GIORNATA DELLA MEMORIA DAL T4 A TREBLINKA

Per celebrare la Giornata della Memoria io e la classe 5CLS abbiamo seguito un webinar, curato dal Prof. Feltri, autore del manuale di storia “Chiaroscuro” in adozione in alcune classi del nostro istituto.

Dopo aver osservato una serie di vignette raffiguranti l’ariano ideale, ci siamo spostati sull’analisi dell’origine del concetto di ariano: un uomo perfetto e scultoreo che manifesta la sua superiorità interiore, quell’ideale di uomo rappresentato dall’antica arte greca.

Il relatore ha poi presentato le tappe che portarono all’Olocausto, dal tristemente famoso Progetto T4, finalizzato all’eutanasia dei più deboli, alla costruzione del campo di Treblinka dove vennero sterminate parecchie migliaia di persone.

L’eliminazione degli “scarti” della razza divenne il primo obiettivo dei nazisti dal ’39; venne organizzato un comitato per controllare i manicomi e i centri che accoglievano disabili, furono realizzati sei centri per l’eutanasia, in cui i malati ritenuti incurabili venivano uccisi con il monossido di carbonio. Il centro più importante era ospitato nel castello di Hartheim, dove furono uccise 18000 persone.

Il personale che eseguiva queste operazioni era vario, dai medici agli agenti delle SS. Furono circa 80000 i disabili uccisi tra il ’40 e il ’41; dopo quell’anno furono sospese le operazioni di eutanasia e nel giugno Hitler decise di mettersi contro l’URSS, lanciandosi in una formidabile offensiva, che sembrò all’inizio vittoriosa. L’ideologia che animò la guerra contro la Russia era l’antibolscevismo ebraico, perciò l’esercito fu accompagnato da 4 reparti di agenti SS con l’ordine di eliminare la classe dirigente giudaica.

Le esecuzioni inizialmente vedevano come vittime soltanto uomini, ma in agosto la situazione cambiò perché furono eliminati anche donne e bambini.

Il 20 Gennaio 1942 Reinhard Heydrich, insieme ad altri importanti gerarchi nazisti, pianificò la soluzione finale del problema ebraico e l’eliminazione degli ebrei. Si decise di partire dalla “pulizia” della Polonia: vennero organizzati 4 centri di sterminio, tra cui nel dicembre era già operativo Chełmno (in tedesco Kulmhof); campi di sterminio (non di reclusione) perché tutti qui vennero mandati nelle camere a gas, a differenza dei campi da lavoro. In seguito fu realizzato il campo di Treblinka, oggi trasformato in monumento; esso fu smantellato nel 1943 e privato perfino della ferrovia, che rappresentava il punto in cui, una volta arrivati, i prigionieri venivano selezionati per le camere a gas. A Treblinka vennero uccise un milione di persone. Il comandante di Treblinka fu Franz Paul Stangl: fuggito in Sudamerica dopo la fine della guerra, fu in seguito ritrovato, processato e condannato all’ergastolo.

Presero il posto di Treblinka, in quello stesso anno, Auschwitz e Birkenau, nei quali furono eliminate tantissime persone (circa 1300000), tra cui un milione di ebrei.

E la “macchina della morte” non cessò di funzionare fino al 27 gennaio 1945.

                                                                            Gabriele Martellotta, 5 CLS

GIORNO DELLA MEMORIA 2021

Una testimone d’eccezione ricorda la deportazione e lo sterminio di cui sono stati vittime gli ebrei, una testimone che descrive con lucida oggettività la sofferenza nei campi di sterminio, una testimone che ha visto coi propri occhi dove può arrivare la cieca malvagità umana e l’indifferenza. E non vuole dimenticare.
Alcuni studenti della 2 AE, dopo aver assistito alla registrazione dell’ultimo discorso pubblico di Liliana Segre, tenuto ad Arezzo e promosso dal Miur, le hanno reso omaggio scrivendo alcune riflessioni.

Liliana Segre ci insegna…
Liliana Segre, appartenente ad una famiglia di origine ebraica, nacque a Milano il 10 settembre 1930. Viveva con il padre, Alberto Segre, perchè la mamma era morta quando Liliana aveva solo un anno.
Nel 1938, in Italia, il regime fascista emanò le leggi razziali e la bambina fu costretta ad abbandonare la scuola.
Quando la persecuzione contro gli Ebrei divenne più violenta,Liliana e suo padre si trovarono costretti a scappare e cercare rifugio in Svizzera, ma furono respinti e arrestati. Liliana aveva solo tredici anni. Furono poi trasferiti nel carcere di Milano e il 30 gennaio 1944 vennero deportati ad Auchwitz. Il viaggio durò una settimana.
Liliana rimase sola perché, all’arrivo al campo di sterminio, venne separata dal padre. La ragazzina venne destinata al lavoro e dovette subire varie selezioni, in una delle quali perse la sua cara amica Janine, che si era ferita gravemente ad una mano. Durante l’inizio del mese di gennaio del 1945, all’avvicinarsi dell’Armata rossa, il campo di Auschwitz fu evacuato e i prigionieri sopravvissuti furono portati via con quella che verrà definita la “marcia della morte”.

Tra i moltissimi ragazzi costretti a lavorare nei campi di sterminio, solo pochissimi riuscirono a tornare a casa e Liliana, che oggi ha novant’anni, era tra questi. Da trent’ anni, cioè da quando è diventata nonna all’età di sessant’anni, la signora Segre ha testimoniato e raccontato ai ragazzi delle scuole tutto quanto ha vissuto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata senatrice per il suo impegno a favore delle nuove generazioni, perché non si dimentichi mai quello che è successo.
L’ultima testimonianza, proprio per volere della signora Segre, è stata a Rondine, presso Arezzo, con l’Associazione Cittadella della Pace che accoglie, per un periodo, ragazze e ragazzi provenienti da paesi in guerra, perché possano vivere un percorso di aiuto e di sostegno in una condizione di pace.
Il 9 ottobre, Liliana Segre come in ogni incontro, ha raccontato a molti studenti la sua esperienza e ora affida a noi ragazzi il compito di tenere viva la memoria, avendo deciso di lasciare l’attività di testimoniare, data l’età avanzata. Durante un passaggio del discorso, che mi ha particolarmente colpito, la Senatrice, per farsi capire dagli adolescenti, paragona i nazisti ad un gruppo feroce e terribile di “bulli”: ci spiega che i bulli, tutti in gruppo, ostentano di essere forti e di non avere paura di niente, ma, presi poi singolarmente tremano, hanno paura, perché sanno che non ci sarà il gruppo a difenderli. Afferma che i nazisti non riuscirono a cambiarla, non la fecero diventare la donna he volevano, una donna piena di odio, perché lei seppe resistere a tutte le reazioni di odio  vendetta.
In questi anni quando qualche persona la ferma per strada e le chiede se ha perdonato o se ha dimenticato, Liliana risponde sempre di no, perché non vuole dimenticare le atrocità e il male vissuti.
Penso che la signora Segre sia la donna più forte e coraggiosa che io conosca e non augurerei neanche al mio peggior nemico tutto la sofferenza che ha provato, sofferenza che oltretutto dovette affrontare da sola, poiché tutti i cari che lei amava, erano stati uccisi.
Quando afferma che non vuole perdonare, la capisco: come si può dimenticare un cosa simile!

Oggi Liliana Segre è una delle ultime testimoni che possono ancora parlarci, se non più direttamente con degli incontri, con i suoi libri: cerchiamo sempre di ascoltare, di fare tesoro dei suoi insegnamenti, non facciamo del male a nessuno, anche nelle piccole cose.
Stiamo vicini ai nostri cari e a chi amiamo, non ci saranno per sempre.
Non dimentichiamo.

Marco Lodola, 2 AE

Impariamo a ricordare…
Oggi ho avuto il privilegio di ascoltare le parole pronunciate da Liliana Segre, in occasione del suo ultimo discorso a Rondine, città della Pace, visibile sul sito del MIUR.

