La memoria

E come si potrebbe obliare la Shoah? Noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, un frammento di quelle che sono le testimonianze, i ricordi dei sopravvissuti  all’olocausto, svaniscono, condannati dall’avanzare delle epoche.
Non sembra inaccettabile pensare a questo blocco di storia che si  gretola, come le pagine di un vecchio libro al tatto, troppo consunte per essere ancora sfogliate? Non sembra sconsiderato dimenticare le vite di tutte le persone, che come pezzi di carbone ad alimentazione di una locomotiva, furono brutalmente gettate a bruciare nei forni?
A me non piace dimenticare. Bisogna trovare la forza di mantenere vivo il ricordo delle loro anime, delle loro sofferenze, dei loro sentimenti, sogni e amori, speranze: sono state persone come ognuno di noi, ma hanno solo trovato odio e disprezzo, cinismo e denigrazione. I pochi sopravvissuti, che avrebbero dovuto sentirsi liberi, felici, hanno condannato la loro sopravvivenza: così tanto è stato il veleno ricevuto, che sono arrivati a sperare nella loro morte, a desiderare di riposare accanto ai propri cari in quei gremiti cimiteri che sono stati i campi di concentramento. Come è possibile ridurre un essere umano alla colpevolezza della propria salvezza, al pentimento per la propria sopravvivenza? Negare la libertà ad un uomo innocente è spregevole, condurlo a rinnegarla è abominevole, infernale: non solo le vittime della folle mente che fu la Germania nazista furono private sino all’ultimo briciolo di dignità, calpestata disumanamente, ma fu loro strappato il futuro: ai deportati sopravvissuti venne istantaneamente negata la possibilità di tranciare una volta per tutte i rapporti con il passato che, dopo così tanti anni, esattamente come il tatuaggio del proprio numero sul braccio, sbiadito, si intravedono ancora in controluce, fili sfibrati che incatenano ai tristi ricordi la loro anima.
Stipati come bestie dentro vagoni diretti al patibolo, migliaia furono le persone che varcarono i cancelli di Auschwitz e mai ne uscirono, promettendo ai propri fratelli, mogli, genitori, di rivedersi subito dopo, senza nemmeno sapere dove fossero diretti: privati di ogni diritto, spogliati di ogni speranza e ignari di ciò che li aspettava, furono gettati tra le fauci di famelici pregiudizi e malati ideali.
Sentirsi rei per essere ancora vivi a differenza dei propri cari, dopo aver subito ogni peggior ingiustizia e tortura, è l’ennesimo affronto perpetrato dai nazisti, ed è un fardello che ci si trascina inevitabilmente appresso. Furono parecchi i redivivi che dopo il 1945 dovettero sopportare la convivenza con i fantasmi dell’Olocausto, straziati dai rimorsi, divorati dai nitidi ricordi ancora sfavillanti nonostante gli anni fossero trascorsi impassibili e avessero seppellito ed insabbiato le mostruosità della Guerra: queste persone, solo a distanza di tempo hanno trovato il coraggio di parlare, di condannare le efferatezze subite, per anni nascoste e soppresse. Uno di loro è Sami Modiano, che per 60 anni tacque per paura di non essere creduto e che nei giovani trovò le orecchie e il cuore pronti ad ascoltarlo e sostenerlo durante la riscoperta dei dolorosi ricordi.
Dunque ricordare ci permette di analizzare il passato, ripercorrendo i passi di chi lo ha popolato, e di evitare di inciampare negli stessi errori che consumarono vite spesso innocenti, sacrificate perché nulla venga dimenticato.

Silvia Rizzardi, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate