Il modello ligneo del Duomo di Pavia

L’esperienza come giornalisti, che abbiamo avuto il piacere di vivere, è iniziata quando la professoressa di Storia dell’arte, ci ha dato la possibilità di intervistare l’architetto Davide Tolomelli, assistente alle collezioni ai Musei Civici di Pavia, che nell’ultimo periodo ha lavorato, seppur tra mille difficoltà per via delle restrizioni Covid-19, per la riapertura delle sale e per il rinnovamento dell’esposizione di una delle opere più prestigiose della collezione, il modello ligneo del Duomo di Pavia, celebre per i suoi minuziosi dettagli e la sua quasi inalterata conservazione.

Riportiamo, quasi nella sua interezza, la nostra intervista.

Intervista all’arch. Davide Tolomelli

Come è stato questo lungo periodo di chiusura causa Covid, breve parentesi di apertura a parte, sia per lei che per il Museo?

Per quanto mi riguarda, ho fatto smartworking durante il primo lockdown, nei mesi di marzo e aprile del 2020. Da casa ero collegato con il Museo e con il computer delle collezioni, sul quale teniamo le immagini digitalizzate di molte delle opere e dei manufatti delle collezioni del Museo. Da maggio sono rientrato, insieme con tutti gli altri colleghi, e ho sempre continuato a lavorare “in presenza”.

Per quanto riguarda il Museo, è stato aperto ai visitatori da maggio a ottobre, per poi essere chiuso nuovamente, sulla base dei vari D.P.C.M. susseguitisi nel corso del tempo.

Intanto, abbiamo lavorato dietro le quinte e, attualmente, siamo in attesa che finiscano i lavori di riallestimento della portineria e del bookshop, predisposti dall’attuale Amministrazione, per poter riaprire dal lunedì al venerdì, appena sarà possibile.

Lei ha anche fatto riferimento a qualche lavoro dietro le quinte, abbiamo letto che il modello ligneo sarà riposizionato, oltre ad aver previsto l’inserimento di una nuova illuminazione. Come riassumerebbe le modifiche attuate, o in corso di attuazione, ai nostri lettori?

I lavori alla Sala del modello ligneo del Duomo sono ultimati. Siamo in attesa di poterla presentare al pubblico. Il Modello non è stato spostato, è difatti solo stato modificato l’allestimento con la realizzazione di un basamento pieno per il manufatto ligneo, che ora appoggia su un piano, insieme con il modello della torre. È stato, inoltre, collocato un pavimento luminoso con un sensore e un temporizzatore; in questo modo, quando  il visitatore si avvicina, il pavimento si illumina e il modello ligneo risulta visibile anche al suo interno, tramite le sue aperture naturali (portali e finestre). Il nuovo allestimento è stato realizzato su progetto dell’architetto Andrea Perin.

Sono stati eseguiti anche dei lavori di restauro a quella che è la struttura stessa del modello?

Sì, è stato eseguito un intervento di manutenzione al modello da parte del restauratore Luciano Gritti, specializzato in manufatti lignei.

 

 

Il legno è un materiale, per quanto nobile, soggetto allo scorrere del tempo. Ogni quanto, indicativamente, i restauri sono necessari?

Più che di restauri, ha bisogno di una assidua manutenzione. È molto importante mantenere condizioni termoigrometriche costanti, perché il legno è molto sensibile agli sbalzi di umidità. Infatti, interagisce con l’ambiente cedendo e assorbendo umidità e dilatandosi, o contraendosi, di conseguenza. Per di più è anisotropo, cioè non si muove uniformemente in tutte le direzioni, ma è condizionato dall’andamento delle fibre vegetali degli alberi da cui è stato ricavato.

Alla luce di queste considerazioni – se pensate che il modello ligneo è costituito da più di cinquecento pezzi incastrati, che si muovono indipendentemente gli uni dagli altri al variare dell’umidità relativa – risulta evidente che è meglio che si muovano il meno possibile.

 

 

 

Grazie per aver chiarito; vorremmo chiederle, per quanto riguarda la pinacoteca, se sono state eseguite delle modifiche alle sale.

No, non ci sono state modifiche sostanziali.

È in previsione un intervento di rifacimento dell’impianto di climatizzazione e di quello di illuminazione. Per ora, però, l’allestimento, che risale al 1981, non è stato modificato.

Abbiamo anche saputo che lei sta lavorando ad un libro, e la domanda sorge spontanea: quale sarà la trattazione?

Si tratta di una guida alla sala che ospita il modello del Duomo. È stato curata da Laura Aldovini, attuale responsabile del Museo, insieme a me. Riassume i problemi critici relativi al modello, nonché le vicende costruttive del modello stesso e del Duomo.

A seguito, spinti dalla nostra curiosità, ci siamo ovviamente domandati tra noi, solo per poi chiedere anche all’arch. Tolomelli, se fosse stato possibile ricevere una copia dello scritto. A risposta positiva, ci siamo con molta disinvoltura “autoinvitati” al Museo, riuscendo ad ottenere la possibilità di visionare il modello dal vivo, prima della riapertura della collezione.

E così, nel pomeriggio del 2 Marzo, accompagnati dalla professoressa e dall’architetto, eravamo già nel museo. In questo periodo è stata riallestita, dopo quarant’anni dalla sua inaugurazione, la sala del Duomo ligneo situata nella torre sud-est del castello. Camminare nelle stanze buie del museo, nel silenzio assoluto, è stata una strana sensazione che, al contrario di quanto avviene normalmente, fa quasi distogliere l’attenzione dalle opere. Appena entrati nella sala del modello, lo sguardo viene immediatamente catturato dallo stesso, che grazie al recente riposizionamento al di sopra di un basamento che lo ancora saldamente a terra, ha ottenuto una nuova legittima parvenza di monumentalità degna della sua fama, uno dei pochi modelli tridimensionali ben conservati del Rinascimento italiano. Sul basamento, insieme al Duomo, è stato posizionato anche il modello della torre campanaria, conferendo così una visione spaziale completamente nuova all’osservatore. Entrambi i modelli sono, difatti, ora posti ad una distanza di sicurezza dallo spettatore che, quando si avvicina all’opera, attiva grazie a dei sensori un sistema di luci che illumina gradualmente il modello dall’interno, permettendo di apprezzare maggiormente la prospettiva dell’opera ed i numerosi dettagli, che altrimenti passerebbero inosservati.

 

 

Sono state eseguite modifiche anche al resto della sala;  sono state aggiunte delle zone “relax” sotto le finestre attrezzate con comodi cuscini, per offrire l’opportunità al visitatore di rimanere ad osservare con calma l’opera. Alle pareti sono rimaste le griglie espositive delle tavole di presentazione della pianta del Duomo, e le piante delle due preesistenti chiese di Santo Stefano Protomartire e Santa Maria Assunta.

 

Naturalmente, abbiamo anche ottenuto la copia del libro appena pubblicato, che illustra tutte le vicende riguardanti il modello del Duomo fino al più recente riallestimento, il nostro piccolo “escamotage” per godere di questa visita privilegiata.

Andrea Cassarino e Leonardo Poncina, classe 3 DLS

 

 

Vergogna

A volte riuscire a raccontare ciò che attanaglia il nostro passato (e spesso il nostro presente), può essere la più ardua delle imprese. Ce lo dimostra Marisa Fiorani, madre di Marcella di Levrano, vittima innocente della mafia.

La sua è una storia di forza e di coraggio e ce la racconta con un’emozione ancora viva. Marisa vive in un ambiente sociale dove le mafie trovano terreno fertile: omertà e corruzione sono piaghe diffuse, necrosi profonde e irreversibili; vortici infernali per chi vi finisce in qualche modo invischiato, lungo un viaggio di sola andata con meta il disprezzo dalla società, anche dalla stessa famiglia.

La sua storia è la storia della figlia Marcella che da studentessa di belle speranze finisce per dimenticare se stessa e i suoi cari dopo due incontri: droghe e cattive compagnie. Invano Marisa lotta  per e con la figlia, le rimane accanto dai primi momenti di difficoltà fino alla vera e propria dipendenza, da sola  e con pochi mezzi in una guerra impari. Invano bussa alle porte di parenti o conoscenti, ma sperimenta solo emarginazione e vergogna. Marcella negli anni ‘80 è priva di un centro; la sua persona si sta perdendo, fino a quando rimane incinta. La creatura che porta nel grembo le restituisce la voglia di vivere, che l’aveva abbandonata. Ma questa rosea parentesi si spezza dopo il rifiuto (l’ennesimo per Marcella) del padre di sua figlia. Così la ragazza sprofonda sempre di più, annegando nell’eroina, ricattata e costretta a scendere a compromessi. Passano alcuni anni, e finalmente avviene una svolta. Dopo che i servizi sociali le tolgono l’affidamento della figlia, Marcella trova il coraggio di recarsi in questura a denunciare tutto ciò che ha visto in quel triste periodo che aveva segnato la sua vita, senza paura di fare nomi di spacciatori criminali uomini d’onore più o meno importanti delle gerarchie mafiose; è anche grazie alle sue preziose testimonianze che nel 1990 viene indetto il primo maxiprocesso contro la Sacra corona unita, dove è chiamata a testimoniare. Ma in quell’aula Marcella non arriverà mai, perché viene brutalmente uccisa e abbandonata in un bosco.

Questa storia ci parla di un mondo che possiamo toccare con mano tutt’ora, di un mondo che solo pochi uomini coraggiosi hanno il coraggio di affrontare.

In nome delle persone cadute per mano delle associazioni mafiose abbiamo il dovere di ricordare e proteggere la memoria di chi è rimasto vittima di un sistema basato su ignoranza, paura e omertà: parlando, discutendo, condividendo, insieme e senza paura, proprio come continua a fare mamma Marisa.

                                                                        Alessio Marchetti  4 DLS

Sos social network un aiuto concreto nell’isolamento

Spesso si sente dire che i social media hanno un’influenza negativa e pervasiva nelle vite di tutti, adolescenti e giovani soprattutto. Ma questo argomento oggi va affrontato soprattutto in rapporto alla pandemia con la quale il mondo sta combattendo, soprattutto oggi, alla nuova entrata in vigore di misure restrittive, con la zona rossa in Lombardia e l’impossibilità di uscire, andare a scuola, fare sport. Fermiamoci per un attimo e riflettiamo, come sarebbe stato affrontare la quarantena completamente isolati dal mondo esterno? I social, sotto ogni punto di vista, stanno aiutando molte persone a superare questo periodo con un po’ più di leggerezza. Prendiamo in considerazione Whatsapp, con l’opportunità di videochiamare amici e parenti ed effettuare conversazioni virtuali; oppure Instagram che ha offerto la possibilità di condividere la monotona e triste quotidianità; e l’escalation di TikTok il quale ha permesso a moltissimi ragazzi di spaziare tra balletti, challenge e video divertenti. «Credo che non si possa giudicare un libro dalla copertina» afferma la studentessa universitaria e lavoratrice Gloria Zanotti, 21 anni, rispondendo alla domanda «Pensi che durante i diversi lockdown, i social ti abbiano aiutato in qualche modo?». E prosegue: «Viene facilmente puntato il dito contro tutte le piattaforme digitali considerate il
“male” delle nuove generazioni, ma non penso sia esattamente così: il periodo di  quarantena ha confermato che i social network sono diventati fondamentali nelle nostre vite e che abbiamo sempre più bisogno di relazionarci con altre persone, anche virtualmente, soprattutto nei momenti di sconforto. Certamente un cuoricino rosso di Instagram non può sostituire un abbraccio ma lascia di certo una coccola in più». Allo stesso modo risponde Alessandro Rho, studente di quarta dell’Itis Cardano di Pavia, indirizzo informatico: «Penso che senza social network e in particolare Whatsapp avrei perso per troppo tempo i contatti con tutte le persone che conosco, mi sarei limitato ai miei genitori;  spesso io e i miei amici facevamo videochiamate ed è stato proprio questo ad aiutarmi ad affrontare con un po’ meno noia questo brutto periodo». «Ritengo che i social in questi lockdown abbiano avuto una grande importanza – riprende Cristian Bozzi, che frequenta la prima D al liceo artistico Alessandro Volta di Pavia -. Essi attraverso i profili verificati hanno fornito tanta informazione, fondamentale nella situazione in cui ci troviamo; dal mio punto di vista i social media hanno avuto un ruolo importante nelle amicizie e nelle relazioni e non solo! Molte persone hanno usufruito di queste piattaforme anche per lavorare. I social quindi, se usati bene, sono mezzi di massa per comunicare molto importanti». I ragazzi, soprattutto nell’adolescenza, hanno la necessità di relazionarsi con gli altri e di comunicare con i propri coetanei.
Grazie ai social network questo è potuto avvenire nonostante la criticità di un periodo fatto di isolamento e distanze. «Solitamente si pensa che i social possano  allontanare i contatti umani – conclude la studentessa universitaria Roberta Ferraro – ma in questo periodo delicato hanno fatto da amplificatore per diffondere un messaggio di solidarietà che personalmente mi ha resa felice. È stato bello sentire smorzato quel senso di solitudine così destabilizzante, commuovermi in videochiamata mi ha insegnato che non bisognerebbe mai dare niente per scontato».

