Incontro con l’autore : Marcello Simoni

 ESSERE SCRITTORE

Essere scrittore? Una domanda che ci poniamo spesso.
A volte ci capita di pensare come possa essere la vita e il lavoro di uno scrittore; ma ci risulta difficile concepirlo perché non abbiamo mai provato a scrivere qualcosa di più lungo di un semplice brano.

Ad una prima impressione può sembrare facile. Certo tutti bravi ad immaginare, ma ogni tanto bisognerebbe anche provare. Sarebbe necessaria prima di tutto molta immaginazione: non è semplice scrivere una storia che possa interessare a qualcuno al di fuori di noi stessi! Forse proprio per questo non saremmo in grado di diventare scrittori. Ma “mai dire mai”.

Proprio di lettura e scrittura abbiamo parlato, sabato 21 novembre 2020 in streaming, con Macello Simoni, autore della saga dedicata a Ignazio da Toledo e intitolata “Il mercante di libri maledetti”, libro vincitore del Premio Bancarella nel 2012.

La scrittura ci consente di creare qualcosa che ancora non esiste, immaginandolo nella nostra testa;  per ciò Simoni ci consiglia di leggere tanti libri per coltivare la nostra immaginazione e farla diventare potente.

Marcello Simoni ci ha augurato di aver sempre con noi molta fantasia, perché è la cosa più bella che ci possa essere e non rende la vita noiosa. Pensandoci, se si è ricchi di fantasia ci si annoia raramente, perché si ha sempre qualcosa di nuovo e diverso da svolgere. Noi, purtroppo, non siamo mai stati  grandi lettori, ma ora siamo consapevoli che la lettura rende persone migliori, più interessanti perché le persone che non hanno mai letto da giovani, diventano “piatte e grigie”.

Ci hanno colpito molto queste parole e ci hanno fatto capire come forse anche noi, dopotutto, seguiamo la massa, sempre attenti a imitare le ultime mode per non risultare “differenti”. Senza leggere non possiamo elaborare idee e pensieri diversi, ma solo andare dietro agli altri come delle pecore in un gregge.

Un’altra cosa che ci ha colpiti durante l’incontro è stato scoprire che Simoni tiene un diario nel quale disegna la storia che immagina e poi scrive. Pensiamo che questo modo di scrivere e narrare, disegnando ciò che si immagina, sia straordinario perché egli riesce a rappresentare e a dare corpo alla sua fantasia, alla sua immaginazione, al suo modo di pensare e di essere; ciò significa che mentre scrive ha in mente l’aspetto fisico dei personaggi, i luoghi dove si svolgono le vicende e tutti i più piccoli particolari.

Dopo sabato 21 novembre ci siamo appassionati di più alla lettura e abbiamo capito che lettura significa anche cultura; la lettura ci arricchisce e, nelle nostre conversazioni, potremo finalmente trascurare i soliti argomenti banali, ripetitivi e di cronaca, per attingere al tesoro di idee che solo i libri o anche il cinema o il teatro ci possono donare.

Siamo rimasti veramente colpiti dall’incontro con Marcello Simoni e rifaremmo  molto volentieri un’esperienza simile. Sicuramente ricorderemo questo incontro per molto tempo.

                                                         Arianna Masi e Tobia Traverso, 1 DLS

 

Incontro con lo scrittore Marcello Simoni

Sabato 21 novembre 2020 si è tenuto l’incontro con lo scrittore Marcello Simoni, durante il quale l’autore ha parlato, agli studenti della I DLS, di se stesso e della sua passione per la lettura e per la scrittura, coltivata sin da quando era un ragazzino, oltre che del suo ultimo romanzo: ‘’Il segreto del mercante di libri”.

Simoni ci ha raccontato che scrivere gli è sempre piaciuto e inventare storie lo ha aiutato a mostrare le energie e i sentimenti che teneva inespressi. Da adolescente frequentò il liceo scientifico e, durante il periodo di studi, si rese conto che la sua più grande passione era scrivere. Si laureò poi in lettere, lavorò come bibliotecario e archeologo e poi cominciò a scrivere romanzi. Ora si dedica totalmente alla scrittura ed è riuscito a trasformare la sua fonte di divertimento e svago nel suo lavoro.

