SOCIAL NETWORK e COMUNICAZIONE

La parola social è entrata prepotentemente nel vocabolario quotidiano e, più volte al giorno, un numero crescente di individui utilizza i social come luogo di condivisione e scambio di informazioni, esperienze, opinioni.

L’affermazione dei social network ha influenzato il modo in cui la gente legge, apprende e condivide contenuti, cambiando radicalmente il modello di comunicazione tipico dei media tradizionali (radio, stampa, televisione): il messaggio non è più del tipo “da uno a molti”, cioè prevalentemente monodirezionale, ma di tipo “peer”: più emittenti, alto livello di interazione.

Questo cambio di modello comunicativo è diventato molto popolare perché permette alle persone di utilizzare il web per stabilire relazioni; la comunicazione è divenuta veloce, ampia e diffusa, basata sull’uso della persuasione.

Lo strumento è straordinario, ma chi lo usa commette spesso e volentieri degli errori. Non è la prima volta che l’uomo crea qualcosa di meraviglioso, ma poi lo usa in modo inappropriato.

E così i social possono trasformarsi in un’arma pericolosa in mano a persone con scarsa coscienza.

In questo VIDEO Valentina Careri, studentessa della 4 DLS, con l’ausilio di SpeedArt racconta il suo pensiero a proposito dei social network. SpeedArt è una tecnica che fonde diverse discipline, quali disegno-colorazione-cinematografia-musica-grafica digitale, permettendo di riprendere se stessi e  velocizzare l’attività svolta.

Buona visione!

PAURE

 E’ passato ormai un anno dal primo caso di Covid apparso in Italia. Tanti sono stati i problemi che tutti noi, giovani e adulti, abbiamo dovuto affrontare. Questo ha comportato disagi emotivi e psicologici, soprattutto per noi adolescenti, che in quest’età iniziamo a capire, a scegliere che uomo e che donna vorremmo essere, un periodo accompagnato da insicurezza e domande esistenziali. La pandemia ha gettato benzina sul fuoco dell’adolescenza.

Molti ragazzi affrontano queste problematiche cercando soccorso nell’alcol o nelle droghe, altri si isolano nella loro cameretta; c’è chi, addirittura, arriva a fare scelte drastiche come togliersi la vita o sfidare la morte. Sono  modi diversi per affrontare problemi comuni a tanti di noi: la solitudine, la paura di un futuro incerto, l’ansia e il timore di essere giudicati. Non tutti abbiamo lo stesso carattere; ci sono ragazzi più fragili e sensibili, che fanno fatica a rialzarsi ed affrontare i problemi che la vita impone. Più certe tensioni vengono accumulate, più c’è il rischio di scoppiare e prendere decisioni sconsiderate; anche il rischio di cadere in un pozzo senza fondo, la depressione, è molto alto e, se non si interviene in tempo, diventa difficile da curare. Per fortuna molti adulti hanno notato che non sono i soli a vivere in una situazione di disagio, perciò si sono mossi a nostro favore proponendo incontri con lo psicologo e sportelli d’ascolto. Quando le scuole non sono più state in presenza ma in didattica a distanza, la possibilità di avere rapporti sociali si è drasticamente ridotta; per alcuni, poter incontrare i propri coetanei in un ambiente scolastico era un’ancora di salvezza, ma quando non é più stato possibile, la solitudine si è fatta sentire e, per chi non era abituato a stare da solo con i propri pensieri, paure, insicurezze, è stato difficile sopportare la sofferenza.

Personalmente ero già abituato alla solitudine; fin da piccolo avevo pochi amici perché ero e sono un ragazzo insicuro, sono sempre stato sovrappeso, ero abituato ad essere preso in giro; anche il fatto di essere straniero, e quindi “diverso” dagli altri, fin da piccolo mi ha portato ad avere pochissimi amici. Ad oggi non è cambiato molto e, anche se durante il primo lockdown sono riuscito a raggiungere l’obiettivo di dimagrire, la paura di non essere adeguato mi accompagna sempre.

Ci siamo trovati di colpo davanti a un muro insormontabile, senza poter più esprimere noi stessi; se non possiamo fare nuove esperienze, non impariamo e non modelliamo il nostro carattere. A volte mi sento come un foglio bianco, vuoto, senza utilità e solo, con tanta paura per il futuro. Prima o poi si ha un crollo, ed il problema é che non possiamo mostrarlo perché ci renderebbe fragili agli occhi altrui. Ma per cosa? Perché non vogliamo essere uguali a tutti gli altri, non vogliamo fare parte del “gregge di pecore” che la società ci impone?

E’ brutto sentirsi diversi e non capiti, è brutto dover mentire a se stessi e agli altri, indossare  una maschera; tutti lo facciamo e nessuno lo ammette, tutti fingiamo: siamo diventati talmente bravi a recitare da non distinguere più noi stessi da ciò che fingiamo di essere.

PS: sono confuso.

Reginaldo Hasa  3^ BC

Dal Cardano alla Microsoft, al MILLE per cento

Incontro con Matteo Mille di Microsoft Italia

Matteo Mille, ex studente dell’Itis Cardano, responsabile marketing and operation per Microsoft Italia, manager affermato che ha girato il mondo, torna virtualmente nella sua vecchia scuola.

Lo abbiamo incontrato venerdì 21 maggio, durante una video conferenza a cui hanno partecipato cinque classi dell’istituto.