  GAIA CASSINELLI

La ricchezza dell’arte

Per tutti coloro che sono nati dal 2002 in poi, come nel nostro caso, la lira fa ormai parte di un lontano passato e l’unica sua collocazione possibile sarebbe il collezionismo. Se capita magari di trovare qualche moneta dimenticata, ormai non più convertibile, la conserviamo per ricordo, oppure ci informiamo per scoprire se ha ancora un  valore.

La lira è stata la moneta ufficiale del nostro paese sin dalla fondazione del Regno d’Italia nel 1861,  quindi per ben 141 anni. Successivamente l’Unione Europea ha introdotto una nuova valuta, al fine di semplificare i rapporti economici fra gli stati membri, perciò la vecchia e gloriosa lira è stata messa in soffitta.

Dal 1º gennaio 2002 è entrato in circolazione ufficilamente l’euro, disponibile in banconote e in monete; le banconote comprendono 7 tagli, caratterizzati da un aspetto grafico uniforme in tutti i Paesi membri dell’Unione, secondo le direttive della Banca centrale, europea. Ciascuno dei sette differenti tagli presenta un colore e dimensioni distintive. Il disegno delle banconote ha come tema comune l’architettura europea in vari periodi storici: il fronte rappresenta finestre o passaggi, mentre sul retro sono presenti dei ponti, scelti come simbolo di collegamento tra gli stati.

Per quanto riguarda le monete, invece, ogni paese ha avuto la libertà di scegliere le immagini da incidervi sopra. Nel caso italiano, è stato privilegiato l’ambito artistico e per questo sulle monete sono rappresentate varie opere, di pittura, di scultura o  architettura.


Esse sono state scelte dai cittadini mediante un sondaggio televisivo, che ha votato le proposte fatte precedentemente da una commissione nazionale artistica.

 

 

 

 

 

 

In particolare ci pare importante soffermarci sulla moneta da 2 euro perché porta l’immagine del Sommo Poeta, il più grande scrittore italiano di tutti i tempi e padre della nostra lingua, del quale ricorre quest’anno il settecentenario della morte. Infatti nel 1321 moriva Dante Alighieri, poeta nonché politico fiorentino che all’amore per la sua città dedicò la vita prima e dopo l’esilio, durante il quale completò la stesura della Commedia, capolavoro della letteratura.

Oltre alla versione canonica, quest’anno verranno coniate ben tre milioni di monete da 2 euro recanti le figure di due medici sottostanti alla scritta “Grazie” come tributo allo stremante lavoro svolto dagli operatori sanitari durante la pandemia di Covid-19 che ha colpito l’Italia a partire dal 2020. Un uomo con in mano una cartella clinica e una donna con al collo uno stetoscopio verranno impressi su ogni singola moneta accostati ad una croce e ad un cuore. Il numero di monete coniate è molto elevato, ma non è da escludere la possibilità che, col passare dei decenni, diventino pezzi da collezionismo. Anche la Francia conierà alcune monete da 2 euro come tributo al lavoro di medici ed infermieri, ma solo a fini di collezionismo.

Di seguito metteremo in evidenza le opere d’arte rappresentate sulle monete metalliche italiane e sulle banconote.
Monete

1 centesimo: Castel del Monte
Costruito tra il 1240 e il 1246, vicino ad Andria, in Puglia, Castel del Monte è il principale esempio di fortezza costruita durante il regno di Federico II di Svevia. Colpisce lo studio geometrico che ha portato alla realizzazione di una perfetta pianta ottagonale, ripetuta anche nelle otto torri. Sono presenti elementi gotici, come le volte a crociera costolonate che si incastrano nei vani trapezoidali all’interno. Tutt’oggi la sua funzione non è chiara: forse veniva usata come residenza di caccia, o magari voleva solo rappresentare il potere dell’imperatore. Nel 1996 è stato nominato Patrimonio dell’Unesco.

2 centesimi: Mole Antonelliana

La Mole, uno dei simboli di Torino, è frutto di un lungo lavoro, durato ventisei anni, dal 1863 al 1889. La città, capitale del neonato Regno d’Italia, ha voluto ospitare una sinagoga ebraica. Alessandro Antonelli, da cui l’edificio prende il nome, ha realizzato un capolavoro alto 167m, con una lunghissima guglia che si slancia sopra a un’enorme volta a padiglione. Oggi ospita il Museo del Cinema.

5 centesimi: Anfiteatro Flavio

Realizzato fra il 72 e l’82 d.C. dagli imperatori Flavi a Roma, ospitava lotte fra gladiatori, battaglie navali, e altri spettacoli di intrattenimento. Presenta pianta ellittica, e le gradinate all’interno potevano contenere oltre 60 000 spettatori. Il termine “Colosseo” è nato nell’Alto Medioevo per via della statua colossale di Nerone che era nei suoi pressi, prima che venisse distrutta.

10 centesimi: Venere di Botticelli

Il particolare del volto femminile è tratto dal quadro Nascita di Venere, dipinto tra il 1484 e il 1486 da Sandro Botticelli ed oggi conservato presso la Galleria degli Uffizi, a Firenze. Predomina la ricerca di armonia, bellezza ideale ed eleganza delle figure che l’artista rinascimentale ottiene nel riferimento all’arte classica.

20 centesimi: Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni

In questo caso l’opera d’arte è una scultura realizzata nel 1913 da Umberto Boccioni, uno dei massimi esponenti del Futurismo. Si tratta di una figura umana in movimento che, lanciandosi a tutta velocità nell’atmosfera, ne viene plasmata compenetrandosi con essa. La scia lasciata dal moto si solidifica in una sintesi tra figura e spazio. Una delle copie di questo bronzo è conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano.

50 centesimi: Campidoglio con Marco Aurelio                                                             

La scultura è un famoso monumento equestre in bronzo raffigurante l’imperatore Marco Aurelio. Fu collocato nel Campidoglio nel 1538 per volontà di papa Paolo III Farnese. È un esempio molto raro di bronzo romano in quanto, essendo stato scambiato per un’immagine di Costantino, il primo imperatore cristiano, sopravvisse alla distruzione delle opere pagane avvenuta durante il Medioevo. L’originale è conservato presso gli adiacenti Musei Capitolini per preservarlo dagli agenti atmosferici.

