LO SPORT DURANTE IL LOCKDOWN

SPORT è un termine inglese che significa divertimento. E’ l’abbreviazione della parola disport derivata dall’antico francese “desport”, che equivale a divertimento, svago, ricreazione. Una delle definizioni più complete di questo termine è stata data in occasione della 7^ Conferenza dei Ministri europei responsabili dello Sport tenutasi a Rodi nel 1992: “Qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli”

Ma nel pieno della pandemia, si può ancora pensare allo sport con queste parole?

E’ da un anno e mezzo ormai che siamo bloccati nelle nostre case, costretti ad indossare una mascherina che ci copre bocca e naso, a mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, amici, parenti, vicini di casa: tutto a causa di un virus super contagioso, il Covid-19. Ovviamente non potendo avere alcun tipo di interazione sociale, se non con i nostri genitori e fratelli, numerosissime attività di ogni genere sono state interrotte. L’attività fisica sportiva è una di queste.

E’ davvero triste pensare che ora, per un ragazzo, lo sport si è ridotto a misera fatica e solitudine, un’attività senza scopo e senza l’emozione di una vittoria o la delusione di una sconfitta. Lo sport aveva la capacità di trasmettere valori quali rispetto per gli altri e lavoro di squadra, aiutava anche ad acquisire autostima e fiducia in se stessi. Oggi, invece, è difficile parlare di sport: andare fuori a correre, necessariamente in campagna o in zone isolate, portandosi sempre una mascherina da indossare se si incontra qualcuno, oppure allenarsi seguendo degli esercizi di work out su YouTube, stando nelle nostre camere. Per giovani della nostra età questo non è sport, è semplicemente un’attività allenante.

Lo sport DEVE essere divertimento e svago; DEVE essere inteso come un modo per riequilibrare le ore dedicate alla scuola, consentire ai giovani di passare del tempo con gli amici o di conoscerne di nuovi. Appellandoci a quest’ultimo punto, insieme allo sport inteso come passatempo, il Covid-19 ci ha sottratto un altro elemento fondamentale alla crescita individuale e di giovani cittadini, ci ha privato di ogni possibilità di sviluppare una qualsiasi relazione sociale, vecchia o nuova che sia. Lo sport individuale, ma soprattutto quello collettivo, insegnava ai ragazzi a condividere e a gioire delle vittorie con la squadra, a gestire le sconfitte, accettandole e facendone tesoro per migliorarsi. Lo sport permetteva ai ragazzi più vivaci di sfogare le energie, ma dava anche la possibilità a quelli più introversi di entrare in rapporto con gli altri e di imparare a mettersi in gioco e a collaborare, anche solo per divertirsi insieme. Oggi giorno, invece, la privazione di un diritto, quello della libertà di svago, per noi così importante, ha portato a gravi conseguenze anche sul piano psicologico. Molti giovani restando da soli, chiusi nelle loro camere per ore intere, hanno disimparato ad aprirsi agli altri, chiudendosi in se stessi. E così sono comparsi disturbi del sonno, attacchi d’ansia, irritabilità: sintomi comuni in bambini/e e ragazzi/e nel nostro Paese durante l’isolamento a casa. Altri, invece, non potendo più concedersi l’attività fisica sportiva, hanno trovato un metodo di svago sostitutivo nei videogiochi. D’altronde, il videogioco è rimasto uno dei pochi strumenti in grado non solo di farci svagare dopo le ore di scuola e di non farci pensare alla situazione catastrofica che sta affrontando il mondo in questo periodo; ma è anche uno dei pochi mezzi che ci permette di divertirci insieme agli amici: una partita di calcio su Fifa è pur sempre meglio di niente, così come lo sono anche le gare automobilistiche online.

Ma siamo sicuri che digitalizzare l’attività sportiva sia davvero la scelta ideale? I videogiochi, seppur siano di grande aiuto per affrontare la solitudine, utilizzati con una frequenza troppo elevata, non sono di certo l’ideale sul piano psicofisico perché creano sedentarietà e dipendenza.

Allora non ci resta che pazientare e usare di tutto un po’, in attesa del gran ritorno sul morbido tappeto erboso di un vero campo di calcio. Ci piacerebbe parlarne con le autorità competenti e, perchè no, con il Presidente Draghi in persona: pensate a noi giovani innamorati dello sport.

 

BIBLIOGRAFIA:

https://eticanellosport.com/sport-definizione-significato/#

https://www.google.it/amp/s/it.mashable.com/videogame/4006/videogiochi-lockdown-riconoscere-dipen denza-gaming-disorder%3famp=1

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_4_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=salastampa&p=null&id=5573

 

Andrea Garetti e Federico Franchini 1DLS, ITIS Cardano – Liceo Scienze Applicate

TERRA DEI FUOCHI

Volantino Digitale

È trascorso un anno da quando il DPCM datato Marzo 2020 ha decretato la sospensione della didattica in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado sul territorio nazionale causa Covid-19. Da allora il Ministero dell’istruzione ha attivato la procedura della Didattica a Distanza (DAD). Insegnanti ed alunni sono stati catapultati in un universo sconosciuto o quasi. La DAD ha dato la possibilità ai docenti di continuare a insegnare ai propri studenti, qualcuno mantenendo comunque buoni risultati, qualcuno invece riscontrando più difficoltà. A noi di 2.a AI, che sin dallo scorso anno partecipiamo al Progetto P.T.O.F. Aladino Z, l’uso del digitale ha però permesso anche di occuparci in modo un po’ diverso dei vari argomenti trattati.