Partendo dalla piccola e provinciale Pavia, Mille ha lavorato per alcune delle più importanti aziende del settore tecnologico, come Italtel, Sun Microsystems, McKinsey, Syntek Capital, Telecom e, da circa quindici anni, Microsoft.

Alla base del suo successo, dice, c’è sicuramente la curiosità, che lo ha spinto ad affrontare nuove e “temibili” esperienze, come andare a vivere ancora ragazzino negli Stati Uniti, da una zia, per imparare
l’inglese;  accettare un’offerta di lavoro in un’azienda nuova ma capace di offrire molti stimoli professionali; oppure trasferirsi dall’altra parte del mondo senza conoscere la cultura del Paese. Insomma, carpe diem.

E alla domanda più ovvia di fronte a una vita piena di bivi eppure così ricca di successo, ovvero “Come ha capito la strada da seguire?”, Mille ha risposto nel modo più sincero possibile: “de panza”, seguendo  l’istinto.

Alla base della sua formazione sembra trovarsi una scuola che era tra le più innovative d’Italia, all’epoca, ovvero l’indirizzo di robotica sperimentale del Cardano: insomma, quello che poteva essere o un azzardo o la scelta migliore possibile.

In realtà, però, Mille parla della scuola come di una ricetta: “A scuola impari le basi, come vuoi condire il tuo piatto lo decidi dopo: con l’università o facendo esperienze di altro tipo. A scuola impari come cuocere la pasta, il metodo”.

Gli è stato chiesto se cambierebbe qualcosa della sua vita: no, rifarebbe tutto, dalla decisione coraggiosa di trasferirsi a 13 anni negli USA, lontano dai genitori, alla scelta di frequentare il Cardano, al trasferimento per 7 anni a Singapore.

Mille ha invitato ad essere aperti ad ogni sfida, a non aver timore di fronte alle novità. Suggerisce di lavorare con ardore, di essere disponibili ad evolvere, ma anche di rimanere autentici, di essere disposti ad apprendere e a conservare uno spirito curioso.

E in questo, afferma, sono state di fondamentale aiuto anche gli incontri  fatti durante i suoi anni di vita. Circondarsi di persone carismatiche, interessanti e intraprendenti è importante al pari di uno studio universitario per la crescita della persona.

Si può dire, perciò, che l’arricchirsi a vicenda sia la chiave del progresso, e lui stesso afferma di imparare ancora molto da colleghi con meno anni di esperienza sulle spalle.

In sostanza, un uomo che ha continuato a coltivare le sue passioni, raggiungendo grandi risultati.

Ma non finisce qui, perché Matteo Mille non si ferma, non si accontenta e procede spedito come una locomotiva verso nuove esperienze, nuovi obbiettivi da raggiungere.

Prossima fermata? La collaborazione nella realizzazione del primo Region Datacenter Microsoft in Italia.

Roberta Basile 5DLS
Giulia Faccini 5DLS
Alessio Maggi 5CLS

Chi è e cosa fa l’Ethical Hacker?

Nella mattinata del 18 marzo 2021 la nostra classe ha avuto un video-incontro con il dott. Lorenzo Grespan,  che ci ha spiegato in che cosa consiste il suo lavoro di Ethical Hacker (Hacker Etico) presso un’azienda situata nel Regno Unito.

L’Ethical Hacker è sempre più ricercato dalle aziende di tutto il mondo, in quanto è un professionista informatico nell’ambito della sicurezza.

Al termine hacker si associa, in genere, un’immagine negativa: è visto come un pirata della rete, una figura ambigua che manomette i sistemi o si appropria di file per scopi malevoli.

Gli hacker “buoni”, “etici” o “White Hat si distinguono, invece, dai pirati informatici o “crackerperché, al contrario di questi, operano a beneficio di aziende, enti e organizzazioni.

Essi vengono, infatti, autorizzati da quest’ultimi per effettuare i propri attacchi a reti, infrastrutture informatiche e siti web: questa autorizzazione garantisce la legalità delle loro attività di hacking.

Lo scopo è quello di identificare e risolvere eventuali vulnerabilità e migliorare, così, la sicurezza e la buona funzionalità del sistema analizzato.

Il fine,quindi, è “buono”, ovvero vuole prevenire le attività criminali di hacker maligni, chiamati in gergo “Black Hat Hackers“.

L’importanza di questo professionista diventa ancora più chiara se pensiamo, ad esempio, che anche i governi sono spesso vittime di attacchi sempre più complessi da parte di hacker malintenzionati.

Ogni impresa deve assicurare un trattamento riservato ai dati propri e dei clienti: ad esempio nomi, username e password, dati di contatto, informazioni personali e dei conti bancari…

Solitamente sono le aziende di grandi dimensioni che investono di più in sicurezza informatica, per ridurre al minimo il rischio di perdita o manomissione dei dati, oppure strutture che devono gestire dati sensibili come banche, assicurazioni, strutture sanitarie, agenzie ed enti governativi (ad esempio nel settore della Difesa), società che raccolgono e analizzano enormi quantità di dati riguardanti i propri utenti.

Gli Ethical Hacker lavorano al computer, in ufficio oppure da remoto, con orari di lavoro che variano a seconda dei progetti e degli attacchi informatici in corso.

Gli attacchi possono essere di tipo virtuale: ad esempio attraverso l’uso di spyware, software spia che catturano informazioni all’interno della rete, e worm, software che si introducono nel sistema e consentono di controllare il computer da remoto.

