Intervista a Sergio

Sergio, nato a Pavia nel 1972, è attualmente il barista dell’Itis G. Cardano; svolge questo lavoro da ormai trent’anni e da undici all’interno della  nostra scuola.

Il bar è collocato al piano terra dell’edificio centrale è l’ingresso si trova sotto la  scala che porta all’aula magna. Appena si entra nel locale dalla porta esterna si vede sulla  sinistra il bancone e la cucina, dove Sergio prende le ordinazioni e prepara gli  alimenti per poi servirli ai clienti; mentre sulla destra sono collocati i tavoli adibiti al consumo dei cibi forniti dal bar.  Centralmente un corridoio collega il bar all’anima dell’edificio centrale della scuola; oltre alla  zona riservata ai tavoli vi è un magazzino riservato alle scorte.

Incontriamo Sergio al termine delle lezioni e con lui parliamo del momento che stiamo vivendo. Dopo la piaga del covid-19, che aveva portato alla chiusura delle scuole nel 2020 e all’alternanza delle classi in didattica a distanza e in presenza nell’anno scolastico  20-21, ora si è tornati finalmente alla normalità ed è stata possibile la riapertura del  bar a pieno regime.

1) Si ritiene contento della riapertura?

Certamente, sono felice di poter tornare dietro al bancone del bar, contento di interagire e chiaccherare con studenti e professori. Spero davvero si possa continuare a stare aperti… con le necessarie cautele, chiaramente!

2) Stessa affluenza rispetto a prima? Se non è così, per quale motivo?

Il lavoro è cambiato. L’affluenza dei ragazzi e dei professori al bar è  diminuita vertiginosamente, a causa della nuova tipologia di ordinazione che avviene  tramite liste per ogni classe.

Inoltre non dimentichiamo che ora il bar occupa uno spazio più piccolo rispetto al passato, visto che l’area dove un tempo  c’era bar è stata trasformata in palestra a causa dell’aumento degli iscritti che richiedeva nuovi spazi sportivi.

3) Stessi guadagni?

Certamente no, i guadagni del bar sono anch’essi diminuiti come ci si poteva  aspettare.

4) Si è visto costretto ad alzare i prezzi?

Sto facendo di tutto per non aumentare i prezzi. Anzi, direi che sono  invariati da circa sei anni!

5) Trova difficile adeguarsi alle norme anti-covid? Il rapporto con gli studenti è  sempre uguale a prima?

Con il covid è stata introdotta una normativa che impone il distanziamento e l’ utilizzo dei dispositivi di protezione. Alla luce di questo, non è possibile avere le interazioni che c’erano in passato. Diaspiace, ma è così!

In passato i ragazzi venivano ad acquistare le merende direttamente in diversi momenti della giornata e a volte, soprattutto all’intervallo, c’era ressa! Ma si chiacchierava e si rideva insieme. Ora non è più possibile, non si deve fare! I rappresentanti di classe raccolgono gli ordini, li scrivono in una lista che mi consegnano. Poi prendiamo accordi per l’ora del ritiro per evitare assembramenti. Sempre il rappresentante viene al bar per il ritiro; poi porta in aula il sacchetto con le merende e le distribuisce. Lo scambio avviene solo con i rappresentanti di classe, raramente con gli altri studenti. Tutto è cambiato con la pandemia!

7) Se potesse fare qualche cambiamento alle norme, quale sarebbe?

Nessun cambiamento, per ora bisogna rispettare le normative. Verranno tempi migliori!

Per quanto riguarda il parere degli studenti essi ritengono che il bar non necessita di  cambiamenti strutturali in quanto la struttura risulta comoda e funzionale. Da sempre il bar della scuola si è rivelato per la sua vera natura ovvero un luogo di aggregazione per studenti e corpo docenti, che potevano passare qualche minuto in tranquillità, favorendo il dialogo e  lo scambio di pensieri; ma tutto ciò ora si è molto ridotto. Per questo motivo ogni studente, chi più chi meno, è  affezionato al bar e tutti sperano che in futuro la situazione possa migliorare  per tornare alle vecchie e care abitudini

G. Bernareggi 5DLS,
L. Caroppo, Q. Chen,  F. Maiocchi, C. Viola  2DLS

Intervista a Emilio Mastantuono, vicepresidente della società USD Folgore di Pavia.

Intervista a Emilio Mastantuono, vicepresidente della società USD Folgore di Pavia.

La pandemia ha colpito duramente non solo aziende e lavoratori, ma anche le società sportive costrette a lunghi stop. A parlarci di come i mesi di fermo possano influire su una realtà sportiva è Emilio Mastantuono, vicepresidente della USD Folgore di Pavia. La società, nata nel lontano 1939 grazie all’impegno di un gruppo di  oratoriani provenienti dall’Alacres e dalla banda di Santa Cecilia che scelsero come divisa una maglia granata bordata di blu, è divenuta un centro nevralgico della vita sportiva pavese. La USD Folgore non subiva uno stop così lungo dalla crisi della Seconda guerra mondiale: solo la pandemia l’ha messa ko!

Come vi siete organizzati in seguito alle restrizioni per il Covid-19?

“All’inizio era difficile (nella prima fase del lockdown addirittura impossibile!) anche solo fare allenamento per via delle restrizioni; ma adesso  le attività sportive sono quasi tornate alla normalità. Speriamo di poter continuare.”

È variata la domanda di iscrizione di nuovi atleti nelle varie fasce d’età?

“Abbiamo riscontrato un minore afflusso al campo soprattutto tra i ragazzi più piccoli, perché ovviamente molti genitori hanno avuto paura per il Covid, ma la situazione sta migliorando.”

Le restrizioni per il Covid-19 hanno causato una riduzione del numero delle squadre che partecipano ai campionati delle diverse categorie?