Ho sempre sentito parlare della Shoah, ho ascoltato testimonianze e ho letto libri, ma mai come oggi mi sono accorto dell’importanza di parlare di questo argomento e del coraggio delle persone che testimoniano la loro storia.
La senatrice Segre ha raccontato che un ufficiale nazista, un giorno, durante la marcia della morte, buttò a terra la pistola e la divisa, dovendo fuggire, dopo la notizia dell’arrivo
dell’Armata Rossa.
Liliana, dentro di sé, da quando “aveva lasciato la mano di suo padre”, aveva così tanta “rabbia” e sete di vendetta che poteva diventare quello che i nazisti avrebbero voluto che fosse: un essere pieno di odio. Pensò, quindi, di raccogliere la pistola e uccidere l’ufficiale nazista, per vendicare coloro che avevano vissuto tutto quel male, compresa lei. Proprio in quell’istante, però, fece una
scelta cruciale, la “svolta della sua vita”: decise che non voleva diventare come il suo assassino, non prese la pistola e da quel momento diventò una donna “libera”, come è ancora oggi.

La Senatrice ci ha raccontato di come le leggi razziali del 1938 le abbiano impedito di andare a scuola da quando aveva otto anni e di come a dodici anni sia finita in carcere, a San Vittore, per aver tentato di attraversare il confine con la Svizzera, insieme a suo padre; ci ha testimoniato il dolore dell’ultima volta in cui ha visto il suo papà, il suo eroe, dopo essere stata separata da lui, una volta scesi dal treno merci, all’entrata del campo di sterminio. Ci ha narrato la sofferenza dell’anno passato ad Auschwitz, il terrore e l’orrore e di come lei sia diventata un numero, 75190 e non più una persona. Ci ha parlato di Janine, della sua compagna di lavoro, che era stata mandata a morire, dopo una selezione, perché considerata inutile, a causa di una grave ferita alla mano e del suo senso di colpa per non avere avuta la forza di voltarsi ( lei che aveva superato la selezione) e non essere riuscita a dirle che le voleva bene.
Ci ha descritto la solitudine, quella vera, quella di chi ha perso tutto tranne la speranza di uscire da quel luogo mostruoso. Ci ha parlato di come lei abbia scelto la vita, anche quando avrebbe potuto lasciarsi prendere dallo sconforto, anche quando non aveva più
nessuno per cui vivere. Di come l’unico gesto di pietà ricevuto in tutto quel periodo sia stato il saluto degli altri prigionieri di San Vittore che avevano cercato di donare solidarietà e rendere omaggio a seicento persone innocenti tra cui lei, condotti ad Auschwitz, lanciando dalle finestre del carcere pezzi di pane e il poco cibo che avevano e coperte.

Quello che più mi ha colpito della storia della Signora Segre è il tema dell’indifferenza delle persone in quel periodo, anche di quelle che lei prima conosceva e frequentava: sono convinto che lo scopo della sua testimonianza, il motivo per cui parla a ragazzi come noi, è
per insegnarci ad avere memoria, a non dimenticare e anche per aiutarci a non essere mai indifferenti.
Sono grato a Liliana Segre per averci donato la sua testimonianza e la sua saggezza e farò in modo di ricordare sempre.

Tommaso Barletta, 2 AE

Così ci racconta Liliana Segre:
..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato, ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano
diventassi…un essere insensibile che sognava odio e
vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”