Gli attacchi di tipo fisico, invece, consistono nel furto di unità di memoria, interruzione di corrente, danneggiamento delle apparecchiature…

Le possibilità di attacco sono potenzialmente infinite, limitate solo dalla creatività e dalle capacità tecniche dell’hacker.

Concluso l’attacco, l’Ethical Hacker prepara un documento in cui descrive la falla di sicurezza e propone le soluzioni per ripararla: pensa e opera come se fosse un attaccante malintenzionato, per poi poter intervenire come difensore del sistema informatico che ha tentato di sabotare.

Durante l’incontro il dott. Grespan, esperto di sicurezza informatica, ci ha presentato  il suo lavoro in modo coinvolgente, arricchendo la presentazione con esempi tratti dalla sua esperienza e con suggerimenti utili.

Abbiamo compreso che per diventare un Ethical Hacker è necessaria una specializzazione dopo la scuola superiore e che questa offre interessanti  opportunità di lavoro.

Ci ha illustrato , inoltre, alcuni pericoli che possiamo incontrare su Internet e come possiamo aggirarli: ad es. dobbiamo evitare di usare la stessa password su diversi siti e di navigare su pagine web non affidabili.

 Riccardo Serci 4 BI

La sofferenza nell’era digitale

Siamo nel 2021, nel mezzo dell’era digitale che ci dà la possibilità di comunicare, grazie ad Internet, in modo istantaneo ed immediato, azzerando le distanze. Tutto è cambiato a partire dal modo di esprimersi, di lavorare, di vivere. Oggi non ci si saluta più con “ciao”, ma con “bella zio”, “bro”, “we fratm”, e tanti altri termini da “Millennials”. Si chiama così questa generazione, nata nell’era in cui è possibile parlare con qualcuno a migliaia di chilometri, utilizzando un parallelepipedo grande poco più di una mano, il telefono.

Nessuno si sarebbe mai aspettato una pandemia, come nessuno si sarebbe aspettato quale tipo di risposta avrebbe dato la popolazione mondiale. In questo anno in cui siamo stati chiusi in casa forzatamente, abbiamo cercato una nuova normalità, nuovi modi per trascorrere le giornate, nuovi passatempi. La soluzione più comune è stata l’utilizzo dei social network, o come li chiamo io, seconda vita. Perchè online è più facile agire, impersonare, comportarsi in un certo modo. E’ facile fingere e mentire.

Io stessa ho trascorso molto più tempo sui social durante la pandemia, non avendo altro da fare: i miei genitori erano entrambi in smart working e mio fratello ancora troppo piccolo per capire la situazione. Durante questo periodo ho fatto molte conoscenze, ho avuto più tempo per me, per quello che mi piace fare e, inizialmente, stavo anche abbastanza bene. Per passare il tempo, i ragazzi (ma anche gli adulti) hanno iniziato a sfogarsi sui social network condividendo pensieri, esperienze fatte in pandemia, problemi, e sfidandosi nelle cosiddette “challenge”. Ma a quanto pare, la situazione è sfuggita di mano.

L’interazione sociale fa parte dell’essere umani, è impossibile vivere senza il contatto con altre persone. Non il contatto digitale, quello è solo una scusa, una soluzione temporanea. Durante la pandemia si sono create molte situazioni spiacevoli nelle famiglie: convivenza forzata, litigi, separazioni. Io ho iniziato a stare male perchè i miei genitori erano troppo presi dal lavoro, passavano anche 10 ore davanti al computer, trascurando sia me che mio fratello.

Penso che quello che è successo a me sia capitato anche a tantissimi altri ragazzi, magari per motivi diversi come la scuola o l’instabilità economica, ma il punto d’incontro è comune. Ognuno ha trovato un modo diverso per sopportare: c’è chi si ribella, chi si isola, chi si sfoga, e chi non riesce a trattenersi e preferisce andare all’altro mondo, magari nemmeno di sua volontà.

La Combo Covid Internet ha cambiato il mondo in negativo. Le stesse persone che ora soffrono di disturbi psicologici tra 15 anni saranno ingegneri, medici, politici, avvocati, imprenditori, personaggi famosi. La colpa di questa situazione, a mio parere, è degli attuali adulti: i cosiddetti “boomers”, perchè nati negli anni del boom economico. Sono i genitori, gli insegnanti, i politici, i capi di stato che mettono sotto pressione i ragazzi e li riempiono di responsabilità che non gli spettano. I sistemi sono sbagliati, le loro mentalità conservatrici sono peggio. Non è concepibile soffrire di ansia sociale perché si viene discriminati a scuola, o ansia generale perché si viene controllati e valutati costantemente.

Io non ho ancora trovato una soluzione a questi problemi, ma conto di trovarla. Chi, in questo periodo, è arrivato a decisioni estreme non aveva più la forza di continuare a sopportare, e ha preferito lasciare le sue responsabilità ad altri. Fortunatamente non ho ancora toccato il fondo; anzi, mi sto riprendendo. Spero che tutti i ragazzi in difficoltà trovino la forza di andare avanti, utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione. Ci manca uscire con gli amici; ma una videochiamata, seppur non sia la stessa cosa, a volte può aiutare.