Una delle nostre esperienze recenti in tal senso è avvenuta quando abbiamo studiato il testo persuasivo, osservandone degli esempi, imparandone le caratteristiche e soprattutto sperimentandone la produzione. Il testo persuasivo è basato sulla creatività, con l’obiettivo di attirare l’attenzione del lettore focalizzandola su un particolare problema, e per questo motivo ne siamo stati particolarmente coinvolti. Durante le lezioni in presenza abbiamo scritto dei testi persuasivi, ma con il passaggio alla DAD la nostra insegnante di Lettere, la professoressa Brochetta, ci ha proposto un progetto diverso: realizzare un prodotto multimediale relativo a una delle imminenti Giornate commemorative. Noi abbiamo optato per il 21 marzo.

Il 21 Marzo si rinnova sulle piazze la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle Vittime Innocenti delle Mafie”. In questa memoria ogni anno rinnovata affondano le radici di un impegno teso alla costruzione di una società libera dalle mafie, dalla corruzione e da ogni tipo di malaffare. Le giornate internazionali sono infatti un’occasione per informare le persone su questioni importanti, per mobilitare le forze politiche e per celebrare e rafforzare i successi dell’umanità.

Da sempre l’uomo, davanti alle tante difficoltà della vita, ha cercato di rifugiarsi in un mondo sicuro. Questo posto è stato sempre la propria casa. La nostra scelta è caduta su questo tema in quanto purtroppo da un po’ di tempo, gli abitanti della “Terra dei Fuochi” non possono più farvi riferimento. Gli interessi criminali e l’indifferenza delle istituzioni hanno soffocato la popolazione, esposta, nella propria casa, al potere dei capi criminali. La “Terra dei Fuochi” è un luogo dove il malaffare ha fatto i suoi comodi. Le terre, le falde acquifere sono state inquinate da tonnellate di rifiuti di ogni genere, smaltite in cambio di denaro senza pensare alle conseguenze.

Come prima cosa ognuno di noi ha fatto una piccola ricerca sull’argomento che si doveva trattare, poi abbiamo confrontato le notizie e abbiamo scelto le più pertinenti, quindi abbiamo composto un testo. Scelte le immagini abbiamo creato il video. Per la creazione del video abbiamo usato CANVA perché è un programma molto versatile, il quale ci ha permesso di adattare a nostro piacimento le varie immagini e testi.

Dato che però il video è, come si dice in gergo, molto pesante, abbiamo deciso di caricarlo sul cloud e di renderlo accessibile tramite un QR code inserito in un volantino dedicato alla tematica da noi scelta.

Ragni – Curti – Vacalebri – Cassani – 2AI

AGENDA 2030

 

Il nostro Padlet

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. Gli obiettivi rispecchiano i problemi ambientali e sociali del mondo.

Noi studenti della classe 4 AI, guidati dalla docente di inglese, abbiamo consultato il sito delle Nazioni Unite dedicato all’Agenda 2030 e, dopo aver letto e capito di cosa trattasse, abbiamo prodotto un riassunto in inglese. In seguito ogni studente si è concentrato su uno degli obiettivi elencati nell’Agenda e ha cercato possibili modalità per poterlo realizzare, modalità che implicassero l’utilizzo delle tecnologie. Abbiamo quindi pubblicato il nostro lavoro su una bacheca virtuale, “padlet” e ognuno di noi ha commentato il lavoro degli altri proponendo ulteriori nuove soluzioni.

Questa attività ci ha permesso di riflettere sugli obiettivi del piano d’azione ideato a favore delle persone, del pianeta e della prosperità e di vagliare le diverse soluzioni disponibili.

                                                                                classe 4AI

“Io non morirò mai, morirà solo il mio corpo”.

Il ricordo di Marcella.

21 marzo, Giornata Nazionale in ricordo delle vittime innocenti di mafia. 22-24 marzo, le quarte del Liceo delle Scienze Applicate dell’ITIS Cardano incontrano la signora Marisa che, con orgoglio e dolcezza, ci accompagna in un percorso per conoscere la vicenda di sua figlia, Marcella di Levrano. Con lei c’è anche Aurora Marzo, che presenta l’Associazione Libera, fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti, il cui scopo è quello di contrastare la mafia con la cultura della legalità. A Pavia, in piazza Italia, i cittadini si sono ritrovati per leggere insieme a Libera gli oltre mille nomi delle vittime innocenti. Tra questi nomi c’è anche Marcella di Levrano e a lei, la cui giovane vita è stata strappata dalla mafia, è intitolato il presidio pavese di Libera.
Dal 2012 la mamma Marisa ha deciso di parlare di Marcella nelle scuole e ci appare fiera di testimoniare il coraggio che sua figlia ha avuto nel reagire alla cultura mafiosa, in cui era rimasta coinvolta.
In un paese della Puglia, nel 1964, nasce Marcella, ha due sorelle e Marisa la descrive come “una bambina allegra e piena di energie”, ma quell’allegria è destinata a spegnersi quando, una sera della seconda liceo, Marcella non torna a casa e per due giorni non dà sue notizie. Quando la ritrovano non è più la stessa, le sorelle e la mamma non capiscono, fino a quando non scoprono che Marcella è sotto effetto di sostanze stupefacenti. Inizia un periodo difficile per la ragazza, la vita di Marcella si intreccia con quella della ancora poco conosciuta Sacra Corona Unita. Marisa in quegli anni chiede aiuto agli ospedali, alle comunità e alle istituzioni, ma invano. Dopo quattro anni passati ad arrangiarsi in ogni modo per permettersi la droga, Marcella scopre di essere incinta e decide così di allontanarsi dal circolo vizioso per dedicarsi alla figlia. Tiene un diario e dedica alcune pagine alla nascitura che ancora ci toccano nel profondo: “Ti insegnerò cos’è la sofferenza, ti insegnerò a soffrire”, ma per Marcella, che di sofferenza ne ha già provata, quei mesi felici e sereni stanno per finire. A pochi mesi  dalla nascita, la piccola Sara rischia di morire e Marcella, per la tensione, ricade nel giro di droga. Due anni dopo i servizi sociali le tolgono la bambina e questo accende in Marcella un desiderio di riscatto tant’è che, nel 1987, inizia a collaborare con le autorità: nei tre anni successivi denuncia tutte le terribili vicende di cui è a conoscenza. Ogni sua parola è registrata e trascritta per la sua deposizione nel maxi-processo del novembre 1990. Ma per la Sacra Corona Unita Marcella è ormai una vera e propria minaccia. Nel marzo 1990, Marcella viene presa, portata in un bosco ed uccisa a sassate, il corpo è abbandonato sotto alcune foglie per essere ritrovato solo dieci giorni dopo.  “Io non morirò mai, morirà solo il mio corpo”, il suo sacrificio e il suo spirito risuonano nelle parole di Marisa ed ora anche in tutti noi.