Liliana Segre esprime il significato della parola pace in base alle sue esperienze strazianti nel lager; dal mio punto di vista, non aver sparato a quell’agente delle SS indica un gesto di pace e di lucidità.
Era consapevole del fatto che la guerra stesse per finire, non era più nel lager, non doveva più subire violenze come prima e, nonostante fosse denutrita e obbligata a camminare durante la marcia della morte, stava ritrovando la speranza e cercava di non arrendersi, come le avevano gridato di fare dei prigionieri francesi che avevano provato pietà per lei. Dal mio punto di vista questo è stato un fattore che ha influenzato il suo stato d’animo e, di conseguenza, le sue azioni.
Non è da dimenticare che le SS si stavano ammutinando e
l’episodio testimoniato, si colloca in questo contesto. La senatrice racconta molti particolari strazianti della sua prigionia; non mi capacito del fatto che un umano possa umiliare, fare del male e privare di ogni diritto e libertà una persona.
Ricordo dai tempi delle medie di aver letto un libro di Eliezer Wiesel, in cui lo scrittore racconta la sua prigionia e le torture che venivano inflitte ai bambini, come le impiccagioni in pubblico se tenevano un
comportamento scorretto nel campo; le impiccagioni erano rudimentali, venivano eseguite con una sedia e una cinghia e di conseguenza spesso gli impiccati non morivano subito, ma dopo una lenta agonia. Ricordo inoltre che i neonati venivano considerati inutili, caricati su camion appositi e venivano scaricati nei roghi
e lasciati morire. Alla base di queste azioni, c’è Hitler, che spinto dall’odio razziale, commise queste atrocità e comandò queste
uccisioni nei confronti degli Ebrei con la “soluzione finale”, ma anche di Sinti, di Rom, di Testimoni di Geova, dei deboli dal punto di vista fisico e psicologico, degli omosessuali, e degli oppositori politici.
Ritengo che il comportamento di coloro che insultano e minacciano i superstiti della Shoah, cosa che è capitata anche alla Senatrice, sia vergognoso e inaccettabile. Inoltre trovo che la pena da scontare per apologia di fascismo sia troppo poco severa: vengono previsti
massimo due anni di reclusione. Sono convinto, infatti, che sia una pena minima e non proporzionata al reato commesso.

In conclusione, sostengo che le idee neo-naziste e neo- fasciste non debbano essere assolutamente considerate come libertà di pensiero.
L’apologia del nazismo e del fascismo sono reati gravi e come tali vanno puniti.

Alessandro Bruscato, 2 AE

Le parole di Liliana

Posso capire quanto dice Liliana Segre perché, pur essendo nato molti anni dopo, comprendo i sentimenti e ciò che ha provato di fronte all’occasione perfetta per uccidere un ufficiale nazista e vendicare così i soprusi subiti. Posso comprendere anche la “compassione” che la ragazza provò nei confronti di quella persona. Inserisco questa parola “compassione” tra le virgolette”, per definire il sentimento che, secondo me, Liliana provò: quell’ufficiale che , come tanti altri, era stato addestrato ad essere crudele e spietato nei confronti degli Ebrei, viene visto da Liliana, dopo l’iniziale
smarrimento, come un uomo: uccidendolo, la giovane Liliana sarebbe stata come lui, non avrebbe potuto riconquistare la libertà e la pace, valori con cui, come dice lei, ha convissuto finora.
“..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato,
ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano diventassi…un essere insensibile che sognava odio e vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”
Liliana ha capito che la pace e la libertà si ottengono facendo del bene, facendo la cosa giusta, aiutando le persone, tutto il contrario di come si comportavano i nazisti.
Voglio condividere una mia riflessione e rapportare questa frase importantissima della Senatrice alla mia esperienza personale.
In passato, quando ero frustrato o arrabbiato, mi capitava di reagire con violenza. Decisi di parlarne con mio nonno paterno il quale mi disse che, per trovare la pace e la libertà che cerco anch’io, non devo fare del male; devo, invece, cercare di comprendere come mai la
persona che mi fa arrabbiare si comporti così.
Mio nonno mi ha fatto capire che con la violenza si crea altra violenza e viene alimentato l’odio.
Chiaramente la mia esperienza non ha nulla a che vedere con le atrocità vissute dalla Senatrice….le parole di Liliana Segre e le parole di mio nonno sono comunque per me un insegnamento di vita per affrontare le situazioni che mi si presentano.

Matteo Costa, 2AE

 

Non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice

“Viaggio: l’andare da un luogo ad un altro luogo, perlopiù distante, per diporto o per necessità”. Questa è la definizione dataci dal vocabolario online Treccani: una sola frase che racchiude in sé mille interpretazioni. Durante lo scorrere della Storia e delle nostre lezioni scolastiche, per non parlare delle nostre esperienze personali, siamo riusciti a osservarne una varietà intera. Viaggi fisici, metaforici, mentali; viaggi che hanno portato a grandi e piccole vittorie sia per l’umanità sia per l’individuo singolo, così come li hanno trascinati nel buio della rovina e del decadimento. Questo perché ogni viaggio ha un inizio e avrà una fine, e non ci è dato sapere da che lato della Storia ci condurranno. Si può solo sperare che sia da quello giusto.

Nel Medioevo il concetto di viaggio era profondamente radicato nell’animo, essendo la base della fantasia dell’uomo del tempo. Per loro significava vivere, perché anche il viaggio più piccolo faceva parte di uno maggiore, fino a prendere posto nel grande tragitto dell’esistenza di tutte le cose. La società stessa era in continuo movimento: contadini percorrevano chilometri per effettuare la rotazione delle terre da coltivare, il clero grazie ai movimenti dei chierici, l’aristocrazia guerriera sempre in cammino verso la prossima battaglia. Lo stesso periodo storico si concluderà con il risultato di un viaggio, quello di Cristoforo Colombo, che aprirà la strada all’epoca moderna.

Ciò nonostante, non sarà la fallita spedizione verso le Indie di Colombo ciò che approfondirò, ma il più celebre esempio di viaggio allegorico italiano: la Divina Commedia di Dante Alighieri, scritta nel pieno del Basso Medioevo. Parliamo della rappresentazione dell’itinerario che una persona deve percorrere per arrivare all’illuminazione della fede. Ognuna delle tre ambientazioni principali rappresenta il cammino graduale di Dante dall’ignoranza verso la verità della salvezza e, come in qualsiasi viaggio, abbiamo i mezzi con cui lo si compie, che prendono forma nelle sue guide: il poeta latino Virgilio simboleggia la razionalità umana e Beatrice la teologia (per questo Virgilio si ferma al Purgatorio, perché non si può raggiungere Dio solo con la ragione). Sempre in quest’opera vediamo un altro esempio di celebre viaggio, che prende forma nel racconto di Ulisse, Canto XXVI, Inferno.

Incontriamo l’eroe epico nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio, tra i consiglieri fraudolenti. Ciò che lo ha dannato è stato proprio il suo viaggio, intrapreso per obbedire al naturale impulso umano di cercare la conoscenza anche dove non gli è permessa. Questo ci permette di analizzare il dualismo tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante: infatti hanno inizio e conclusione opposti uno all’altro. Il figlio di Laerte parte per quel suo ultimo viaggio dimenticandosi della sua umanità, ignorando la propria famiglia e il proprio corpo per buttarsi come un suicida in un dirupo da cui sa non potrà più uscire, come Icaro che si avvicina troppo al sole. Questo causerà che il viaggio finisca in tragedia. Dante prende la via per il Paradiso proprio per recuperare la sua dimensione umana; il suo cammino, essendo originato dall’amore, non può finire senza una conclusione altrettanto positiva secondo la mentalità del tempo, che invita a credere che il bene porti solo altro bene.

Ma andiamo oltre il Medioevo. Grazie alla scoperta del nuovo continente, si passa al Rinascimento, il periodo di tramite per l’epoca moderna. In questo secolo di passaggio il viaggio come scoperta di sé finisce in secondo piano: i limiti del mondo come lo si conosceva vengono frantumati, e adesso bisogna esplorarli. Questa interpretazione è il primo passo verso ciò che oggi chiamiamo globalizzazione; si verifica una perdita delle proprie sicurezze, e il timore dell’ignoto porta gli uomini del tempo a reclamarne quanto più per sé, in una parvenza di controllo su qualcosa che ancora non comprendono. In altri invece questa scoperta rivoluzionaria fa nascere il desiderio di libertà, di sfiducia in quello che conoscono, un’incuranza dei pericoli di fronte ad una promessa.

“Se vai in alcun luogo di rischio, muoviti a tua posta, e va senza dirlo a persona dove vada: anzi se vai a Siena, di’ tu che vada a Lucca: e andrai sicuro dalla mala gente”, cit. Paolo da Certaldo, scrittore italiano del XIV secolo.

Se vogliamo osservare il viaggio da un’altra angolazione dobbiamo avanzare ancora un po’ sulla linea temporale per arrivare a pieno ‘600, epoca di ambientazione del romanzo storico di formazione “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (scritto però nel 1800). Ci sono molti viaggi metaforici in quest’opera, intesi come sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, ma vorrei soffermarmi su Renzo perché ha accompagnato la sua crescita con un viaggio fisico in solitaria da Milano alle rive dell’Adda. Durante questo percorso, possiamo osservare il cambiamento graduale della sua persona: inizialmente è un giovane spavaldo, testardo e impulsivo – lo scoppio d’ira che lo porta a minacciare Don Abbondio – che finisce come un uomo pronto a sposarsi senza lasciare torti o rimpianti a penzolargli sulla testa come spadoni di Damocle – il perdono che concede a Rodrigo. Tra le sue esperienze formative troviamo l’essere testimone degli effetti del disordine cittadino (le rivolte, il caos contro le autorità), il dover pagare per i propri errori (quando ha alzato il gomito nella taverna ed è stato incastrato con la legge) e l’orribile visione del costo della peste sulle persone (i monatti e il dolore della madre di Cecilia). Degni di nota sono i viaggi spirituali dell’Innominato, che in poco più di una notte di riflessione ossessiva è riuscito a redimere la sua morale, e quello di Fra Cristoforo, mosso dal senso di colpa a cercare il perdono attraverso la pratica religiosa.

Al giorno d’oggi ormai il viaggio ha assunto così tante sfumature che è difficile distinguerle tutte nella tavolozza delle nostre esperienze. Grazie ai progressi tecnologici gli spostamenti fisici si sono semplificati sempre di più, per non parlare del resto delle comodità a noi concesse, e questo ha purtroppo causato un calo di interesse nel riflettere, nel guardare oltre, nell’avere un minimo di introspezione. Ovviamente questo non si applica a tutto e tutti: ci sono ancora i pellegrinaggi, ci sono ancora donne e uomini che lavorano per migliorare se stessi e il mondo. Personalmente parlando, nel piccolo della mia individualità, riesco a grandi linee a descrivere il percorso intrapreso dalla mia mente per arrivare ad essere la persona che sono oggi, il viaggio costellato di esperienze che devo ancora concludere. Perché alla fine non è necessario avere una ragione rivoluzionaria o nobile per compiere un viaggio: l’importante è raggiungere la meta. Un viaggio può essere andare a fare una passeggiata con la persona amata, può essere la ricerca di un regalo, il percorso intrapreso insieme ai personaggi di un libro, la preparazione mentale che ti serve per compiere un passo avanti rispetto a ieri. Una frase conclusiva che suona un po’ banale, ma un grande classico: alla fine non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice.

                                                              Giada Galadriel De Palma, 3 I-CL

Dante secondo Alessandro Barbero

Invitato dell’incontro in streaming del 13 novembre 2020 era il celebre professor Barbero, una dei maggiori studiosi nel suo campo, con un gran numero di presenze televisive e molti libri pubblicati.

La conferenza aveva come tema proprio l’ultimo suo libro “Dante”, una biografia dantesca non dai canoni scolastici ma più leggera, dai toni a tratti romanzeschi ma sempre rigorosamente supportati da fonti, come solito dello stile del professore. Compito di Andrea Grisi, libraio della libreria pavese Il delfino, è stato proporre alcune semplici ma indicative domande, capaci di inquadrare quasi nella sua completezza il contenuto del libro.

Il lettore impara a conoscere Dante come un “nobile a piacere”, pronto a rispolverare il suo trisnonno cavaliere, o magari a nasconderlo quanto più possibile, a seconda delle situazioni e delle opportunità.

Scopriamo come Dante abbia “rischiato” di essere nominato anch’egli cavaliere a seguito di una battaglia a cui partecipò, Campaldino, o del suo disprezzo per coloro che si guadagnavano da vivere lavorando come professori ed insegnanti, anche se, paradossalmente, ad un certo punto della sua vita, durante l’esilio, avrà probabilmente pensato, e forse anche studiato, per diventare maestro.