Durante l’incontro si sono approfonditi diversi aspetti della lettura: la lettura è innanzitutto un’attività preziosa, capace di modificare e variare il proprio modo di pensare, di agire e di stimolare l’immaginazione; la lettura è anche un importante mezzo di apprendimento, con il quale arricchire il proprio lessico e il proprio vocabolario. Come ha affermato Simoni, la lettura permette  di vivere in più mondi, in più vite e, a volte, aiuta a disconnettere la propria mente dalla realtà.

Un altro punto che lo scrittore ha toccato è stato l’interesse che le persone possono suscitare negli altri, quando si interessano non solo di lettura ma di molte forme d’arte come  il cinema o la musica, per poi definire le persone che non si interessano di questi argomenti ”persone grigie’’, persone banali, ripetitive e noiose; l’esempio preso in causa da Simoni è stato quello di un ipotetico appuntamento con una ragazza che giudicherebbe senz’altro più interessante un giovane capace di di dialogare con discorsi brillanti, ricchi e fantasiosi.

In conclusione, il messaggio che l’autore ha voluto trasmettere è che una persona deve essere se stessa, diventare indipendente e in grado di distinguersi dalla massa. Simoni ha mostrato di essere esattamente così, semplicemente se stesso, e anche se questo gli ha portato una certa fama, è pur sempre una persona umile e sincera, che di certo non ostenta.

                                          Kamila Zaiduloeva e Gabriele Lamonaca, 1 DLS

 

Il segreto del mercante di libri:  recensione

“Il segreto del mercante di libri”, scritto da Marcello Simoni, è stato  pubblicato da Newton Compton Editori nel 2020 .

Il libro è un thriller storico; i luoghi e il tempo sono reali così come alcuni dei personaggi, mentre i protagonisti sono inventati ma verosimili. La storia è ambientata nell’anno 1234, quando il mercante di reliquie Ignazio Alvarez da Toledo torna in Spagna dopo due anni di permanenza alla corte di Federico II di Svevia, durante i quali è stato collaboratore di Michele Scoto. La sua presenza in Spagna è richiesta dal magister Sarwardo che è giunto in possesso di un antico medaglione contenente una reliquia rappresentante i mitici Dormienti, sette giovani che secondo una leggenda conoscevano i segreti dell’immortalità.

Ignazio si reca a Mansilla perché il figlio Uberto è rinchiuso in prigione; ma  viene attaccato da alcuni sicari di una segreta confraternita di giudici, la Saint-Veheme,  da cui Sarwardo lo salva. I due si dirigono al monastero di Santa Eufemia dove il protagonista si riunisce ai familiari; ma ben presto la famiglia Alvarez è costretta di nuovo a separarsi: la moglie Sibilla si reca nel monastero di Santa Maria la Real per scoprire il segreto del suocero Ramiro Álvarez; Uberto con la moglie Moira e la figlioletta Sancha si dirigono verso un rifugio sicuro; Ignazio e Sarwardo vanno alla ricerca della Grotta dei Sette Dormienti. Sibilla non riesce nel suo intento perché il domenicano Pedro Gonzalez ha già scoperto prima di lei il segreto di Ramiro; la donna si mette fortunosamente in salvo grazie a Willame, ex compagno di avventure di Ignazio, che la accompagna a Palermo. Sempre alla corte della città siciliana si dirigono  Moira e Sancha, affidate ad Asclepius, bibliotecario di La Coruna e amico di Ignazio. Infine Uberto parte alla ricerca del padre.

Dopo molteplici avventure, Ignazio  raggiunge la leggendaria grotta dei Dormienti, che si trova nell’isola di Antalia nell’Atlantico, dove fa l’amara scoperta che  Sarwardo, in verità affiliato della Saint Vehme, lo ha tradito. La scena finale è rocambolesca perché nella grotta si trova un enorme orologio ad acqua, un’antica grande clessidra che, al movimento impresso da Ignazio, travolge tutto con una cascata d’acqua. Invano Uberto, giunto lì fortunosamente, chiama il padre: l’uomo viene inghiottito dalle acque o si salva come un redivivo Indiana Jones? Il libro ci lascia senza una risposte forse perché Simoni ha in progetto una nuova avventura per il suo eroe Ignazio da Toledo.

