Attacco d’arte

In questo periodo di vita a distanza, l’arte può mantenere il significato che possedeva dal vivo? L’arte contemporanea che molte volte critichiamo perché non riusciamo a comprendere, riesce ancora a trasmettere i suoi messaggi?

Takashi Murakami-copertina per l’album di Kanye West

La classe 5 DLS dell’ITIS Cardano, insieme alla professoressa Nicifero, ha eseguito una ricerca in risposta a queste domande: sono stati presi in esame diversi artisti contemporanei conosciuti e approfonditi con i social che permettono di raggiungere, attraverso uno schermo, gli angoli più remoti del mondo. Dal Giappone, con l’artista Takashi Murakami che collabora con il settore della moda e alla realizzazione di copertine per gli album musicali, alla vasta America di Jeff Koons, che è divenuto famoso per le sue sculture di palloncini, come “Ballon Dog”. 

Jeff Koons-“Balloon Dog”

Rimanendo in Italia, invece, spicca Maurizio Cattelan con L.O.V.E., comunemente nota come “Il Dito”, realizzata in marmo di Carrara. 

 Maurizio Cattelan-“L.O.V.E.”

Indubbiamente questi uomini e la loro arte sono diventati famosi, ma in un mondo in cui si è sempre sotto i riflettori, alcuni cercano l’oscurità, l’anonimato. Tra questi Random-Guy, che opera nella città di Lucca, e Bansky che opera con la Street art portandola di paese in paese, ad esempio a Venezia o a Gerusalemme.

Random-Guy-“Welcome to Lucca”

Questi artisti condividono la loro idea di arte con tutti noi, dimostrandoci come anche idee semplici possano fare così tanto scalpore. Ma qual è il suo vero scopo?

Bansky-“Il lanciatore di fiori”

Può rappresentare un grido di battaglia contro l’oppressione delle minoranze, può essere una bandiera bianca sventolata in segno di pace contro i venti di guerra e porsi così come il mezzo attraverso cui viene amplificata l’opinione dei singoli; può essere una semplice voce narrante che accompagna e descrive le vicende vissute dall’artista e i suoi stati d’animo o un concentrato di idee innovative che aprono la strada a una nuova visione del mondo.
Oppure, come sostenuto da Oscar Wilde e altri esteti, può essere solamente qualcosa di bello  ma inutile.
Fatto sta che gli artisti si sono da sempre messi in qualche modo al servizio della società, oppure contro di essa, facendosi promotori di un messaggio.
Oggi, però, molti sembrano considerare l’arte come fosse una macchina di creazioni a cui viene attribuito un significato solo per dare un senso alla sua vendita. Come se sostenesse di avere qualcosa di originale da dire, quando in realtà fa solo parte del sistema economico generale.
Ma è, forse, proprio questo il problema: voler dare per forza un significato, far denunciare qualcosa a un’opera che, magari, è nata solo per essere ammirata. Qualcosa di bello che esiste per sé e si mostra al pubblico in un atto di estrema generosità.
I social hanno un ruolo fondamentale, oggi, nel mostrare al mondo come l’arte sia senza etichette e limiti, anche in una situazione così difficile, come quella che stiamo vivendo.
In un periodo in cui si parla molto della perdita del contatto umano, l’arte ci tiene ancorati a qualcosa che non riusciamo a comprendere e che suscita emozioni che non si possono controllare, a cui non si può dare un nome. 

Random-Guy-“Premier Conte Baywatch

A ben vedere, qual è la differenza tra un cellulare e una tela? Sono entrambi superfici piatte e da entrambi scaturisce un nuovo universo, entrambi attirano, intrappolano, isolano dal mondo. Ci si ritrova in tutti e due i casi ad avere gli occhi incollati su qualcosa che è sia una prova del genio umano che, in fondo, qualcosa di estremamente banale (plastica e silicio, colore e grafite).

Per questo, i social sono i nuovi musei.
Sono gallerie d’arte in cui si può camminare semplicemente facendo scorrere la home page.
Sui social si trovano pittori, scultori, fumettisti; sono un’arma potente che, se usata come si deve, non porta a disinformazione o a non-cultura, come qualcuno crede, ma può invece aprire le porte a una conoscenza molto più ampia e sfaccettata.

Lady Be-“CoronaJesus”

Con il lavoro fatto quest’estate, grazie ai social, abbiamo scoperto un lato dell’arte che non conoscevamo, un’arte vicina, che sa parlare direttamente all’orecchio e non si fa solo ammirare su un’asettica parete bianca, soprattutto perché fortemente legata agli avvenimenti del presente. 