“No, le squadre sono rimaste le stesse, per fortuna sono riuscite tutte a resistere alla ‘crisi covid’.”

La vostra società, ma in generale tutte le società di calcio giovanile, hanno subito danni economici in seguito alla pandemia?

“Sì, a causa dei lunghi stop dovuti ai lockdown. Sono stati necessari impegno e sacrifici da parte di tutti i  gruppi dirigenziali  per poter tenere in vita il settore dilettantistico ”

Avete in mente dei progetti per migliorare la struttura?

“Durante il primo lockdown decidemmo di rifare il campo principale in località Madonnina, che ora è pronto ad ospitare le prime partite dopo l’inaugurazione del 16 ottobre 2021.  I nostri addetti al manto erboso hanno lavorato intensamente negli ultimi mesi per ottenere un campo in erba come pochi possono vantare nella nostra provincia e nel nord Italia.

inoltre abbiamo aumentato gli spazi e i posti a sedere negli spogliatoi, sia per motivi legati al necessario distanziamento anticovid sia per accogliere meglio i nostri ragazzi, che possono fruire di un ambiente ampio e più confortevole .”

Siete a corto di allenatori?

“Fortunatamente no, la voglia di riprendere c’è anche tra gli allenatori. Tutti sono entusiasti di poter riprendere a far giocare i ragazzi e non è una questione meramente atletica o sportiva: insegnare le tecniche calcistiche e sviluppare le abilità fisiche. La USD Folgore  ha mantenuto, nel tempo, l’obiettivo di far crescere i propri atleti in un ambiente sano in cui cementare lo spirito di gruppo e di amicizia tra i ragazzi. L’entusiasmo è tanto!.”

Quando e perché ha deciso di intraprendere il percorso da dirigente?

“Ho deciso di iniziare questa attività circa cinque anni fa; ho sempre amato giocare a calcio e poter rimanere in questo ambiente mi ha permesso di poter continuare la mia passione.”

Quanto spesso le capita di andare a guardare le partite della società?

“Quasi tutte le domeniche. Mi piace molto sedermi sugli spalti a guardare i ragazzi. E’ anche uno stimolo per osservare eventuali criticità”

Salutiamo Emilio Mastantuono, augurando a lui e ai suoi atleti tante soddisfazioni. Per la Folgore si prospetta una stagione di ripartenza soprattutto per le serie giovanili e per le Provinciali U14, dopo un lungo periodo di fermo.

F.Casa, T. Traverso, S.Taffurelli, G.Lamonaca,  2DLS
L.Castoldi 4DLS

 

Intervista a Guido Affini della Libreria Delfino

Mercoledì 13 ottobre, raggiungiamo la libreria “Il Delfino” in piazza Cavagneria 10 a Pavia  per intervistare Guido Affini, il proprietario. Immersi tra scaffali ricolmi di libri, parliamo della nascita della libreria, delle conseguenze del Coronavirus e di tanto altro.

Qui di seguito ecco riportata l’intervista.

Vorremmo conoscere le origini della sua libreria e le motivazioni che l’hanno spinta a chiamarla proprio in questo modo.

La libreria nasce nel 1992 in piazza della Vittoria come realizzazione del nostro (mio e dei miei soci, Andrea Grisi e Andrea Bardone) sogno di essere circondati da libri e di fornire consulenza ai clienti, intesi come lettori e non come semplici acquirenti.

Da subito cercammo di differenziarci dalle librerie universitarie perché a Pavia erano già presenti in gran numero. Partimmo da un piccolissimo spazio di soli 24 metri quadrati fino ad arrivare nel 2011 all’attuale Nuova libreria Delfino. Nel novembre del 2012, al momento del trasferimento definitivo, organizzammo la cosiddetta marcia dei delfini di Pavia che consisteva nel trasportare libri con una catena umana, partendo da piazza della Vittoria”.

Come si è adattato alle restrizioni imposte dal governo per contrastare la pandemia?

“Decidemmo di chiudere il 9 marzo 2020, il giorno prima delle disposizioni nazionali imposte dal governo, per via delle informazioni forniteci dai medici nostri clienti. Riaprimmo per la Pasqua del 2020 secondo il protocollo di emergenza stabilito dalle autorità nazionali; fu un momento di confusione totale perché arrivarono i libri ordinati nel corso di due mesi in sole due settimane”.

Così Guido ci descrive la prima riapertura.

“Eravamo abituati ad avere tantissime attività che richiedevano una presenza fisica in libreria come gli incontri periodici con gli autori e, all’interno delle scuole, le gare chiamate Olimpiadi di lettura. Tutto ciò ad oggi si è ridotto drasticamente. Mentre nel 2019, in occasione del premio ricevuto come miglior libreria d’Italia, raggiungemmo il più alto numero di presentazioni annue di opere ospitate nei nostri locali, circa 200, con il Covid ora si sono ridotte a una alla settimana”.

Quali conseguenze hanno comportato le restrizioni sia dal punto di vista economico che dei rapporti interpersonali?

“Le restrizioni purtroppo hanno finito per limitare il lavoro con le scuole, che si sono dimostrate più restie ad accettare le proposte di progetti extra-scolastici. Inoltre nei periodi di quarantena ci siamo trovati costretti a sviluppare dei video di recensioni e consulenza relative ai libri, i quali, tuttavia, non potevano sostituire pienamente i consigli dati dal vivo”.

Oltre agli aspetti negativi, ci sono stati risvolti positivi?