Federica Necchio, Desirè Sagoleo, Amira Saidi, Francesca Viola     4BLS

PARLARE O TACERE?

“Omertà, ignoranza, ingiustizia” sono tre vocaboli che incutono timore e rabbia, perché alla base di tutti i mali presenti nel mondo. Il 24 marzo 2021 la mia classe 4-DLS, frequentante l’ITIS Cardano di Pavia, in occasione della Giornata della Legalità, ha avuto il privilegio di ascoltare l’estremamente toccante testimonianza di una donna, la cui vita è stata sconvolta dall’ingiustizia. E’ Marisa di Levrano.

Marisa inizia il suo racconto con un tono affranto; le si legge nello sguardo quanto abbia dovuto lottare contro gli eventi più tragici della vita. Nella Puglia degli anni Sessanta, trovato il coraggio di lasciare il marito violento, si fa carico della cura delle tre figlie a cui intende assicurare una degna istruzione. Ma la protagonista della tragedia è la sua secondogenita, Marcella, una ragazza solare e dal buon cuore, solita ad accendere una scintilla di speranza in coloro che più hanno bisogno di essere aiutati. Successivamente caduta nel giro della droga, Marcella sceglie come via di redenzione quella di aiutare le forze dell’ordine diventando  “collaboratrice di giustizia”: la sua condanna.

Informare la legge, indicando i nominativi e quindi le facce dei criminali, l’ha portata alla morte. Perciò io vi chiedo:  “parlare”, rischiando per aiutare il prossimo, o “tacere” salvaguardando a pieno la propria vita? Due “uomini” le colpirono la testa con un pesante masso e i suoi capelli e il suo sangue rimasero impressi come un tatuaggio di ingiustizia; dopodiché la sua faccia venne spudoratamente sfigurata, come usanza per riconoscere un infame.

È bene perciò dar ragione a coloro che, energicamente convinti, affermano che l’uomo è di per sé egoista e violento? Dai fatti, sembra che la risposta sia affermativa.

Ora che la povera ragazza non è più in mezzo a noi, è nostro compito ricordare il suo coraggio e le sue scelte, trasmetterli a gran voce affinché, magari un giorno, non ci sia più bisogno di parlarne.

                                                                                     Elsa Maccarone 4 DLS

Il più grande sogno

Se dovessi parlare del mio divo pop non avrei dubbi.
È pop perchè è nuovo.
È pop perchè si esprime esclusivamente in romanesco.
È pop perchè la sua anima profondamente capitolina si unisce a una bellezza “de noantri”, occhi azzurri, capelli biondicci, naso da pugile.
Perchè a vederlo per strada parrebbe una versione “Gucci” dei classici “coatti” di Roma.
In due parole: Alessandro Borghi.
Non potevo che scegliere un film del mio attore preferito come mia prima recensione sul giornalino.
La pellicola è “Il più grande sogno”, del 2016: è poco conosciuta, anche se ha ricevuto una candidatura ai Nastri d’Argento e una ai David di Donatello ed è stata presentata al Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”.
Esordio alla regia di Michele Vannucci, racconta la vita di Mirko che, dopo aver scontato un periodo in prigione, decide di cambiare vita e si candida alle elezioni per il presidente del comitato di quartiere.
Il film è tratto dalla storia di Mirko Frezza, che recita da protagonista e ha fatto della riqualificazione del suo quartiere una ragione di vita.
Ma non si tratta di un documentario perché “Mirkone” recita la sua stessa vita, affiancato da un Borghi più coatto che mai, impersonando Boccione, braccio destro del protagonista che segue gli ordini del capo nonostante sembri non capire fino in fondo la sua scelta.
E se i due protagonisti sono attori, in un caso alle prime esperienze sul grande schermo, nell’altro ormai già instradato sulla via del successo, gli altri personaggi e le ambientazioni sono “quelli veri”, così concreti che potrebbero essere i nostri vicini di casa o il parchetto dietro scuola. Una società che non ci si aspetta, che vista dalla poltrona in pelle del mio soggiorno di Milano-Sud (o Pavia-Nord che dir si voglia) mi ha fatto riflettere.
Una realtà, quella descritta nella pellicola, di centri di assistenza, baraccopoli (o quasi) e orti coltivati sull’orlo di un’autostrada, dove il cemento sembra essersi divorato tutta la terra disponibile.
Nonostante sia un film “di prime esperienze”, storia e sceneggiatura fanno un grande lavoro: ne è la dimostrazione Borghi che, sebbene la carriera già avviata e le collaborazioni di tutto rispetto alle spalle, ha voluto partecipare al progetto dando prova, ancora una volta, della sua poliedricità e abilità di caratterizzazione, enfatizzando un personaggio che poteva essere lasciato in secondo piano ma senza farlo risultare “di troppo”.
Consigliato a chi ha già un po’ di dimestichezza con il cinema italiano e i film “di nicchia”. Se siete fan sfegatati del genere Fast&Furious, ecco, anche no.

Film correlati:
Dogman di Matteo Garrone, 2018
The Place di Paolo Genovese, 2017
Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, 2016

_                                                                                Roberta Basile, 5 DLS

Incontro con l’autore : Marcello Simoni

 ESSERE SCRITTORE

Essere scrittore? Una domanda che ci poniamo spesso.
A volte ci capita di pensare come possa essere la vita e il lavoro di uno scrittore; ma ci risulta difficile concepirlo perché non abbiamo mai provato a scrivere qualcosa di più lungo di un semplice brano.

Ad una prima impressione può sembrare facile. Certo tutti bravi ad immaginare, ma ogni tanto bisognerebbe anche provare. Sarebbe necessaria prima di tutto molta immaginazione: non è semplice scrivere una storia che possa interessare a qualcuno al di fuori di noi stessi! Forse proprio per questo non saremmo in grado di diventare scrittori. Ma “mai dire mai”.

Proprio di lettura e scrittura abbiamo parlato, sabato 21 novembre 2020 in streaming, con Macello Simoni, autore della saga dedicata a Ignazio da Toledo e intitolata “Il mercante di libri maledetti”, libro vincitore del Premio Bancarella nel 2012.

La scrittura ci consente di creare qualcosa che ancora non esiste, immaginandolo nella nostra testa;  per ciò Simoni ci consiglia di leggere tanti libri per coltivare la nostra immaginazione e farla diventare potente.

Marcello Simoni ci ha augurato di aver sempre con noi molta fantasia, perché è la cosa più bella che ci possa essere e non rende la vita noiosa. Pensandoci, se si è ricchi di fantasia ci si annoia raramente, perché si ha sempre qualcosa di nuovo e diverso da svolgere. Noi, purtroppo, non siamo mai stati  grandi lettori, ma ora siamo consapevoli che la lettura rende persone migliori, più interessanti perché le persone che non hanno mai letto da giovani, diventano “piatte e grigie”.

Ci hanno colpito molto queste parole e ci hanno fatto capire come forse anche noi, dopotutto, seguiamo la massa, sempre attenti a imitare le ultime mode per non risultare “differenti”. Senza leggere non possiamo elaborare idee e pensieri diversi, ma solo andare dietro agli altri come delle pecore in un gregge.

Un’altra cosa che ci ha colpiti durante l’incontro è stato scoprire che Simoni tiene un diario nel quale disegna la storia che immagina e poi scrive. Pensiamo che questo modo di scrivere e narrare, disegnando ciò che si immagina, sia straordinario perché egli riesce a rappresentare e a dare corpo alla sua fantasia, alla sua immaginazione, al suo modo di pensare e di essere; ciò significa che mentre scrive ha in mente l’aspetto fisico dei personaggi, i luoghi dove si svolgono le vicende e tutti i più piccoli particolari.

Dopo sabato 21 novembre ci siamo appassionati di più alla lettura e abbiamo capito che lettura significa anche cultura; la lettura ci arricchisce e, nelle nostre conversazioni, potremo finalmente trascurare i soliti argomenti banali, ripetitivi e di cronaca, per attingere al tesoro di idee che solo i libri o anche il cinema o il teatro ci possono donare.

Siamo rimasti veramente colpiti dall’incontro con Marcello Simoni e rifaremmo  molto volentieri un’esperienza simile. Sicuramente ricorderemo questo incontro per molto tempo.

                                                         Arianna Masi e Tobia Traverso, 1 DLS

 

Incontro con lo scrittore Marcello Simoni

Sabato 21 novembre 2020 si è tenuto l’incontro con lo scrittore Marcello Simoni, durante il quale l’autore ha parlato, agli studenti della I DLS, di se stesso e della sua passione per la lettura e per la scrittura, coltivata sin da quando era un ragazzino, oltre che del suo ultimo romanzo: ‘’Il segreto del mercante di libri”.

Simoni ci ha raccontato che scrivere gli è sempre piaciuto e inventare storie lo ha aiutato a mostrare le energie e i sentimenti che teneva inespressi. Da adolescente frequentò il liceo scientifico e, durante il periodo di studi, si rese conto che la sua più grande passione era scrivere. Si laureò poi in lettere, lavorò come bibliotecario e archeologo e poi cominciò a scrivere romanzi. Ora si dedica totalmente alla scrittura ed è riuscito a trasformare la sua fonte di divertimento e svago nel suo lavoro.

Durante l’incontro si sono approfonditi diversi aspetti della lettura: la lettura è innanzitutto un’attività preziosa, capace di modificare e variare il proprio modo di pensare, di agire e di stimolare l’immaginazione; la lettura è anche un importante mezzo di apprendimento, con il quale arricchire il proprio lessico e il proprio vocabolario. Come ha affermato Simoni, la lettura permette  di vivere in più mondi, in più vite e, a volte, aiuta a disconnettere la propria mente dalla realtà.

