Il lavoro di cercarsi un lavoro

vademecum per introdursi nel mondo lavorativo

Analizzare se stessi, informarsi e conoscere il mercato, rilevare le esigenze delle aziende, utilizzare forme di comunicazione efficaci. Di questo si è parlato nella mattinata del 21 novembre 2019, presso l’Istituto ITIS Cardano di Pavia, durante un incontro fra alcuni studenti degli indirizzi di Meccanica e Chimica e Manpower Group, multinazionale leader nella gestione delle risorse umane che fa da tramite tra aziende e lavoratori per creare il “perfetto incastro” tra chi offre e chi dà lavoro.

Grazie alla convenzione firmata oggi, saranno promossi percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento al lavoro, tra l’Istituto e Manpower. In sostanza gli studenti di classe quinta, attraverso lezioni e laboratori, acquisiranno le abilità necessarie per orientarsi nel complesso mercato del lavoro. Ma torniamo alla domanda iniziale: cosa significa “il lavoro di cercarsi un lavoro”? Con questa frase ci si riferisce all’abilità di analizzare se stessi e individuare le esigenze dell’azienda, ma soprattutto informarsi ed acquisire gli strumenti del mestiere tramite alcuni punti fondamentali: Personal branding, colloquio, Curriculum Vitae e valutazione. Per Personal Branding ci si riferisce alla capacità di mostrare la propria personalità e soprattutto le proprie competenze, in modo da spiccare rispetto ad altri candidati. Rilevante è perciò la scrittura di un buon Curriculum che deve precisare la formazione scolastica ricevuta e gli attestati di eccellenza come la conoscenza fluente dell’inglese, ma anche i possibili hobby o le attività di volontariato svolte. E’ importante insomma evidenziare la propria unicità che può fare la differenza. Riguardo ai colloqui ci è stato detto che è fondamentale avere risposte pronte e dirette, essere sicuri di sé, descrivere le proprie abilità lavorative e anche l’ambiente di lavoro desiderato.

Spetterà poi all’azienda di selezione del personale, come Manpower, eseguire la valutazione del candidato, leggendo il Curriculum Vitae, che, se crea interesse, porta al contatto e ad un successivo colloquio. In conclusione si è rivelato interessante vedere come funziona la selezione dei candidati nel mercato del lavoro e i suggerimenti dati ci saranno sicuramente utili in un breve futuro.
L’incontro si è concluso con l’ottimismo dello slogan “Da un errore si può solo imparare” che ogni giovane deve tenere bene a mente nell’affrontare le molteplici prove scolastiche e lavorative che lo aspettano.

Riccardo Pellavio, Alessio D’Amato,Salvatore Spinnato,
5^ CM, ITIS Cardano

INSPIRE A GENERATION

Una giornata con i giornalisti del Corriere per diventare cittadini attivi e consapevoli
(link al sito Osservatorio Giovani Editori)

Il giorno 24/10/2019, presso il Liceo Massimo D’Azeglio di Torino, si è tenuta la prima delle cinque giornate del ciclo “Inspire a generation” per l’anno scolastico 2019/2020, a cui hanno partecipato diverse classi di scuola secondaria, giornate che sono promosse dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori.

Abbiamo avuto l’onore di parteciparvi, assistendo alla conferenza di alcuni rilevanti giornalisti dei quotidiani maggiormente letti dagli italiani, come “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della Sera”.

Marco Castelnuovo, attuale direttore del “Corriere della Sera” di Torino, ha posto il problema della disinformazione provocata dalle fake news, facendoci ragionare su quante poche persone attualmente leggano i giornali, preferendo informarsi sulla rete.

Le fake news (letteralmente false informazioni) si diffondono spesso proprio in rete e in modo incontrollato, divenendo virali: più queste notizie acquistano popolarità, più in fretta vengono diffuse!

Dopo la prima parte introduttiva, Marco Castelnuovo ha presentato il progetto “Technology-Digital literacy”, che ha come finalità quella di estendere all’ambito digitale la riflessione sul significato di cittadinanza attiva e responsabile.

Rallenta!
Fermati e valuta!
Analizza e rifletti!
Sono queste le regole d’oro del “pensiero consapevole” a cui,  secondo il noto giornalista, dobbiamo ispirarci.
Infatti anche oggi, nella società delle immagini, il pensiero rappresenta lo strumento primario per interagire con il mondo e per non incorrere nel pericolo di diventare vittime passive. Ognuno deve essere capace di acquisire competenze e comprendere i propri diritti e doveri nel mondo virtuale, ma soprattutto conoscere i meccanismi di funzionamento del mondo della rete.

Inoltre il relatore ha sottolineato il fatto che la digital-literacy non è semplicemente la capacità di utilizzare il computer, il tablet o lo smartphone, ma consiste nel saper utilizzare questi strumenti in maniera consapevole, conoscendone le potenzialità e i rischi; in una parola, bisogna saper utilizzare la rete in modo strategico, responsabile e creativo. A questo proposito, fondamentale risulta “pensare” prima di cliccare, digitare, condividere.

È importante saper distinguere le notizie e le fonti attendibili da quelle non attendibili.

Le notizie false esistono da quando l’uomo ha imparato a comunicare; nella storia vari sono gli esempi di fake news: Castelnuovo ha citato l’episodio del cavallo di Troia che risulta essere il primo esempio di notizia falsa. Con l’avvento di Internet, il fenomeno però si è amplificato perché sul web le informazioni si spostano velocemente con un ritmo incalzante ed è sempre più difficile trovare il tempo per risalire alla verità dei fatti. Qualcosa però, ultimamente, sta cambiando perché sia Google, motore di ricerca, che Facebook, noto social network, si stanno attivando per introdurre dei filtri al fine di stanare pagine e profili in cui vengono pubblicate notizie false e inattendibili.

Si tratta di una piccola trasformazione in corso; ma il vero cambio di rotta dipende dalla responsabilizzazione delle persone, di chi scrive, di chi legge, di chi gestisce i mezzi di comunicazione. Per non cadere vittime delle fake news non esiste una ricetta unica e immediata! Ma certamente l’approfondire con curiosità e impegno, il domandarsi se chi sta fornendo quella notizia può trarne un vantaggio, costituiscono passi rilevanti verso il pensiero critico e l’autonomia di giudizio.