Come per il resto della società e per gli studenti, anche per la libreria uno degli aspetti positivi è stato quello di avere più tempo per fare le cose. Nonostante le difficoltà abbiamo aderito a diversi progetti; ricordiamo con piacere la rassegna, in collaborazione con il teatro Fraschini, intitolata “C’e splendore” in cui, tramite dirette Facebook, abbiamo parlato di libri e di cultura. Questa rassegna è stata sospesa da quando è tornata la possibilità di incontrarsi di persona perché si stava perdendo il senso della vera comunicazione”.

Ha già preso o pensa di poter prendere in considerazione la proposta e vendita di libri digitali?

L’unica attività concessa durante il lockdown era la consegna a domicilio che molto si allontanava dalla nostra concezione di vendita di libri, basata più sulla consultazione e interazione tra cliente e venditore; ciò ci ha obbligato a praticare un mestiere completamente diverso da quello che amiamo. Per adeguarci alla situazione, infatti, ci siamo inventati un “nostro sistema” attraverso il quale consigliavamo libri tramite dei video. Siamo ricorsi alla soluzione del libro digitale per un certo periodo, ma abbiamo capito quasi subito che non faceva per noi. Mi piace pensare che non siamo algoritmi, ma persone che dialogano! Tuttavia penso che non sia possibile arginare il fatto che molti libri diventeranno solo digitali; probabilmente per alcuni tipologie ci sarà una replica di quanto accaduto circa 25 anni fa con le enciclopedie all’interno delle librerie”.

Guido aggiunge ulteriori osservazioni sul digitale.

“La parte relativa alla consultazione è già digitale: mentre una volta esistevano gli archivi, oggi è impensabile che qualsiasi sistema di consultazione avvenga diversamente dal digitale. Anche a livello economico le differenze tra digitale e cartaceo sono evidenti: la disparità dei costi di lavoro tra il digitale e il cartaceo (a favore del primo) è tale per cui molte case editrici non si sobbarcano più gli oneri di una redazione perché non avrebbero ritorno. Questo è un peccato perché sono venuti meno i gruppi redazionali. Inoltre il libro digitale non è un oggetto bensì un servizio che ci offre la visione di un testo a noleggio per un determinato periodo di tempo.

La famosa psicologa Maryanne Wolf ha evidenziato anche che c’è una forte correlazione tra l’affermazione del digitale e l’aumento delle dislessie perché leggere sul cartaceo permette di sviluppare una memoria topografica del testo, a differenza del digitale che è completamente fluido. La lettura non può che passare da una fase che sia cartacea; invito quindi i genitori a tutelare i bambini piccoli nell’uso dello schermo”.

Ci sono generi prediletti  dai giovani lettori?

Quando iniziammo la nostra attività, i polizieschi erano visti malissimo e di fumetti in libreria quasi non se ne vedevano. I libri per ragazzi erano pochi e venivano importati dalla Francia e dall’Inghilterra, ma non erano per nulla intriganti. In vent’anni invece siamo riusciti a creare uno spazio dove il lettore incontra e consulta ogni genere di libri e ciò ha portato all’attuale esplosione dei manga, amati dai giovani lettori”.

Per concludere, che generi consiglia di leggere alle nuove generazioni per avviarsi al mondo della lettura?

“L’apprendista assassino” di Robin Hobb potrebbe essere l’inizio per assaporare la saga intera. L’autrice crea un bellissimo mondo dove spirito e magia sono importanti. Sempre per gli appassionati del fantasy citerei “Dune” di Frank Herbert; si tratta di un libro da un titolo impegnativo, ma che è molto importante da leggere. È la storia di formazione di un ragazzo che si trova al centro di una serie di trame per la conquista di un pianeta, che sembra periferico, ma che in realtà non lo è affatto. Concludo, per quanto riguarda il genere fantasy, con “Sei di corvi” di Leigh Bardugo. Il libro mi ha colpito: Just ha due problemi, la luna e i baffi e già questo inizio appare totalmente magico. Cambiando genere proporrei “Raccontami di un giorno perfetto” di Jennifer Niven. Questo romanzo ha due voci, i due protagonisti, e sta avendo molta fortuna tanto che nell’ultimo anno è diventato un film Netflix.

Ringraziamo Guido Affini per aver risposto alle nostre domande e per i titoli consigliati a cui daremo sicuramente un’occhiata. Lasciamo la ‘Nuova libreria Delfino’ più consapevoli del mondo della lettura.

  L. Bignami(4BLS), S. Giri (5DLS), F.Buscato, N. Indaco (3DLS), A. Masi (2DLS)

Rientro a scuola durante la pandemia: intervista a Emiliana, collaboratrice scolastica dell’Itis Cardano

Con l’allentamento delle restrizioni rese necessarie dalla pandemia le attività lavorative sono ricominciate in presenza,  ma il lavoro di molte persone è cambiato. Nell’ambito scolastico di sicuro tutto il personale ha vissuto e vive questa situazione da  vicino.

Intervistiamo una collaboratrice scolastica dell’ITIS Cardano che ci racconta se e come è mutato il suo lavoro dopo la  ripartenza, per sapere cosa  pensa delle nuove regole introdotte per prevenire la diffusione del Covid-19. Incontriamo Emiliana al secondo piano dell’edificio scolastico verso le 13.00 di martedì 12 ottobre.

Se non avesse fatto questo lavoro, quale le sarebbe piaciuto svolgere?

Con questa domanda mi avete aperto un mondo, mi ricordo che da piccola mi sarebbe piaciuto fare la commessa o l’impiegata.

Che rapporto ha con alunni e professori?

Per quanto mi riguarda mi trovo abbastanza bene sia con gli studenti sia con i professori. Sono tanti anni che lavoro in questa scuola e ho imparato pian piano a conoscere alunni e docenti;  con entrambi ho un bel rapporto e penso sia molto importante entrare in sintonia con le persone che si hanno davanti, soprattutto per quanto riguarda il mio lavoro che prevede scambio e relazione.

