

Roberta Basile 5 DLS

Mascherine e Ambiente

Le mascherine sono dannose per l’ambiente?

La risposta alla domanda è sì, ma vale solo per quelle non correttamente smaltite

Negli ultimi mesi quando il nostro pianeta sembrava si stesse riprendendo durante la quarantena, che ha fatto diminuire smog e inquinamento dell’aria, è sopraggiunto un nuovo problema: l’utilizzo di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione ha peggiorato l’inquinamento da plastica.

Le mascherine sono fondamentali da quando l’emergenza Coronavirus ha stravolto le nostre vite. L’impatto ambientale che hanno, però, viene spesso ignorato: le mascherine sono realizzate in poliestere e polipropilene (materiali altamente inquinanti), proprio per questo motivo quelle non smaltite correttamente, buttate in strada o in mare o in depositi illegali, circolano in natura per 450 anni.

Un fatto recente ha inoltre sollevato e testimoniato il problema che molti negavano. Una donna canadese su Facebook ha pubblicato tre foto che mostrano un uccello con una mascherina chirurgica impigliata tra becco e ala. Infatti le mascherine gettate a terra o in mare non solo causano un aumento dell’inquinamento, ma creano problemi anche per l’ecosistema: l’uccellino è un esempio di animali vittime delle mascherine. Nel mare capita più frequentemente che animali, come pesci o tartarughe, restino imprigionati dai laccetti, che provocano il loro soffocamento. Per quanto riguarda gli animali di taglia più grande è probabile  addirittura che si cibino di queste mascherine e muoiano per intossicazione.

In base ai dati raccolti dal WWF, se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e disperso in natura, questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, per un totale di oltre 40 mila chilogrammi di plastica.

In Italia si ha una produzione giornaliera di rifiuti da mascherine pari a circa 410 tonnellate, con un valore medio previsto per la fine del 2020 di 100.000 tonnellate; la produzione di rifiuti da guanti sino a fine anno sarà di un valore medio di 200.000 tonnellate.

Anche se molte persone, famose e non, sui social-media hanno sensibilizzato e sensibilizzano le persone, al fine di ridurre le mascherine presenti in ambiente e non accumularne di altre, nessuno sembra aver pensato a una vera soluzione del problema, come una raccolta apposita.

Diverse associazioni a tutela dell’ambiente hanno realizzato campagne aperte a tutta la popolazione utili a proporre e a ricordare quali siano i comportamenti giusti per evitare la dispersione di guanti e mascherine a danno dell’ambiente e, in particolare, del mare e il suo ecosistema.

Alcune norme sono: gettare le mascherine e i guanti nell’indifferenziato e non buttarli a terra, scegliere di acquistare mascherine riutilizzabili e lavabili, ormai ampiamente in commercio, e lavarsi più spesso le mani anziché continuare a cambiare i guanti. Possono essere azioni semplici, ma di grande aiuto per gli ecosistemi.

Il passo successivo per ridurre ulteriormente il danno ambientale è la sostituzione delle mascherine classiche con mascherine biodegradabili. Molte aziende si sono adoperate per la produzione di queste ultime creando mascherine in carta: quattro strati di carta a secco in grado di filtrare polveri, fumo e aerosol che possono danneggiare la salute; MASKEEN a doppio strato di tessuto in cotone e filo in cotone, totalmente riciclabili; D3CO, fatte al 100% con cotone naturale; AirX, in cui il primo strato della mascherina è composto da un filato di caffè e il secondo da un filtro biodegradabile realizzato usando caffè e la nanotecnologia d’argento; infine, la mascherina realizzata con biopolimeri in glutine di frumento.
Questi e altri accorgimenti, legati soprattutto ad un uso responsabile di quanto ci serve per proteggerci, ci aiuteranno sicuramente ad affrontare meglio il problema e a contenerne i danni.