1 euro: Uomo Vitruviano di Leonardo

Il retro della moneta da 1 euro è decorato con uno dei disegni più famosi al mondo, l’Uomo Vitruviano. Realizzato da Leonardo da Vinci nel 1490 allo scopo di illustrare un passo del De Architectura di Vitruvio, rappresenta le perfette proporzioni di un corpo umano che lo rendono iscrivibile in un quadrato e in un cerchio avente come centro l’ombelico. Nel primo caso l’uomo ha braccia orizzontali e gambe unite, nel secondo invece le braccia sono sollevate e le gambe divaricate. Furono molti a cimentarsi nel complesso disegno dell’Homo ad circulum et ad quadratum durante il periodo rinascimentale, ma solo la maestria di Leonardo gli permise di diventare un’opera tanto iconica.

2 euro: Volto di Dante di Raffaello

Il ritratto di Dante che contraddistingue la moneta da 2 euro è tratto dal Parnaso, celebre affresco di Raffaello realizzato intorno al 1510 nella Stanza della Segnatura all’interno dei Palazzi Vaticani raffigurante poeti di varie epoche del calibro di Omero, Virgilio, Ovidio, Saffo e Ariosto. L’opera rappresenta un’allegoria simboleggiante la serena armonia tra passato classico e presente cristiano. Un’altra immagine di Dante è riscontrabile ne La Disputa, anch’esso affresco di Raffaello presente nella medesima stanza.

Banconote

Le banconote, invece, ripercorrono la storia degli stili architettonici europei in sette tappe. Tuttavia, essendo uguali in tutti i paesi, si è deciso di rappresentare opere inventate o ispirate, al fine di non far torto a nessuna nazione, anche se a Rotterdam, il designer olandese Robin Stam ha realizzato nella realtà i ponti stampati sul verso (retro). Sul recto (fronte) invece sono rappresentati portali o finestre.

5 euro: architettura classica (IV sec. a.C.-IV sec. d.C.)

Il recto è caratterizzato da un arco a tutto sesto sostenuto da colonne con capitelli ionici, mentre il verso riporta un ipotetico acquedotto romano vagamente ispirato al ponte di Gard, nella Francia meridionale.

10 euro: architettura romanica (XI-XII sec.)

Sul recto è rappresentato un portale fortemente strombato, che esalta una caratteristica particolare dell’architettura romanica in Italia e in Francia. Sul verso è presente un ponte massiccio, con il centro leggermente più alto delle estremità.

20 euro: architettura  gotica (XIII-XIV sec.)

Sul recto sono raffigurate delle vetrate gotiche quadrifore con arco a sesto acuto costruite tramite complessi mosaici ispirate a quelle della Basilica Superiore di Assisi. Sul verso il ponte presenta gli stessi archi ogivali.

50 euro: architettura rinascimentale (XV-XVI sec.)

La finestra sul recto richiama l’arte classica della banconota da 5 euro. Si tratta infatti dell’arte del Rinascimento: arco a tutto sesto, semicolonne laterali e timpano sovrastante (soluzione in realtà presente più nei portali che nelle finestre). Il ponte retrostante invece presenta grandi arcate semicircolari e massicce pile aggettanti.

100 euro: architettura barocca e rococò (XVII-XVIII sec.)

Un possente portale barocco è visibile sul recto di questa banconota. Presenta un timpano spezzato, decorazioni complesse ed elaborate e due sculture di figure che sorreggono il pesante architrave. Nel Barocco e nel Rococò infatti la forma usata principalmente è la linea curva, con andamenti sinuosi, e l’obiettivo è trasmettere sfarzosità e ricchezza decorativa. Sul verso si trova un ponte snello con arcate ellissoidali.

200 euro: architettura ottocentesca (XIX sec.)

In questo caso il recto mostra un’esile finestra che richiama le strutture in ferro e vetro, appartenenti a quella che viene definita anche “architettura degli ingegneri”. Ed è ingegneristico anche il ponte sul verso, simile a quelli ferroviari in ghisa.

500 euro: architettura novecentesca (XX sec.)

La banconota sul recto presenta due vetrate che costituiscono le intere facciate degli edifici. Sul verso è presente il progetto di un ponte strallato, ovvero con le funi sospese e collegate a un alto pilone. Questo è un cambiamento profondo rispetto ai ponti precedenti, perchè non si basa sulla verticalità dell’arco, ma sull’orizzontalità delle funi.

Crediti per immagini e fonti:
http://www.didatticarte.it/Blog/?p=1706 http://collezionieuro.altervista.org/blog/curiosita/da-cosa-e-dovuta-la-scelta-dei-monumenti-o-simboli-nelle-monete-italiane/