Qual è la cosa che le piace di più del suo lavoro?

La cosa che mi piace di più è la possibilità di stare a contatto con gli studenti, vederli crescere e maturare con il passare dei giorni e degli anni.

Da quanto tempo fa questo lavoro?

Svolgo questo lavoro da trentadue anni.

Come si è approcciata alla situazione post pandemia?

È stato molto difficile adattarsi alle normative disposte dal governo, per me come per tutti i colleghi; il modo di lavorare è cambiato in peggio. Il mio lavoro è diventato parecchio più gravoso in questo periodo, basti pensare ad esempio che bisogna disinfettare arredi e attrezzature con le dovute attenzioni visto l’alto rischio di contagiarsi a causa del virus.

Secondo lei noi studenti rispettiamo le normative contro il Covid adeguatamente?

Rispondere a questa domanda è difficile poiché non faccio mai di tutta l’erba un fascio. Ci sono tipi diversi di ragazzi, alcuni rispettosi dell’ambiente, delle cose e delle regole; altri menefreghisti e irrispettosi, che devono essere richiamati anche a norme semplici come indossare correttamente la mascherina .

Se dovesse dare un consiglio a noi ragazzi, cosa ci direbbe relativamente a come affrontare la scuola, il domani, il futuro…

Questa domanda è molto interessante, sicuramente vi consiglio di impegnarvi e studiare sino a quando ne avrete la possibilità; fissate degli obiettivi e puntate a raggiungerli finché non li avrete ottenuti.

Salutiamo Erica e, mentre ci allontaniamo, la ringraziamo del tempo dedicato e del suo lavoro costante per rendere la scuola un posto sicuro per noi studenti.

                                                L. Poncina (4DLS),
F. Galbarini, A. Garetti, T. Rinaldi (2DLS)

 

 

INTERVISTA AL PROFESSOR SANDRO GALLOTTI: “GREEN PASS…PRO O CONTRO?”

Chi si vaccina, si avvicina!

Sandro Gallotti, docente di Chimica e Scienze presso il Liceo Scientifico delle Scienze Applicate G. Cardano di Pavia, nonché coordinatore di materia e responsabile del dipartimento liceale, si presta a fornirci la sua visione riguardo un tema molto attuale: green pass, pro o contro?

Individuando gli argomenti cardine del dibattito, abbiamo proposto al professore diverse questioni che ci hanno permesso di capire meglio il suo punto di vista e la situazione in cui viviamo.

Perché scegliere questo tema ormai a tutti tanto noto? La risposta è semplice: il Covid non solo è ancora al centro dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni, ma rimane tra le notizie principali di giornali e telegiornali. Certamente con la somministrazione dei vaccini e le misure di contrasto adottate dal governo in questi mesi, la pandemia causata dal virus COVID-19 si è in parte placata, anche se ancora oggi c’è bisogno di strumenti di prevenzione, quali green pass e dispositivi di protezione.

Incontriamo il prof. Gallotti in un’aula dell’ ITIS G. Cardano, il giorno 13 ottobre 2021, in occasione di questa intervista.

Cosa ne pensa dell’attuale gestione dei servizi tramite il controllo del green pass?

«Dobbiamo fare una distinzione tra servizi pubblici e servizi privati. Secondo me, i servizi pubblici non sono stati gestiti correttamente: per esempio il green pass dovrebbe essere controllato anche sull’autobus, per quanto possa essere scomodo e difficile, dato che anche durante una tratta breve c’è la possibilità di contrarre il virus.

Invece, a mio parere, a livello privato è stato gestito correttamente perché la richiesta di green pass tutela la collettività.»

La vaccinazione non è obbligatoria, ma in qualche modo viene sollecitata visto che i docenti, se vogliono espletare il loro lavoro, devono essere provvisti di green pass. Lei si è vaccinato? Si sarebbe comunque sottoposto a vaccinazione a prescindere dall’obbligo di green pass?

«Sì, avrei comunque deciso di vaccinarmi perché, come insegnante di scienze e come persona informata dei fatti, ritengo che il vaccino rappresenti comunque una difesa; può non essere efficace al cento per cento, ma evita risvolti traumatici e tragici nell’epilogo e nello sviluppo della malattia. Quindi avrei comunque ritenuto indispensabile questa decisione: sia per me che per mio figlio ho fatto per scelta le vaccinazioni non obbligatorie perché ritengo che la copertura vaccinale offra un vantaggio che la situazione senza vaccino non dà.»

Ritiene giusto che i non vaccinati, non in possesso di green pass, non possano accedere agli stessi servizi delle persone vaccinate, dotate di green pass?

«Io ritengo corretta questa scelta, semplicemente interpretando uno degli articoli della Costituzione italiana che salvaguarda la salute di tutti e,  di conseguenza, la collettività deve prevalere sull’interesse del privato.

L’obbligatorietà del green pass non è né una dittatura, né una privazione della libertà personale, ma una tutela della salute e sono pienamente d’accordo che prevalga quella pubblica.»

Secondo lei, si può fare affidamento su un vaccino così recente? Farebbe vaccinare i suoi figli con un vaccino ancora sperimentale?

«Effettivamente questo vaccino ha avuto delle tempistiche non conformi rispetto al normale, ossia di un solo anno, quando solitamente un vaccino impiega dieci anni di rito normale o cinque anni di rito abbreviato per essere somministrato in massa sulla popolazione.

Nonostante ciò, viste le certificazioni del vaccino, e la grave situazione pandemica, ritengo comunque il vaccino una scelta efficace.

Sono d’accordo a far vaccinare mio figlio, dopo i dovuti controlli ed esami, come ho fatto personalmente per la somministrazione delle dosi di Astrazeneca.