La conferenza è continuata con l’intervento di Marco Ferrando, responsabile della sezione Finanza&Mercati de Il Sole 24 ore, portavoce del progetto Young Factor, il quale ha aperto una discussione con noi ragazzi presenti, proiettando una slide comprendente tre parole-chiave: economia, potere, futuro.  Ferrando ha coinvolto direttamente la platea, ponendo domande di vario genere, fino ad arrivare alla domanda più importante, con la quale chiedeva chi di noi, nell’ultimo periodo, avesse esercitato potere in base alle proprie scelte. Il giornalista ci ha invitato a riflettere sul fatto che è fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza per affrontare meglio le scelte che riguardano il nostro futuro, per diventare cittadini più responsabili, più consapevoli e quindi più liberi. Ha inoltre sottolineato il fatto che i giovani devono imparare a “leggere”  attentamente la realtà e ad avere un approccio  critico e maturo rivolto al futuro.

A conclusione dell’incontro c’è stato l’intervento di Gian Antonio Stella, noto giornalista de Il Corriere della Sera e scrittore, che ha ripreso il tema delle fake news in chiave ironica. Stella ci ha proposto un esempio significativo di come le fake news possano diffondersi e influenzare le persone con la notizia del “tacchino di Walmart”. Una donna, su un forum di cucina, il giorno del Ringraziamento (nota festa americana in cui è tradizione ritrovarsi in famiglia per condividere un pranzo a base di tacchino ripieno), sosteneva che i suoi familiari si fossero sentiti male dopo aver acquistato e mangiato un tacchino al supermercato Walmart. In poche ore il messaggio è stato postato su Twitter da migliaia di account, molte persone si sono spaventate e non hanno voluto più comprare o mangiare tacchini di Walmart. In realtà nessuna donna aveva postato quel commento, ma era un falso studiato e postato dalla cosiddetta “Fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica americana.

Una delle prime fake news della storia potrebbe essere stata, secondo il giornalista, quella inerente a Marco Polo e al suo viaggio nell’arcipelago indiano delle Andamane: i suoi abitanti venivano descritti come bestie dal capo di cane, naso e denti di mastino. Questa notizia si sparse rapidamente creando scalpore, nonostante fosse un espediente per indicare una popolazione con cultura differente dalla propria.

Altra fake news ricordata da Stella è la falsa Donazione di Costantino, che per secoli fu utilizzata per giustificare la proprietà di terre della Chiesa; secondo quel documento  era stato l’imperatore Costantino stesso a concederla in dono al Papa. In realtà, Lorenzo Valla, studioso del XV secolo, scoprì incongruenze fra il latino usato per la stesura del manoscritto e quello realmente utilizzato nel IV secolo dall’imperatore, dimostrandone la falsità.

Stella ha quindi concluso il discorso sottolineando come sia importante sviluppare un proprio pensiero in grado di valutare le informazioni diffuse dai media, che possono modificare la realtà in base ai loro interessi. Per cui, ragazzi, occhio alle fake!

                                                           Greco Lorenzo, Cosio Carlotta,
Galli Alessandro, Penso Filippo 3^DLS

 

INCONTRO… SPAZIALE

Il giorno 10 ottobre 2019 gli studenti delle seconde A, B, C e D del liceo si sono recati nell’Aula Magna dell’istituto Copernico per partecipare all’incontro “Nello spazio non c’è spazio” in presenza dell’astronauta Umberto Guidoni e di Andrea Volante, che ha fatto da moderatore.

All’incontro erano presenti anche molti alunni di ogni grado di scuola, dalla primaria fino alle superiori. Dopo che tutti si sono accomodati, il dirigente scolastico del Copernico, il professore Mauro Casella, ha fatto un discorso di presentazione e ringraziamento per Guidoni e tutti i presenti e poi ha lasciato il posto al cosmonauta e a Volante.
Nell’aula è stato proiettato un video che illustrava il suo viaggio verso la base spaziale: la partenza sullo Space Shuttle, dopo una settimana di isolamento (per prevenire infezioni) e di preparazione, lo sgancio dei razzi e del serbatoio dopo l’abbandono dell’atmosfera e il complicato aggancio alla base spaziale internazionale alla velocità di 28.000 km/h attorno alla Terra per contrastare la gravità terrestre.

Sono stati  mostrati altri filmati sulla base spaziale, una struttura estesa come un campo da calcio che da vent’anni gira attorno alla Terra a una distanza di 400 km dal suolo. In questi filmati veniva illustrato il modo in cui vivono gli astronauti: come si spostano, come e cosa mangiano, dove dormono, come passano le giornate… mentre Guidoni ci spiegava il tutto. Ad esempio, per andare da una stanza all’altra ci si sposta aggrappandosi ad alcuni ganci presenti sulle pareti delle navicelle, oppure per svolgere qualche lavoro esistono delle “cinture” sul pavimento in cui infilare i piedi per non fluttuare ovunque mentre si svolge l’attività desiderata, o, ancora, per dormire esistono dei sacchi a pelo fissati alle pareti per non rischiare di finire contro vari oggetti durante il sonno. Per quanto riguarda il cibo, invece, gli astronauti possono mangiare solo alimenti sottovuoto e senza fluidi; solo quando arriva la navicella con le scorte possono permettersi di mangiare frutta, verdura e altri cibi contenenti acqua.

Dopodiché Umberto Guidoni ha presentato alla platea attenta diverse riprese della Terra vista dalla base spaziale che raffiguravano fenomeni naturali, oceani, foreste, oppure le città di notte: un insieme di piccoli puntini luminosi che ricopriva il terreno buio.

Infine, Guidoni ha illustrato alcuni progetti che diverse aziende vorrebbero realizzare, come per esempio le navicelle “turistiche”, oppure un sistema di atterraggio in acqua o sul suolo con paracadute, e le intenzioni della NASA, ovvero quelle di raggiungere la Luna e Marte.

L’ultima parte dell’incontro è stata riservata alle domande degli studenti, alcune più serie e altre più buffe e imbarazzanti. L’incontro si è concluso alle 11.00 con un saluto e un ringraziamento generale da parte di Umberto Guidoni e Andrea Volante e gli alunni sono rientrati in istituto, soddisfatti e più “vicini allo spazio”.

Venco Giulia, 2DLS
Con la collaborazione di Sponziello Chiara (2DLS) e Panetta Giulia (2DLS)

Un viaggio nella medicina.

Uomo e donna: “antitetici complementari”

 

Mercoledì 19 Giugno alcuni studenti dell’ITIS G. Cardano delle classi 2BLS, 3DLS e 4DLS si sono recati presso la Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” e sono stati accolti nell’Aula Didattica 2 del DEA dove hanno potuto assistere a una conferenza incentrata sui temi della gravidanza e della fertilità.