Paolo Milasi, Francesco Trespidi, Marco Di Silvio, Filippo Palmeroni, 5 DLS

Vita

Qualche secolo fa, William Shakespeare, mise in bocca ad Amleto le parole che formano uno dei monologhi più celebri mai scritti: “Essere o non essere, questo è il dilemma”.
Per il principe di Danimarca cadere nel sonno eterno eviterebbe all’uomo la vita di sofferenze che è obbligato a sopportare. La ragione, tuttavia, fa l’uomo codardo; il non sapere cosa lo aspetta dall’altra parte gli impedisce di togliersi la vita per porre fine alle disgrazie.
Anche se il ragionamento è estremo, credo che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione a riguardo e, certamente, nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun altro. Non fu così per tutti gli uomini che vennero uccisi nei campi di sterminio nazisti. Catalogati come degli oggetti, sfruttati e umiliati fino allo stremo, poi bruciati senza pietà; a quelle persone nessun diritto veniva riconosciuto, tanto meno scegliere se vivere o morire.
I campi non si limitavano ad uccidere il corpo delle persone, ne uccidevano l’identità, l’anima. I pochi sopravvissuti, che abbiamo ancora la fortuna di poter ascoltare, ci insegnano molte cose; per esempio Sami Modiano racconta le sue difficoltà una volta uscito dall’inferno di Birkenau. “Mi sentivo in colpa perché ero sopravvissuto e stavo lasciando indietro i miei cari”. Come si può ferire una persona così a fondo, da fargli mettere in dubbio il suo stesso diritto di vivere? Per fortuna Sami ha trovato la forza di reagire al buio interiore, aprendosi al mondo e parlando della sua storia, soprattutto ai giovani: “Sono felice perché vedo che i ragazzi mi capiscono, sono loro il nostro futuro”.
Il nostro scopo, quello dell’umanità intendo, è evitare che il messaggio di Sami e dei superstiti si perda nelle pieghe del tempo. Questa frase è sicuramente portatrice di un messaggio importante, la sentiamo ogni 27 gennaio. Ma quanto ci tocca realmente? Tutti, me compreso, crediamo che al giorno d’oggi nessun governo possa farsi artefice di un genocidio.
Invece, durante quella stessa giornata, il 27 gennaio 2021, lessi su Instagram che in Cina esiste una popolazione con costumi, lingua e religione propri, gli Uiguri. Questa popolazione occupa il 45% della regione Xinjiang, il che significa circa 11 milioni di persone, attualmente vittime della repressione del governo cinese, il quale sistematicamente li colpisce con la reclusione in “campi di rieducazione”, immensi capannoni in cui gli attivisti uiguri vengono torturati e obbligati al lavoro forzato (tra cui, pare, la produzione di mascherine). Squadre di milizie entrano nei villaggi con la finalità di violentare, picchiare e in seguito sterilizzare quante più donne possibili per limitare la natalità degli Uiguri, mentre ufficialmente le autorità cinesi negano l’esistenza di qualsiasi forma di repressione .
Questo orribile scenario rende vano ciò per cui uomini e donne come Sami Modiano lottano; ci dimostra che l’odio razziale e la discriminazione sono ancora lontani dall’essere estirpati e sicuramente lo rimarranno finché notizie del genere verranno trattate da pagine Instagram e non da testate importanti. C’è un ultimo dato interessante da analizzare. Quando la questione degli Uiguri venne discussa dall’ ONU, alcuni stati membri condannarono la politica cinese, ma altri l’appoggiarono. Beh, alla fine non sembra che la storia sia poi così maestra, vero?

Alessio Marchetti, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

Fonti: Conferenza con Sami Modiano- “Il sole 24 ore”,
Wikipedia, @cartonimorti (Instagram)

La memoria

E come si potrebbe obliare la Shoah? Noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, un frammento di quelle che sono le testimonianze, i ricordi dei sopravvissuti  all’olocausto, svaniscono, condannati dall’avanzare delle epoche.
Non sembra inaccettabile pensare a questo blocco di storia che si  gretola, come le pagine di un vecchio libro al tatto, troppo consunte per essere ancora sfogliate? Non sembra sconsiderato dimenticare le vite di tutte le persone, che come pezzi di carbone ad alimentazione di una locomotiva, furono brutalmente gettate a bruciare nei forni?
A me non piace dimenticare. Bisogna trovare la forza di mantenere vivo il ricordo delle loro anime, delle loro sofferenze, dei loro sentimenti, sogni e amori, speranze: sono state persone come ognuno di noi, ma hanno solo trovato odio e disprezzo, cinismo e denigrazione. I pochi sopravvissuti, che avrebbero dovuto sentirsi liberi, felici, hanno condannato la loro sopravvivenza: così tanto è stato il veleno ricevuto, che sono arrivati a sperare nella loro morte, a desiderare di riposare accanto ai propri cari in quei gremiti cimiteri che sono stati i campi di concentramento. Come è possibile ridurre un essere umano alla colpevolezza della propria salvezza, al pentimento per la propria sopravvivenza? Negare la libertà ad un uomo innocente è spregevole, condurlo a rinnegarla è abominevole, infernale: non solo le vittime della folle mente che fu la Germania nazista furono private sino all’ultimo briciolo di dignità, calpestata disumanamente, ma fu loro strappato il futuro: ai deportati sopravvissuti venne istantaneamente negata la possibilità di tranciare una volta per tutte i rapporti con il passato che, dopo così tanti anni, esattamente come il tatuaggio del proprio numero sul braccio, sbiadito, si intravedono ancora in controluce, fili sfibrati che incatenano ai tristi ricordi la loro anima.
Stipati come bestie dentro vagoni diretti al patibolo, migliaia furono le persone che varcarono i cancelli di Auschwitz e mai ne uscirono, promettendo ai propri fratelli, mogli, genitori, di rivedersi subito dopo, senza nemmeno sapere dove fossero diretti: privati di ogni diritto, spogliati di ogni speranza e ignari di ciò che li aspettava, furono gettati tra le fauci di famelici pregiudizi e malati ideali.
Sentirsi rei per essere ancora vivi a differenza dei propri cari, dopo aver subito ogni peggior ingiustizia e tortura, è l’ennesimo affronto perpetrato dai nazisti, ed è un fardello che ci si trascina inevitabilmente appresso. Furono parecchi i redivivi che dopo il 1945 dovettero sopportare la convivenza con i fantasmi dell’Olocausto, straziati dai rimorsi, divorati dai nitidi ricordi ancora sfavillanti nonostante gli anni fossero trascorsi impassibili e avessero seppellito ed insabbiato le mostruosità della Guerra: queste persone, solo a distanza di tempo hanno trovato il coraggio di parlare, di condannare le efferatezze subite, per anni nascoste e soppresse. Uno di loro è Sami Modiano, che per 60 anni tacque per paura di non essere creduto e che nei giovani trovò le orecchie e il cuore pronti ad ascoltarlo e sostenerlo durante la riscoperta dei dolorosi ricordi.
Dunque ricordare ci permette di analizzare il passato, ripercorrendo i passi di chi lo ha popolato, e di evitare di inciampare negli stessi errori che consumarono vite spesso innocenti, sacrificate perché nulla venga dimenticato.