Bisogna però tenere presente che laddove c’è una reazione al vaccino, generalmente alle spalle vi è una patologia nel paziente.»

Pensa che in un futuro prossimo si potrà anche fare a meno del green pass?

«Probabilmente sì, se riusciremo a raggiungere il famoso “effetto gregge”. Tuttavia sono dell’avviso che, ora come ora, dovremo convivere con questo vaccino e i primi farmaci, per poi in futuro trattare il Coronavirus come un’influenza, con farmaci precisi che dovremo assumere per affrontare questa realtà anche senza l’uso del green pass.»

Cosa ne pensa dei no vax?

«Io parto dal presupposto che ognuno debba avere la propria libertà di pensiero; tuttavia non concepisco il dover limitare la libertà degli altri, a causa di una mia scelta .

Se si vuole, è possibile non vaccinarsi, ma bisogna essere consapevoli che ne conseguono delle limitazioni, nell’ottica della tutela della collettività.

Non ci si può rifiutare di fare il vaccino per principio, occorre razionalità…e non bisogna credere ai castelli di falsità creati sugli effetti del vaccino. Io rispetto tutti, ma per me prevale la sicurezza della collettività.»

Secondo lei il green pass è una limitazione dei diritti che possiede una persona?

«No, seguendo il filo conduttore che io ho deciso di seguire fin dall’inizio direi di no.

Il green pass è una tutela che hanno tutti i cittadini; se io voglio intraprendere un’attività devo tutelare chi sta di fianco a me.

Quindi per me il green pass è una garanzia dei diritti di tutti.»

Cosa ne pensa della decisione dello Stato di far ricadere la responsabilità di eventuali effetti collaterali sulla persona che si sottopone al vaccino?

«Questa scelta, in realtà, viste le tempistiche di validazione del vaccino, non mi sembra completamente corretta: è vero che si decide liberamente, ma in realtà non c’era molta scelta nella situazione tragica in cui ci siamo trovati.

Io avevo due prospettive: la prima, il vaccino che mi consentiva di non finire intubato in ospedale (nel peggiore dei casi); la seconda, il vaccino che mi permetteva di essere più protetto.

Quindi, per me, doveva esserci un “cinquanta per cento”, cioè una forma di tutela: io mi trovo di fronte ad una strada senza uscita, e se voglio avere salva la vita e proteggermi, sono obbligato a vaccinarmi: considerando la scarsa conoscenza degli effetti collaterali, e le scarse garanzie del caso, una forma di tutela sarebbe stata comunque gradita.»

Un’intervista formativa

Attraverso l’interessante e coinvolgente intervista al professor Gallotti, abbiamo capito che la sicurezza e la prevenzione in questo periodo sono elementi importanti nella nostra vita quotidiana, e dunque il vaccino è uno strumento di tutela verso noi stessi e gli altri.

Ringraziamo il professore per essersi dimostrato disponibile e per averci fatto acquisire nuove nozioni su questo tema molto delicato, importante e attuale.

S.Garibaldi, E.Novarini ( 2DLS) ,  F. Scola (2ALS)

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA: L’EMOZIONE RACCONTATA DA CARLO ARNOLDI

In occasione della giornata nazionale delle vittime di terrorismo, la nostra classe ha incontrato in streaming Carlo Arnoldi, un uomo che ha perso il padre all’età di 15 anni nella clamorosa strage di Piazza Fontana. Questa terribile strage, avvenuta il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura,  causò 17 morti e 88 feriti e tra i morti c’era anche il padre di Arnoldi, il quale ha generosamente accettato di condividere con noi il racconto di quel tragico episodio e successivamente ha anche risposto ad alcune domande relative alla morte del padre e all’associazione di cui ora è presidente: l’Associazione Familiari Vittime di Piazza Fontana. L’incontro ha rappresentato una grande opportunità per noi, in quanto abbiamo potuto conoscere un ex studente (che ha frequentato l’ITIS Cardano di Pavia) che porta una testimonianza molto importante, per la nazione intera.
L’incontro è iniziato con un discorso introduttivo di Arnoldi, che ha voluto spiegare come è avvenuto l’atto terroristico e il clima politico confuso e rovente di quegli anni, ma anche darci maggiori informazioni sulla figura paterna. Il padre di Arnoldi era un agricoltore, che aveva sempre coltivato anche la passione per il cinema. Infatti nel 1952 decise di farsi liquidare dall’azienda di famiglia per aprire un cinema  e realizzare il suo sogno. Però in quegli anni si assistette alla nascita e all’affermazione della televisione e quindi il cinema veniva frequentato sempre più raramente. Nel 1961 nacque la sorella di Carlo e quindi il padre, che rappresentava l’unico sostegno economico della famiglia, dovette riprendere l’attività di agricoltore e affiancarla alla gestione del cinema.

La mattina del 12 dicembre il padre non avrebbe dovuto recarsi a Milano, perché non si sentiva molto bene. Ma fu costretto a prendere ugualmente questo impegno, a causa della chiamata di un agricoltore di Lodi che lo supplicava di andare. Quel giorno avvenne la terribile disgrazia per la famiglia di Carlo Arnoldi, che all’epoca era ancora un ragazzino ma dovette a diventare un uomo, per badare alla famiglia. Infatti incominciò ad alternare all’attività scolastica l’attività lavorativa presso il cinema di famiglia. Grazie soprattutto alla caparbietà della madre, Carlo riuscì a terminare i suoi studi. In seguito, con il supporto dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), venne fondata l’Associazione familiari vittime di Piazza Fontana, di cui fanno parte sia i parenti delle vittime che persone “estranee” alla strage. Gli associati parteciparono ai vari processi, che si tennero in diverse zone d’Italia, a carico degli anarchici, dei militanti legati ad Ordine Nuovo, un gruppo politico di estrema destra che voleva sovvertire l’ordine pubblico, e di una parte deviata dei servizi segreti che, secondo la testimonianza di Arnoldi, probabilmente erano a conoscenza dei piani per la strage. Nella lunga vicenda processuale vennero assolti  gli anarchici e condannati all’ergastolo i terroristi di estrema destra. Il 3 maggio 2005 a Roma però, tutti coloro che erano stati arrestati, vennero assolti per insufficienza di prove. Durante il funerale, ha ricordato Arnoldi in conclusione dell’incontro, il silenzio composto delle migliaia di persone intervenute fece capire che il Paese non si sarebbe piegato al ricatto della violenza né avrebbe tollerato una deriva antidemocratica.

Di seguito riportiamo l’intervista fatta a Carlo Arnoldi che ci ha permesso di comprendere maggiormente le conseguenze della strage di Piazza Fontana.

Com’è cambiata la sua vita dopo la morte del padre?
“Avevo 15 anni e mi sono trovato a dover diventare un uomo. Continuare la scuola non è stato facile. Mi ricordo che il primo mese dopo la morte di mio padre non volevo più andarci, perché, nonostante cercassi di reagire ed andare avanti, non era semplice. Grazie al sostegno di mia madre, sono riuscito a finire gli studi e a diplomarmi nel 1973. Successivamente ho iniziato a lavorare nel cinema di famiglia che è andato avanti per 10 anni, poi l’abbiamo chiuso. Mia madre si è dimostrata una donna molto forte, infatti a 39 anni ha preso la patente e ha iniziato a lavorare per mantenere la nostra famiglia. Inizialmente faceva l’operaia alla Galbani a Corteolona e poi, qui a Pavia, ha trovato un impiego presso il Policlinico.”

C’è qualcuno che potrà portare avanti la sua lotta e la sua associazione quando lei non potrà più farlo?
“Fortunatamente possiamo contare sulla presenza di alcuni giovani all’interno dell’Associazione. In particolare ci sono i figli di alcuni associati che sono ben preparati per portare avanti la nostra causa. Ci sono anche persone che non sono parenti delle vittime della strage, come ad esempio Benedetta Tobagi, Federico Sinicato, Ilaria Moroni e altri, che in futuro faranno di tutto perché quella mattina del 12 dicembre non venga mai dimenticata.”

Viste le difficoltà riscontrate durante le indagini, il suo gruppo ha indagato autonomamente per trovare i colpevoli?
“No, ma abbiamo partecipato a diversi processi. Vi posso assicurare che ho visto parecchi politici in quelle aule e vi posso dire che tremavano nel rispondere “non lo so” oppure “non mi ricordo”. Questo ci innervosì parecchio, perché era evidente che una parte dello Stato non voleva rispondere alle nostre domande. Io credo che i servizi segreti non volessero che ci fosse una strage, ma i terroristi di estrema destra sicuramente sì.”

Avete ricevuto intimidazioni o minacce da parte dei gruppi terroristici?
“No, non abbiamo mai ricevuto minacce, anche perché non abbiamo mai avuto niente a che fare con loro. Eravamo tutti parenti delle vittime della strage, ma partecipavamo ai processi semplicemente come spettatori e non facevamo mai nomi. Il nostro obiettivo non è mai stato “fare politica”, ma abbiamo sempre e solo voluto raccontare la verità sulla strage di Piazza Fontana, così com’è stata raccontata dalla giustizia italiana. Vi consiglio di leggere il libro di Benedetta Tobagi: “Il processo impossibile” che racconta in maniera precisa i fatti di quel periodo.”

Che cosa hanno portato alla società le stragi di quel periodo?
“Sicuramente hanno portato la società in un clima di paura e terrore. Oltre alla strage di Piazza Fontana ci sono state altre stragi in quel periodo ed erano tutte diverse tra loro. In particolare quella in cui mio padre ha perso la vita voleva portare a un colpo di Stato”

Nel 2005 c’è stata la delusione del processo. Come avete trovato la forza di portare avanti la vostra “missione”?
“Nel 2005 io e gli altri associati ci sentivamo sconfitti, perché non si riusciva a individuare il colpevole. La forza di portare avanti il nostro obiettivo l’abbiamo trovata spontaneamente, perché ci è sembrato giusto delineare una verità storica da rivolgere ai giovani per far capire a cosa poteva condurre la strage di Piazza Fontana nel paese. Abbiamo  iniziato ad andare nelle scuole a parlare di ciò che le nostre famiglie avevano vissuto e grazie al MIUR abbiamo portato avanti il nostro compito. Tuttavia tanti familiari delle vittime si sono rifiutati di partecipare a questo progetto,  probabilmente perché  non hanno la forza di raccontare la loro storia: raccontarla ogni volta è un po’ come riviverla”

Come si è comportato lo Stato italiano negli interessi delle famiglie vittime delle stragi? Cosa ha fatto?
“Bella domanda.. dico solo che mio padre è morto nel 1969, e la prima legge in favore delle vittime è stata promulgata solo nel 2004, quindi lo Stato non ha potuto darci una mano direttamente. Dopo la morte di mio padre, mia madre ha dovuto ricoprire il suo ruolo, aumentando i turni di lavoro per garantirmi la possibilità di continuare a frequentare la scuola visto che non voleva che io lasciassi subito per andare a lavorare; ma dopo il diploma anch’io ho iniziato con qualche lavoretto, ad esempio a dirigere il cinema di famiglia, nonostante avessi scarse abilità data l’età giovanile. Sicuramente se lo Stato si fosse interessato subito a noi, avremmo potuto avere una vita più tranquilla, ma ce l’abbiamo fatta lo stesso.”