Insomma, Dante ci viene presentato come un uomo del suo tempo, con i suoi problemi, le sue gioie, le sue disgrazie ed avventure, i suoi opportunismi, dandoci un punto di vista concreto, immerso nella storia e nella società medievale. Senza comunque tralasciare i vari personaggi che mano a mano entrano a far parte della sua vita, alcuni brevemente, lasciando una piccola traccia sfumata nella grande narrazione, altri dagli albori al tramonto, come Beatrice, che dal fatale incontro resterà nei pensieri del poeta, politico, studioso e pensatore che è Dante, anche ben oltre la sua precoce morte.
La conferenza, senza privarsi di alcuni spunti umoristici e spensierati, termina con alcune domande poste dal pubblico, a cui Barbero risponde con semplicità e chiarezza, men che l’ultima, a cui si riserva di non dar risposta per la tarda ora, perché sapete, lui è uno che “va a nanna presto”.

Leonardo Poncina, 3DLS

Incontro con l’autore: Alessandro Barbero, intervistato da Andrea Grisi, presenta il suo ultimo saggio su Dante.

Durante l’intervista allo storico Alessandro Barbero, tenutasi in streaming, la sera del 13 novembre, sono emerse diverse precisazioni sulla vita di Dante e sul momento storico in cui è vissuto. Il nuovo libro del professore può considerarsi, infatti, un testo autobiografico.

In primo luogo si è concentrata l’attenzione sull’importanza della famiglia, come appartenenza a una stirpe, con antenati accomunati da un nome e uno stemma. Una particolare attenzione è stata posta
anche alla posizione sociale di Dante in quanto molto evidente, in quel momento storico, era la stratificazione sociale e la rilevante superiorità della classe nobile nella Firenze dell’epoca.

Dante apparteneva alla categoria chiamata dei “feditori”, gruppo di 150 cavalieri fiorentini, schierati in prima linea nell’attività operativa dell’esercito di Firenze. Dotati di cavalli e una solida armatura erano considerati i più valorosi perché dovevano assestare il primo colpo ai rivali. Si può dunque affermare che Dante potesse permettersi il mantenimento di un cavallo e di dedicare parecchio tempo all’addestramento, prerogative del ceto privilegiato. A tal proposito si parte dal racconto dell’evento della battaglia di Campaldino, da cui il libro prende le mosse. Il nostro poeta dunque non solo poeta, ma anche soldato. Dante parla molto spesso di armi e cavalieri, menzionati anche in una delle lettere scritte durante il suo esilio e nel descrivere in modo autobiografico una sequenza di desideri, da quelli banali dei bambini a quelli più importanti dei grandi, cita “lo cavallo”.

Elemento importante da considerare e assai presente nella vita dell’Alighieri dunque è lo status di nobile. Il professor Barbero tuttavia mette in evidenza come la famiglia di Dante si dedicava agli affari e per questo poteva permettersi di partecipare a diversi eventi politici pubblici. Dante viene addirittura definito come “plebeo” durante il suo periodo di impegno politico a Firenze.

Nella seconda parte del saggio predomina l’infanzia di Dante. Riprendendo la “Vita Nuova”, descrive l’incontro con Beatrice detta “Bice” che gli cambiò la vita per sempre. A differenza di altri eventi esposti in modo minuzioso, il professor Barbero sottolinea quanto tale incontro venga descritto dal poeta fiorentino in modo molto approssimativo facendo prevalere solamente la sensazione che prova alla vista della bambina con l’abito rosso.

Altro aspetto preso in esame dal libro è il suo percorso di studi: ampiamente preparato in ambito scientifico, matematico e teologico, è molto probabile che il poeta abbia studiato a Bologna in giovane
età. È possibile inoltre che abbia insegnato all’università astronomia, nonostante la considerasse disciplina meno importante. Impossibile non fare riferimento a Brunetto Latini, colui che per il poeta
fiorentino costituì un punto di riferimento nell’arte come nella politica.
Serata interessante ha dato a noi tutti l’opportunità di rimanere affascinati dal racconto del professor Barbero e maturare la curiosità di leggere l’intero libro, indagando la figura del poeta che più di tutti e in ogni tempo rappresenta maggiormente l’universo letterario del nostro paese.

Carolina Palladini cl.3^DLS