La storia è piacevole e scorrevole grazie alla lingua adottata dall’autore, senza dubbio raffinata e aderente al periodo in cui la vicenda viene ambientata, il Medioevo; il lessico è  ricercato, comprende dei termini antichi, ma risulta complessivamente chiaro e comprensibile. Inoltre i continui cambi di scena tra i vari capitoli rendono la storia misteriosa e intrigante.

La narrazione è ricca di dialoghi e anche di  frequenti descrizioni sia dei luoghi che dei personaggi.

Il romanzo è diviso in cinque parti, a loro volta suddivise in brevi capitoli; il narratore racconta in 3° persona ed è onnisciente; descrive in modo dettagliato sentimenti e pensieri dei personaggi, come se entrasse nelle loro menti. La focalizzazione combina i punti di vista dei vari personaggi.

Il libro presenta anche alcune illustrazioni che sono state realizzate dall’autore stesso, disegni in bianco e nero collocati all’inizio di ogni parte in cui è suddiviso il libro e in particolare nei primi capitoli.

Secondo il nostro parere l’opera è ricca di colpi di scena, per cui sicuramente ha appagato le aspettative; in particolare appare sorprendente il finale, inaspettato e sostanzialmente aperto a nuovi capitoli che potranno nascere dalla fervida fantasia di Simoni.

Tuttavia consigliamo ai futuri lettori di leggere la storia godendosela, di essere pazienti e capire il libro pagina dopo pagina, cercando di immedesimarsi nel protagonista per scoprire un mondo nuovo, un Medioevo misterioso.

                                   Andrea Garetti, Arianna Masi, Emma Novarini,  1 DLS

Vita

Qualche secolo fa, William Shakespeare, mise in bocca ad Amleto le parole che formano uno dei monologhi più celebri mai scritti: “Essere o non essere, questo è il dilemma”.
Per il principe di Danimarca cadere nel sonno eterno eviterebbe all’uomo la vita di sofferenze che è obbligato a sopportare. La ragione, tuttavia, fa l’uomo codardo; il non sapere cosa lo aspetta dall’altra parte gli impedisce di togliersi la vita per porre fine alle disgrazie.
Anche se il ragionamento è estremo, credo che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione a riguardo e, certamente, nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun altro. Non fu così per tutti gli uomini che vennero uccisi nei campi di sterminio nazisti. Catalogati come degli oggetti, sfruttati e umiliati fino allo stremo, poi bruciati senza pietà; a quelle persone nessun diritto veniva riconosciuto, tanto meno scegliere se vivere o morire.
I campi non si limitavano ad uccidere il corpo delle persone, ne uccidevano l’identità, l’anima. I pochi sopravvissuti, che abbiamo ancora la fortuna di poter ascoltare, ci insegnano molte cose; per esempio Sami Modiano racconta le sue difficoltà una volta uscito dall’inferno di Birkenau. “Mi sentivo in colpa perché ero sopravvissuto e stavo lasciando indietro i miei cari”. Come si può ferire una persona così a fondo, da fargli mettere in dubbio il suo stesso diritto di vivere? Per fortuna Sami ha trovato la forza di reagire al buio interiore, aprendosi al mondo e parlando della sua storia, soprattutto ai giovani: “Sono felice perché vedo che i ragazzi mi capiscono, sono loro il nostro futuro”.
Il nostro scopo, quello dell’umanità intendo, è evitare che il messaggio di Sami e dei superstiti si perda nelle pieghe del tempo. Questa frase è sicuramente portatrice di un messaggio importante, la sentiamo ogni 27 gennaio. Ma quanto ci tocca realmente? Tutti, me compreso, crediamo che al giorno d’oggi nessun governo possa farsi artefice di un genocidio.
Invece, durante quella stessa giornata, il 27 gennaio 2021, lessi su Instagram che in Cina esiste una popolazione con costumi, lingua e religione propri, gli Uiguri. Questa popolazione occupa il 45% della regione Xinjiang, il che significa circa 11 milioni di persone, attualmente vittime della repressione del governo cinese, il quale sistematicamente li colpisce con la reclusione in “campi di rieducazione”, immensi capannoni in cui gli attivisti uiguri vengono torturati e obbligati al lavoro forzato (tra cui, pare, la produzione di mascherine). Squadre di milizie entrano nei villaggi con la finalità di violentare, picchiare e in seguito sterilizzare quante più donne possibili per limitare la natalità degli Uiguri, mentre ufficialmente le autorità cinesi negano l’esistenza di qualsiasi forma di repressione .
Questo orribile scenario rende vano ciò per cui uomini e donne come Sami Modiano lottano; ci dimostra che l’odio razziale e la discriminazione sono ancora lontani dall’essere estirpati e sicuramente lo rimarranno finché notizie del genere verranno trattate da pagine Instagram e non da testate importanti. C’è un ultimo dato interessante da analizzare. Quando la questione degli Uiguri venne discussa dall’ ONU, alcuni stati membri condannarono la politica cinese, ma altri l’appoggiarono. Beh, alla fine non sembra che la storia sia poi così maestra, vero?

Alessio Marchetti, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

Fonti: Conferenza con Sami Modiano- “Il sole 24 ore”,
Wikipedia, @cartonimorti (Instagram)

La memoria

E come si potrebbe obliare la Shoah? Noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, un frammento di quelle che sono le testimonianze, i ricordi dei sopravvissuti  all’olocausto, svaniscono, condannati dall’avanzare delle epoche.
Non sembra inaccettabile pensare a questo blocco di storia che si  gretola, come le pagine di un vecchio libro al tatto, troppo consunte per essere ancora sfogliate? Non sembra sconsiderato dimenticare le vite di tutte le persone, che come pezzi di carbone ad alimentazione di una locomotiva, furono brutalmente gettate a bruciare nei forni?
A me non piace dimenticare. Bisogna trovare la forza di mantenere vivo il ricordo delle loro anime, delle loro sofferenze, dei loro sentimenti, sogni e amori, speranze: sono state persone come ognuno di noi, ma hanno solo trovato odio e disprezzo, cinismo e denigrazione. I pochi sopravvissuti, che avrebbero dovuto sentirsi liberi, felici, hanno condannato la loro sopravvivenza: così tanto è stato il veleno ricevuto, che sono arrivati a sperare nella loro morte, a desiderare di riposare accanto ai propri cari in quei gremiti cimiteri che sono stati i campi di concentramento. Come è possibile ridurre un essere umano alla colpevolezza della propria salvezza, al pentimento per la propria sopravvivenza? Negare la libertà ad un uomo innocente è spregevole, condurlo a rinnegarla è abominevole, infernale: non solo le vittime della folle mente che fu la Germania nazista furono private sino all’ultimo briciolo di dignità, calpestata disumanamente, ma fu loro strappato il futuro: ai deportati sopravvissuti venne istantaneamente negata la possibilità di tranciare una volta per tutte i rapporti con il passato che, dopo così tanti anni, esattamente come il tatuaggio del proprio numero sul braccio, sbiadito, si intravedono ancora in controluce, fili sfibrati che incatenano ai tristi ricordi la loro anima.
Stipati come bestie dentro vagoni diretti al patibolo, migliaia furono le persone che varcarono i cancelli di Auschwitz e mai ne uscirono, promettendo ai propri fratelli, mogli, genitori, di rivedersi subito dopo, senza nemmeno sapere dove fossero diretti: privati di ogni diritto, spogliati di ogni speranza e ignari di ciò che li aspettava, furono gettati tra le fauci di famelici pregiudizi e malati ideali.
Sentirsi rei per essere ancora vivi a differenza dei propri cari, dopo aver subito ogni peggior ingiustizia e tortura, è l’ennesimo affronto perpetrato dai nazisti, ed è un fardello che ci si trascina inevitabilmente appresso. Furono parecchi i redivivi che dopo il 1945 dovettero sopportare la convivenza con i fantasmi dell’Olocausto, straziati dai rimorsi, divorati dai nitidi ricordi ancora sfavillanti nonostante gli anni fossero trascorsi impassibili e avessero seppellito ed insabbiato le mostruosità della Guerra: queste persone, solo a distanza di tempo hanno trovato il coraggio di parlare, di condannare le efferatezze subite, per anni nascoste e soppresse. Uno di loro è Sami Modiano, che per 60 anni tacque per paura di non essere creduto e che nei giovani trovò le orecchie e il cuore pronti ad ascoltarlo e sostenerlo durante la riscoperta dei dolorosi ricordi.
Dunque ricordare ci permette di analizzare il passato, ripercorrendo i passi di chi lo ha popolato, e di evitare di inciampare negli stessi errori che consumarono vite spesso innocenti, sacrificate perché nulla venga dimenticato.

Silvia Rizzardi, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

La scoperta della scuola

Dopo mesi di chiusura le scuole superiori sono state riaperte e gli studenti dopo essere stati reclusi sono rientrati nelle loro aule, si sono ritrovati, hanno rivisto dal vivo i loro insegnanti e hanno ricominciato a seguire le lezioni in presenza. Finalmente, ma non senza preoccupazioni. Perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più tranquilli: non siamo fuori pericolo, anzi, siamo ancora nel bel pieno della pandemia. Personalmente avevo una gran voglia di ricominciare la scuola in presenza perché  ritengo che la Dad sia una buona cosa se permette di ripararci dal pericolo del contagio, ma per un tempo limitato. Non può diventare la normalità.
La vita da studenti in remoto è strana: da un lato negativa perché seguire le spiegazioni, soprattutto quelle delle materie scientifiche o la matematica e la fisica, a volte è un’impresa impossibile. Dall’altro lato studiare da casa  permette di fare tutto senza uscire dalla propria stanza, senza la sensazione di soffocamento e di fastidio da mascherina. È una condizione però che crea assuefazione ad una comoda pigrizia, è un po’ come se si perdesse l’abitudine ad una vita regolata, che per i giovani è più importante di quanto non si creda. Più ti chiudi e più vorresti rinchiuderti, come se venissi inghiottito dalla paura.
Quando ho saputo che saremmo ritornati a scuola sono stata felice, ma anche terribilmente agitata. Mi sono sentita come se dovessi iniziare qualcosa di  completamente nuovo, il classico Primo Giorno… un po’ mi vergogno a dire che in queste notti non sono riuscita a dormire e non per la paura da interrogazione
o verifica: è qualcosa che non so bene definire, uno stato d’ansia esagerato. Mi domando: sarò l’unica a provare queste sensazioni? Non credo, penso che un po’ tutti siamo scombussolati dall’emergenza sanitaria, economica, sociale e anche didattica. Tuttavia non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: la scuola in fondo non è rimasta chiusa, ma in uno stato di apertura permanente. Gli studenti hanno continuato ad essere raggiunti dalla scuola che è entrata nelle case ad inquadrare librerie o salotti, nelle “camerette” a scoprire letti sfatti e pigiami appena tolti. E chi non ha voluto fare il furbo con la Dad ha studiato. Gli insegnanti hanno continuato a lavorare,
reinventandosi ad ogni nuovo decreto e faticando il doppio per rendere le lezioni comprensibili, mostrandosi disponibili ben oltre l’orario scolastico. Nel ciclone che ci ha travolti, l’attività didattica ha continuato a raggiungerci, a scuoterci dal torpore, a tormentarci, a renderci consapevoli che il potere della distruzione e della morte ha un degno avversario nel potere della cultura che è l’unico strumento che nemmeno un virus può togliere ai giovani che stanno costruendo il loro futuro.