                                                 Francesca Buscato 2DLS, Itis Cardano

 

 

 

Covid-19  Vs  Ambiente

Ci si domanda sempre più spesso se sarà il Covid-19 o l’uomo a condannare il futuro del nostro pianeta.

Fino a pochi mesi fa le mascherine si potevano vedere solo in qualche film, in serie televisive o sul volto di medici e pazienti con patologie gravi. Poi, nella nostra vita, è entrato un microrganismo sconosciuto, imprevedibile e molto aggressivo che ci ha completamente cambiato l’esistenza fino a negarci la normalità della nostra giornata: ci ha tolto la scuola, lo sport, gli amici e anche il volto.

Ecco che nella  quotidianità della vita di tutti  è entrato questo dispositivo che, a oggi, è l’unico aiuto che abbiamo per rallentare la diffusione del virus. Inizialmente le mascherine erano diventate un accessorio, una parte del nostro abbigliamento, create anche da stilisti di moda; poi ci si è accorti che la loro funzione era un’altra, dovevano proteggerci seriamente ed ecco che le mascherine chirurgiche, introvabili e molto costose all’inizio della pandemia, sono diventate una parte di noi. Sono talmente importanti che, quotidianamente, ne vengono distribuite a migliaia ogni giorno nelle scuole, negli uffici, negli ospedali…Prima a causa della paura, ora per obbligo, le mascherine devono essere utilizzate sempre. Se da un lato la mascherina chirurgica ci tutela, questo DPI (dispositivo di protezione individuale) deve essere smaltito come rifiuto speciale, non differenziabile.

La mascherina ha un alto impatto ambientale: sia per la sua produzione che per  il suo smaltimento rappresenta un serio problema.

Attualmente non sono molte in Italia le aziende che producono le mascherine; il più delle volte i produttori le acquistano dalla Cina pertanto le navi container, per consegnare il carico, compiono viaggi di migliaia di chilometri e si è compreso che queste navi, a causa del carburante utilizzato, sono fonte di inquinamento al mondo.

Le mascherine che dobbiamo indossare sono composte da tre strati di tessuto non tessuto in fibra sintetica di polipropilene; il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile e non ha nulla di naturale nella sua composizione. Questo rifiuto non potrebbe essere smaltito se non attraverso inceneritori; essendo il petrolio e i suoi derivati il materiale prevalente di cui sono composte, sarebbe opportuno non  sprecarle ma rigenerarle. Occorrerebbe però una sanificazione e questo comporterebbe un elevato costo.

Se tutte le mascherine usate venissero bruciate, verrebbero immesse nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica che andrebbero ad aggiungersi  a quelle già immesse per produrle e trasportarle.

Quando alla difficoltà di smaltire correttamente questo materiale si aggiunge anche l’inciviltà, il problema diventa veramente serio. Le mascherine chirurgiche si trovano  a decine abbandonate sui marciapiedi, nei parcheggi, sulle aiuole, sulle spiagge… questi dispositivi  stanno diventando uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. L’ecosistema marino è l’ambiente che sta pagando maggiormente l’inciviltà dell’uomo. Oltre all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, stiamo entrando in un altro rischio sanitario perché le mascherine usate e abbandonate nell’ambiente sono potenzialmente infette e rischiano di contagiare chiunque, per sbaglio, ne venisse a contatto.

Le mascherine ci fanno sentire protetti e questo ha un costo sia economico che ambientale. Dobbiamo essere consapevoli che ogni gesto sbagliato potrebbe rendere vana la fatica che la maggior parte di noi sta facendo.

                                                               Filippo Moro   2DLS, Itis Cardano

 

 

Le mascherine: un’arma a doppio taglio!

In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale è argomento all’attenzione dell’opinione pubblica, l’inquinamento generato dai guanti e dalle mascherine è sempre più allarmante.

