Il più grande sogno

Se dovessi parlare del mio divo pop non avrei dubbi.
È pop perchè è nuovo.
È pop perchè si esprime esclusivamente in romanesco.
È pop perchè la sua anima profondamente capitolina si unisce a una bellezza “de noantri”, occhi azzurri, capelli biondicci, naso da pugile.
Perchè a vederlo per strada parrebbe una versione “Gucci” dei classici “coatti” di Roma.
In due parole: Alessandro Borghi.
Non potevo che scegliere un film del mio attore preferito come mia prima recensione sul giornalino.
La pellicola è “Il più grande sogno”, del 2016: è poco conosciuta, anche se ha ricevuto una candidatura ai Nastri d’Argento e una ai David di Donatello ed è stata presentata al Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”.
Esordio alla regia di Michele Vannucci, racconta la vita di Mirko che, dopo aver scontato un periodo in prigione, decide di cambiare vita e si candida alle elezioni per il presidente del comitato di quartiere.
Il film è tratto dalla storia di Mirko Frezza, che recita da protagonista e ha fatto della riqualificazione del suo quartiere una ragione di vita.
Ma non si tratta di un documentario perché “Mirkone” recita la sua stessa vita, affiancato da un Borghi più coatto che mai, impersonando Boccione, braccio destro del protagonista che segue gli ordini del capo nonostante sembri non capire fino in fondo la sua scelta.
E se i due protagonisti sono attori, in un caso alle prime esperienze sul grande schermo, nell’altro ormai già instradato sulla via del successo, gli altri personaggi e le ambientazioni sono “quelli veri”, così concreti che potrebbero essere i nostri vicini di casa o il parchetto dietro scuola. Una società che non ci si aspetta, che vista dalla poltrona in pelle del mio soggiorno di Milano-Sud (o Pavia-Nord che dir si voglia) mi ha fatto riflettere.
Una realtà, quella descritta nella pellicola, di centri di assistenza, baraccopoli (o quasi) e orti coltivati sull’orlo di un’autostrada, dove il cemento sembra essersi divorato tutta la terra disponibile.
Nonostante sia un film “di prime esperienze”, storia e sceneggiatura fanno un grande lavoro: ne è la dimostrazione Borghi che, sebbene la carriera già avviata e le collaborazioni di tutto rispetto alle spalle, ha voluto partecipare al progetto dando prova, ancora una volta, della sua poliedricità e abilità di caratterizzazione, enfatizzando un personaggio che poteva essere lasciato in secondo piano ma senza farlo risultare “di troppo”.
Consigliato a chi ha già un po’ di dimestichezza con il cinema italiano e i film “di nicchia”. Se siete fan sfegatati del genere Fast&Furious, ecco, anche no.

Film correlati:
Dogman di Matteo Garrone, 2018
The Place di Paolo Genovese, 2017
Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, 2016

_                                                                                Roberta Basile, 5 DLS