Irene Antonioli, 5 DLS

L’anno che verrà

Caro diario,
devo dire che quasi mi dispiace che questo 2021 stia finendo.
La parte migliore, forse, è stata l’estate.
Sono andata in vacanza con i miei migliori amici sulla Riviera Romagnola: due settimane passate in spiaggia. A pranzo un panino sotto l’ombrellone, mentre la cena ce la portavamo dal nostro appartamentino e la degustavamo in riva al mare, con i piedi nella sabbia.
Poi, all’imbrunire, prendevamo un bus qualsiasi e andavamo a visitare una città vicina, come Gradara, dove abbiamo scoperto venne ambientata la storia di Paolo e Francesca. Inutile dire che la mia amica Giulia volesse trasferirsi lì.
I primi tre giorni di vacanza, invece, li abbiamo passati a Bologna, dove invece mi sarei voluta trasferire io;  Davide, il terzo del gruppo, ha passato due settimane a dir poco impegnative a livello psicologico.
Di discoteca non si è neanche parlato perchè tutte le sere ci trovavamo stravolti, ma io e Giulia abbiamo recuperato le fatiche una volta tornate a casa.
È stata l’ultima estate da vera adolescente, senza pensieri se non cercare di non sciogliermi per il caldo, mentre eravamo in fila per entrare alla Torre degli Asinelli.
L’ultima estate prima di iniziare l’università.
Questa è stata sicuramente la novità più grande dell’anno: lasciare i compagni di cinque anni di sventure e avventure, con cui ho dovuto superare settimane di studio ossessivo e verifiche da capogiro, ma che si rivelavano forse troppo spesso così diversi da me da farmi sperare in qualcosa di nuovo. E quel qualcosa per fortuna è arrivato all’università: nonostante sia sempre contesa tra un libro di Analisi e un volume di Fisica mi sento molto più libera e sto iniziando ad apprezzare sempre di più la mia indipendenza.
Giulia ha iniziato Medicina e mi scrive tutti i giorni per dirmi “le cose fighissime che sta studiando” a cui io rispondo con lo stesso camuffato interesse con cui lei reagisce alle mie osservazioni in campo informatico: anche lei è sempre stata molto diversa da me, ma in un modo che ci rende ancora più unite.
Davide, invece, continua a chiederci consigli su come superare l’ultimo anno di superiori senza traumi.
L’autobus si ferma. Devo smetterla di fantasticare così lungo il tragitto verso scuola o finirò per dimenticarmi che devo scendere alla mia fermata.
Sistemo la mascherina e mi incammino verso il mio liceo: chissà, magari potrò andare veramente a Bologna coi miei amici. Magari conoscerò i volti dei miei nuovi compagni universitari senza il filtro che ormai ci copre le facce da più di un anno.
Forse, con il nuovo vaccino riusciremo persino ad andare in discoteca.
Ma basta, ora devo concentrarmi, adesso ho la verifica di scienze. Scrivo la data: 12 febbraio 2021.

Roberta Basile, 5 DLS

BUON ANNO A TUTTI

L’anno del vaccino: con questo appellativo, salvo sorprese amarissime come quelle che ci hanno riservato gli ultimi mesi, passerà alla storia il 2021.
“Mai un vaccino era stato realizzato in così poco tempo” è la frase che riassume uno dei punti principali del discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il presidente ha voluto sottolineare come, grazie alla collaborazione reciproca tra gli stati, la scienza abbia stracciato i limiti conosciuti. Alla luce di questo, Mattarella invita i capi di Stato a lasciare da parte velleità, tornaconti, egoismi e ad investire in modo da permettere a tutti di vaccinarsi.
Rileggere queste parole nel mese di febbraio fa riflettere: i ritardi nelle consegne dei vaccini e una crisi di governo fuori luogo amplificano notevolmente il clima di incertezza e inquietudine; i soliti negazionisti e l’eco del trambusto che ha seguito le elezioni americane, provocano straniamento e rabbia.
Ovvio che la speranza non morirà mai, ma “l’anno della sconfitta del virus e il primo della rinascita” poteva sicuramente cominciare molto meglio, ma anche peggio. Abbiamo undici mesi per non vanificare il lavoro di tutti gli scienziati del pianeta e collaborare alla costruzione di un mondo nuovo, di un’Italia nuova. La battaglia contro il virus può essere considerata come la “Terza Guerra Mondiale”. Guerra che non è stata combattuta, e alcune notizie dello scorso marzo potevano far pensare al contrario, contro la Cina, bensì contro quello che è stato definito un “nemico invisibile”. Se nel 1945 sono state gettate le basi di una società liberale ed egualitaria, nel 2021 dobbiamo virare verso un modello di società solidale e basata sulla collaborazione reciproca. Il vaccino non sarebbe solo l’emblema del progresso scientifico e tecnologico, ma anche delle infinite potenzialità derivanti dall’utilizzo mirato delle risorse delle nazioni. L’obiettivo di tutti è fare in modo che nei calendari, dopo la data 31 dicembre 2019, venga 1 gennaio 2021.