                          Giacomo Bertani, Matteo Morello, Andrea Yachaya,
5CI, ITIS Cardano

Due vittime innocenti a confronto: il papà di Pascoli e il papà di Carlo Arnoldi

Ruggero Pascoli era il padre del poeta Giovanni Pascoli, amministratore della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, assassinato, ufficialmente da ignoti, nel 1867. L’omicidio fu opera probabilmente di criminali o di estremisti politici, assoldati da un rivale di lavoro, malavitoso del luogo. La tragica vicenda di Ruggero e della sua famiglia influì pesantemente sulla psicologia del poeta e della sua famiglia.

La sera in cui venne assassinato, Ruggero stava tornando a casa da Cesena quando, all’altezza di San Giovanni in Compito, presso Savignano, venne ucciso con una fucilata sparata da due sicari ignoti, appostati lungo la strada. Morì sul colpo.

Era il 12 dicembre del 1969 e l’orologio segnava le 16.37 quando una bomba con sette chili di tritolo esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano.

Carlo Arnoldi, di Magherno, aveva 15 anni quando seppe che quel giorno tra i morti c’era anche suo padre Giovanni, ucciso nell’esplosione all’età di 42 anni, insieme ad altre 15 persone.

Tra i due avvenimenti ci sono delle analogie: la prima, sostanziale, è il modo in cui i due padri sono morti, ovvero una morte inaspettata, fulminea, con la famiglia che aspettava invano il loro ritorno a casa, che disgraziatamente non sarebbe mai avvenuto.

Il secondo è lo scopo: i colpevoli sono arrivati ad uccidere persone innocenti e a distruggere delle famiglie pur di vedere realizzare i propri piani.

La terza analogia sono le condizioni in cui hanno lasciato le due famiglie. In tutte e due i casi nelle due famiglie si vennero a creare delle gravi difficoltà economiche che spinsero i membri a compiere molti sacrifici per poter vivere.

Purtroppo, in tutti e i due i casi, i colpevoli non vennero mai individuati sia per l’omertà della gente sia per l’inerzia delle indagini che portarono nelle due famiglie quel senso di ingiustizia bruciante, negando anche la possibilità di perdonare, dato che non c’erano né nomi né volti.

Nel caso di Ruggero Pascoli, nei pressi del luogo del delitto si trovavano poche altre persone, che testimoniarono senza giungere a niente di importante. Tra di loro Gino Vendemini, deputato, garibaldino e repubblicano, il quale scrisse in una memoria che l’assassino “rimane ignoto, almeno alle autorità”, volendo dire che la gente del luogo sapeva chi fosse il responsabile, ma taceva per paura o complicità.

Mentre nel caso di Giovanni Arnoldi la situazione fu ancora più grave, dato che furono proprio alcuni componenti del governo italiano a cercare di insabbiare la cosa, fino ad arrivare al 3 maggio 2005 in cui i principali tre imputati vennero assolti e addirittura le spese processuali furono addebitate alle famiglie delle vittime.

Ma cosa più importante che unisce le due famiglie è come i figli Giovanni Pascoli e Carlo Arnoldi hanno reagito alle due disgrazie, cercando di portare le proprie memorie ai giorni nostri, mostrandoci il dolore con cui hanno saputo convivere e combattere, riuscendo a prendere conoscenza del valore eternante della parola come venne affermato da Foscolo all’interno della sua opera “Dei sepolcri”, poiché la pietra del sepolcro con il tempo si sgretola mentre la parola no, è eterna e non potrà mai perdere valore.

Michel Myftaraj,
5CI, ITIS Cardano

Intervista ad Ugo Bardi

Ugo Bardi, chimico e accademico fiorentino, docente presso l’Università di Firenze dal 1992, è anche autore di contributi in diversi settori scientifici e divulgatore scientifico sui problemi dei cambiamenti climatici. E’ attivo su tali temi anche come blogger, conferenziere e saggista.

Si interessa di esaurimento delle risorse, di dinamica dei sistemi, di scienza del clima e di energie rinnovabili. Si è occupato del picco del petrolio pubblicando alcuni volumi su questo argomento a livello internazionale; è membro dell’associazione ASPO e fondatore della sezione italiana della stessa. Nel 2013 è stato autore del 33º Rapporto ufficiale del Club di Roma.

I contributi del Prof. Bardi si caratterizzano spesso per la ricchezza di informazioni storiche e storiografiche a supporto dell’inquadramento del contesto dei temi trattati.

Noi lo abbiamo intervistato riguardo il problema del cambiamento climatico in occasione della sua conferenza tenutasi presso l’aula del Quattrocento dell’Università di Pavia lo scorso 14 febbraio.

  1. La perdita di biodiversità è uno dei fattori più incisivi della tragica situazione globale. Per quale motivo i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza?

A mio parere i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza perché la perdita di biodiversità non era prevista dai modelli  e perciò non se ne conoscono le conseguenze. Un’altra motivazione è che la fertilità del pianeta è in aumento ovvero il pianeta produce più vita ma allo stesso tempo perde molte specie viventi. 

  1. Dopo decenni dall’incontro al MIT di Boston nessuno ha provveduto ad apportare i cambiamenti necessari affinché avvenga un’ inversione di rotta; secondo Lei siamo ancora in tempo per adoperare tali cambiamenti oppure è troppo tardi?

E’ vero ! Nessuno ha apportato i cambiamenti necessari. Purtroppo la ricerca del MIT di Boston non è stata capita e di conseguenza non è stata attuata, elaborata e diffusa; anzi, è stata demonizzata. Per stabilire se abbiamo ancora un margine di intervento occorrerebbe conoscere, con una certa precisione, l’ammontare effettivo delle risorse disponibili sul pianeta.

  1. Come possiamo cambiare l’attuale atteggiamento della società secondo la quale non si può fare nulla per cambiare la situazione climatica?