La pandemia ha causato un buco nella crescita di noi ragazzi, a prescindere dall’età. Per più di un anno non abbiamo avuto la possibilità di avere delle interazioni sociali costanti e ci siamo dovuti accontentare, soprattutto chi è stato a stretto contatto con  adulti dalla mentalità chiusa, incapace di offrire rassicurazione.

Se potessi mandare un messaggio ai miei coetanei, vorrei consigliare loro di esporre  i loro problemi, per quanto complicati o banali. Nascondere l’evidenza è sbagliato, tutti siamo o siamo stati male almeno una volta in questo periodo, ed è un nostro diritto farlo sapere a chi in questo momento ci guida verso l’età adulta. Vorrei che tutti trovassero il coraggio di parlare senza timore di essere sminuiti oppure ignorati, in modo da poter ricevere il giusto supporto. Poter parlare dei propri problemi ed essere capiti risolverebbe molte cose, si ridurrebbero le sofferenze e i suicidi. Se gli adulti di oggi fossero più propensi ad ascoltare i giovani, non ci sarebbe più bisogno di sfogarsi sui social, o peggio ancora, di desiderare la morte

G.P.

Cognizione sintetica dei fattori sostanziali nello svolgimento dell’attività giornalistica

Nel corso del mese di Marzo alcune classi del nostro Istituto hanno avuto il privilegio e la grande opportunità di frequentare tre incontri – laboratorio dal titolo  “Cognizione sintetica dei fattori sostanziali nello svolgimento dell’attività giornalistica”, organizzati dalla rivista #Magazine , promossi dal direttore della rivista Ing. Giampiero Filella, tenuti e moderati dal dott. Giovanni Cirone, iscritto all’ordine nazionale dei giornalisti.

Pubblichiamo qui di seguito considerazioni e riflessioni di alcuni alunni che hanno partecipato alle attività. 

Giornalismo a scuola

Il corso di giornalismo che abbiamo frequentato è stato molto formativo sia perché abbiamo capito come si scrive un articolo di giornale, sia perché abbiamo davvero compreso il  lavoro di un giornalista. Un mestiere che richiede una grande passione, poiché implica sacrifici e non deve mai essere svolto con superficialità.  Il giornalista che ha tenuto il corso ha avuto la capacità di veicolarci questi principi basilari della professione; ci ha ben rivelato la passione e la dedizione che ci vuole per svolgere quel lavoro. A me ha fatto capire soprattutto che non basta essere bravi a scrivere per fare il giornalista; il suo vero lavoro non  è solo prestare attenzione alla forma e alla correttezza sintattica di quanto scrive, ma soprattutto far capire a tutti quello che sta succedendo nel mondo senza troppi “giri di parole”, in modo semplice e chiaro. Mi ha sorpreso soprattutto che la curiosità deve essere la prima dote di un giornalista. Forse un giorno potrò scrivere qualcosa per qualche rivista o giornale, oppure troverò la mia vera passione in un’attività completamente diversa,  ma di certo questo corso mi ha insegnato tanto, sia didatticamente che umanamente, per il mio futuro.

Gaia Mongillo 5CLS

Le regole del giornalismo

Durante gli incontri pomeridiani, a cui ho partecipato con grande interesse, abbiamo capito ciò che un giornalista deve conoscere per poter svolgere un’inchiesta, sapendo che la modalità giornalistica punta ad approfondire un evento e analizzarlo per poi raccontarlo.

Per svolgere questo mestiere, il giornalista deve essere curioso perché deve andare continuamente alla ricerca di notizie, che appunta su un taccuino, che è quel che basta. Di fondamentale importanza per il giornalista è anche la ricerca di fonti attendibili e accurate.

Abbiamo imparato diverse definizioni e distinto alcune differenze:

  • La differenza tra informazione, che è monodirezionale, e comunicazione che è omnidirezionale, in quanto va da A a B, da B a C e D e risponde a B per esempio.
  • Sappiamo inoltre che il giornalismo ha come obiettivo la realizzazione di un contenitore che raccoglie e dispone a sistema (secondo regole temporali e di impaginazione) informazioni che sono state individuate, selezionate, valutate ed elaborate da un’organizzazione che le trasforma in notizia, secondo criteri di notiziabilità. Il giornalista è solo un “ingranaggio” di questo meccanismo.

La valutazione della notiziabilità si fa attraverso:

  • Rilevanza pubblica dei protagonisti;
  • Attualità del fatto;
  • Vicinanza geografica dell’avvenimento;
  • Pubblico interesse;
  • Portata fuori dal comune.

Sappiamo inoltre che la realtà si valuta secondo una griglia chiamata 5-7-3:

  1. Accuratezza;
  2. Attualità;
  3. Coerenza;
  4. Completezza;
  5. Credibilità.
    • Accessibilità;
    • Comprensibilità;
    • Conformità;
    • Efficienza;
    • Precisione;
    • Riservatezza;
    • Tracciabilità.
  6. Disponibilità
  7. Portabilità
  • Recuperabilità

Abbiamo scoperto la nascita e la struttura della prima pagina di un giornale, confrontando diverse prime pagine di alcune testate giornalistiche.

Ora sappiamo come funziona una redazione e quale deve essere il comportamento, a livello etico, di un giornalista secondo la carta dei doveri del giornalista, carta dei doveri degli Uffici Stampa, carta dei doveri dell’informazione economica, carta informazione e pubblicità, carta informazione e sondaggio, codice di deontologia relativo alle attività giornalistiche, codice in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, decalogo del giornalismo sportivo.