La professoressa Rossella Nappi ha dato avvio all’incontro con un discorso assai interessante che ha aperto gli occhi ai ragazzi sulle diversità biologiche che coinvolgono sia soggetti femminili che maschili dei giorni nostri, rispetto a quelli di un passato più vicino di quanto ci aspetteremmo.

Quante volte ci è stato detto dai nostri genitori “ai miei tempi le cose erano molto diverse” e tutti, sicuramente almeno una volta,  abbiamo alzato gli occhi al cielo chiedendoci quanto mai le cose possano essere cambiate in così pochi anni per poi guardarci intorno il giorno dopo e percepire il costante flusso di cambiamento che circola trasparente come l’aria fino a travolgerci inaspettatamente.

Ebbene la lezione tenuta il 19 giugno dalla professoressa Nappi e dalla dottoressa  Coccini ha avuto lo stesso effetto: quella sensazione che si prova quando si apre per la prima volta un libro e sembra di  trovarsi davanti a una voragine, uno spazio vuoto e nuovo tutto da riempire di informazioni.

Perché in questi pochi anni, non solo è avvenuto un cambiamento a livello sociale e culturale nella popolazione, ma anche un profondo cambiamento biologico che ha influenzato la natura umana. Un esempio è il numero medio di figli per ogni coppia, notevolmente diminuito se pensiamo ai nostri nonni e ai loro fratelli e sorelle: quelle che una volta erano normalissime famiglie, oggi, ai nostri occhi appaiono come nuclei famigliari molto numerosi, impensabili per la vita corrente che vede un numero massimo di 2 figli per coppia. Tutto ciò sicuramente influenzato dai cambiamenti avvenuti nella società, negli orari e nella disponibilità del lavoro.

Presi in considerazione questi dati, la professoressa si è poi soffermata sulla tardività dei parti: sempre più donne arrivano infatti a chiedere la fecondazione artificiale realizzata con l’aiuto di esperti in laboratorio, perché ostacolate, data l’età sempre più avanzata, a concepire un figlio naturalmente. Da qui, la relatrice ha aggiunto tutti i fattori di rischio e le controindicazioni legati alle gravidanze dai quarant’anni e oltre per poi passare la parola, dopo questo interessante discorso, alla coordinatrice delle ostetriche dottoressa Giovanna Coccini che ha approfondito ulteriormente, addentrandosi nei particolari medici, argomenti ancora più vicini a noi ragazzi, per quanto questo possa sembrare ad alcuni precoce: ha introdotto la descrizione di alcune malattie sessualmente trasmissibili, ponendo l’accento sulla prevenzione e sulle modalità per attuarla, con tanto di pro e contro, fino al corretto metodo di igiene, raccomandando vivamente di eseguire controlli e di prestare sempre attenzione alle prescrizioni dei medici.

Perché l’ambito della medicina è un mondo sconfinato, e noi, come piccoli astronauti che vanno sulla luna, pensiamo di poter sapere tutto ciò che ci occorre su quel nuovo mondo, ma non ci rendiamo conto della vastità della sua superficie.

                                                                          Giulia Faccini  3 DLS

 

“Antitetici complementari” così Rossella Nappi, professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università degli Studi di Pavia nonché esperta di procreazione medicalmente assistita dell’IRCCS Fondazione San Matteo, definisce l’uomo e la donna dal punto di vista biologico. Uomo e donna, due entità separate e perfettamente plasmate dalla natura secondo un preciso programma, entrambi destinati ad incontrarsi per dare origine al più affascinate dei fenomeni, la vita, a partire da due microscopiche cellule: lo spermatozoo e la cellula uovo.

Durante l’incontro tenutosi presso l’aula 2 del DEA San Matteo di Pavia in data 19 giugno viene ribadita l’importanza di una corretta educazione sessuale e soprattutto di una quanto più meticolosa informazione tra i giovani riguardo la progettazione di un futuro genitoriale. Le ormai sempre più innovative tecniche di procreazione medicalmente assistita devono, e sottolinea devono, essere utilizzate solamente in casi patologici in cui il concepimento naturale non sia possibile, causa infertilità o altre patologie in uno dei due partner. La progettazione di un futuro da mamma e papà deve interessare già intorno ai 20 anni, così come era solito accadere fino a qualche decennio fa, soprattutto a causa della sempre più elevata frequenza di infertilità maschile, che può portare ad un quasi totale azzeramento della funzionalità degli spermatozoi, oppure della fisiologica perdita di potenzialità evolutive della cellula uovo nella donna, a partire già dai 35-40 anni. Una gravidanza a 42 anni, ad esempio, consiste già in “un’eccezione”, una forzatura della natura, che predispone l’organismo femminile alla gravidanza in un ben determinato range di età. La disinformazione nei giovani porta, soprattutto in età adolescenziale, a non interessarsi a tale tematica, lasciando così passare gli anni e ritrovandosi in età matura, almeno dal punto di vista sessuale, ad apprendere le problematiche e gli ostacoli che si potrebbero incontrare lungo il loro percorso per diventare genitori.

L’invito della professoressa Nappi e della dottoressa Coccini, coordinatrice ostetrica intervenuta successivamente, è quindi mirato ad una maggiore sensibilizzazione, attraverso una più completa e corretta conoscenza del proprio “io intimo”, verso le problematiche annesse e connesse alla procreazione.

Andrea Villani, Alessandro Vai, Luca Gentina, Andrea Cirmi
4DLS ITIS “G.CARDANO”

TUTOR4GIUNTO

L’ITIS G. Cardano: una scuola costruita dagli studenti per gli studenti.
Ogni tanto esce un articolo che ne descrive i lati peggiori: risse, atti di vandalismo…cose che succedono anche in altre scuole di Pavia e del mondo, ma che sembrano gravare più sulle nostre spalle che su quelle di altri istituti.
Vista da fuori: muri grigi, il cancello, il giardino davanti alla Centrale e il parcheggio dei motorini davanti alla Succursale.
Vissuta dall’interno: un’enorme massa di ragazzi che girano per i corridoi con gli zaini sulle spalle, che ridono e parlano mentre cambiano aula, i professori che si muovono tra di loro con le borse piene di verifiche da correggere e progetti da mostrare agli studenti.
Quasi duemila anime le cui vene pulsano a un unico ritmo.
Perché dopo un po’ che passi le tue giornate all’ITIS G. Cardano, non puoi più percepirla solo come la tua scuola. Diventa la tua patria, un posto in cui studiare sì, ma anche divertirsi e crescere…il TUO posto.
Si sviluppa una sorta di legame, come se fossimo una grande squadra unita per affrontare qualsiasi partita, e anche se non ci conosciamo tutti, perché siamo davvero tanti, non possiamo fare a meno di pensarci come un NOI, quelli del Cardano.
Ma diciamolo, siamo un po’ stufi di essere percepiti come la scuola dei “teppisti”.
Abbiamo le nostre pecche, un paio di cose qua e là che andrebbero sistemate non mancano di sicuro, ma siamo, e parlo per esperienza, una delle scuole più belle e preparate della provincia. Bisogna pensarci come una sorta di organismo vivente, formato da più organi che cooperano tutti al funzionamento generale.
Meccanici, Chimici, Informatici, Liceali, Elettrotecnici e professori…ognuno è un ingranaggio che permette a questa complessa macchina di funzionare.
Si, anche gli studenti partecipano a rendere il Cardano la scuola che è: c’è chi lo fa in modo negativo, ma sono molti di più quelli a metterci il cuore, che cercano di contribuire alla crescita del posto in cui passano la maggior parte delle loro giornate.
Un esempio di questa collaborazione sono proprio i ragazzi della 5AI che hanno elaborato un programma che permette agli studenti di tutte le classi di prenotare lezioni di ripetizione in caso di difficoltà nelle varie materie.
Un gruppo di studenti chiamati tutor, infatti, si mette a disposizione ogni anno per aiutare i compagni che fanno più fatica a studiare alcuni argomenti (tutee).
C’è chi è più portato per la fisica, chi più per la storia o l’informatica, così ci diamo una mano per affrontare l’anno scolastico e “passarlo” con i migliori risultati possibili.
Il sistema di tutoraggio elaborato dalla 5AI è semplice da usare (comprende un manuale d’uso che spiega brevemente e in maniera chiara tutte le funzioni del sito) e consente ai ragazzi di organizzarsi con efficacia, con la supervisione dei professori.
Ci si deve registrare, ognuno con i propri dati del registro elettronico Classeviva, per evitare che persone non appartenenti alla scuola entrino nel sito; dopodiché si accede a un’interfaccia in cui è possibile sia prenotare lezioni, scegliendo tra i vari tutor e orari disponibili, sia, per chi accede con le credenziali del tutor, dichiarare i giorni di disponibilità, la materia di cui ci si vuole occupare e, in caso di imprevisti, disdire gli accordi presi con gli studenti prenotati.
Un lavoro di squadra formidabile che ha coinvolto tutta la classe. Un vero e proprio team, ciascuno con mansioni differenti, il quale ha poi presentato il frutto del duro lavoro alla preside e alla vicepreside. Le espressioni soddisfatte dei docenti e dei ragazzi, la cui esperienza è servita per crescere a livello tecnico e di cooperazione, sono il simbolo di una scuola unita a cui la 5AI, che ha ormai finito il suo percorso, ha voluto lasciare un’eredità.

Giulia Faccini 3 DLS, Itis Cardano, Indirizzo Scienze Applicate

UN EVENTO… PARTICOLARE

Il giorno venerdì 10 maggio 2019 due classi dell’istituto ITIS Cardano, la 1DLS e la 5CI, hanno partecipato all’evento conclusivo del progetto “Conosco il bullo”, organizzato dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Pavia in collaborazione con i Carabinieri. La manifestazione si è tenuta al Palatreves, in via Treves a Pavia.
Il ritrovo si è tenuto alle 8:30 direttamente nel cortile del palazzo dello sport. Nel giardino erano rappresentati tutti i reparti dei Carabinieri attualmente in attività. In un angolo due poliziotti a cavallo con delle sciabole sulla sella che, come detto da loro, operavano nei parchi di Milano e nel Parco di Monza. Subito accanto un carabiniere teneva al guinzaglio un cane antidroga, un bel pastore tedesco dal manto scuro che, nonostante la sua espressione spaventosa, si lasciava accarezzare da tutti i bambini presenti, oltre che dai ragazzi delle medie e delle superiori. Il vialetto di fronte all’ingresso della palestra era inoltre occupato da auto e moto dell’Arma, sia quelle storiche, e ormai da collezione, che quelle più recenti.

 

 

Il particolare che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la simulazione della scena di un crimine: un manichino giaceva sulla sedia nei pressi del tavolino di un bar, ferito al petto da alcuni colpi di pistola. L’arma del delitto era a terra, intorno alcuni bossoli, delle orme e una scarpa poco più lontano. L’area del delitto delimitata da nastri gialli, all’interno dei quali al lavoro raccoglievano prove due uomini della scientifica con tute, guanti e mascherine. Il capo della squadra omicidi ha spiegato come opera la scientifica in un caso come quello, mentre gli esperti dietro di lui eseguivano tutte le procedure previste.
Verso le 9:40 tutti i ragazzi sono entrati in palestra per l’evento centrale: una partita di calcio tra gli studenti dell’istituto Cossa e i Carabinieri. Prima dell’incontro la presentazione delle squadre, accompagnate dalla banda ufficiale dei Carabinieri che ha suonato diversi brani, tra cui la sigla di Indiana Jones.
L’incontro è durato quasi un’ora, dalle 10:12 alle 11:07, intervallato da tre pause, durante una delle quali si sono esibite le Cheerleader dell’associazione “Here you can”. 
La partita è stata molto agguerrita: spintoni, falli, cadute (anche un po’ ironiche), ma alla fine, anche se con un ferito della squadra dei carabinieri, ci si è divertiti e non ci si è fatti troppo male. La competizione è finita con una vittoria schiacciante da parte dei ragazzi, che hanno battuto gli avversari 4 a 1. Durante una pausa del match, abbiamo conosciuto Alessandro Calvi, carabiniere che ha fatto parte della squadra nazionale italiana di nuoto ed ha partecipato anche ai mondiali e ai giochi olimpici di Atene. Incuriositi e ammirati gli abbiamo chiesto: “Come ti sentivi quando hai gareggiato?”, ci ha risposto: “Non è semplice da esprimere a parole, la concentrazione è sempre fondamentale, ma ogni volta è un’emozione nuova e unica” e alla domanda se avesse nostalgia dei vecchi tempi ci ha risposto: “Sono tempi che mi hanno dato tanto e che mi hanno insegnato che impegno, costanza e concentrazione sono alla base di qualsiasi attività, anche in quella che svolgo ogni giorno”.
Dopo la premiazione, gli organizzatori dell’evento hanno ringraziato tutti per la partecipazione e alle 12:00 la manifestazione si è conclusa.

Giulia Venco
1DLS

Buon compleanno Giunto!

Quest’anno l’Istituto Cardano festeggia un compleanno molto importante: il nostro “Giunto” compie quarant’anni!Ebbene sì, quella scultura davanti alla quale gli studenti passano tutti i giorni, prima di iniziare le lezioni, fu realizzata ben quarant’anni fa, nel 1979, dallo scultore pavese Carlo Mo.
Ecco perché ci pare importante far conoscere la storia di quest’opera, tanto cara al nostro istituto, e del suo scultore.
Per ottenere delle informazioni più accurate e per scoprire i segreti di un’artista, abbiamo chiesto aiuto alla figlia dello scultore: Paola Mo.
Essa ci ha ospitato nel luogo in cui la maggior parte dei capolavori del padre furono realizzati, ossia il parco e l’officina dietro casa, e ci ha parlato del lavoro e della vita del padre, non mancando di raccontare qualche aneddoto.L’idea per questa scultura nacque da una curiosità che Mo aveva sviluppato per Gerolamo Cardano e per la sua vita travagliata, decidendo così di realizzare e dedicare a lui la scultura.
“Giunto” in realtà è solo un soprannome, che gli è stato dato nel corso degli anni, il suo nome originale è Contrasto. Il termine scelto come nome della scultura, “contrasto”, è un riferimento alla vita del medico pavese e appartiene molto a Mo: la sua scultura rappresenta sempre il contrasto tra pieni e vuoti, tra materia e spazio, tra l’uomo e la vita, creando un effetto di movimento e dinamismo.La scultura si compone di due parti identiche, incastrate tra loro con precisione millimetrica, composte di lamine di acciaio inox scatolato e saldato, ed ha dimensioni imponenti: 4 m di altezza per 4 m di larghezza.

Le due parti della scultura non si sovrastano l’una con l’altra; come si può notare, infatti, sono incastrate una a fianco dell’altra creando un’idea di dinamicità, di movimento, di energia, di una continua lotta, facendo sì che le due parti si fondano completandosi a vicenda.

Il cortile del nostro istituto ha la grande fortuna di ospitare una delle opere più imponenti e rappresentative di Carlo Mo, uno degli artisti pavesi con la maggiore fama internazionale.

Lo scultore pavese nacque a Piovene Rocchette nel 1923 ma trascorse l’infanzia a Genova dove iniziò gli studi e alla quale rimase sempre molto legato, tanto da testimoniare questo rapporto con l’opera Paganini, le cui superfici satinate e smerigliate richiamano il mare di Boccadasse. Nel 1942 si trasferì poi a Pavia dove proseguì gli studi universitari.

Da ragazzo, nel secondo dopoguerra, partì per l’Africa decidendo di seguire il padre (Rwanda e Madagascar); in questo periodo prese ispirazione dall’arte africana e ne rimase profondamente influenzato. È in questo periodo che si collocano i suoi primi lavori: varie sculture realizzate in filo di rame. Questa tecnica permette di realizzare sculture dinamiche, di “disegnare nell’aria”, plasmando lo spazio creando un contrasto di pieni e vuoti, lasciando al nostro   occhio e all’aria il compito di ricostruire la massa.
Nel ‘53 tornò poi in Italia esponendo le sue opere in varie mostre a Milano, Roma, Messina e poi alla triennale di Milano. Dal ‘64 al ‘68 riscosse grande successo internazionale curando le scenografie di concerti e opere teatrali alla Certosa di Pavia.
Nel ‘69 gli fu affidato dal governo del Madagascar l’incarico per la realizzazione di un monumento al Portatore Malgascio, che sarà collocato l’anno successivo ad Andapa. Tra il ‘70 e ‘80 partecipò a molte mostre in varie città italiane ed estere come Venezia, Milano, Bologna, Basilea, Bruxelles e Amsterdam. Alcune sue opere entrarono in collezioni sia pubbliche sia private come quella del Museo Hirshon di Washington e quella privata di Betty Parson.
Nella lunga carriera dell’artista non va trascurato il suo interesse per il disegno per il quale fu molto portato, e la realizzazione di varie opere pittoriche.
Lo scultore si dedicò a indagare lo spazio, la luce, il contrasto di volumi, e alla ricerca di un equilibrio di forme: tanto da esser considerato dalla critica un “costruttivista”. Una delle sue più grandi doti fu la sua capacità di lavorare con le proporzioni, le sue sculture interagiscono con lo spazio circostante perfettamente, indipendentemente dalle loro dimensioni, per questo fu definito “lo scultore dei grandi spazi”. Utilizzò spesso solidi o richiami geometrici nelle sue sculture, e fu sempre alla ricerca dell’equilibrio. Mo era solito dire “Se devi disegnare qualcosa, devi confinare lo spazio poiché il primo tratto già limita qualcosa di geometrico, lo spazio”.

Carlo Mo fu un maestro anche nella cultura dei materiali e nella loro scelta: per scegliere le lamine di acciaio inox, materiale molto utilizzato dall’artista, guardava la loro venatura in modo da scegliere le lamine più adatte al progetto da realizzare e in modo che stessero insieme una volta saldate. La figlia, Paola Mo, lo definiva in modo affettuoso “l’antico fabbro dogon” per la cura e la passione che riservava a ciascuno dei suoi lavori.
Mo inoltre fu solito abbinare all’acciaio altri due elementi: il marmo nero e il corten, un metallo che si arrugginisce ma senza perdere le proprie caratteristiche, L’Attesa è la prima scultura che raccoglie questi materiali. Il materiale per uno scultore è molto importante: di volta in volta bisogna scegliere il materiale e le tecniche più adeguate alla realizzazione di una scultura, il materiale è uno degli alfabeti dello scultore.
Nel ‘85 rappresentò la scultura italiana a Tokio e l’anno successivo partecipò alla quadriennale di Roma. Per un decennio tenne la Cattedra di scultura alla Nuova

Accademia di Milano la cui Aula Magna fu intitolata a lui.

Tra il 1987 e il 1998 realizzò una grossa scultura per una nave da crociera americana e quattro sculture per Pavia: Alboino e Teodolinda re Longobardi, interamente di acciaio inox saldato e scatolato. L’idea di realizzare un’opera dedicata ai longobardi girava nella testa di Mo da anni, infatti il suo primo re longobardo risale al 1951.

Alboino e Teodolinda

Il lavoro di Mo per la realizzazione di una scultura si componeva di più tappe: come prima cosa realizzava dei disegni, cosa che gli riusciva particolarmente bene, per iniziare lo studio del progetto. Poi realizzava dei bozzetti di legno o metallo, ciò aiutava lo scultore nello studio della composizione e nello studio delle forme. “Non è vero che il genio è sregolatezza” – dice la figlia Paola Mo – “Bisogna essere precisi e ordinati, saper scegliere i materiali e le tecniche giuste è importante.”
“Dopo di che iniziava la realizzazione dell’opera e tutto viaggiava più in fretta” – continua la figlia – “dietro ad ogni scultura c’è un grande lavoro di fabbro e a volte capitava che, per le opere di dimensioni maggiori, dovesse appoggiarsi a delle officine esterne.”
Ciò è capitato nel caso di Contrasto che fu realizzata con l’appoggio di un’officina di Mantova a causa delle sue imponenti dimensioni, le quali impedirono di realizzarla nell’officina dietro casa.
Alla base di ogni scultura Mo impiegava diverso tempo nello studio del materiale da utilizzare, delle proporzioni e delle misure, poiché anche i millimetri sono decisivi per la realizzazione perfetta della scultura.
Mo era, infatti, un perfezionista e continuava a lavorare a un progetto finché non lo riteneva assolutamente perfetto in ogni suo aspetto.
Questi procedimenti furono seguiti anche per la realizzazione di Contrasto, la quale non fu realizzata in un tempo prestabilito, non esiste infatti un tempo prestabilito per realizzare una scultura.
La creazione di Contrasto è partita con la realizzazione di vari disegni progettuali e dallo studio di due cunei sovrapposti. In seguito il tutto fu sviluppato tramite modellini di legno e di metallo pieno, arrivando infine alla realizzazione della scultura composta in acciaio inox saldato e scatolato, come molte delle sue sculture. Questo tipo di acciaio fu particolarmente amato e utilizzato dall’artista perché è “capace di bloccare la luce” e di rendere dinamica la materia e lo spazio attorno e dentro di essa.
“Dopo che la statua fu terminata” – ci racconta Paola Mo – “Doveva essere spostata nel nostro giardino, per fare ciò è stata necessaria una gru e una squadra di operai, data la mole dell’opera una volta completata. L’idea di mio padre era di mettere il primo pezzo a terra così da poter incastrare l’altro e poi girarla nella posizione nella quale l’aveva immaginata, come nei modellini. Il procedimento era facile soltanto in teoria, poiché la seconda parte andava sistemata con una precisione millimetrica per ottenere l’effetto immaginato da mio padre. I lavori per la posa stavano procedendo bene, finché non si ruppe una delle cinghie che sorreggeva il secondo pezzo, ancora sospeso in aria, facendolo precipitare sopra l’altro con un grosso schianto. Ci siamo tutti coperti gli occhi per non guardare, dagli addetti ai lavori al fotografo, più di tutti mio padre temendo che l’opera si fosse distrutta, invece s’incastrò nell’esatta posizione che aveva progettato facendoci tirare un sospiro di sollievo.”
Dopo qualche tempo fu spostata dal giardino della famiglia Mo e fu posta in piazza Leonardo Da Vinci, di fronte all’università, per volontà condivisa del sindaco e di Carlo Mo. L’università però non gradiva l’idea di ospitare la scultura, infatti, non fu apprezzata e chiesero più volte di spostarla.
“Quando studiavo all’università, sapendo che ero la figlia di Carlo Mo, mi dissero più volte di chiedere a mio padre di spostare la statua, che a loro non piaceva” – ci racconta sorridendo la figlia.
La loro richiesta fu accontentata quando spostarono la scultura nella sua sede attuale, il nostro istituto. Lo scultore però non fu scontentato: Mo amava i giovani e fu, infatti, molto contento di quella scelta.
Non a molti è nota la storia che si cela dietro a quella scultura che ogni giorno ci da il benvenuto a scuola, alla quale ci diamo appuntamento con i nostri amici e alla quale nessuno osa avvicinarsi più di tanto per paura di salire sul suo basamento e di “essere bocciato”. Questa scultura, anche se dopo qualche tempo si dà per scontata, continua ad affascinare tutti i ragazzi che la vedono per la prima volta iniziando la loro avventura alle superiori. Negli anni è divenuta il simbolo del nostro istituto e, in qualche modo, fa molto più che rappresentarci e distinguerci tra le altre scuole pavesi. Il suo nome, Contrasto, si accosta bene a tutti gli studenti della nostra scuola, sia per la quantità di studenti, che porta a contatto persone diversissime tra loro, talvolta facendo nascere nuove amicizie, sia perché il periodo della vita in cui si affrontano le scuole superiori è uno dei più contrastanti nella vita di una persona, sotto vari aspetti: da quelli scolastici, a quelli riguardanti i rapporti con nostri amici e familiari, fino a quelli sentimentali.
In occasione del suo quarantesimo compleanno vogliamo ricordare e rendere omaggio al nostro “Giunto” e al suo scultore Carlo Mo, infatti non dobbiamo dare per scontato ciò che ci circonda, anche se siamo abituati a vederlo, perché i capolavori si nascondono dove meno ce lo aspettiamo.
Che compleanno sarebbe, però, senza una festa?
Insieme alla Dirigente Scolastica, all’insegnante di storia dell’arte e alla nostra classe stiamo pensando di organizzare una “festa di compleanno” all’inizio del prossimo anno scolastico, alla quale, ovviamente, sarete tutti invitati!

Giulia Rampazi 4^Cls , Alberto Vassena 4^Cls

28 gennaio 2019: al Politeama va in scena TREBLINKA

Impersonare un personaggio non è affatto facile, possiamo immaginarlo, ma doversi calare nei panni di un deportato in un campo di concentramento è sicuramente un’impresa ardua che richiede impegno e molta bravura. Per poterci riuscire occorre “vivere l’esperienza”, diventare un tutt’uno con la parte che si è chiamati a rappresentare e venire catapultati, per un momento, nel lontano 1942, anno in cui il campo di sterminio di Treblinka entrò in funzione.Le luci della sala si abbassano e una musica tombale rimbomba tra le pareti. Entrano in scena i cinque protagonisti che, senza preavviso, si esibiscono in una sorta di “coreografia di presentazione” che ha lo scopo di “caratterizzare” i personaggi ed il loro ruolo nella rappresentazione: una ragazza a cui viene tolta la libertà di parola, una donna che deve dire addio al suo sogno di attrice e una giovanissima appassionata di ballo alla quale vengono tarpate le ali fin troppo presto. Il militare delle SS Stangle, direttore del campo, invece, a dispetto della grande carica che ricopre, è combattuto tra la condizione lavorativa che lo costringe a rimanere in quel macabro luogo ed il suo desiderio nascosto di poter tornare a camminare tra le strade della città. L’ultimo personaggio, il nuovo direttore, è un giovane uomo che si dimostra subito consapevole dell’importante compito che gli è stato affidato, dal momento che procede subito con l’ordinare la costruzione di nuove camere a gas. Il “sadico bambolotto” ha anche in mente di far costruire una finta infermeria, in modo che i prigionieri credano di poter ricevere cura e assistenze sanitarie invece che andare incontro, come scopriranno, alla morte certa.