Nell’ultimo periodo per esempio, molti artisti hanno voluto affrontare il tema del Covid-19, che sta interessando direttamente ciascuno di noi anche se in parti diverse del mondo, intonando  una sorta di “inno alla speranza” e dedicando molte opere a coloro che hanno combattuto in prima linea il virus.

Alcuni esempi sono quelli riportati nelle ricerche della classe 5DLS: “Coronajesus” di Lady Be, “Premier Conte Baywatch” di Random-Guy e “Un medico” di Lele Picà. 

Lele Picà-“Un medico”

È interessante constatare come ciascuno dei personaggi presi in considerazione abbia un modo totalmente diverso di esprimersi   ma occorre riconoscere che, nonostante la nostra società moderna e aperta, ci sia ancora dell’avversione nei confronti di alcuni artisti, dei loro metodi e del significato delle loro opere.

Basti pensare a TVBOY la cui arte di strada trasforma in tele la stessa superficie delle città, con soggetti e tematiche contemporanee che commentano in diretta, come uno speaker durante una corsa di motomondiale, le  vicende che riguardano la cronaca dei giorni nostri. 

Tvboy-“L’amore ai tempi del coronavirus”

Tali opere, realizzate appunto sul tessuto urbano, sono prese di mira e sfregiate dai passanti. Hanno per così dire “vita breve” e forse per questo diventano ancora più preziose.
La Street art è difatti una tra le più criticate e incomprese, spesso giudicata solo come puro atto vandalico. 

Geco-“Geco ti mette le ali”

Un esempio è il caso Geco, considerato uno dei writer più “ricercati” d’Italia: accusato di aver vandalizzato opere pubbliche; appena è stata scoperta la sua vera identità, l’artista è stato arrestato in maniera quasi teatralizzata, come se fosse un trofeo.

Considerata quindi la diversità degli stili dei vari artisti che sono stati seguiti durante questo progetto sorge spontaneo chiedersi:
quali altre barriere romperà l’arte del futuro?

                                   Basile Roberta, Clerici Claudio, Faccini Giulia  5 DLS

GIORNO DELLA MEMORIA 2021

Una testimone d’eccezione ricorda la deportazione e lo sterminio di cui sono stati vittime gli ebrei, una testimone che descrive con lucida oggettività la sofferenza nei campi di sterminio, una testimone che ha visto coi propri occhi dove può arrivare la cieca malvagità umana e l’indifferenza. E non vuole dimenticare.
Alcuni studenti della 2 AE, dopo aver assistito alla registrazione dell’ultimo discorso pubblico di Liliana Segre, tenuto ad Arezzo e promosso dal Miur, le hanno reso omaggio scrivendo alcune riflessioni.

Liliana Segre ci insegna…
Liliana Segre, appartenente ad una famiglia di origine ebraica, nacque a Milano il 10 settembre 1930. Viveva con il padre, Alberto Segre, perchè la mamma era morta quando Liliana aveva solo un anno.
Nel 1938, in Italia, il regime fascista emanò le leggi razziali e la bambina fu costretta ad abbandonare la scuola.
Quando la persecuzione contro gli Ebrei divenne più violenta,Liliana e suo padre si trovarono costretti a scappare e cercare rifugio in Svizzera, ma furono respinti e arrestati. Liliana aveva solo tredici anni. Furono poi trasferiti nel carcere di Milano e il 30 gennaio 1944 vennero deportati ad Auchwitz. Il viaggio durò una settimana.
Liliana rimase sola perché, all’arrivo al campo di sterminio, venne separata dal padre. La ragazzina venne destinata al lavoro e dovette subire varie selezioni, in una delle quali perse la sua cara amica Janine, che si era ferita gravemente ad una mano. Durante l’inizio del mese di gennaio del 1945, all’avvicinarsi dell’Armata rossa, il campo di Auschwitz fu evacuato e i prigionieri sopravvissuti furono portati via con quella che verrà definita la “marcia della morte”.

Tra i moltissimi ragazzi costretti a lavorare nei campi di sterminio, solo pochissimi riuscirono a tornare a casa e Liliana, che oggi ha novant’anni, era tra questi. Da trent’ anni, cioè da quando è diventata nonna all’età di sessant’anni, la signora Segre ha testimoniato e raccontato ai ragazzi delle scuole tutto quanto ha vissuto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata senatrice per il suo impegno a favore delle nuove generazioni, perché non si dimentichi mai quello che è successo.
L’ultima testimonianza, proprio per volere della signora Segre, è stata a Rondine, presso Arezzo, con l’Associazione Cittadella della Pace che accoglie, per un periodo, ragazze e ragazzi provenienti da paesi in guerra, perché possano vivere un percorso di aiuto e di sostegno in una condizione di pace.
Il 9 ottobre, Liliana Segre come in ogni incontro, ha raccontato a molti studenti la sua esperienza e ora affida a noi ragazzi il compito di tenere viva la memoria, avendo deciso di lasciare l’attività di testimoniare, data l’età avanzata. Durante un passaggio del discorso, che mi ha particolarmente colpito, la Senatrice, per farsi capire dagli adolescenti, paragona i nazisti ad un gruppo feroce e terribile di “bulli”: ci spiega che i bulli, tutti in gruppo, ostentano di essere forti e di non avere paura di niente, ma, presi poi singolarmente tremano, hanno paura, perché sanno che non ci sarà il gruppo a difenderli. Afferma che i nazisti non riuscirono a cambiarla, non la fecero diventare la donna he volevano, una donna piena di odio, perché lei seppe resistere a tutte le reazioni di odio  vendetta.
In questi anni quando qualche persona la ferma per strada e le chiede se ha perdonato o se ha dimenticato, Liliana risponde sempre di no, perché non vuole dimenticare le atrocità e il male vissuti.
Penso che la signora Segre sia la donna più forte e coraggiosa che io conosca e non augurerei neanche al mio peggior nemico tutto la sofferenza che ha provato, sofferenza che oltretutto dovette affrontare da sola, poiché tutti i cari che lei amava, erano stati uccisi.
Quando afferma che non vuole perdonare, la capisco: come si può dimenticare un cosa simile!

Oggi Liliana Segre è una delle ultime testimoni che possono ancora parlarci, se non più direttamente con degli incontri, con i suoi libri: cerchiamo sempre di ascoltare, di fare tesoro dei suoi insegnamenti, non facciamo del male a nessuno, anche nelle piccole cose.
Stiamo vicini ai nostri cari e a chi amiamo, non ci saranno per sempre.
Non dimentichiamo.

Marco Lodola, 2 AE

Impariamo a ricordare…
Oggi ho avuto il privilegio di ascoltare le parole pronunciate da Liliana Segre, in occasione del suo ultimo discorso a Rondine, città della Pace, visibile sul sito del MIUR.

Ho sempre sentito parlare della Shoah, ho ascoltato testimonianze e ho letto libri, ma mai come oggi mi sono accorto dell’importanza di parlare di questo argomento e del coraggio delle persone che testimoniano la loro storia.
La senatrice Segre ha raccontato che un ufficiale nazista, un giorno, durante la marcia della morte, buttò a terra la pistola e la divisa, dovendo fuggire, dopo la notizia dell’arrivo
dell’Armata Rossa.
Liliana, dentro di sé, da quando “aveva lasciato la mano di suo padre”, aveva così tanta “rabbia” e sete di vendetta che poteva diventare quello che i nazisti avrebbero voluto che fosse: un essere pieno di odio. Pensò, quindi, di raccogliere la pistola e uccidere l’ufficiale nazista, per vendicare coloro che avevano vissuto tutto quel male, compresa lei. Proprio in quell’istante, però, fece una
scelta cruciale, la “svolta della sua vita”: decise che non voleva diventare come il suo assassino, non prese la pistola e da quel momento diventò una donna “libera”, come è ancora oggi.

La Senatrice ci ha raccontato di come le leggi razziali del 1938 le abbiano impedito di andare a scuola da quando aveva otto anni e di come a dodici anni sia finita in carcere, a San Vittore, per aver tentato di attraversare il confine con la Svizzera, insieme a suo padre; ci ha testimoniato il dolore dell’ultima volta in cui ha visto il suo papà, il suo eroe, dopo essere stata separata da lui, una volta scesi dal treno merci, all’entrata del campo di sterminio. Ci ha narrato la sofferenza dell’anno passato ad Auschwitz, il terrore e l’orrore e di come lei sia diventata un numero, 75190 e non più una persona. Ci ha parlato di Janine, della sua compagna di lavoro, che era stata mandata a morire, dopo una selezione, perché considerata inutile, a causa di una grave ferita alla mano e del suo senso di colpa per non avere avuta la forza di voltarsi ( lei che aveva superato la selezione) e non essere riuscita a dirle che le voleva bene.
Ci ha descritto la solitudine, quella vera, quella di chi ha perso tutto tranne la speranza di uscire da quel luogo mostruoso. Ci ha parlato di come lei abbia scelto la vita, anche quando avrebbe potuto lasciarsi prendere dallo sconforto, anche quando non aveva più
nessuno per cui vivere. Di come l’unico gesto di pietà ricevuto in tutto quel periodo sia stato il saluto degli altri prigionieri di San Vittore che avevano cercato di donare solidarietà e rendere omaggio a seicento persone innocenti tra cui lei, condotti ad Auschwitz, lanciando dalle finestre del carcere pezzi di pane e il poco cibo che avevano e coperte.

Quello che più mi ha colpito della storia della Signora Segre è il tema dell’indifferenza delle persone in quel periodo, anche di quelle che lei prima conosceva e frequentava: sono convinto che lo scopo della sua testimonianza, il motivo per cui parla a ragazzi come noi, è
per insegnarci ad avere memoria, a non dimenticare e anche per aiutarci a non essere mai indifferenti.
Sono grato a Liliana Segre per averci donato la sua testimonianza e la sua saggezza e farò in modo di ricordare sempre.

Tommaso Barletta, 2 AE

Così ci racconta Liliana Segre:
..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato, ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano
diventassi…un essere insensibile che sognava odio e
vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”

Liliana Segre esprime il significato della parola pace in base alle sue esperienze strazianti nel lager; dal mio punto di vista, non aver sparato a quell’agente delle SS indica un gesto di pace e di lucidità.
Era consapevole del fatto che la guerra stesse per finire, non era più nel lager, non doveva più subire violenze come prima e, nonostante fosse denutrita e obbligata a camminare durante la marcia della morte, stava ritrovando la speranza e cercava di non arrendersi, come le avevano gridato di fare dei prigionieri francesi che avevano provato pietà per lei. Dal mio punto di vista questo è stato un fattore che ha influenzato il suo stato d’animo e, di conseguenza, le sue azioni.
Non è da dimenticare che le SS si stavano ammutinando e
l’episodio testimoniato, si colloca in questo contesto. La senatrice racconta molti particolari strazianti della sua prigionia; non mi capacito del fatto che un umano possa umiliare, fare del male e privare di ogni diritto e libertà una persona.
Ricordo dai tempi delle medie di aver letto un libro di Eliezer Wiesel, in cui lo scrittore racconta la sua prigionia e le torture che venivano inflitte ai bambini, come le impiccagioni in pubblico se tenevano un
comportamento scorretto nel campo; le impiccagioni erano rudimentali, venivano eseguite con una sedia e una cinghia e di conseguenza spesso gli impiccati non morivano subito, ma dopo una lenta agonia. Ricordo inoltre che i neonati venivano considerati inutili, caricati su camion appositi e venivano scaricati nei roghi
e lasciati morire. Alla base di queste azioni, c’è Hitler, che spinto dall’odio razziale, commise queste atrocità e comandò queste
uccisioni nei confronti degli Ebrei con la “soluzione finale”, ma anche di Sinti, di Rom, di Testimoni di Geova, dei deboli dal punto di vista fisico e psicologico, degli omosessuali, e degli oppositori politici.
Ritengo che il comportamento di coloro che insultano e minacciano i superstiti della Shoah, cosa che è capitata anche alla Senatrice, sia vergognoso e inaccettabile. Inoltre trovo che la pena da scontare per apologia di fascismo sia troppo poco severa: vengono previsti
massimo due anni di reclusione. Sono convinto, infatti, che sia una pena minima e non proporzionata al reato commesso.

In conclusione, sostengo che le idee neo-naziste e neo- fasciste non debbano essere assolutamente considerate come libertà di pensiero.
L’apologia del nazismo e del fascismo sono reati gravi e come tali vanno puniti.

Alessandro Bruscato, 2 AE

Le parole di Liliana

Posso capire quanto dice Liliana Segre perché, pur essendo nato molti anni dopo, comprendo i sentimenti e ciò che ha provato di fronte all’occasione perfetta per uccidere un ufficiale nazista e vendicare così i soprusi subiti. Posso comprendere anche la “compassione” che la ragazza provò nei confronti di quella persona. Inserisco questa parola “compassione” tra le virgolette”, per definire il sentimento che, secondo me, Liliana provò: quell’ufficiale che , come tanti altri, era stato addestrato ad essere crudele e spietato nei confronti degli Ebrei, viene visto da Liliana, dopo l’iniziale
smarrimento, come un uomo: uccidendolo, la giovane Liliana sarebbe stata come lui, non avrebbe potuto riconquistare la libertà e la pace, valori con cui, come dice lei, ha convissuto finora.
“..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato,
ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano diventassi…un essere insensibile che sognava odio e vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”
Liliana ha capito che la pace e la libertà si ottengono facendo del bene, facendo la cosa giusta, aiutando le persone, tutto il contrario di come si comportavano i nazisti.
Voglio condividere una mia riflessione e rapportare questa frase importantissima della Senatrice alla mia esperienza personale.
In passato, quando ero frustrato o arrabbiato, mi capitava di reagire con violenza. Decisi di parlarne con mio nonno paterno il quale mi disse che, per trovare la pace e la libertà che cerco anch’io, non devo fare del male; devo, invece, cercare di comprendere come mai la
persona che mi fa arrabbiare si comporti così.
Mio nonno mi ha fatto capire che con la violenza si crea altra violenza e viene alimentato l’odio.
Chiaramente la mia esperienza non ha nulla a che vedere con le atrocità vissute dalla Senatrice….le parole di Liliana Segre e le parole di mio nonno sono comunque per me un insegnamento di vita per affrontare le situazioni che mi si presentano.

Matteo Costa, 2AE

 

Non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice

“Viaggio: l’andare da un luogo ad un altro luogo, perlopiù distante, per diporto o per necessità”. Questa è la definizione dataci dal vocabolario online Treccani: una sola frase che racchiude in sé mille interpretazioni. Durante lo scorrere della Storia e delle nostre lezioni scolastiche, per non parlare delle nostre esperienze personali, siamo riusciti a osservarne una varietà intera. Viaggi fisici, metaforici, mentali; viaggi che hanno portato a grandi e piccole vittorie sia per l’umanità sia per l’individuo singolo, così come li hanno trascinati nel buio della rovina e del decadimento. Questo perché ogni viaggio ha un inizio e avrà una fine, e non ci è dato sapere da che lato della Storia ci condurranno. Si può solo sperare che sia da quello giusto.

Nel Medioevo il concetto di viaggio era profondamente radicato nell’animo, essendo la base della fantasia dell’uomo del tempo. Per loro significava vivere, perché anche il viaggio più piccolo faceva parte di uno maggiore, fino a prendere posto nel grande tragitto dell’esistenza di tutte le cose. La società stessa era in continuo movimento: contadini percorrevano chilometri per effettuare la rotazione delle terre da coltivare, il clero grazie ai movimenti dei chierici, l’aristocrazia guerriera sempre in cammino verso la prossima battaglia. Lo stesso periodo storico si concluderà con il risultato di un viaggio, quello di Cristoforo Colombo, che aprirà la strada all’epoca moderna.

Ciò nonostante, non sarà la fallita spedizione verso le Indie di Colombo ciò che approfondirò, ma il più celebre esempio di viaggio allegorico italiano: la Divina Commedia di Dante Alighieri, scritta nel pieno del Basso Medioevo. Parliamo della rappresentazione dell’itinerario che una persona deve percorrere per arrivare all’illuminazione della fede. Ognuna delle tre ambientazioni principali rappresenta il cammino graduale di Dante dall’ignoranza verso la verità della salvezza e, come in qualsiasi viaggio, abbiamo i mezzi con cui lo si compie, che prendono forma nelle sue guide: il poeta latino Virgilio simboleggia la razionalità umana e Beatrice la teologia (per questo Virgilio si ferma al Purgatorio, perché non si può raggiungere Dio solo con la ragione). Sempre in quest’opera vediamo un altro esempio di celebre viaggio, che prende forma nel racconto di Ulisse, Canto XXVI, Inferno.

Incontriamo l’eroe epico nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio, tra i consiglieri fraudolenti. Ciò che lo ha dannato è stato proprio il suo viaggio, intrapreso per obbedire al naturale impulso umano di cercare la conoscenza anche dove non gli è permessa. Questo ci permette di analizzare il dualismo tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante: infatti hanno inizio e conclusione opposti uno all’altro. Il figlio di Laerte parte per quel suo ultimo viaggio dimenticandosi della sua umanità, ignorando la propria famiglia e il proprio corpo per buttarsi come un suicida in un dirupo da cui sa non potrà più uscire, come Icaro che si avvicina troppo al sole. Questo causerà che il viaggio finisca in tragedia. Dante prende la via per il Paradiso proprio per recuperare la sua dimensione umana; il suo cammino, essendo originato dall’amore, non può finire senza una conclusione altrettanto positiva secondo la mentalità del tempo, che invita a credere che il bene porti solo altro bene.

Ma andiamo oltre il Medioevo. Grazie alla scoperta del nuovo continente, si passa al Rinascimento, il periodo di tramite per l’epoca moderna. In questo secolo di passaggio il viaggio come scoperta di sé finisce in secondo piano: i limiti del mondo come lo si conosceva vengono frantumati, e adesso bisogna esplorarli. Questa interpretazione è il primo passo verso ciò che oggi chiamiamo globalizzazione; si verifica una perdita delle proprie sicurezze, e il timore dell’ignoto porta gli uomini del tempo a reclamarne quanto più per sé, in una parvenza di controllo su qualcosa che ancora non comprendono. In altri invece questa scoperta rivoluzionaria fa nascere il desiderio di libertà, di sfiducia in quello che conoscono, un’incuranza dei pericoli di fronte ad una promessa.

“Se vai in alcun luogo di rischio, muoviti a tua posta, e va senza dirlo a persona dove vada: anzi se vai a Siena, di’ tu che vada a Lucca: e andrai sicuro dalla mala gente”, cit. Paolo da Certaldo, scrittore italiano del XIV secolo.

Se vogliamo osservare il viaggio da un’altra angolazione dobbiamo avanzare ancora un po’ sulla linea temporale per arrivare a pieno ‘600, epoca di ambientazione del romanzo storico di formazione “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (scritto però nel 1800). Ci sono molti viaggi metaforici in quest’opera, intesi come sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, ma vorrei soffermarmi su Renzo perché ha accompagnato la sua crescita con un viaggio fisico in solitaria da Milano alle rive dell’Adda. Durante questo percorso, possiamo osservare il cambiamento graduale della sua persona: inizialmente è un giovane spavaldo, testardo e impulsivo – lo scoppio d’ira che lo porta a minacciare Don Abbondio – che finisce come un uomo pronto a sposarsi senza lasciare torti o rimpianti a penzolargli sulla testa come spadoni di Damocle – il perdono che concede a Rodrigo. Tra le sue esperienze formative troviamo l’essere testimone degli effetti del disordine cittadino (le rivolte, il caos contro le autorità), il dover pagare per i propri errori (quando ha alzato il gomito nella taverna ed è stato incastrato con la legge) e l’orribile visione del costo della peste sulle persone (i monatti e il dolore della madre di Cecilia). Degni di nota sono i viaggi spirituali dell’Innominato, che in poco più di una notte di riflessione ossessiva è riuscito a redimere la sua morale, e quello di Fra Cristoforo, mosso dal senso di colpa a cercare il perdono attraverso la pratica religiosa.

Al giorno d’oggi ormai il viaggio ha assunto così tante sfumature che è difficile distinguerle tutte nella tavolozza delle nostre esperienze. Grazie ai progressi tecnologici gli spostamenti fisici si sono semplificati sempre di più, per non parlare del resto delle comodità a noi concesse, e questo ha purtroppo causato un calo di interesse nel riflettere, nel guardare oltre, nell’avere un minimo di introspezione. Ovviamente questo non si applica a tutto e tutti: ci sono ancora i pellegrinaggi, ci sono ancora donne e uomini che lavorano per migliorare se stessi e il mondo. Personalmente parlando, nel piccolo della mia individualità, riesco a grandi linee a descrivere il percorso intrapreso dalla mia mente per arrivare ad essere la persona che sono oggi, il viaggio costellato di esperienze che devo ancora concludere. Perché alla fine non è necessario avere una ragione rivoluzionaria o nobile per compiere un viaggio: l’importante è raggiungere la meta. Un viaggio può essere andare a fare una passeggiata con la persona amata, può essere la ricerca di un regalo, il percorso intrapreso insieme ai personaggi di un libro, la preparazione mentale che ti serve per compiere un passo avanti rispetto a ieri. Una frase conclusiva che suona un po’ banale, ma un grande classico: alla fine non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice.

                                                              Giada Galadriel De Palma, 3 I-CL

Dante secondo Alessandro Barbero

Invitato dell’incontro in streaming del 13 novembre 2020 era il celebre professor Barbero, una dei maggiori studiosi nel suo campo, con un gran numero di presenze televisive e molti libri pubblicati.

La conferenza aveva come tema proprio l’ultimo suo libro “Dante”, una biografia dantesca non dai canoni scolastici ma più leggera, dai toni a tratti romanzeschi ma sempre rigorosamente supportati da fonti, come solito dello stile del professore. Compito di Andrea Grisi, libraio della libreria pavese Il delfino, è stato proporre alcune semplici ma indicative domande, capaci di inquadrare quasi nella sua completezza il contenuto del libro.

Il lettore impara a conoscere Dante come un “nobile a piacere”, pronto a rispolverare il suo trisnonno cavaliere, o magari a nasconderlo quanto più possibile, a seconda delle situazioni e delle opportunità.

Scopriamo come Dante abbia “rischiato” di essere nominato anch’egli cavaliere a seguito di una battaglia a cui partecipò, Campaldino, o del suo disprezzo per coloro che si guadagnavano da vivere lavorando come professori ed insegnanti, anche se, paradossalmente, ad un certo punto della sua vita, durante l’esilio, avrà probabilmente pensato, e forse anche studiato, per diventare maestro.

Insomma, Dante ci viene presentato come un uomo del suo tempo, con i suoi problemi, le sue gioie, le sue disgrazie ed avventure, i suoi opportunismi, dandoci un punto di vista concreto, immerso nella storia e nella società medievale. Senza comunque tralasciare i vari personaggi che mano a mano entrano a far parte della sua vita, alcuni brevemente, lasciando una piccola traccia sfumata nella grande narrazione, altri dagli albori al tramonto, come Beatrice, che dal fatale incontro resterà nei pensieri del poeta, politico, studioso e pensatore che è Dante, anche ben oltre la sua precoce morte.
La conferenza, senza privarsi di alcuni spunti umoristici e spensierati, termina con alcune domande poste dal pubblico, a cui Barbero risponde con semplicità e chiarezza, men che l’ultima, a cui si riserva di non dar risposta per la tarda ora, perché sapete, lui è uno che “va a nanna presto”.

Leonardo Poncina, 3DLS

Incontro con l’autore: Alessandro Barbero, intervistato da Andrea Grisi, presenta il suo ultimo saggio su Dante.

Durante l’intervista allo storico Alessandro Barbero, tenutasi in streaming, la sera del 13 novembre, sono emerse diverse precisazioni sulla vita di Dante e sul momento storico in cui è vissuto. Il nuovo libro del professore può considerarsi, infatti, un testo autobiografico.

In primo luogo si è concentrata l’attenzione sull’importanza della famiglia, come appartenenza a una stirpe, con antenati accomunati da un nome e uno stemma. Una particolare attenzione è stata posta
anche alla posizione sociale di Dante in quanto molto evidente, in quel momento storico, era la stratificazione sociale e la rilevante superiorità della classe nobile nella Firenze dell’epoca.

Dante apparteneva alla categoria chiamata dei “feditori”, gruppo di 150 cavalieri fiorentini, schierati in prima linea nell’attività operativa dell’esercito di Firenze. Dotati di cavalli e una solida armatura erano considerati i più valorosi perché dovevano assestare il primo colpo ai rivali. Si può dunque affermare che Dante potesse permettersi il mantenimento di un cavallo e di dedicare parecchio tempo all’addestramento, prerogative del ceto privilegiato. A tal proposito si parte dal racconto dell’evento della battaglia di Campaldino, da cui il libro prende le mosse. Il nostro poeta dunque non solo poeta, ma anche soldato. Dante parla molto spesso di armi e cavalieri, menzionati anche in una delle lettere scritte durante il suo esilio e nel descrivere in modo autobiografico una sequenza di desideri, da quelli banali dei bambini a quelli più importanti dei grandi, cita “lo cavallo”.

Elemento importante da considerare e assai presente nella vita dell’Alighieri dunque è lo status di nobile. Il professor Barbero tuttavia mette in evidenza come la famiglia di Dante si dedicava agli affari e per questo poteva permettersi di partecipare a diversi eventi politici pubblici. Dante viene addirittura definito come “plebeo” durante il suo periodo di impegno politico a Firenze.

Nella seconda parte del saggio predomina l’infanzia di Dante. Riprendendo la “Vita Nuova”, descrive l’incontro con Beatrice detta “Bice” che gli cambiò la vita per sempre. A differenza di altri eventi esposti in modo minuzioso, il professor Barbero sottolinea quanto tale incontro venga descritto dal poeta fiorentino in modo molto approssimativo facendo prevalere solamente la sensazione che prova alla vista della bambina con l’abito rosso.

Altro aspetto preso in esame dal libro è il suo percorso di studi: ampiamente preparato in ambito scientifico, matematico e teologico, è molto probabile che il poeta abbia studiato a Bologna in giovane
età. È possibile inoltre che abbia insegnato all’università astronomia, nonostante la considerasse disciplina meno importante. Impossibile non fare riferimento a Brunetto Latini, colui che per il poeta
fiorentino costituì un punto di riferimento nell’arte come nella politica.
Serata interessante ha dato a noi tutti l’opportunità di rimanere affascinati dal racconto del professor Barbero e maturare la curiosità di leggere l’intero libro, indagando la figura del poeta che più di tutti e in ogni tempo rappresenta maggiormente l’universo letterario del nostro paese.