Daniele Martellotta 5CLS

Laboratorio di giornalismo

Penso che l’attività di laboratorio di giornalismo sia stata gestita nel miglior modo possibile; nonostante la presenza di tre classi diverse non si è mai fatta confusione, sia grazie alla nostra serietà, sia grazie alla serietà degli insegnanti e alla professionalità e alla capacità del relatore di coinvolgerci.
È giusto allargare i propri pensieri; è giusto ogni tanto dedicarci a qualcosa che non abbiamo mai considerato. Personalmente non avevo la minima idea dell’enorme mondo che si trova dietro ad un articolo di giornale. La professionalità e la passione del giornalista è stata tale da poterci coinvolgere in tutto, facendo a volte passare il tempo come se stessimo giocando.
Alla parola “compiti” ho pensato “ecco, ci mancava solo questa”, ma in realtà non sono stati veri e propri compiti, mi sono calato nei panni di un giornalista e per un’ora mi sono sentito uno di loro. Ancora una volta, più che lavorare, pensavo di star giocando.
L’ho trovata quindi un’esperienza più che positiva, da consigliare a chiunque. Ringrazio gli insegnanti e soprattutto il giornalista per avermi trasmesso qualcosa tramite la sua evidente passione nei confronti di questo “mondo”.

Xhihani Klajdi 5CLS

Il giornalismo a scuola.

Le classi 3dls, 5als, 5 bls e 5cls hanno partecipato a un corso di approfondimento sul giornalismo tenuto dal giornalista, caposervizio e ghostwriter Giovanni Cirone. Gli incontri, suddivisi nell’arco di due settimane, con cadenza 23-26 febbraio e 5 marzo 2021, e con una durata  di due ore a  incontro, sono rientrati all’interno delle attività di PCTO (ex alternanza scuola-lavoro) e hanno fornito un prezioso e interessante excursus sul mondo dell’informazione. Le tematiche affrontate durante il corso hanno riguardano il giornalismo moderno, la storia dell’informazione e della comunicazione e il mondo dell’editoria specializzata. Giovanni Cirone, giornalista romano, laureato in lettere e iscritto all’albo dei giornalisti con trent’anni di esperienza nel settore, ha saputo coniugare e guidare i ragazzi all’interno di un argomento vasto, come quello dell’editoria specializzata, con il dono della sintesi. I ragazzi, alla fine di ogni incontro, si sono potuti cimentare con la composizione di articoli sulla base di take d’agenzia, lavorare su sintesi di informazioni fondamentali per uno scritto e produrre una pillola radiofonica su alcuni fatti di cronaca recente. Questi elaborati sono stati successivamente corretti da Cirone che, attraverso alcune linee guida, ha fornito consigli su come migliorare e affinare le proprie abilità. Infine, i ragazzi hanno potuto affrontare temi e argomenti di attualità come, ad esempio, le problematiche legate alle fake-news e le differenze tra comunicazione e informazione. Il corso è stata un’esperienza interessante e che ha soddisfatto i ragazzi delle classi che vi hanno aderito.

Luca Castoldi 3dls

L’alternanza scuola – lavoro al tempo del Covid- 19. 

Tra il 22 febbraio e il 5 Marzo 2021, circa una sessantina di ragazzi, del Liceo del nostro istituto, hanno avuto il piacere di partecipare ad un laboratorio tenuto da Giovanni Cirone, giornalista romano dalla grande personalità e dalla pungente lingua. L’attività ha avviato una collaborazione tra la scuola e la rivista #MAGAZINE che si protrarrà anche il prossimo anno scolastico e che consentirà agli studenti di scrivere e proporre articoli per la rivista. Questa iniziativa costituisce un’importante opportunità per i partecipanti, specie in questo momento di pandemia in cui le occasioni per approcciarsi al mondo del lavoro e delle professionalità si sono ridotte drasticamente. Durante gli incontri, tre in totale, gli studenti hanno ricevuto una generale infarinatura, non senza intermezzi ilari, di cosa sia il giornalismo e il giornale. Si è partiti dalle conoscenze più nozionistiche, come la domanda tanto semplice quanto complessa “Quando è nato il giornalismo?”, per spaziare agli aspetti più pratici, quali la struttura stessa degli articoli presenti nella prima pagina di ogni giornale, “la notiziabilità”, “l’attitudine” di un evento ad essere tramutato in notizia, fino ad arrivare a quelli che sono gli aspetti più distaccati dalla produzione stessa, ma comunque importanti, se non addirittura  in misura maggiore, come i dilemmi di natura etica, e quelli che sono i “codici” di condotta del giornalista e delle varie professioni ad esso collegate. Gli improvvisati giornalisti, si sono così ritrovati, nel corso delle loro insonni notti, a svolgere le più svariate esercitazioni, come ricavare da fonti frammentarie ed equivoche un articolo di giornale dall’intransigente numero di battute, o la stesura di un lancio da studio, ossia quel breve intermezzo di anticipazione che ogni sera sentiamo all’avvio dei telegiornali, sempre stando nei rigidissimi limiti di tempo imposti. Ciò che gli studenti hanno imparato, è che per essere giornalisti, la condizione di saper scrivere bene non è né necessaria né sufficiente, e infatti essenziale saper cogliere il “clou” dei fatti, e naturalmente essere in grado di rispettare quelli che sono i limiti imposti dai nostri severissimi redattori. E così queste brevi, seppur intense, lezioni si sono concluse lasciandoci la consapevolezza di aver partecipato ad una esperienza  coinvolgente ed interessante, dalle molteplici sottigliezze e sfumature.