Un altro punto che lo scrittore ha toccato è stato l’interesse che le persone possono suscitare negli altri, quando si interessano non solo di lettura ma di molte forme d’arte come  il cinema o la musica, per poi definire le persone che non si interessano di questi argomenti ”persone grigie’’, persone banali, ripetitive e noiose; l’esempio preso in causa da Simoni è stato quello di un ipotetico appuntamento con una ragazza che giudicherebbe senz’altro più interessante un giovane capace di di dialogare con discorsi brillanti, ricchi e fantasiosi.

In conclusione, il messaggio che l’autore ha voluto trasmettere è che una persona deve essere se stessa, diventare indipendente e in grado di distinguersi dalla massa. Simoni ha mostrato di essere esattamente così, semplicemente se stesso, e anche se questo gli ha portato una certa fama, è pur sempre una persona umile e sincera, che di certo non ostenta.

                                          Kamila Zaiduloeva e Gabriele Lamonaca, 1 DLS

 

Il segreto del mercante di libri:  recensione

“Il segreto del mercante di libri”, scritto da Marcello Simoni, è stato  pubblicato da Newton Compton Editori nel 2020 .

Il libro è un thriller storico; i luoghi e il tempo sono reali così come alcuni dei personaggi, mentre i protagonisti sono inventati ma verosimili. La storia è ambientata nell’anno 1234, quando il mercante di reliquie Ignazio Alvarez da Toledo torna in Spagna dopo due anni di permanenza alla corte di Federico II di Svevia, durante i quali è stato collaboratore di Michele Scoto. La sua presenza in Spagna è richiesta dal magister Sarwardo che è giunto in possesso di un antico medaglione contenente una reliquia rappresentante i mitici Dormienti, sette giovani che secondo una leggenda conoscevano i segreti dell’immortalità.

Ignazio si reca a Mansilla perché il figlio Uberto è rinchiuso in prigione; ma  viene attaccato da alcuni sicari di una segreta confraternita di giudici, la Saint-Veheme,  da cui Sarwardo lo salva. I due si dirigono al monastero di Santa Eufemia dove il protagonista si riunisce ai familiari; ma ben presto la famiglia Alvarez è costretta di nuovo a separarsi: la moglie Sibilla si reca nel monastero di Santa Maria la Real per scoprire il segreto del suocero Ramiro Álvarez; Uberto con la moglie Moira e la figlioletta Sancha si dirigono verso un rifugio sicuro; Ignazio e Sarwardo vanno alla ricerca della Grotta dei Sette Dormienti. Sibilla non riesce nel suo intento perché il domenicano Pedro Gonzalez ha già scoperto prima di lei il segreto di Ramiro; la donna si mette fortunosamente in salvo grazie a Willame, ex compagno di avventure di Ignazio, che la accompagna a Palermo. Sempre alla corte della città siciliana si dirigono  Moira e Sancha, affidate ad Asclepius, bibliotecario di La Coruna e amico di Ignazio. Infine Uberto parte alla ricerca del padre.

Dopo molteplici avventure, Ignazio  raggiunge la leggendaria grotta dei Dormienti, che si trova nell’isola di Antalia nell’Atlantico, dove fa l’amara scoperta che  Sarwardo, in verità affiliato della Saint Vehme, lo ha tradito. La scena finale è rocambolesca perché nella grotta si trova un enorme orologio ad acqua, un’antica grande clessidra che, al movimento impresso da Ignazio, travolge tutto con una cascata d’acqua. Invano Uberto, giunto lì fortunosamente, chiama il padre: l’uomo viene inghiottito dalle acque o si salva come un redivivo Indiana Jones? Il libro ci lascia senza una risposte forse perché Simoni ha in progetto una nuova avventura per il suo eroe Ignazio da Toledo.

La storia è piacevole e scorrevole grazie alla lingua adottata dall’autore, senza dubbio raffinata e aderente al periodo in cui la vicenda viene ambientata, il Medioevo; il lessico è  ricercato, comprende dei termini antichi, ma risulta complessivamente chiaro e comprensibile. Inoltre i continui cambi di scena tra i vari capitoli rendono la storia misteriosa e intrigante.

La narrazione è ricca di dialoghi e anche di  frequenti descrizioni sia dei luoghi che dei personaggi.

Il romanzo è diviso in cinque parti, a loro volta suddivise in brevi capitoli; il narratore racconta in 3° persona ed è onnisciente; descrive in modo dettagliato sentimenti e pensieri dei personaggi, come se entrasse nelle loro menti. La focalizzazione combina i punti di vista dei vari personaggi.

Il libro presenta anche alcune illustrazioni che sono state realizzate dall’autore stesso, disegni in bianco e nero collocati all’inizio di ogni parte in cui è suddiviso il libro e in particolare nei primi capitoli.

Secondo il nostro parere l’opera è ricca di colpi di scena, per cui sicuramente ha appagato le aspettative; in particolare appare sorprendente il finale, inaspettato e sostanzialmente aperto a nuovi capitoli che potranno nascere dalla fervida fantasia di Simoni.

Tuttavia consigliamo ai futuri lettori di leggere la storia godendosela, di essere pazienti e capire il libro pagina dopo pagina, cercando di immedesimarsi nel protagonista per scoprire un mondo nuovo, un Medioevo misterioso.

                                   Andrea Garetti, Arianna Masi, Emma Novarini,  1 DLS

GIORNATA DELLA MEMORIA DAL T4 A TREBLINKA

Per celebrare la Giornata della Memoria io e la classe 5CLS abbiamo seguito un webinar, curato dal Prof. Feltri, autore del manuale di storia “Chiaroscuro” in adozione in alcune classi del nostro istituto.