Silvia Rizzardi, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

La scoperta della scuola

Dopo mesi di chiusura le scuole superiori sono state riaperte e gli studenti dopo essere stati reclusi sono rientrati nelle loro aule, si sono ritrovati, hanno rivisto dal vivo i loro insegnanti e hanno ricominciato a seguire le lezioni in presenza. Finalmente, ma non senza preoccupazioni. Perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più tranquilli: non siamo fuori pericolo, anzi, siamo ancora nel bel pieno della pandemia. Personalmente avevo una gran voglia di ricominciare la scuola in presenza perché  ritengo che la Dad sia una buona cosa se permette di ripararci dal pericolo del contagio, ma per un tempo limitato. Non può diventare la normalità.
La vita da studenti in remoto è strana: da un lato negativa perché seguire le spiegazioni, soprattutto quelle delle materie scientifiche o la matematica e la fisica, a volte è un’impresa impossibile. Dall’altro lato studiare da casa  permette di fare tutto senza uscire dalla propria stanza, senza la sensazione di soffocamento e di fastidio da mascherina. È una condizione però che crea assuefazione ad una comoda pigrizia, è un po’ come se si perdesse l’abitudine ad una vita regolata, che per i giovani è più importante di quanto non si creda. Più ti chiudi e più vorresti rinchiuderti, come se venissi inghiottito dalla paura.
Quando ho saputo che saremmo ritornati a scuola sono stata felice, ma anche terribilmente agitata. Mi sono sentita come se dovessi iniziare qualcosa di  completamente nuovo, il classico Primo Giorno… un po’ mi vergogno a dire che in queste notti non sono riuscita a dormire e non per la paura da interrogazione
o verifica: è qualcosa che non so bene definire, uno stato d’ansia esagerato. Mi domando: sarò l’unica a provare queste sensazioni? Non credo, penso che un po’ tutti siamo scombussolati dall’emergenza sanitaria, economica, sociale e anche didattica. Tuttavia non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: la scuola in fondo non è rimasta chiusa, ma in uno stato di apertura permanente. Gli studenti hanno continuato ad essere raggiunti dalla scuola che è entrata nelle case ad inquadrare librerie o salotti, nelle “camerette” a scoprire letti sfatti e pigiami appena tolti. E chi non ha voluto fare il furbo con la Dad ha studiato. Gli insegnanti hanno continuato a lavorare,
reinventandosi ad ogni nuovo decreto e faticando il doppio per rendere le lezioni comprensibili, mostrandosi disponibili ben oltre l’orario scolastico. Nel ciclone che ci ha travolti, l’attività didattica ha continuato a raggiungerci, a scuoterci dal torpore, a tormentarci, a renderci consapevoli che il potere della distruzione e della morte ha un degno avversario nel potere della cultura che è l’unico strumento che nemmeno un virus può togliere ai giovani che stanno costruendo il loro futuro.

Irene Antonioli, 5 DLS

L’anno che verrà

Caro diario,
devo dire che quasi mi dispiace che questo 2021 stia finendo.
La parte migliore, forse, è stata l’estate.
Sono andata in vacanza con i miei migliori amici sulla Riviera Romagnola: due settimane passate in spiaggia. A pranzo un panino sotto l’ombrellone, mentre la cena ce la portavamo dal nostro appartamentino e la degustavamo in riva al mare, con i piedi nella sabbia.
Poi, all’imbrunire, prendevamo un bus qualsiasi e andavamo a visitare una città vicina, come Gradara, dove abbiamo scoperto venne ambientata la storia di Paolo e Francesca. Inutile dire che la mia amica Giulia volesse trasferirsi lì.
I primi tre giorni di vacanza, invece, li abbiamo passati a Bologna, dove invece mi sarei voluta trasferire io;  Davide, il terzo del gruppo, ha passato due settimane a dir poco impegnative a livello psicologico.
Di discoteca non si è neanche parlato perchè tutte le sere ci trovavamo stravolti, ma io e Giulia abbiamo recuperato le fatiche una volta tornate a casa.
È stata l’ultima estate da vera adolescente, senza pensieri se non cercare di non sciogliermi per il caldo, mentre eravamo in fila per entrare alla Torre degli Asinelli.
L’ultima estate prima di iniziare l’università.
Questa è stata sicuramente la novità più grande dell’anno: lasciare i compagni di cinque anni di sventure e avventure, con cui ho dovuto superare settimane di studio ossessivo e verifiche da capogiro, ma che si rivelavano forse troppo spesso così diversi da me da farmi sperare in qualcosa di nuovo. E quel qualcosa per fortuna è arrivato all’università: nonostante sia sempre contesa tra un libro di Analisi e un volume di Fisica mi sento molto più libera e sto iniziando ad apprezzare sempre di più la mia indipendenza.
Giulia ha iniziato Medicina e mi scrive tutti i giorni per dirmi “le cose fighissime che sta studiando” a cui io rispondo con lo stesso camuffato interesse con cui lei reagisce alle mie osservazioni in campo informatico: anche lei è sempre stata molto diversa da me, ma in un modo che ci rende ancora più unite.
Davide, invece, continua a chiederci consigli su come superare l’ultimo anno di superiori senza traumi.
L’autobus si ferma. Devo smetterla di fantasticare così lungo il tragitto verso scuola o finirò per dimenticarmi che devo scendere alla mia fermata.
Sistemo la mascherina e mi incammino verso il mio liceo: chissà, magari potrò andare veramente a Bologna coi miei amici. Magari conoscerò i volti dei miei nuovi compagni universitari senza il filtro che ormai ci copre le facce da più di un anno.
Forse, con il nuovo vaccino riusciremo persino ad andare in discoteca.
Ma basta, ora devo concentrarmi, adesso ho la verifica di scienze. Scrivo la data: 12 febbraio 2021.

Roberta Basile, 5 DLS

BUON ANNO A TUTTI

L’anno del vaccino: con questo appellativo, salvo sorprese amarissime come quelle che ci hanno riservato gli ultimi mesi, passerà alla storia il 2021.
“Mai un vaccino era stato realizzato in così poco tempo” è la frase che riassume uno dei punti principali del discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il presidente ha voluto sottolineare come, grazie alla collaborazione reciproca tra gli stati, la scienza abbia stracciato i limiti conosciuti. Alla luce di questo, Mattarella invita i capi di Stato a lasciare da parte velleità, tornaconti, egoismi e ad investire in modo da permettere a tutti di vaccinarsi.
Rileggere queste parole nel mese di febbraio fa riflettere: i ritardi nelle consegne dei vaccini e una crisi di governo fuori luogo amplificano notevolmente il clima di incertezza e inquietudine; i soliti negazionisti e l’eco del trambusto che ha seguito le elezioni americane, provocano straniamento e rabbia.
Ovvio che la speranza non morirà mai, ma “l’anno della sconfitta del virus e il primo della rinascita” poteva sicuramente cominciare molto meglio, ma anche peggio. Abbiamo undici mesi per non vanificare il lavoro di tutti gli scienziati del pianeta e collaborare alla costruzione di un mondo nuovo, di un’Italia nuova. La battaglia contro il virus può essere considerata come la “Terza Guerra Mondiale”. Guerra che non è stata combattuta, e alcune notizie dello scorso marzo potevano far pensare al contrario, contro la Cina, bensì contro quello che è stato definito un “nemico invisibile”. Se nel 1945 sono state gettate le basi di una società liberale ed egualitaria, nel 2021 dobbiamo virare verso un modello di società solidale e basata sulla collaborazione reciproca. Il vaccino non sarebbe solo l’emblema del progresso scientifico e tecnologico, ma anche delle infinite potenzialità derivanti dall’utilizzo mirato delle risorse delle nazioni. L’obiettivo di tutti è fare in modo che nei calendari, dopo la data 31 dicembre 2019, venga 1 gennaio 2021.