 Poncina Leonardo – 3DLS

La Guerra delle Correnti

La guerra delle correnti: uno show didattico.
Siamo nel 2021; dopo ormai un anno di DAD la scuola si è adattata alla situazione con strategie innovative, trasformando le tradizionali aule in stanze Zoom e i normali progetti extracurricolari in corsi online. È in questo contesto che nasce l’iniziativa “Guerra delle correnti”, un accattivante percorso, tenuto dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Pavia, intrapreso dagli studenti della 5BLS attraverso conferenze digitali.

Ma da dove nasce il nome “guerra delle correnti”?
Ebbene, nel corso dell’ Ottocento, venne scoperta una nuova energia, l’elettricità, che tutt’oggi muove buona parte del mondo e che ci permette di vivere la normalità quotidiana, attraverso l’illuminazione, gli elettrodomestici, gli stessi computer e così via. Ma come oggi siamo tartassati di chiamate dai call center per usufruire della migliore offerta (a detta loro) del mercato, anche con i primi utilizzi di questa tecnologia arrivarono i primi scontri commerciali, in particolare tra i promotori dell’utilizzo della corrente alternata (Westinghouse e Tesla, dei quali è sfruttata l’intuizione) e quelli della corrente continua (Thomas Edison, di cui tuttora è presente l’omonima azienda), entrambi forti dei vantaggi del loro prodotto.

Il progetto, oltre a ripercorrere i passaggi storici e culturali che hanno caratterizzato l’epoca, approfondisce anche l’aspetto più prettamente tecnico, attraverso la spiegazione dei principi fisico-matematici collegati ai due tipi di elettricità.
Prevede inoltre un gioco di ruolo, della durata di circa 4 ore, durante il quale sono gli stessi studenti ad inscenare i fatti che hanno studiato, con la possibilità di confermare o ribaltare il corso della storia.
Questa inedita iniziativa è un percorso didattico molto utile per gli studenti delle classi quinte del liceo delle scienze applicate, delle classi di elettrotecnica e per tutti coloro che sono interessati ad approfondire il percorso che ha portato alla formazione del mondo così come lo conosciamo oggi, oltre che un perfetto esempio di resilienza dell’apparato scolastico, sempre pronto ad adattarsi a qualunque circostanza.

    Gli alunni di 5 BLS – Itis Cardano, Liceo Scienze Applicate

Il modello ligneo del Duomo di Pavia

L’esperienza come giornalisti, che abbiamo avuto il piacere di vivere, è iniziata quando la professoressa di Storia dell’arte, ci ha dato la possibilità di intervistare l’architetto Davide Tolomelli, assistente alle collezioni ai Musei Civici di Pavia, che nell’ultimo periodo ha lavorato, seppur tra mille difficoltà per via delle restrizioni Covid-19, per la riapertura delle sale e per il rinnovamento dell’esposizione di una delle opere più prestigiose della collezione, il modello ligneo del Duomo di Pavia, celebre per i suoi minuziosi dettagli e la sua quasi inalterata conservazione.

Riportiamo, quasi nella sua interezza, la nostra intervista.

Intervista all’arch. Davide Tolomelli

Come è stato questo lungo periodo di chiusura causa Covid, breve parentesi di apertura a parte, sia per lei che per il Museo?

Per quanto mi riguarda, ho fatto smartworking durante il primo lockdown, nei mesi di marzo e aprile del 2020. Da casa ero collegato con il Museo e con il computer delle collezioni, sul quale teniamo le immagini digitalizzate di molte delle opere e dei manufatti delle collezioni del Museo. Da maggio sono rientrato, insieme con tutti gli altri colleghi, e ho sempre continuato a lavorare “in presenza”.

Per quanto riguarda il Museo, è stato aperto ai visitatori da maggio a ottobre, per poi essere chiuso nuovamente, sulla base dei vari D.P.C.M. susseguitisi nel corso del tempo.

Intanto, abbiamo lavorato dietro le quinte e, attualmente, siamo in attesa che finiscano i lavori di riallestimento della portineria e del bookshop, predisposti dall’attuale Amministrazione, per poter riaprire dal lunedì al venerdì, appena sarà possibile.

Lei ha anche fatto riferimento a qualche lavoro dietro le quinte, abbiamo letto che il modello ligneo sarà riposizionato, oltre ad aver previsto l’inserimento di una nuova illuminazione. Come riassumerebbe le modifiche attuate, o in corso di attuazione, ai nostri lettori?

I lavori alla Sala del modello ligneo del Duomo sono ultimati. Siamo in attesa di poterla presentare al pubblico. Il Modello non è stato spostato, è difatti solo stato modificato l’allestimento con la realizzazione di un basamento pieno per il manufatto ligneo, che ora appoggia su un piano, insieme con il modello della torre. È stato, inoltre, collocato un pavimento luminoso con un sensore e un temporizzatore; in questo modo, quando  il visitatore si avvicina, il pavimento si illumina e il modello ligneo risulta visibile anche al suo interno, tramite le sue aperture naturali (portali e finestre). Il nuovo allestimento è stato realizzato su progetto dell’architetto Andrea Perin.