Dopo aver osservato una serie di vignette raffiguranti l’ariano ideale, ci siamo spostati sull’analisi dell’origine del concetto di ariano: un uomo perfetto e scultoreo che manifesta la sua superiorità interiore, quell’ideale di uomo rappresentato dall’antica arte greca.

Il relatore ha poi presentato le tappe che portarono all’Olocausto, dal tristemente famoso Progetto T4, finalizzato all’eutanasia dei più deboli, alla costruzione del campo di Treblinka dove vennero sterminate parecchie migliaia di persone.

L’eliminazione degli “scarti” della razza divenne il primo obiettivo dei nazisti dal ’39; venne organizzato un comitato per controllare i manicomi e i centri che accoglievano disabili, furono realizzati sei centri per l’eutanasia, in cui i malati ritenuti incurabili venivano uccisi con il monossido di carbonio. Il centro più importante era ospitato nel castello di Hartheim, dove furono uccise 18000 persone.

Il personale che eseguiva queste operazioni era vario, dai medici agli agenti delle SS. Furono circa 80000 i disabili uccisi tra il ’40 e il ’41; dopo quell’anno furono sospese le operazioni di eutanasia e nel giugno Hitler decise di mettersi contro l’URSS, lanciandosi in una formidabile offensiva, che sembrò all’inizio vittoriosa. L’ideologia che animò la guerra contro la Russia era l’antibolscevismo ebraico, perciò l’esercito fu accompagnato da 4 reparti di agenti SS con l’ordine di eliminare la classe dirigente giudaica.

Le esecuzioni inizialmente vedevano come vittime soltanto uomini, ma in agosto la situazione cambiò perché furono eliminati anche donne e bambini.

Il 20 Gennaio 1942 Reinhard Heydrich, insieme ad altri importanti gerarchi nazisti, pianificò la soluzione finale del problema ebraico e l’eliminazione degli ebrei. Si decise di partire dalla “pulizia” della Polonia: vennero organizzati 4 centri di sterminio, tra cui nel dicembre era già operativo Chełmno (in tedesco Kulmhof); campi di sterminio (non di reclusione) perché tutti qui vennero mandati nelle camere a gas, a differenza dei campi da lavoro. In seguito fu realizzato il campo di Treblinka, oggi trasformato in monumento; esso fu smantellato nel 1943 e privato perfino della ferrovia, che rappresentava il punto in cui, una volta arrivati, i prigionieri venivano selezionati per le camere a gas. A Treblinka vennero uccise un milione di persone. Il comandante di Treblinka fu Franz Paul Stangl: fuggito in Sudamerica dopo la fine della guerra, fu in seguito ritrovato, processato e condannato all’ergastolo.

Presero il posto di Treblinka, in quello stesso anno, Auschwitz e Birkenau, nei quali furono eliminate tantissime persone (circa 1300000), tra cui un milione di ebrei.

E la “macchina della morte” non cessò di funzionare fino al 27 gennaio 1945.

                                                                            Gabriele Martellotta, 5 CLS

Attacco d’arte

In questo periodo di vita a distanza, l’arte può mantenere il significato che possedeva dal vivo? L’arte contemporanea che molte volte critichiamo perché non riusciamo a comprendere, riesce ancora a trasmettere i suoi messaggi?

Takashi Murakami-copertina per l’album di Kanye West

La classe 5 DLS dell’ITIS Cardano, insieme alla professoressa Nicifero, ha eseguito una ricerca in risposta a queste domande: sono stati presi in esame diversi artisti contemporanei conosciuti e approfonditi con i social che permettono di raggiungere, attraverso uno schermo, gli angoli più remoti del mondo. Dal Giappone, con l’artista Takashi Murakami che collabora con il settore della moda e alla realizzazione di copertine per gli album musicali, alla vasta America di Jeff Koons, che è divenuto famoso per le sue sculture di palloncini, come “Ballon Dog”. 

Jeff Koons-“Balloon Dog”

Rimanendo in Italia, invece, spicca Maurizio Cattelan con L.O.V.E., comunemente nota come “Il Dito”, realizzata in marmo di Carrara. 

 Maurizio Cattelan-“L.O.V.E.”

Indubbiamente questi uomini e la loro arte sono diventati famosi, ma in un mondo in cui si è sempre sotto i riflettori, alcuni cercano l’oscurità, l’anonimato. Tra questi Random-Guy, che opera nella città di Lucca, e Bansky che opera con la Street art portandola di paese in paese, ad esempio a Venezia o a Gerusalemme.

Random-Guy-“Welcome to Lucca”

Questi artisti condividono la loro idea di arte con tutti noi, dimostrandoci come anche idee semplici possano fare così tanto scalpore. Ma qual è il suo vero scopo?

Bansky-“Il lanciatore di fiori”

Può rappresentare un grido di battaglia contro l’oppressione delle minoranze, può essere una bandiera bianca sventolata in segno di pace contro i venti di guerra e porsi così come il mezzo attraverso cui viene amplificata l’opinione dei singoli; può essere una semplice voce narrante che accompagna e descrive le vicende vissute dall’artista e i suoi stati d’animo o un concentrato di idee innovative che aprono la strada a una nuova visione del mondo.
Oppure, come sostenuto da Oscar Wilde e altri esteti, può essere solamente qualcosa di bello  ma inutile.
Fatto sta che gli artisti si sono da sempre messi in qualche modo al servizio della società, oppure contro di essa, facendosi promotori di un messaggio.
Oggi, però, molti sembrano considerare l’arte come fosse una macchina di creazioni a cui viene attribuito un significato solo per dare un senso alla sua vendita. Come se sostenesse di avere qualcosa di originale da dire, quando in realtà fa solo parte del sistema economico generale.
Ma è, forse, proprio questo il problema: voler dare per forza un significato, far denunciare qualcosa a un’opera che, magari, è nata solo per essere ammirata. Qualcosa di bello che esiste per sé e si mostra al pubblico in un atto di estrema generosità.
I social hanno un ruolo fondamentale, oggi, nel mostrare al mondo come l’arte sia senza etichette e limiti, anche in una situazione così difficile, come quella che stiamo vivendo.
In un periodo in cui si parla molto della perdita del contatto umano, l’arte ci tiene ancorati a qualcosa che non riusciamo a comprendere e che suscita emozioni che non si possono controllare, a cui non si può dare un nome. 