Bella domanda ! Nessuno sa rispondere! Si accettano suggerimenti! Diciamo che ci vuole molta, molta pazienza perché la società mondiale cambi. Forse solo un meme di forte impatto potrebbe influenzare il pensiero delle persone perché credo che il segreto della comunicazione  non è il messaggio bensì il messaggero che deve essere davvero molto credibile. Quindi, riformulo la domanda: “Qual è il meme che può far cambiare l’atteggiamento della gente?” In anni di lavoro non è ancora stato trovato.

  1. Cosa ne pensa del movimento nato in seguito agli scioperi di Greta Thunberg? Pensa che lo sciopero studentesco del 15 marzo 2019 possa smuovere la politica verso riforme più ambientaliste?

Ecco! Greta Thunberg potrebbe essere il meme in grado far colpo sulla società, di sensibilizzarla, di farle cambiare atteggiamento, una persona capace di manipolare le idee delle persone e spingerle a lottare per degli obbiettivi precisi.
A proposito dello sciopero penso che non si debba perdere quest’ occasione e che sia assolutamente necessario scendere in piazza il 15 marzo tutti insieme!

Abbiamo posto quest’ultima domanda anche agli altri ricercatori intervenuti durante la conferenza: Yuri Galletti (biologo marino ricercatore al CNR di Pisa) e Flavio Ceravolo (docente di sociologia presso l’Università di Pavia e rettore del collegio Griziotti).

  1. Galletti: Il 15 marzo sarà una data decisiva per il nostro futuro e per questo è molto importante l’approvazione dei docenti a questo sciopero, gli insegnanti infatti avranno un ruolo determinante nell’incentivare e nel far conoscere questo evento a tutti gli studenti.
  2. Ceravolo: lo sciopero del 15 marzo è una di quelle occasioni che non devono essere sprecate. Non deve rimanere “appesa al vuoto” ma ci deve vedere, esponendoci in prima persona, protagonisti e lottare perchè potremo cosi raccogliere i frutti di questa mobilitazione che ci permetteranno avere un futuro.

Dopo questo incontro siamo ancor più convinti che sia di fondamentale importanza cambiare la società, sensibilizzare il più possibile le persone riguardo temi che riguardano tutta l’umanità senza distinzione di classe sociale, etnia, sesso e cultura; ma soprattutto riguardano noi giovani perché senza un adeguato cambiamento non avremo un futuro.

In questo caso il vecchio slogan “ WE CAN ” è più attuale che mai!

                                                           Elena Emmanueli 4^ DLS

Un detective chiamato genetista

La genetica è la branca della biologia che studia i geni, l’ereditarietà e la variabilità genetica negli organismi viventi. Ne fu precursore il monaco ceco Gregor Mendel (1822-1884) che fece le sue prime scoperte attraverso esperimenti con le piante di pisello odoroso. Da allora molti studiosi si sono interessati e dedicati a questa scienza che è in continua evoluzione e ha portato a importantissime scoperte quali il sequenziamento del genoma umano nel 2003.Oggigiorno i genetisti sempre più spesso vengono consultati per diversi campi oltre alla medicina come l’agraria e la medicina forense.

Ne discutiamo con la dottoressa Silvia Camanini del laboratorio di genetica medica dell’Università di Pavia. La dottoressa, originaria della provincia di Bergamo, è arrivata a Pavia da studentessa e dopo la laurea in biologia si è specializzata in genetica medica.

  1. Di cosa si occupa principalmente?

Mi occupo della diagnostica relativa alla citogenetica convenzionale applicata alla diagnosi prenatale. In pratica, nel mio laboratorio, giungono campioni biologici quali liquido amniotico e villi coriali da cui ricostruisco, per ogni singolo feto, il cariotipo o mappa cromosomica che è data appunto dal numero e dalla morfologia dei cromosomi.

  1. In cosa consiste il suo lavoro?

Come dicevo, dai campioni biologici che pervengono quotidianamente, non solo dall’ospedale di Pavia ma anche da centri di altre province, alcuni colleghi procedono ad allestire delle colture cellulari con tecniche e terreni specifici. Dopo tempi tecnici prestabiliti, preparano dei vetrini che io processo colorandoli con un genetistacolorante fluorescente che si chiama quinacrina. Successivamente li analizzo per mezzo di un microscopio ottico collegato ad un computer. La colorazione mi permette di identificare e appaiare i cromosomi omologhi che riconosco dalla dimensione, dalla posizione del centromero e dai bandeggi.

  1. Quali sono le malattie/mutazioni genetiche più frequenti?

Ce ne sono diverse ma le più note sono:

  • La trisomia 21 meglio conosciuta come sindrome di Down. E’ una malattia genetica dovuta ad un’alterazione nel numero dei cromosomi; chi ne è affetto presenta tre cromosomi 21 invece che due.
  • La fibrosi cistica, un’altra malattia genetica dovuta invece ad una mutazione sul gene FC del cromosoma numero 7.
  • La distrofia muscolare di Duchenne e di Becker, che sono tra le malattie genetiche neuromuscolari degenerative più diffuse.
  • La corea di Huntington è la più frequente malattia a causa genetica nei quadri clinici neurologici.
  • L’anemia falciforme che è una malattia genetica del sangue causata da una mutazione del gene che codifica la sintesi di emoglobina che fa assumere ai globuli rossi la particolare forma a falce.
  • La talassemia, una malattia ereditaria del sangue che comporta anemia. Ne esistono due tipi principali, alfa talassemia e beta talassemia (nota ai più come anemia mediterranea). La gravità della alfa e della beta talassemia dipende da quanti dei quattro geni per il gruppo alfa o dei due geni per il gruppo beta mancano.

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