FRANCESCO MATTEO TRESPIDI 5DLS

GIORNO DELLA MEMORIA 2021

Una testimone d’eccezione ricorda la deportazione e lo sterminio di cui sono stati vittime gli ebrei, una testimone che descrive con lucida oggettività la sofferenza nei campi di sterminio, una testimone che ha visto coi propri occhi dove può arrivare la cieca malvagità umana e l’indifferenza. E non vuole dimenticare.
Alcuni studenti della 2 AE, dopo aver assistito alla registrazione dell’ultimo discorso pubblico di Liliana Segre, tenuto ad Arezzo e promosso dal Miur, le hanno reso omaggio scrivendo alcune riflessioni.

Liliana Segre ci insegna…
Liliana Segre, appartenente ad una famiglia di origine ebraica, nacque a Milano il 10 settembre 1930. Viveva con il padre, Alberto Segre, perchè la mamma era morta quando Liliana aveva solo un anno.
Nel 1938, in Italia, il regime fascista emanò le leggi razziali e la bambina fu costretta ad abbandonare la scuola.
Quando la persecuzione contro gli Ebrei divenne più violenta,Liliana e suo padre si trovarono costretti a scappare e cercare rifugio in Svizzera, ma furono respinti e arrestati. Liliana aveva solo tredici anni. Furono poi trasferiti nel carcere di Milano e il 30 gennaio 1944 vennero deportati ad Auchwitz. Il viaggio durò una settimana.
Liliana rimase sola perché, all’arrivo al campo di sterminio, venne separata dal padre. La ragazzina venne destinata al lavoro e dovette subire varie selezioni, in una delle quali perse la sua cara amica Janine, che si era ferita gravemente ad una mano. Durante l’inizio del mese di gennaio del 1945, all’avvicinarsi dell’Armata rossa, il campo di Auschwitz fu evacuato e i prigionieri sopravvissuti furono portati via con quella che verrà definita la “marcia della morte”.

Tra i moltissimi ragazzi costretti a lavorare nei campi di sterminio, solo pochissimi riuscirono a tornare a casa e Liliana, che oggi ha novant’anni, era tra questi. Da trent’ anni, cioè da quando è diventata nonna all’età di sessant’anni, la signora Segre ha testimoniato e raccontato ai ragazzi delle scuole tutto quanto ha vissuto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata senatrice per il suo impegno a favore delle nuove generazioni, perché non si dimentichi mai quello che è successo.
L’ultima testimonianza, proprio per volere della signora Segre, è stata a Rondine, presso Arezzo, con l’Associazione Cittadella della Pace che accoglie, per un periodo, ragazze e ragazzi provenienti da paesi in guerra, perché possano vivere un percorso di aiuto e di sostegno in una condizione di pace.
Il 9 ottobre, Liliana Segre come in ogni incontro, ha raccontato a molti studenti la sua esperienza e ora affida a noi ragazzi il compito di tenere viva la memoria, avendo deciso di lasciare l’attività di testimoniare, data l’età avanzata. Durante un passaggio del discorso, che mi ha particolarmente colpito, la Senatrice, per farsi capire dagli adolescenti, paragona i nazisti ad un gruppo feroce e terribile di “bulli”: ci spiega che i bulli, tutti in gruppo, ostentano di essere forti e di non avere paura di niente, ma, presi poi singolarmente tremano, hanno paura, perché sanno che non ci sarà il gruppo a difenderli. Afferma che i nazisti non riuscirono a cambiarla, non la fecero diventare la donna he volevano, una donna piena di odio, perché lei seppe resistere a tutte le reazioni di odio  vendetta.
In questi anni quando qualche persona la ferma per strada e le chiede se ha perdonato o se ha dimenticato, Liliana risponde sempre di no, perché non vuole dimenticare le atrocità e il male vissuti.
Penso che la signora Segre sia la donna più forte e coraggiosa che io conosca e non augurerei neanche al mio peggior nemico tutto la sofferenza che ha provato, sofferenza che oltretutto dovette affrontare da sola, poiché tutti i cari che lei amava, erano stati uccisi.
Quando afferma che non vuole perdonare, la capisco: come si può dimenticare un cosa simile!

Oggi Liliana Segre è una delle ultime testimoni che possono ancora parlarci, se non più direttamente con degli incontri, con i suoi libri: cerchiamo sempre di ascoltare, di fare tesoro dei suoi insegnamenti, non facciamo del male a nessuno, anche nelle piccole cose.
Stiamo vicini ai nostri cari e a chi amiamo, non ci saranno per sempre.
Non dimentichiamo.

Marco Lodola, 2 AE

Impariamo a ricordare…
Oggi ho avuto il privilegio di ascoltare le parole pronunciate da Liliana Segre, in occasione del suo ultimo discorso a Rondine, città della Pace, visibile sul sito del MIUR.

Ho sempre sentito parlare della Shoah, ho ascoltato testimonianze e ho letto libri, ma mai come oggi mi sono accorto dell’importanza di parlare di questo argomento e del coraggio delle persone che testimoniano la loro storia.
La senatrice Segre ha raccontato che un ufficiale nazista, un giorno, durante la marcia della morte, buttò a terra la pistola e la divisa, dovendo fuggire, dopo la notizia dell’arrivo
dell’Armata Rossa.
Liliana, dentro di sé, da quando “aveva lasciato la mano di suo padre”, aveva così tanta “rabbia” e sete di vendetta che poteva diventare quello che i nazisti avrebbero voluto che fosse: un essere pieno di odio. Pensò, quindi, di raccogliere la pistola e uccidere l’ufficiale nazista, per vendicare coloro che avevano vissuto tutto quel male, compresa lei. Proprio in quell’istante, però, fece una
scelta cruciale, la “svolta della sua vita”: decise che non voleva diventare come il suo assassino, non prese la pistola e da quel momento diventò una donna “libera”, come è ancora oggi.

