Scienza e Social Network nel mondo contemporaneo

A partire dagli incendi che hanno devastato l’Australia a inizio anno, fino alla proposta francese di vietare l’istruzione alle donne musulmane col velo di questi ultimi mesi, tutto l’arco di tempo compreso nel 2020 è stato particolarmente denso di avvenimenti, tragedie e stravolgimento sociali, accompagnati da un filo conduttore comune a livello globale: il COVID-19.
Sarebbe sbagliato dire che la maggior parte dei problemi protagonisti di quest’anno non fossero tematiche già esistenti, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare l’impatto che la pandemia ha avuto sul mondo.
Il coronavirus, notoriamente partito dalla Cina e poi diffuso in tutto il mondo, ha terrorizzato ogni nazione per la sua velocità di contagio e per la sua natura sconosciuta. Infatti questo “terrore” da punto interrogativo ha portato all’apice delle problematiche mondiali la generale diffidenza di alcune fette della società nei confronti della scienza.
Nel corso dell’ultimo decennio il fenomeno dei negazionisti non ha fatto altro che diffondersi, tra terrapiattisti, attivisti anti-vax o complottisti in generale, grazie soprattutto all’evoluzione delle dinamiche sociali dovuta ai social media.
Questi ultimi sono il prodotto dello studio degli interessi degli individui, col fine di attirarli a sé in uno spirale di dipendenza dalle opinioni altrui.
Gli algoritmi dei social network sono appunto studiati per creare un profiling della persona per indirizzarla verso gli “advertisements” che più rispecchiano le credenze individuali. Molte volte infatti sono stati ritenuti colpevoli (fino a finire sotto processo) di aver influenzato la popolazione non solo sui propri acquisti, ma anche sulle credenze politiche della persona; cosa molto sentita in stati come gli Stati Uniti d’America dove, secondo gli studiosi, una metà della Nazione è polarmente opposta all’altra, con dei livelli di tensione a record storici.
Tutto ciò perché i social media tendono potenzialmente a isolare l’utente nella propria sfera di informazioni e fonti, convincendolo conseguentemente che rispecchino la realtà.
È quindi impossibile negare il ruolo che i social media investono nella diffusione delle più svariate teorie complottiste, fino a diventare un pericolo se non controllati.
Tuttavia, è anche vero che venire a contatto con una ideologia non significa necessariamente aderirvi: perché allora è così facile credere che il COVID-19 sia tutta una cospirazione creata da Capi di Stato e sostenuta dalla comunità scientifica?
Ci sono varie motivazioni, la più importante delle quali, sicuramente, la paura.
L’idea di un virus invisibile e molto contagioso che non risparmia i più deboli, e la consapevolezza di quanto ancora ignota all’uomo sia questa malattia, spinge le menti più influenzabili a voler credere che non sia reale e, a tutti gli effetti, negarne l’importanza.
Questo porta inevitabilmente ad un distacco dalle autorità e dalla medicina, ovvero coloro che sono i perpetratori delle restrizioni e delle regole, che diventano quindi capri espiatori dell’intera situazione.
Fanno eccezione però quei politici che, sfruttando le tensioni e i nervosismi generali, alimentano questi movimenti da cui conseguentemente ricavano consensi, facendo diventare la veridicità o meno dell’emergenza sanitaria una questione politica.
Diventa inevitabile quindi domandarsi: perché qualcuno si dovrebbe fidare di queste teorie anche se possono essere considerate irrazionali?
Semplicemente perché convincersi di una confortevole bugia è più facile che accettare una scomoda realtà.
Seguire le parole di qualcuno che dice sempre ciò che un soggetto vuole sentirsi dire, piuttosto che affidarsi ad una scienza di cui non si comprendono i fondamenti, diventa sicuramente molto più compiacente.
Come si può, quindi, risolvere questa ondata di “mancanza di credibilità” nei confronti della scienza?
Secondo Massimo Sandal, in articolo per Wired.it risalente al 2018: “… è questione di capire e riguadagnare terreno sociale (…). Servono tante cose, la prima forse è la piena trasparenza…”.
Nell’articolo, lo scrittore, nonché ex-ricercatore, sostiene che un’altra motivazione dello scetticismo a larga scala sta nella mancanza di conoscenza al di fuori della comunità scientifica. Sostiene quindi che la soluzione a questo problema sarebbe “aprire la scatola nera delle affermazioni della scienza” e semplicemente spiegare non solo il risultato di una ricerca, bensì anche i suoi procedimenti, con il fine di renderli comprensibili.
Tuttavia, nonostante il concetto di base sia estremamente corretto, è essenziale sottolineare che, per quanto complicata, la comprensione della materia scientifica non è censurata.
Affermare che la conoscenza scientifica sia un tabù da svelare è fondamentalmente non corretto, ma è giusto riconoscere che certi livelli di studi non sono facilmente comprensibili per chi non è uno studioso del ramo.
Ma proprio perché non è il nostro campo di competenza, cosa ci autorizza a screditare ciò che ci viene detto dagli esperti?
Se un architetto assicura che una casa è a norma, come può un giardiniere senza titoli di studio contestarglielo?
Bisogna tirare una linea sottile tra il credere ciecamente al parere di uno specialista e riconoscere quando esiste un motivo tangibile per metterlo in discussione, ma come dice sempre il famoso Ricky Gervais, se si dovessero eliminare tutti i libri di ogni religione, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti diversi, mentre se si dovessero eliminare tutti i libri di scienza, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti con gli stessi risultati, poiché essa è basata su prove concrete e per scegliere se fidarsi o meno, basta studiarle.

Lucia Beltrame, 5 BC