Sono stati eseguiti anche dei lavori di restauro a quella che è la struttura stessa del modello?

Sì, è stato eseguito un intervento di manutenzione al modello da parte del restauratore Luciano Gritti, specializzato in manufatti lignei.

 

 

Il legno è un materiale, per quanto nobile, soggetto allo scorrere del tempo. Ogni quanto, indicativamente, i restauri sono necessari?

Più che di restauri, ha bisogno di una assidua manutenzione. È molto importante mantenere condizioni termoigrometriche costanti, perché il legno è molto sensibile agli sbalzi di umidità. Infatti, interagisce con l’ambiente cedendo e assorbendo umidità e dilatandosi, o contraendosi, di conseguenza. Per di più è anisotropo, cioè non si muove uniformemente in tutte le direzioni, ma è condizionato dall’andamento delle fibre vegetali degli alberi da cui è stato ricavato.

Alla luce di queste considerazioni – se pensate che il modello ligneo è costituito da più di cinquecento pezzi incastrati, che si muovono indipendentemente gli uni dagli altri al variare dell’umidità relativa – risulta evidente che è meglio che si muovano il meno possibile.

 

 

 

Grazie per aver chiarito; vorremmo chiederle, per quanto riguarda la pinacoteca, se sono state eseguite delle modifiche alle sale.

No, non ci sono state modifiche sostanziali.

È in previsione un intervento di rifacimento dell’impianto di climatizzazione e di quello di illuminazione. Per ora, però, l’allestimento, che risale al 1981, non è stato modificato.

Abbiamo anche saputo che lei sta lavorando ad un libro, e la domanda sorge spontanea: quale sarà la trattazione?

Si tratta di una guida alla sala che ospita il modello del Duomo. È stato curata da Laura Aldovini, attuale responsabile del Museo, insieme a me. Riassume i problemi critici relativi al modello, nonché le vicende costruttive del modello stesso e del Duomo.

A seguito, spinti dalla nostra curiosità, ci siamo ovviamente domandati tra noi, solo per poi chiedere anche all’arch. Tolomelli, se fosse stato possibile ricevere una copia dello scritto. A risposta positiva, ci siamo con molta disinvoltura “autoinvitati” al Museo, riuscendo ad ottenere la possibilità di visionare il modello dal vivo, prima della riapertura della collezione.

E così, nel pomeriggio del 2 Marzo, accompagnati dalla professoressa e dall’architetto, eravamo già nel museo. In questo periodo è stata riallestita, dopo quarant’anni dalla sua inaugurazione, la sala del Duomo ligneo situata nella torre sud-est del castello. Camminare nelle stanze buie del museo, nel silenzio assoluto, è stata una strana sensazione che, al contrario di quanto avviene normalmente, fa quasi distogliere l’attenzione dalle opere. Appena entrati nella sala del modello, lo sguardo viene immediatamente catturato dallo stesso, che grazie al recente riposizionamento al di sopra di un basamento che lo ancora saldamente a terra, ha ottenuto una nuova legittima parvenza di monumentalità degna della sua fama, uno dei pochi modelli tridimensionali ben conservati del Rinascimento italiano. Sul basamento, insieme al Duomo, è stato posizionato anche il modello della torre campanaria, conferendo così una visione spaziale completamente nuova all’osservatore. Entrambi i modelli sono, difatti, ora posti ad una distanza di sicurezza dallo spettatore che, quando si avvicina all’opera, attiva grazie a dei sensori un sistema di luci che illumina gradualmente il modello dall’interno, permettendo di apprezzare maggiormente la prospettiva dell’opera ed i numerosi dettagli, che altrimenti passerebbero inosservati.

 

 

Sono state eseguite modifiche anche al resto della sala;  sono state aggiunte delle zone “relax” sotto le finestre attrezzate con comodi cuscini, per offrire l’opportunità al visitatore di rimanere ad osservare con calma l’opera. Alle pareti sono rimaste le griglie espositive delle tavole di presentazione della pianta del Duomo, e le piante delle due preesistenti chiese di Santo Stefano Protomartire e Santa Maria Assunta.

 

Naturalmente, abbiamo anche ottenuto la copia del libro appena pubblicato, che illustra tutte le vicende riguardanti il modello del Duomo fino al più recente riallestimento, il nostro piccolo “escamotage” per godere di questa visita privilegiata.

Andrea Cassarino e Leonardo Poncina, classe 3 DLS

 

 

Vergogna

A volte riuscire a raccontare ciò che attanaglia il nostro passato (e spesso il nostro presente), può essere la più ardua delle imprese. Ce lo dimostra Marisa Fiorani, madre di Marcella di Levrano, vittima innocente della mafia.

La sua è una storia di forza e di coraggio e ce la racconta con un’emozione ancora viva. Marisa vive in un ambiente sociale dove le mafie trovano terreno fertile: omertà e corruzione sono piaghe diffuse, necrosi profonde e irreversibili; vortici infernali per chi vi finisce in qualche modo invischiato, lungo un viaggio di sola andata con meta il disprezzo dalla società, anche dalla stessa famiglia.

La sua storia è la storia della figlia Marcella che da studentessa di belle speranze finisce per dimenticare se stessa e i suoi cari dopo due incontri: droghe e cattive compagnie. Invano Marisa lotta  per e con la figlia, le rimane accanto dai primi momenti di difficoltà fino alla vera e propria dipendenza, da sola  e con pochi mezzi in una guerra impari. Invano bussa alle porte di parenti o conoscenti, ma sperimenta solo emarginazione e vergogna. Marcella negli anni ‘80 è priva di un centro; la sua persona si sta perdendo, fino a quando rimane incinta. La creatura che porta nel grembo le restituisce la voglia di vivere, che l’aveva abbandonata. Ma questa rosea parentesi si spezza dopo il rifiuto (l’ennesimo per Marcella) del padre di sua figlia. Così la ragazza sprofonda sempre di più, annegando nell’eroina, ricattata e costretta a scendere a compromessi. Passano alcuni anni, e finalmente avviene una svolta. Dopo che i servizi sociali le tolgono l’affidamento della figlia, Marcella trova il coraggio di recarsi in questura a denunciare tutto ciò che ha visto in quel triste periodo che aveva segnato la sua vita, senza paura di fare nomi di spacciatori criminali uomini d’onore più o meno importanti delle gerarchie mafiose; è anche grazie alle sue preziose testimonianze che nel 1990 viene indetto il primo maxiprocesso contro la Sacra corona unita, dove è chiamata a testimoniare. Ma in quell’aula Marcella non arriverà mai, perché viene brutalmente uccisa e abbandonata in un bosco.

Questa storia ci parla di un mondo che possiamo toccare con mano tutt’ora, di un mondo che solo pochi uomini coraggiosi hanno il coraggio di affrontare.

In nome delle persone cadute per mano delle associazioni mafiose abbiamo il dovere di ricordare e proteggere la memoria di chi è rimasto vittima di un sistema basato su ignoranza, paura e omertà: parlando, discutendo, condividendo, insieme e senza paura, proprio come continua a fare mamma Marisa.

                                                                        Alessio Marchetti  4 DLS

Sos social network un aiuto concreto nell’isolamento

Spesso si sente dire che i social media hanno un’influenza negativa e pervasiva nelle vite di tutti, adolescenti e giovani soprattutto. Ma questo argomento oggi va affrontato soprattutto in rapporto alla pandemia con la quale il mondo sta combattendo, soprattutto oggi, alla nuova entrata in vigore di misure restrittive, con la zona rossa in Lombardia e l’impossibilità di uscire, andare a scuola, fare sport. Fermiamoci per un attimo e riflettiamo, come sarebbe stato affrontare la quarantena completamente isolati dal mondo esterno? I social, sotto ogni punto di vista, stanno aiutando molte persone a superare questo periodo con un po’ più di leggerezza. Prendiamo in considerazione Whatsapp, con l’opportunità di videochiamare amici e parenti ed effettuare conversazioni virtuali; oppure Instagram che ha offerto la possibilità di condividere la monotona e triste quotidianità; e l’escalation di TikTok il quale ha permesso a moltissimi ragazzi di spaziare tra balletti, challenge e video divertenti. «Credo che non si possa giudicare un libro dalla copertina» afferma la studentessa universitaria e lavoratrice Gloria Zanotti, 21 anni, rispondendo alla domanda «Pensi che durante i diversi lockdown, i social ti abbiano aiutato in qualche modo?». E prosegue: «Viene facilmente puntato il dito contro tutte le piattaforme digitali considerate il
“male” delle nuove generazioni, ma non penso sia esattamente così: il periodo di  quarantena ha confermato che i social network sono diventati fondamentali nelle nostre vite e che abbiamo sempre più bisogno di relazionarci con altre persone, anche virtualmente, soprattutto nei momenti di sconforto. Certamente un cuoricino rosso di Instagram non può sostituire un abbraccio ma lascia di certo una coccola in più». Allo stesso modo risponde Alessandro Rho, studente di quarta dell’Itis Cardano di Pavia, indirizzo informatico: «Penso che senza social network e in particolare Whatsapp avrei perso per troppo tempo i contatti con tutte le persone che conosco, mi sarei limitato ai miei genitori;  spesso io e i miei amici facevamo videochiamate ed è stato proprio questo ad aiutarmi ad affrontare con un po’ meno noia questo brutto periodo». «Ritengo che i social in questi lockdown abbiano avuto una grande importanza – riprende Cristian Bozzi, che frequenta la prima D al liceo artistico Alessandro Volta di Pavia -. Essi attraverso i profili verificati hanno fornito tanta informazione, fondamentale nella situazione in cui ci troviamo; dal mio punto di vista i social media hanno avuto un ruolo importante nelle amicizie e nelle relazioni e non solo! Molte persone hanno usufruito di queste piattaforme anche per lavorare. I social quindi, se usati bene, sono mezzi di massa per comunicare molto importanti». I ragazzi, soprattutto nell’adolescenza, hanno la necessità di relazionarsi con gli altri e di comunicare con i propri coetanei.
Grazie ai social network questo è potuto avvenire nonostante la criticità di un periodo fatto di isolamento e distanze. «Solitamente si pensa che i social possano  allontanare i contatti umani – conclude la studentessa universitaria Roberta Ferraro – ma in questo periodo delicato hanno fatto da amplificatore per diffondere un messaggio di solidarietà che personalmente mi ha resa felice. È stato bello sentire smorzato quel senso di solitudine così destabilizzante, commuovermi in videochiamata mi ha insegnato che non bisognerebbe mai dare niente per scontato».

  GAIA CASSINELLI