Random-Guy-“Premier Conte Baywatch

A ben vedere, qual è la differenza tra un cellulare e una tela? Sono entrambi superfici piatte e da entrambi scaturisce un nuovo universo, entrambi attirano, intrappolano, isolano dal mondo. Ci si ritrova in tutti e due i casi ad avere gli occhi incollati su qualcosa che è sia una prova del genio umano che, in fondo, qualcosa di estremamente banale (plastica e silicio, colore e grafite).

Per questo, i social sono i nuovi musei.
Sono gallerie d’arte in cui si può camminare semplicemente facendo scorrere la home page.
Sui social si trovano pittori, scultori, fumettisti; sono un’arma potente che, se usata come si deve, non porta a disinformazione o a non-cultura, come qualcuno crede, ma può invece aprire le porte a una conoscenza molto più ampia e sfaccettata.

Lady Be-“CoronaJesus”

Con il lavoro fatto quest’estate, grazie ai social, abbiamo scoperto un lato dell’arte che non conoscevamo, un’arte vicina, che sa parlare direttamente all’orecchio e non si fa solo ammirare su un’asettica parete bianca, soprattutto perché fortemente legata agli avvenimenti del presente. 

Nell’ultimo periodo per esempio, molti artisti hanno voluto affrontare il tema del Covid-19, che sta interessando direttamente ciascuno di noi anche se in parti diverse del mondo, intonando  una sorta di “inno alla speranza” e dedicando molte opere a coloro che hanno combattuto in prima linea il virus.

Alcuni esempi sono quelli riportati nelle ricerche della classe 5DLS: “Coronajesus” di Lady Be, “Premier Conte Baywatch” di Random-Guy e “Un medico” di Lele Picà. 

Lele Picà-“Un medico”

È interessante constatare come ciascuno dei personaggi presi in considerazione abbia un modo totalmente diverso di esprimersi   ma occorre riconoscere che, nonostante la nostra società moderna e aperta, ci sia ancora dell’avversione nei confronti di alcuni artisti, dei loro metodi e del significato delle loro opere.

Basti pensare a TVBOY la cui arte di strada trasforma in tele la stessa superficie delle città, con soggetti e tematiche contemporanee che commentano in diretta, come uno speaker durante una corsa di motomondiale, le  vicende che riguardano la cronaca dei giorni nostri. 

Tvboy-“L’amore ai tempi del coronavirus”

Tali opere, realizzate appunto sul tessuto urbano, sono prese di mira e sfregiate dai passanti. Hanno per così dire “vita breve” e forse per questo diventano ancora più preziose.
La Street art è difatti una tra le più criticate e incomprese, spesso giudicata solo come puro atto vandalico. 

Geco-“Geco ti mette le ali”

Un esempio è il caso Geco, considerato uno dei writer più “ricercati” d’Italia: accusato di aver vandalizzato opere pubbliche; appena è stata scoperta la sua vera identità, l’artista è stato arrestato in maniera quasi teatralizzata, come se fosse un trofeo.

Considerata quindi la diversità degli stili dei vari artisti che sono stati seguiti durante questo progetto sorge spontaneo chiedersi:
quali altre barriere romperà l’arte del futuro?

                                   Basile Roberta, Clerici Claudio, Faccini Giulia  5 DLS

Non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice

“Viaggio: l’andare da un luogo ad un altro luogo, perlopiù distante, per diporto o per necessità”. Questa è la definizione dataci dal vocabolario online Treccani: una sola frase che racchiude in sé mille interpretazioni. Durante lo scorrere della Storia e delle nostre lezioni scolastiche, per non parlare delle nostre esperienze personali, siamo riusciti a osservarne una varietà intera. Viaggi fisici, metaforici, mentali; viaggi che hanno portato a grandi e piccole vittorie sia per l’umanità sia per l’individuo singolo, così come li hanno trascinati nel buio della rovina e del decadimento. Questo perché ogni viaggio ha un inizio e avrà una fine, e non ci è dato sapere da che lato della Storia ci condurranno. Si può solo sperare che sia da quello giusto.

Nel Medioevo il concetto di viaggio era profondamente radicato nell’animo, essendo la base della fantasia dell’uomo del tempo. Per loro significava vivere, perché anche il viaggio più piccolo faceva parte di uno maggiore, fino a prendere posto nel grande tragitto dell’esistenza di tutte le cose. La società stessa era in continuo movimento: contadini percorrevano chilometri per effettuare la rotazione delle terre da coltivare, il clero grazie ai movimenti dei chierici, l’aristocrazia guerriera sempre in cammino verso la prossima battaglia. Lo stesso periodo storico si concluderà con il risultato di un viaggio, quello di Cristoforo Colombo, che aprirà la strada all’epoca moderna.

