Vita

Qualche secolo fa, William Shakespeare, mise in bocca ad Amleto le parole che formano uno dei monologhi più celebri mai scritti: “Essere o non essere, questo è il dilemma”.
Per il principe di Danimarca cadere nel sonno eterno eviterebbe all’uomo la vita di sofferenze che è obbligato a sopportare. La ragione, tuttavia, fa l’uomo codardo; il non sapere cosa lo aspetta dall’altra parte gli impedisce di togliersi la vita per porre fine alle disgrazie.
Anche se il ragionamento è estremo, credo che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione a riguardo e, certamente, nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun altro. Non fu così per tutti gli uomini che vennero uccisi nei campi di sterminio nazisti. Catalogati come degli oggetti, sfruttati e umiliati fino allo stremo, poi bruciati senza pietà; a quelle persone nessun diritto veniva riconosciuto, tanto meno scegliere se vivere o morire.
I campi non si limitavano ad uccidere il corpo delle persone, ne uccidevano l’identità, l’anima. I pochi sopravvissuti, che abbiamo ancora la fortuna di poter ascoltare, ci insegnano molte cose; per esempio Sami Modiano racconta le sue difficoltà una volta uscito dall’inferno di Birkenau. “Mi sentivo in colpa perché ero sopravvissuto e stavo lasciando indietro i miei cari”. Come si può ferire una persona così a fondo, da fargli mettere in dubbio il suo stesso diritto di vivere? Per fortuna Sami ha trovato la forza di reagire al buio interiore, aprendosi al mondo e parlando della sua storia, soprattutto ai giovani: “Sono felice perché vedo che i ragazzi mi capiscono, sono loro il nostro futuro”.
Il nostro scopo, quello dell’umanità intendo, è evitare che il messaggio di Sami e dei superstiti si perda nelle pieghe del tempo. Questa frase è sicuramente portatrice di un messaggio importante, la sentiamo ogni 27 gennaio. Ma quanto ci tocca realmente? Tutti, me compreso, crediamo che al giorno d’oggi nessun governo possa farsi artefice di un genocidio.
Invece, durante quella stessa giornata, il 27 gennaio 2021, lessi su Instagram che in Cina esiste una popolazione con costumi, lingua e religione propri, gli Uiguri. Questa popolazione occupa il 45% della regione Xinjiang, il che significa circa 11 milioni di persone, attualmente vittime della repressione del governo cinese, il quale sistematicamente li colpisce con la reclusione in “campi di rieducazione”, immensi capannoni in cui gli attivisti uiguri vengono torturati e obbligati al lavoro forzato (tra cui, pare, la produzione di mascherine). Squadre di milizie entrano nei villaggi con la finalità di violentare, picchiare e in seguito sterilizzare quante più donne possibili per limitare la natalità degli Uiguri, mentre ufficialmente le autorità cinesi negano l’esistenza di qualsiasi forma di repressione .
Questo orribile scenario rende vano ciò per cui uomini e donne come Sami Modiano lottano; ci dimostra che l’odio razziale e la discriminazione sono ancora lontani dall’essere estirpati e sicuramente lo rimarranno finché notizie del genere verranno trattate da pagine Instagram e non da testate importanti. C’è un ultimo dato interessante da analizzare. Quando la questione degli Uiguri venne discussa dall’ ONU, alcuni stati membri condannarono la politica cinese, ma altri l’appoggiarono. Beh, alla fine non sembra che la storia sia poi così maestra, vero?

Alessio Marchetti, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

Fonti: Conferenza con Sami Modiano- “Il sole 24 ore”,
Wikipedia, @cartonimorti (Instagram)

La memoria

E come si potrebbe obliare la Shoah? Noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, un frammento di quelle che sono le testimonianze, i ricordi dei sopravvissuti  all’olocausto, svaniscono, condannati dall’avanzare delle epoche.
Non sembra inaccettabile pensare a questo blocco di storia che si  gretola, come le pagine di un vecchio libro al tatto, troppo consunte per essere ancora sfogliate? Non sembra sconsiderato dimenticare le vite di tutte le persone, che come pezzi di carbone ad alimentazione di una locomotiva, furono brutalmente gettate a bruciare nei forni?
A me non piace dimenticare. Bisogna trovare la forza di mantenere vivo il ricordo delle loro anime, delle loro sofferenze, dei loro sentimenti, sogni e amori, speranze: sono state persone come ognuno di noi, ma hanno solo trovato odio e disprezzo, cinismo e denigrazione. I pochi sopravvissuti, che avrebbero dovuto sentirsi liberi, felici, hanno condannato la loro sopravvivenza: così tanto è stato il veleno ricevuto, che sono arrivati a sperare nella loro morte, a desiderare di riposare accanto ai propri cari in quei gremiti cimiteri che sono stati i campi di concentramento. Come è possibile ridurre un essere umano alla colpevolezza della propria salvezza, al pentimento per la propria sopravvivenza? Negare la libertà ad un uomo innocente è spregevole, condurlo a rinnegarla è abominevole, infernale: non solo le vittime della folle mente che fu la Germania nazista furono private sino all’ultimo briciolo di dignità, calpestata disumanamente, ma fu loro strappato il futuro: ai deportati sopravvissuti venne istantaneamente negata la possibilità di tranciare una volta per tutte i rapporti con il passato che, dopo così tanti anni, esattamente come il tatuaggio del proprio numero sul braccio, sbiadito, si intravedono ancora in controluce, fili sfibrati che incatenano ai tristi ricordi la loro anima.
Stipati come bestie dentro vagoni diretti al patibolo, migliaia furono le persone che varcarono i cancelli di Auschwitz e mai ne uscirono, promettendo ai propri fratelli, mogli, genitori, di rivedersi subito dopo, senza nemmeno sapere dove fossero diretti: privati di ogni diritto, spogliati di ogni speranza e ignari di ciò che li aspettava, furono gettati tra le fauci di famelici pregiudizi e malati ideali.
Sentirsi rei per essere ancora vivi a differenza dei propri cari, dopo aver subito ogni peggior ingiustizia e tortura, è l’ennesimo affronto perpetrato dai nazisti, ed è un fardello che ci si trascina inevitabilmente appresso. Furono parecchi i redivivi che dopo il 1945 dovettero sopportare la convivenza con i fantasmi dell’Olocausto, straziati dai rimorsi, divorati dai nitidi ricordi ancora sfavillanti nonostante gli anni fossero trascorsi impassibili e avessero seppellito ed insabbiato le mostruosità della Guerra: queste persone, solo a distanza di tempo hanno trovato il coraggio di parlare, di condannare le efferatezze subite, per anni nascoste e soppresse. Uno di loro è Sami Modiano, che per 60 anni tacque per paura di non essere creduto e che nei giovani trovò le orecchie e il cuore pronti ad ascoltarlo e sostenerlo durante la riscoperta dei dolorosi ricordi.
Dunque ricordare ci permette di analizzare il passato, ripercorrendo i passi di chi lo ha popolato, e di evitare di inciampare negli stessi errori che consumarono vite spesso innocenti, sacrificate perché nulla venga dimenticato.

Silvia Rizzardi, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate