Non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice

“Viaggio: l’andare da un luogo ad un altro luogo, perlopiù distante, per diporto o per necessità”. Questa è la definizione dataci dal vocabolario online Treccani: una sola frase che racchiude in sé mille interpretazioni. Durante lo scorrere della Storia e delle nostre lezioni scolastiche, per non parlare delle nostre esperienze personali, siamo riusciti a osservarne una varietà intera. Viaggi fisici, metaforici, mentali; viaggi che hanno portato a grandi e piccole vittorie sia per l’umanità sia per l’individuo singolo, così come li hanno trascinati nel buio della rovina e del decadimento. Questo perché ogni viaggio ha un inizio e avrà una fine, e non ci è dato sapere da che lato della Storia ci condurranno. Si può solo sperare che sia da quello giusto.

Nel Medioevo il concetto di viaggio era profondamente radicato nell’animo, essendo la base della fantasia dell’uomo del tempo. Per loro significava vivere, perché anche il viaggio più piccolo faceva parte di uno maggiore, fino a prendere posto nel grande tragitto dell’esistenza di tutte le cose. La società stessa era in continuo movimento: contadini percorrevano chilometri per effettuare la rotazione delle terre da coltivare, il clero grazie ai movimenti dei chierici, l’aristocrazia guerriera sempre in cammino verso la prossima battaglia. Lo stesso periodo storico si concluderà con il risultato di un viaggio, quello di Cristoforo Colombo, che aprirà la strada all’epoca moderna.

Ciò nonostante, non sarà la fallita spedizione verso le Indie di Colombo ciò che approfondirò, ma il più celebre esempio di viaggio allegorico italiano: la Divina Commedia di Dante Alighieri, scritta nel pieno del Basso Medioevo. Parliamo della rappresentazione dell’itinerario che una persona deve percorrere per arrivare all’illuminazione della fede. Ognuna delle tre ambientazioni principali rappresenta il cammino graduale di Dante dall’ignoranza verso la verità della salvezza e, come in qualsiasi viaggio, abbiamo i mezzi con cui lo si compie, che prendono forma nelle sue guide: il poeta latino Virgilio simboleggia la razionalità umana e Beatrice la teologia (per questo Virgilio si ferma al Purgatorio, perché non si può raggiungere Dio solo con la ragione). Sempre in quest’opera vediamo un altro esempio di celebre viaggio, che prende forma nel racconto di Ulisse, Canto XXVI, Inferno.

Incontriamo l’eroe epico nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio, tra i consiglieri fraudolenti. Ciò che lo ha dannato è stato proprio il suo viaggio, intrapreso per obbedire al naturale impulso umano di cercare la conoscenza anche dove non gli è permessa. Questo ci permette di analizzare il dualismo tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante: infatti hanno inizio e conclusione opposti uno all’altro. Il figlio di Laerte parte per quel suo ultimo viaggio dimenticandosi della sua umanità, ignorando la propria famiglia e il proprio corpo per buttarsi come un suicida in un dirupo da cui sa non potrà più uscire, come Icaro che si avvicina troppo al sole. Questo causerà che il viaggio finisca in tragedia. Dante prende la via per il Paradiso proprio per recuperare la sua dimensione umana; il suo cammino, essendo originato dall’amore, non può finire senza una conclusione altrettanto positiva secondo la mentalità del tempo, che invita a credere che il bene porti solo altro bene.

Ma andiamo oltre il Medioevo. Grazie alla scoperta del nuovo continente, si passa al Rinascimento, il periodo di tramite per l’epoca moderna. In questo secolo di passaggio il viaggio come scoperta di sé finisce in secondo piano: i limiti del mondo come lo si conosceva vengono frantumati, e adesso bisogna esplorarli. Questa interpretazione è il primo passo verso ciò che oggi chiamiamo globalizzazione; si verifica una perdita delle proprie sicurezze, e il timore dell’ignoto porta gli uomini del tempo a reclamarne quanto più per sé, in una parvenza di controllo su qualcosa che ancora non comprendono. In altri invece questa scoperta rivoluzionaria fa nascere il desiderio di libertà, di sfiducia in quello che conoscono, un’incuranza dei pericoli di fronte ad una promessa.

“Se vai in alcun luogo di rischio, muoviti a tua posta, e va senza dirlo a persona dove vada: anzi se vai a Siena, di’ tu che vada a Lucca: e andrai sicuro dalla mala gente”, cit. Paolo da Certaldo, scrittore italiano del XIV secolo.

Se vogliamo osservare il viaggio da un’altra angolazione dobbiamo avanzare ancora un po’ sulla linea temporale per arrivare a pieno ‘600, epoca di ambientazione del romanzo storico di formazione “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (scritto però nel 1800). Ci sono molti viaggi metaforici in quest’opera, intesi come sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, ma vorrei soffermarmi su Renzo perché ha accompagnato la sua crescita con un viaggio fisico in solitaria da Milano alle rive dell’Adda. Durante questo percorso, possiamo osservare il cambiamento graduale della sua persona: inizialmente è un giovane spavaldo, testardo e impulsivo – lo scoppio d’ira che lo porta a minacciare Don Abbondio – che finisce come un uomo pronto a sposarsi senza lasciare torti o rimpianti a penzolargli sulla testa come spadoni di Damocle – il perdono che concede a Rodrigo. Tra le sue esperienze formative troviamo l’essere testimone degli effetti del disordine cittadino (le rivolte, il caos contro le autorità), il dover pagare per i propri errori (quando ha alzato il gomito nella taverna ed è stato incastrato con la legge) e l’orribile visione del costo della peste sulle persone (i monatti e il dolore della madre di Cecilia). Degni di nota sono i viaggi spirituali dell’Innominato, che in poco più di una notte di riflessione ossessiva è riuscito a redimere la sua morale, e quello di Fra Cristoforo, mosso dal senso di colpa a cercare il perdono attraverso la pratica religiosa.

Al giorno d’oggi ormai il viaggio ha assunto così tante sfumature che è difficile distinguerle tutte nella tavolozza delle nostre esperienze. Grazie ai progressi tecnologici gli spostamenti fisici si sono semplificati sempre di più, per non parlare del resto delle comodità a noi concesse, e questo ha purtroppo causato un calo di interesse nel riflettere, nel guardare oltre, nell’avere un minimo di introspezione. Ovviamente questo non si applica a tutto e tutti: ci sono ancora i pellegrinaggi, ci sono ancora donne e uomini che lavorano per migliorare se stessi e il mondo. Personalmente parlando, nel piccolo della mia individualità, riesco a grandi linee a descrivere il percorso intrapreso dalla mia mente per arrivare ad essere la persona che sono oggi, il viaggio costellato di esperienze che devo ancora concludere. Perché alla fine non è necessario avere una ragione rivoluzionaria o nobile per compiere un viaggio: l’importante è raggiungere la meta. Un viaggio può essere andare a fare una passeggiata con la persona amata, può essere la ricerca di un regalo, il percorso intrapreso insieme ai personaggi di un libro, la preparazione mentale che ti serve per compiere un passo avanti rispetto a ieri. Una frase conclusiva che suona un po’ banale, ma un grande classico: alla fine non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice.

                                                              Giada Galadriel De Palma, 3 I-CL