Durante lo spettacolo vengono messi in luce gli aspetti più brutali che caratterizzano la vita dei prigionieri nel campo. In primo luogo vi sono le sofferenze corporee causate dalla scarsità del cibo offerto, come nella scena in cui vengono lanciate a terra delle patate che le ragazze si affrettano a mangiare. La brutalità delle SS può essere invece ritrovata nel non aver nemmeno permesso a queste ultime di poter consumare quel misero pasto che sono state costrette a restituire. Altri aspetti che manifestano la ferocia a cui sono subordinati i prigionieri sono ad esempio lo sfruttamento della condizione femminile, dal momento che le ragazze non solo sono sottoposte ai lavori forzati, ma sono anche costrette a fungere da prostitute

 per le SS.

Durante la rappresentazione, le prigioniere vengono anche a conoscenza della sorte che toccherà loro: Treblinka non è un semplice campo di concentramento, è privo della consueta selezione tra abili e inabili al lavoro: una volta scesi dal treno, la direzione è sempre e solo la morte, e l’unico motivo per il quale alcuni gruppi di prigionieri sono tenuti in vita è il fabbisogno di manodopera per la costruzione di nuove camere a gas.

 

Durante la reclusione, le sofferenze delle prigioniere sono descritte come atroci, insopportabili e sadiche, questo perché gli attori si sono ispirati alla preziosissima testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti allo sterminio di Treblinka, Yankel Yakov Wiernik, che nel suo libro “Un Anno a Treblinka” scrive:
«Gli abitanti di Wòlka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l’intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende,  penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell’anima […] Tre, quattro volte al giorno …»

È con queste stesse parole che l’oppositrice politica descrive la disumana condizione nella quale “vivono” i reclusi. Costretti a patire pene degne dell’inferno, la morte provocata dall’emissione del monossido di carbonio, più lenta e dolorosa rispetto a quella causata dal più diffuso e famigerato Zyklon B. L’utilizzo del già citato gas è inserito al termine dello spettacolo, nella scena in cui la giovane ragazza ebrea va incontro alla sua amara fine.

Nonostante l’altissimo tasso di mortalità del lager di Treblinka, esso non risulta tra i più tristemente famosi, questo perché i sopravvissuti furono più unici che rari, così come le testimonianze in merito alle atrocità commesse. Si stima che le vittime siano state tra le 700.000 e le 900.000 persone, un numero veramente elevatissimo se si considera che il campo rimase in funzione solo per 16 mesi.

A questo punto rimane da domandarsi se le cose raccontate in questa mattinata al cinema Politeama siano vere oppure false. Sicuramente di fronte a certe barbarie risulta più semplice chiudere un occhio e fingere che non sia mai accaduto nulla, ma così facendo dimenticheremmo tutto ciò che la storia ci ha insegnato e, posto che essa si ripeta sempre, almeno in merito ad alcuni avvenimenti faremmo bene ad aver imparato qualcosa.

Perciò, cosa c’era di vero?

Credo che l’unico modo per rispondere sia che tutto ciò che accade in teatro è finto, ma niente è falso.

Chiara Cantù  4 ^ DLS

Inciampare per ricordare

Pavia, 24 Gennaio 2019. Per commemorare la Shoah e le atrocità commesse dal Terzo Reichcontro gli ebrei, è stato rappresentato lo spettacolo ”Inciampare per ricordare”.

Nel suggestivo Salone Teresiano della Biblioteca dell’ Università della nostra città, nomi volti storie di donne e uomini deportati sono diventati inconsapevoli simboli di quello sterminio e a loro hanno reso omaggio Lucia Ferrati e Giuliano Del Sorbo: la prima con la potenza delle parole, il secondo con l’emozione della pittura. L’attrice ha letto testimonianze e documenti storici, recitato prose e poesie di Calamandrei, Calvino, Kolmar, Matacotta, Levi e Ungaretti; il pittore ha realizzato dipinti dal vivo per rievocare le presenze dei protagonisti del nostro passato.
Tra le numerose lettere molto toccanti, scritte nei campi di concentramento dai deportati, ha emozionato ricordare quelle di Clotilde Giannini, nata a Tornaco il 24 dicembre 1903. La donna, oramai consapevole del suo destino, scrisse al marito di non sperare in un possibile ritorno a casa e chiedeva di prendersi cura dei figli; ringraziava infine il marito per l’affetto ricevuto. Durante la narrazione, venivano proiettate fotografie della vittima e messaggi di solidarietà di amici e parenti, spesso toccanti.
Un altro argomento trattato durante la serata è stato la posa delle pietre d’inciampo dedicate a Max Herbert e Sigismondo Bick di cui sono state lette delle testimonianze. Erano arrivati a Landriano il 14 settembre 1941, decidendo di trasferirsi nella campagna pavese perché vicina a Milano, luogo dove avevano vissuto dal 1935 al 1938 e di cui avevano conservato un buon ricordo. Max e Sigmund, o Sigismondo, come era stato ribattezzato dalla gente del posto, erano due fratelli ebrei nati a Monaco, ma che arrivarono a Landriano direttamente dal campo di internamento di Ferramonti, a Tarsia, in provincia di Cosenza. Si trovavano lì perché internati un anno prima per ordine del regime fascista e destinati al soggiorno obbligato nella provincia di Pavia, in quanto non considerati «soggetti particolarmente pericolosi». I fratelli erano dei pittori di professione e lavorarono alla chiesa di San Vittore a Landriano. La sera del 30 novembre 1943 sparirono misteriosamente, all’insaputa di tutti. Si è certi che vennero arrestati e messi su un treno diretto al campo di concentramento di Auschwitz e da Auschwitz i fratelli non fecero più ritorno.
In seguito la narratrice ha ricordato un uomo forte e tenace, che non ha mai mollato: il suo nome era Carlo Pietra. Nato a Torre de’ Negri il 3 marzo 1923 , morì il 14 marzo 2010. Egli si battè contro i nazifascisti militando nella Brigata “Paride” sino a che, nel 1944, fu catturato. Liberatosi, egli tornò nel suo paese e divenne partigiano della Brigata Garibaldi, un simbolo della lotta contro il nazifascismo. Il fratello del partigiano ricorda ancora quando, nel 1945, la speranza di rivedere Carlo sembrava oramai svanita. Ma una notte accadde l’impensabile: sentì un rumore provenire dalle scale; si affacciò, lo vide e scoppiò in lacrime con un’emozione indescrivibile. “Per mio padre è stata davvero dura” dice la figlia di Carlo Pietra, Eralda, che racconta di come il padre sia sopravvissuto alla prigionia grazie ad un operaio della Lancia di cui sappiamo ben poco.
Una cosa però è certa: era sicuramente un uomo di cuore.
Lo spettacolo del 24 gennaio si è concluso infine con l’emozionante pittura dal vivo di Giuliano Del Sorbo che, in pochi attimi e con maestria, davanti agli occhi curiosi degli spettatori, ha dato vita a una gruppo di figure umane, vere e proprie personificazioni della sofferenza e del sacrificio. Partendo da un disegno preparatorio, aggiungendo prima il colore e poi sottraendolo con gesto sicuro e vigoroso, ha fatto emergere dalla materia un’opera d’arte.
L’intenso battere delle mani all’unisono di tutti i presenti concludeva uno spettacolo toccante e nello stesso tempo potente, nell’intento di ricordare a gran voce che ciò che è stato non dovrà mai più accadere!

Lorenzo Tavazzani e Yuri De Santis classe 2^ DLS

IL FUTURO SIAMO NOI

Palestra, fine della seconda ora.

Andiamo negli spogliatoi, ridiamo, alcuni sono nervosi per la verifica che ci attende tra poco.

Improvvisamente, sento gli occhi bruciare. Sarà l’allergia, penso. Ma anche la gola pizzica. Mi guardo intorno e vedo le mie compagne tossire, un paio piangono. Non riesco più a respirare. Qualcuna si è precipitata verso la porta, sta trafficando con il chiavistello, la spalanca: siamo libere.

Anche i ragazzi escono dal loro spogliatoio di corsa.

Per qualche secondo, mi balenano in testa le immagini del film che ho visto ieri sera: un’epidemia, la fine del mondo. Sono troppo fantasiosa, lo so, ma una mia amica sta piangendo e, senza sapere perché, altri urlano per la confusione e io non so più cosa pensare. I bidelli spalancano le porte che danno sul giardino e usciamo. Ho paura di quello che potrebbe attenderci fuori (un’invasione? o siamo solo il divertimento di sadici extraterrestri come nel romanzo di King?); ma quando sento il vento freddo sferzarmi il viso, mi ricredo.

Siamo ancora qui, a Pavia. La mia amata scuola, l’ITIS “G.Cardano”, non è presa d’assedio da un gruppo di alieni. E allora, cos’è successo?

– Peperoncino! – sento urlare.

Come ho fatto a non pensarci prima? Tre giorni fa, ad Ancona, in una discoteca è stato spruzzato dello spray al peperoncino. Grida e panico in un locale che conteneva più gente di quanta avrebbe potuto. Sono morte sei persone, schiacciate dalla massa. Ricordo un video: una folla agitata, la balaustra cede, tutti cadono.

In effetti potrebbe sembrare la scena di un film apocalittico, la gente spaventata a morte, le città che si ribellano ai loro stessi creatori. E invece no. È la realtà.

Sento delle sirene e mi accorgo che sono arrivate delle ambulanze.

– Perché? – chiedo ai miei compagni. – Si è fatto male qualcuno?

– Tre ragazzi sono in codice giallo, ma credo che ne porteranno via un po’. Ma chi è che ha spruzzato lo spray?!

Già, chi?

Un medico mi dice che preferisce portarmi in ospedale, mi vede scossa.

Le porte dell’ambulanza si chiudono e io riesco solo a pensare: chi?

Si dice che la nostra sia una generazione persa, senza ideali. Io non credo. Persino Pasolini ha descritto i giovani della sua epoca come indifferenti, “bruciati”.

Si sentono gli adulti parlare della crisi, della politica indaffarata e affarista, intanto il modo migliore per affrontare questi problemi è non affrontarli, divertirsi finché c’è ancora tempo, proprio come, poco prima della fine del mondo, si cerca di collezionare il maggior numero di ricordi felici possibile per andarsene senza rimpianti. Ma è proprio questo il punto: pensare che le persone siano sull’orlo del baratro e quindi oltrepassare il limite, lasciarsi al degrado per indolenza, contribuire alla decadenza perché rimettere insieme i cocci è difficile, ci si può tagliare.

Per fortuna, non siamo tutti così. E lo dico perché, in quanto adolescente, so di cosa sto parlando.

Come in ogni epoca, anche questa ha i suoi anarchici, ma è ovvio che se a esserlo è un adolescente si punti il dito su qualcosa di nuovo e i cui effetti sono incerti, come i social.

Gli adolescenti sono incollati ai cellulari, vogliono solo i like, si dice. Io non conosco molti ragazzi così. Certo, il cellulare è importante e essenziale oggi; ma, prima di definirli come una sorta di piaga della società, credo ci si debba soffermare un attimo. Anche la TV, all’inizio, era considerato un mezzo di distrazione invece ha contribuito a insegnare e, persino, ad alfabetizzare.

È ovvio che al giorno d’oggi l’emulazione sia ‘su più larga scala’, perché con la televisione e Internet si arriva a conoscenza di più notizie, ma non è mai accaduto che un ragazzo compisse una bravata per imitare qualcuno?

I social, però, contribuiscono a far rimbalzare la notizia da una parte all’altra del globo, e per questo si corre il rischio di credere che gli adolescenti compiano gesti di questo tipo solo per popolarità. Tuttavia, anche se alcuni lo fanno, la maggior parte non si rende neanche conto del peso delle proprie azioni e non pensa minimamente che un tale gesto possa destare tanto scalpore.

Per questo, voglio lanciare un appello ai miei coetanei: se conoscete il responsabile di una qualunque bravata, anche se è un vostro amico o un compagno di classe, denunciatelo.

Non lasciamo che la nostra generazione venga considerata omertosa, additata come la feccia della società. Siamo noi il futuro: gridiamolo.

Roberta Basile classe 3 DLS