FRANCESCO MATTEO TRESPIDI 5DLS

GIORNATA DELLA MEMORIA DAL T4 A TREBLINKA

Per celebrare la Giornata della Memoria io e la classe 5CLS abbiamo seguito un webinar, curato dal Prof. Feltri, autore del manuale di storia “Chiaroscuro” in adozione in alcune classi del nostro istituto.

Dopo aver osservato una serie di vignette raffiguranti l’ariano ideale, ci siamo spostati sull’analisi dell’origine del concetto di ariano: un uomo perfetto e scultoreo che manifesta la sua superiorità interiore, quell’ideale di uomo rappresentato dall’antica arte greca.

Il relatore ha poi presentato le tappe che portarono all’Olocausto, dal tristemente famoso Progetto T4, finalizzato all’eutanasia dei più deboli, alla costruzione del campo di Treblinka dove vennero sterminate parecchie migliaia di persone.

L’eliminazione degli “scarti” della razza divenne il primo obiettivo dei nazisti dal ’39; venne organizzato un comitato per controllare i manicomi e i centri che accoglievano disabili, furono realizzati sei centri per l’eutanasia, in cui i malati ritenuti incurabili venivano uccisi con il monossido di carbonio. Il centro più importante era ospitato nel castello di Hartheim, dove furono uccise 18000 persone.

Il personale che eseguiva queste operazioni era vario, dai medici agli agenti delle SS. Furono circa 80000 i disabili uccisi tra il ’40 e il ’41; dopo quell’anno furono sospese le operazioni di eutanasia e nel giugno Hitler decise di mettersi contro l’URSS, lanciandosi in una formidabile offensiva, che sembrò all’inizio vittoriosa. L’ideologia che animò la guerra contro la Russia era l’antibolscevismo ebraico, perciò l’esercito fu accompagnato da 4 reparti di agenti SS con l’ordine di eliminare la classe dirigente giudaica.

Le esecuzioni inizialmente vedevano come vittime soltanto uomini, ma in agosto la situazione cambiò perché furono eliminati anche donne e bambini.

Il 20 Gennaio 1942 Reinhard Heydrich, insieme ad altri importanti gerarchi nazisti, pianificò la soluzione finale del problema ebraico e l’eliminazione degli ebrei. Si decise di partire dalla “pulizia” della Polonia: vennero organizzati 4 centri di sterminio, tra cui nel dicembre era già operativo Chełmno (in tedesco Kulmhof); campi di sterminio (non di reclusione) perché tutti qui vennero mandati nelle camere a gas, a differenza dei campi da lavoro. In seguito fu realizzato il campo di Treblinka, oggi trasformato in monumento; esso fu smantellato nel 1943 e privato perfino della ferrovia, che rappresentava il punto in cui, una volta arrivati, i prigionieri venivano selezionati per le camere a gas. A Treblinka vennero uccise un milione di persone. Il comandante di Treblinka fu Franz Paul Stangl: fuggito in Sudamerica dopo la fine della guerra, fu in seguito ritrovato, processato e condannato all’ergastolo.

Presero il posto di Treblinka, in quello stesso anno, Auschwitz e Birkenau, nei quali furono eliminate tantissime persone (circa 1300000), tra cui un milione di ebrei.

E la “macchina della morte” non cessò di funzionare fino al 27 gennaio 1945.

                                                                            Gabriele Martellotta, 5 CLS