Carolina Palladini cl.3^DLS

Scienza e Social Network nel mondo contemporaneo

A partire dagli incendi che hanno devastato l’Australia a inizio anno, fino alla proposta francese di vietare l’istruzione alle donne musulmane col velo di questi ultimi mesi, tutto l’arco di tempo compreso nel 2020 è stato particolarmente denso di avvenimenti, tragedie e stravolgimento sociali, accompagnati da un filo conduttore comune a livello globale: il COVID-19.
Sarebbe sbagliato dire che la maggior parte dei problemi protagonisti di quest’anno non fossero tematiche già esistenti, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare l’impatto che la pandemia ha avuto sul mondo.
Il coronavirus, notoriamente partito dalla Cina e poi diffuso in tutto il mondo, ha terrorizzato ogni nazione per la sua velocità di contagio e per la sua natura sconosciuta. Infatti questo “terrore” da punto interrogativo ha portato all’apice delle problematiche mondiali la generale diffidenza di alcune fette della società nei confronti della scienza.
Nel corso dell’ultimo decennio il fenomeno dei negazionisti non ha fatto altro che diffondersi, tra terrapiattisti, attivisti anti-vax o complottisti in generale, grazie soprattutto all’evoluzione delle dinamiche sociali dovuta ai social media.
Questi ultimi sono il prodotto dello studio degli interessi degli individui, col fine di attirarli a sé in uno spirale di dipendenza dalle opinioni altrui.
Gli algoritmi dei social network sono appunto studiati per creare un profiling della persona per indirizzarla verso gli “advertisements” che più rispecchiano le credenze individuali. Molte volte infatti sono stati ritenuti colpevoli (fino a finire sotto processo) di aver influenzato la popolazione non solo sui propri acquisti, ma anche sulle credenze politiche della persona; cosa molto sentita in stati come gli Stati Uniti d’America dove, secondo gli studiosi, una metà della Nazione è polarmente opposta all’altra, con dei livelli di tensione a record storici.
Tutto ciò perché i social media tendono potenzialmente a isolare l’utente nella propria sfera di informazioni e fonti, convincendolo conseguentemente che rispecchino la realtà.
È quindi impossibile negare il ruolo che i social media investono nella diffusione delle più svariate teorie complottiste, fino a diventare un pericolo se non controllati.
Tuttavia, è anche vero che venire a contatto con una ideologia non significa necessariamente aderirvi: perché allora è così facile credere che il COVID-19 sia tutta una cospirazione creata da Capi di Stato e sostenuta dalla comunità scientifica?
Ci sono varie motivazioni, la più importante delle quali, sicuramente, la paura.
L’idea di un virus invisibile e molto contagioso che non risparmia i più deboli, e la consapevolezza di quanto ancora ignota all’uomo sia questa malattia, spinge le menti più influenzabili a voler credere che non sia reale e, a tutti gli effetti, negarne l’importanza.
Questo porta inevitabilmente ad un distacco dalle autorità e dalla medicina, ovvero coloro che sono i perpetratori delle restrizioni e delle regole, che diventano quindi capri espiatori dell’intera situazione.
Fanno eccezione però quei politici che, sfruttando le tensioni e i nervosismi generali, alimentano questi movimenti da cui conseguentemente ricavano consensi, facendo diventare la veridicità o meno dell’emergenza sanitaria una questione politica.
Diventa inevitabile quindi domandarsi: perché qualcuno si dovrebbe fidare di queste teorie anche se possono essere considerate irrazionali?
Semplicemente perché convincersi di una confortevole bugia è più facile che accettare una scomoda realtà.
Seguire le parole di qualcuno che dice sempre ciò che un soggetto vuole sentirsi dire, piuttosto che affidarsi ad una scienza di cui non si comprendono i fondamenti, diventa sicuramente molto più compiacente.
Come si può, quindi, risolvere questa ondata di “mancanza di credibilità” nei confronti della scienza?
Secondo Massimo Sandal, in articolo per Wired.it risalente al 2018: “… è questione di capire e riguadagnare terreno sociale (…). Servono tante cose, la prima forse è la piena trasparenza…”.
Nell’articolo, lo scrittore, nonché ex-ricercatore, sostiene che un’altra motivazione dello scetticismo a larga scala sta nella mancanza di conoscenza al di fuori della comunità scientifica. Sostiene quindi che la soluzione a questo problema sarebbe “aprire la scatola nera delle affermazioni della scienza” e semplicemente spiegare non solo il risultato di una ricerca, bensì anche i suoi procedimenti, con il fine di renderli comprensibili.
Tuttavia, nonostante il concetto di base sia estremamente corretto, è essenziale sottolineare che, per quanto complicata, la comprensione della materia scientifica non è censurata.
Affermare che la conoscenza scientifica sia un tabù da svelare è fondamentalmente non corretto, ma è giusto riconoscere che certi livelli di studi non sono facilmente comprensibili per chi non è uno studioso del ramo.
Ma proprio perché non è il nostro campo di competenza, cosa ci autorizza a screditare ciò che ci viene detto dagli esperti?
Se un architetto assicura che una casa è a norma, come può un giardiniere senza titoli di studio contestarglielo?
Bisogna tirare una linea sottile tra il credere ciecamente al parere di uno specialista e riconoscere quando esiste un motivo tangibile per metterlo in discussione, ma come dice sempre il famoso Ricky Gervais, se si dovessero eliminare tutti i libri di ogni religione, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti diversi, mentre se si dovessero eliminare tutti i libri di scienza, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti con gli stessi risultati, poiché essa è basata su prove concrete e per scegliere se fidarsi o meno, basta studiarle.

Lucia Beltrame, 5 BC