Lo smaltimento dei dispositivi di protezione individuale rischia di diventare la prossima emergenza, passata la paura del virus. Ci sono parecchie indicazioni relative allo smaltimento delle mascherine nella loro interezza. Poco o nulla, invece, si dice sullo smaltimento degli elastici o dei legacci annodati alle mascherine che rappresentano uno dei rischi maggiori per la fauna selvatica, nel caso in cui il dispositivo di protezione dovesse finire nell’ambiente. Zampe, ali, becco o collo di un animale possono, infatti, restare incastrati o, viceversa, essere involontariamente ingeriti. Quindi, per un corretto smaltimento, bisogna per prima cosa tagliare gli elastici o i legacci annodati e gettarli nel giusto cestino, poi si deve gettare la mascherina tra i rifiuti indifferenziati. Le mascherine sono uno strumento estremamente utile per la nostra salute, ma non servono alla natura; mai gettarli nell’ambiente perché possono diffondere il virus, inquinare e deturpare il paesaggio e danneggiare i nostri animali.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha lanciato la campagna #Buttalibene per diffondere e sensibilizzare al corretto smaltimento delle mascherine.

Purtroppo, alcune persone dopo aver usato mascherine e guanti non li smaltiscono correttamente e li abbandonano dove capita, per strada, nei giardini e persino nei boschi, in campagna e in mare, ignorando che questi dispositivi, che sono stati così utili per la nostra salute, alla natura invece non servono.

Guanti e mascherine di protezione, una volta usati, vanno sempre gettati nella raccolta indifferenziata, preferibilmente in un sacchetto chiuso.

Dobbiamo seguire queste indicazioni e rispettarle per il nostro futuro e per il bene del nostro pianeta. È un impegno che chiunque è in grado di assumersi perché è veramente facile e non ci costa nulla. Il pianeta ha bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo essere pronti a darglielo.

Sono certo che i nostri sforzi saranno ricompensati!!!!

                                                      Federico Ghida 2DLS, Itis Cardano

 

 

Si torna a scuola

L’anno scolastico che stiamo vivendo è molto diverso da quelli passati e, in un modo o nell’altro, sta cambiando la vita di ognuno di noi.

A settembre sembrava quasi che tutto fosse tornato alla normalità, le scuole si erano  organizzate per tentare di limitare al minimo i contagi, alternando didattica a distanza e in presenza, creando percorsi definiti all’interno dell’istituto e rendendo disponibili a tutti  mascherine e gel igienizzante.

Era una situazione complicata, ma non impossibile: alternare settimanalmente la DAD portava ad un accumulo delle verifiche nei giorni in presenza e, di conseguenza, concentrava impegni e prove. Il ritmo era piuttosto faticoso da mantenere, soprattutto a livello di concentrazione, ma sicuramente le attività didattiche erano ben organizzate e procedevano.

E’ stato bello rivedere i compagni dopo molto tempo, ma tra gli studenti imperava un’atmosfera tesa: chi più e chi meno, tutti avevano un costante timore del contagio; rispettavano le norme in vigore, disinfettando le mani e indossando bene la mascherine, guardando con diffidenza e richiamando chi non si preoccupava di questi dettagli.

All’inizio l’aria per respirare sembrava mancare all’interno dei veli delle mascherine chirurgiche, ma dopo poco tempo ci si è abituati e quasi non si notava più.

Intanto il clima diventava più rigido con l’inoltrarsi dell’autunno, e i minuti concessi alle finestre aperte diminuivano sempre più, per evitare raffreddori fraintendibili che avrebbero potuto mettere in quarantena l’intera classe.

Molti studenti avevano avuto fin dall’inizio il presentimento che il rientro a scuola fosse pericoloso, perché il calo di contagi era legato ad un minore spostamento delle persone nel lockdown di primavera, ma erano comunque speranzosi e avevano fiducia nei provvedimenti presi per la riapertura.