La Senatrice ci ha raccontato di come le leggi razziali del 1938 le abbiano impedito di andare a scuola da quando aveva otto anni e di come a dodici anni sia finita in carcere, a San Vittore, per aver tentato di attraversare il confine con la Svizzera, insieme a suo padre; ci ha testimoniato il dolore dell’ultima volta in cui ha visto il suo papà, il suo eroe, dopo essere stata separata da lui, una volta scesi dal treno merci, all’entrata del campo di sterminio. Ci ha narrato la sofferenza dell’anno passato ad Auschwitz, il terrore e l’orrore e di come lei sia diventata un numero, 75190 e non più una persona. Ci ha parlato di Janine, della sua compagna di lavoro, che era stata mandata a morire, dopo una selezione, perché considerata inutile, a causa di una grave ferita alla mano e del suo senso di colpa per non avere avuta la forza di voltarsi ( lei che aveva superato la selezione) e non essere riuscita a dirle che le voleva bene.
Ci ha descritto la solitudine, quella vera, quella di chi ha perso tutto tranne la speranza di uscire da quel luogo mostruoso. Ci ha parlato di come lei abbia scelto la vita, anche quando avrebbe potuto lasciarsi prendere dallo sconforto, anche quando non aveva più
nessuno per cui vivere. Di come l’unico gesto di pietà ricevuto in tutto quel periodo sia stato il saluto degli altri prigionieri di San Vittore che avevano cercato di donare solidarietà e rendere omaggio a seicento persone innocenti tra cui lei, condotti ad Auschwitz, lanciando dalle finestre del carcere pezzi di pane e il poco cibo che avevano e coperte.

Quello che più mi ha colpito della storia della Signora Segre è il tema dell’indifferenza delle persone in quel periodo, anche di quelle che lei prima conosceva e frequentava: sono convinto che lo scopo della sua testimonianza, il motivo per cui parla a ragazzi come noi, è
per insegnarci ad avere memoria, a non dimenticare e anche per aiutarci a non essere mai indifferenti.
Sono grato a Liliana Segre per averci donato la sua testimonianza e la sua saggezza e farò in modo di ricordare sempre.

Tommaso Barletta, 2 AE

Così ci racconta Liliana Segre:
..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato, ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano
diventassi…un essere insensibile che sognava odio e
vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”

Liliana Segre esprime il significato della parola pace in base alle sue esperienze strazianti nel lager; dal mio punto di vista, non aver sparato a quell’agente delle SS indica un gesto di pace e di lucidità.
Era consapevole del fatto che la guerra stesse per finire, non era più nel lager, non doveva più subire violenze come prima e, nonostante fosse denutrita e obbligata a camminare durante la marcia della morte, stava ritrovando la speranza e cercava di non arrendersi, come le avevano gridato di fare dei prigionieri francesi che avevano provato pietà per lei. Dal mio punto di vista questo è stato un fattore che ha influenzato il suo stato d’animo e, di conseguenza, le sue azioni.
Non è da dimenticare che le SS si stavano ammutinando e
l’episodio testimoniato, si colloca in questo contesto. La senatrice racconta molti particolari strazianti della sua prigionia; non mi capacito del fatto che un umano possa umiliare, fare del male e privare di ogni diritto e libertà una persona.
Ricordo dai tempi delle medie di aver letto un libro di Eliezer Wiesel, in cui lo scrittore racconta la sua prigionia e le torture che venivano inflitte ai bambini, come le impiccagioni in pubblico se tenevano un
comportamento scorretto nel campo; le impiccagioni erano rudimentali, venivano eseguite con una sedia e una cinghia e di conseguenza spesso gli impiccati non morivano subito, ma dopo una lenta agonia. Ricordo inoltre che i neonati venivano considerati inutili, caricati su camion appositi e venivano scaricati nei roghi
e lasciati morire. Alla base di queste azioni, c’è Hitler, che spinto dall’odio razziale, commise queste atrocità e comandò queste
uccisioni nei confronti degli Ebrei con la “soluzione finale”, ma anche di Sinti, di Rom, di Testimoni di Geova, dei deboli dal punto di vista fisico e psicologico, degli omosessuali, e degli oppositori politici.
Ritengo che il comportamento di coloro che insultano e minacciano i superstiti della Shoah, cosa che è capitata anche alla Senatrice, sia vergognoso e inaccettabile. Inoltre trovo che la pena da scontare per apologia di fascismo sia troppo poco severa: vengono previsti
massimo due anni di reclusione. Sono convinto, infatti, che sia una pena minima e non proporzionata al reato commesso.

In conclusione, sostengo che le idee neo-naziste e neo- fasciste non debbano essere assolutamente considerate come libertà di pensiero.
L’apologia del nazismo e del fascismo sono reati gravi e come tali vanno puniti.

Alessandro Bruscato, 2 AE

Le parole di Liliana

Posso capire quanto dice Liliana Segre perché, pur essendo nato molti anni dopo, comprendo i sentimenti e ciò che ha provato di fronte all’occasione perfetta per uccidere un ufficiale nazista e vendicare così i soprusi subiti. Posso comprendere anche la “compassione” che la ragazza provò nei confronti di quella persona. Inserisco questa parola “compassione” tra le virgolette”, per definire il sentimento che, secondo me, Liliana provò: quell’ufficiale che , come tanti altri, era stato addestrato ad essere crudele e spietato nei confronti degli Ebrei, viene visto da Liliana, dopo l’iniziale
smarrimento, come un uomo: uccidendolo, la giovane Liliana sarebbe stata come lui, non avrebbe potuto riconquistare la libertà e la pace, valori con cui, come dice lei, ha convissuto finora.
“..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato,
ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano diventassi…un essere insensibile che sognava odio e vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”
Liliana ha capito che la pace e la libertà si ottengono facendo del bene, facendo la cosa giusta, aiutando le persone, tutto il contrario di come si comportavano i nazisti.
Voglio condividere una mia riflessione e rapportare questa frase importantissima della Senatrice alla mia esperienza personale.
In passato, quando ero frustrato o arrabbiato, mi capitava di reagire con violenza. Decisi di parlarne con mio nonno paterno il quale mi disse che, per trovare la pace e la libertà che cerco anch’io, non devo fare del male; devo, invece, cercare di comprendere come mai la
persona che mi fa arrabbiare si comporti così.
Mio nonno mi ha fatto capire che con la violenza si crea altra violenza e viene alimentato l’odio.
Chiaramente la mia esperienza non ha nulla a che vedere con le atrocità vissute dalla Senatrice….le parole di Liliana Segre e le parole di mio nonno sono comunque per me un insegnamento di vita per affrontare le situazioni che mi si presentano.

Matteo Costa, 2AE