Ciò nonostante, non sarà la fallita spedizione verso le Indie di Colombo ciò che approfondirò, ma il più celebre esempio di viaggio allegorico italiano: la Divina Commedia di Dante Alighieri, scritta nel pieno del Basso Medioevo. Parliamo della rappresentazione dell’itinerario che una persona deve percorrere per arrivare all’illuminazione della fede. Ognuna delle tre ambientazioni principali rappresenta il cammino graduale di Dante dall’ignoranza verso la verità della salvezza e, come in qualsiasi viaggio, abbiamo i mezzi con cui lo si compie, che prendono forma nelle sue guide: il poeta latino Virgilio simboleggia la razionalità umana e Beatrice la teologia (per questo Virgilio si ferma al Purgatorio, perché non si può raggiungere Dio solo con la ragione). Sempre in quest’opera vediamo un altro esempio di celebre viaggio, che prende forma nel racconto di Ulisse, Canto XXVI, Inferno.

Incontriamo l’eroe epico nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio, tra i consiglieri fraudolenti. Ciò che lo ha dannato è stato proprio il suo viaggio, intrapreso per obbedire al naturale impulso umano di cercare la conoscenza anche dove non gli è permessa. Questo ci permette di analizzare il dualismo tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante: infatti hanno inizio e conclusione opposti uno all’altro. Il figlio di Laerte parte per quel suo ultimo viaggio dimenticandosi della sua umanità, ignorando la propria famiglia e il proprio corpo per buttarsi come un suicida in un dirupo da cui sa non potrà più uscire, come Icaro che si avvicina troppo al sole. Questo causerà che il viaggio finisca in tragedia. Dante prende la via per il Paradiso proprio per recuperare la sua dimensione umana; il suo cammino, essendo originato dall’amore, non può finire senza una conclusione altrettanto positiva secondo la mentalità del tempo, che invita a credere che il bene porti solo altro bene.

Ma andiamo oltre il Medioevo. Grazie alla scoperta del nuovo continente, si passa al Rinascimento, il periodo di tramite per l’epoca moderna. In questo secolo di passaggio il viaggio come scoperta di sé finisce in secondo piano: i limiti del mondo come lo si conosceva vengono frantumati, e adesso bisogna esplorarli. Questa interpretazione è il primo passo verso ciò che oggi chiamiamo globalizzazione; si verifica una perdita delle proprie sicurezze, e il timore dell’ignoto porta gli uomini del tempo a reclamarne quanto più per sé, in una parvenza di controllo su qualcosa che ancora non comprendono. In altri invece questa scoperta rivoluzionaria fa nascere il desiderio di libertà, di sfiducia in quello che conoscono, un’incuranza dei pericoli di fronte ad una promessa.

“Se vai in alcun luogo di rischio, muoviti a tua posta, e va senza dirlo a persona dove vada: anzi se vai a Siena, di’ tu che vada a Lucca: e andrai sicuro dalla mala gente”, cit. Paolo da Certaldo, scrittore italiano del XIV secolo.

Se vogliamo osservare il viaggio da un’altra angolazione dobbiamo avanzare ancora un po’ sulla linea temporale per arrivare a pieno ‘600, epoca di ambientazione del romanzo storico di formazione “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (scritto però nel 1800). Ci sono molti viaggi metaforici in quest’opera, intesi come sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, ma vorrei soffermarmi su Renzo perché ha accompagnato la sua crescita con un viaggio fisico in solitaria da Milano alle rive dell’Adda. Durante questo percorso, possiamo osservare il cambiamento graduale della sua persona: inizialmente è un giovane spavaldo, testardo e impulsivo – lo scoppio d’ira che lo porta a minacciare Don Abbondio – che finisce come un uomo pronto a sposarsi senza lasciare torti o rimpianti a penzolargli sulla testa come spadoni di Damocle – il perdono che concede a Rodrigo. Tra le sue esperienze formative troviamo l’essere testimone degli effetti del disordine cittadino (le rivolte, il caos contro le autorità), il dover pagare per i propri errori (quando ha alzato il gomito nella taverna ed è stato incastrato con la legge) e l’orribile visione del costo della peste sulle persone (i monatti e il dolore della madre di Cecilia). Degni di nota sono i viaggi spirituali dell’Innominato, che in poco più di una notte di riflessione ossessiva è riuscito a redimere la sua morale, e quello di Fra Cristoforo, mosso dal senso di colpa a cercare il perdono attraverso la pratica religiosa.

Al giorno d’oggi ormai il viaggio ha assunto così tante sfumature che è difficile distinguerle tutte nella tavolozza delle nostre esperienze. Grazie ai progressi tecnologici gli spostamenti fisici si sono semplificati sempre di più, per non parlare del resto delle comodità a noi concesse, e questo ha purtroppo causato un calo di interesse nel riflettere, nel guardare oltre, nell’avere un minimo di introspezione. Ovviamente questo non si applica a tutto e tutti: ci sono ancora i pellegrinaggi, ci sono ancora donne e uomini che lavorano per migliorare se stessi e il mondo. Personalmente parlando, nel piccolo della mia individualità, riesco a grandi linee a descrivere il percorso intrapreso dalla mia mente per arrivare ad essere la persona che sono oggi, il viaggio costellato di esperienze che devo ancora concludere. Perché alla fine non è necessario avere una ragione rivoluzionaria o nobile per compiere un viaggio: l’importante è raggiungere la meta. Un viaggio può essere andare a fare una passeggiata con la persona amata, può essere la ricerca di un regalo, il percorso intrapreso insieme ai personaggi di un libro, la preparazione mentale che ti serve per compiere un passo avanti rispetto a ieri. Una frase conclusiva che suona un po’ banale, ma un grande classico: alla fine non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice.

                                                              Giada Galadriel De Palma, 3 I-CL