Nonostante ormai la speranza di rimanere nelle aule sia svanita dopo l’ultimo DPCM, non si può dare la colpa alle scuole, almeno non direttamente. I contagi, a mio parere, sono avvenuti per la scarsa considerazione data ai trasporti che, mantenendo alta la capienza e non aggiungendo nuove corse, hanno portato ad un sovraffollamento, che se prima del COVID era appena sopportabile, di questi tempi è diventato proprio inammissibile.

Appare ormai ovvio a tutti che a scuola non si tornerà a breve, almeno fino a che il numero dei contagi e l’indice Rt non mostreranno una sensibile calo o che non si riesca a giungere a una svolta nella realizzazione e distribuzione di un vaccino efficace e sicuro.

Laura Girardi, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

Mi risulta molto difficile parlare del mio ritorno alla realtà scolastica, in quanto per me la Scuola si è fermata a quel lontano febbraio del 2020. Il presunto ritorno avvenuto a settembre 2020 mi ha sconvolto più di quanto pensassi; già ero a conoscenza delle linee guida di sicurezza da seguire, come ad esempio la mascherina, il metro di distanza o l’assidua igienizzazione delle mani; ma non mi sarei mai aspettata avessero un impatto così negativo su di me.

Il fatto che più mi ha segnato è stato l’incontro con i miei compagni. Per mesi li avevo osservati tramite uno schermo, ma rivederli per la prima volta con il volto rubato dalla mascherina mi ha scossa.

Senza dubbio seguire le lezioni in presenza risulta più semplice ed immediato, ma davvero vogliamo ridurre la scuola solo alla dimensione didattica?

La scuola va oltre l’insegnamento della matematica, della storia o dell’inglese, è un luogo dove ci si forma come persone, si impara a relazionarsi e ad accedere alla società. Ma come si può far tutto questo a un metro di distanza? So che dovremo abituarci al distanziamento, ma io davvero fatico a farlo: pensare che questa sia la realtà in cui dovrò vivere (o sopravvivere) nei prossimi mesi, mi devasta. evitare la diffusione del Covid-19, ancora una volta questo nostro nemico invisibile ci sta sopraffacendo. Dunque siamo di nuovo a casa, a ricreare l’aula scolastica fra un divano e un fornello.

Mi rende furiosa pensare quanto questo virus mi stia rubando, l’ansia prima di un’interrogazione, esser ripresa dall’insegnante per aver scambiato qualche parola con la compagna di banco, l’attesa dell’intervallo per poter raccontare qualche aneddoto agli amici, svegliarsi al mattino alle 6 e lamentarsi tutto il giorno della stanchezza o del peso eccessivo dello zaino.

Invece ora ci si sveglia più tardi al mattino, si sceglie il maglioncino che si abbini meglio ai pantaloni del pigiama, si accende il computer e si fa finta che tutto sia normale, anche se di normale c’è ben poco.

In questi momenti così difficili, non si deve perdere la speranza. Solo il pensiero e il desiderio di ritornare alla vita pre-covid, mi dà la forza di reagire e di guardare oltre l’orizzonte.

                                                                         Anna Rancati, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

La scuola sembra in guerra. Una guerra senza soldati né armi…una guerra contro il Covid.

Un novellino arrivato l’inverno scorso che costringe milioni di persone, ogni giorno, ad indossare  mascherine come fossero armature d’acciaio per difendersi da un nemico invisibile.

E io mi sento sfortunato perché, proprio in questo anno travagliato, mi trovo ad affrontare la prima superiore. Mi viene da sorridere al solo pensiero di non conoscere veramente l’intero viso dei miei 23 compagni di classe perché il tanto atteso ritorno in classe, alla normalità, è durato quanto un soffio.

Siamo fragili,  in ogni momento ognuno di noi potrebbe essere contagiato o contagiare. Proprio per questo , per la seconda volta, siamo rinchiusi in casa  dietro una trincea. In attesa. E i giorni passano, senza entusiasmo e senza novità, stando incollati davanti a schermi di vetro e a tastiere elettroniche, ospiti nostro malgrado di un mondo incorporeo. Restiamo a casa, continuiamo a studiare con la dad.

Ad alcuni dei miei compagni la cosa piace. Ma svegliarsi un po’ più tardi la mattina, sorseggiare lentamente il latte caldo accoccolato sul divano  e non dover correre per prendere il pullman…non sono cose che fanno per me!

Sono un ragazzo intraprendente e socievole; mi manca il rapporto umano, quel sottile filo di connessione

che riusciva a costituirsi in classe, anche se tutti mascherati, in quelle brevi settimane di didattica in presenza.  Era straordinario, ma anche  impossibile da ricreare ora, a  chilometri di distanza uno dall’altro.

Non sono per nulla contento se penso ai corridoi deserti e alle aule vuote, aule in cui fino a poco tempo fa c’erano insegnanti che istruivano e ragazzi che ascoltavano.

La scuola unisce le persone, crea dibattiti e fa pensare; tutte attività possibili anche in dad. Ma osservare gli sguardi, interpretare l’irruenza o la dolcezza delle espressioni, percepire le emozioni autentiche, tutto questo rende insostituibile la lezione in presenza.

Nonostante la scuola ce l’abbia messa tutta, il virus l’ha momentaneamente sopraffatta: aule chiuse, computer accesi nelle case, contagi per ora in aumento.

Per questo mi fanno rabbia le persone che si permettono di andare in giro senza mascherina o che non rispettano le distanze. Quelli che, increduli e incuranti, ancora negano l’evidenza. A tutti ricordo: rispettiamo le norme, rendiamo la società odierna migliore.

Restiamo uniti!

                                                                                                                           Federico Maiocchi, 1 DLS – Itis Cardano

Quarantena in sei

“Vi è mai capitato di dover convivere con cinque persone sotto uno stesso tetto, di cui quattro femmine, che è anche peggio? In caso di risposta affermativa allora vi faccio le mie condoglianze, quanto posso capirvi! In caso negativo sarò felice di dimostrarvi che non avrete più nulla di cui lamentarvi in quarantena. Mi chiamo Elsa e ho tre magnifiche, a volte, sorelle più piccole. Beh, da cosa iniziare? Ah certo, dal concetto di silenzio; io ormai non ricordo più cosa quest’utopia sia, ma ammetto di sentirla ancora, qualche istante, magari durante la notte…

Ebbene sì, come potete benissimo immaginare, tre sorelle possono solo significare tre voci, spesso urlanti, tre tipologie di apparecchi elettronici diversi che emettono tre tipi di suoni differenti: ne abbiamo di tutte le categorie! Dalla musica rap, a quella pop, ai video di Tik Tok o su YouTube dei “Me contro te”, che la mia adoratissima sorellina di cinque anni ormai ascolta in loop da almeno tre mesi.

Per una studentessa della terza Liceo Scientifico delle Scienze Applicate come me, trovare pace e un ambiente tranquillo in cui concentrarsi, diventa un’odissea. Scommetto che state pensando: “ Beh, dai, almeno in casa tua non ci si annoia mai!” e avete proprio ragione, peccato che la questione non risulti sempre positiva.

Ho provato, perciò, ad osservare la situazione anche dal loro punto di vista, per semplice curiosità; e ho avuto l’occasione di scoprire che hanno pure da lamentarsi sulle mie continue richieste di silenzio. Incredibile! Sorelle che chiedono di poter trasformare la casa in una grande discoteca, sorelle che vogliono appropriarsi della mia camera giusto per provare l’ebbrezza di starci senza essere cacciate, sorelle che implorano che il tempo scorra il più veloce possibile affinché io non sia più così isterica.

Nonostante tutte le urla che ogni giorno ci lanciamo contro, la quarantena senza di loro sarebbe stata monotona e piatta.

Ed ecco la nostra quarantena sotto forma di VIDEO.

Elsa Maccarone, 3 DLS Liceo Scienze Applicate, Itis Cardano