DISABILITA’

Sono sempre rimasta incuriosita dalle protesi ortopediche ed è forse proprio questo mio interesse, insieme alla passione innata per automazione e robotica, che mi ha spinto a intraprende il percorso di studi che seguo tutt’ora.

Unendo questo mio lato prettamente scientifico all’amore per la danza è quindi intuitivo capire come io rimanga ammaliata di fronte a un corpo che includa qualcosa di così lontano dalla vita come una protesi di plastica e metallo.

Ma sorvolando su questa “deviazione professionale”, non credo di essermi mai soffermata a riflettere sul significato di disabilità.

Sono molte le persone che sostengono di non riuscire a pensare a una persona portatrice di handicap senza provare pena; molti che, incontrando un individuo affetto da una menomazione fisica, psichica o sensoriale, bisbigliano “poverino”.

Ma perché sottolineare una disabilità, conseguenza di una patologia o di un incidente, come se fosse quasi una colpa?

É forse in campo sportivo che il contrasto tra problema fisico e abilità motoria si fa più lampante.

Si dice che nonostante alcuni disabili riescano effettivamente a primeggiare nello sport, essi siano solo una piccola parte e che siano molte, invece, le persone con handicap che vedono nelle Paralimpiadi un sogno irrealizzabile.

Ma, a ben vedere, quante persone normodotate sperano effettivamente di partecipare alle Olimpiadi? Quante persone normodotate, nonostante non abbiano alcun impedimento fisico, non praticano sport?

Chi ha il pane non ha i denti”: sono molti i normodotati che, per un motivo o per l’altro, sentono di aver fallito in qualche modo. Che nonostante abbiano “tutto” a propria disposizione, manchi loro qualcosa.

Alle Paralimpiadi, tutto questo non si avverte.

Chi ha assistito a questi giochi sostiene di aver avvertito un’atmosfera indescrivibile, di fibrillazione continua, di emozione unica. Ed è il pubblico (normodotato) a percepire l’onda dell’entusiasmo, gli sportivi (disabili) a causarla.

È come se il pubblico si risvegliasse; come se vedesse che, si è rialzato con slancio, chi poteva avere una vera scusa per abbattersi, superando qualsiasi limite immaginabile.

Quel “poverino” non esiste più.

Ma forse l’atmosfera delle Paralimpiadi, totalmente diversa dalla sua gemella normodotata, risiede proprio nella sua nascita: Ludwig Guttmann, neurochirurgo britannico, organizzò una competizione sportiva nel 1948 per veterani della Seconda Guerra Mondiale con danni alla colonna vertebrale o varie menomazioni, dopo aver notato che lo sport aveva effetti incoraggianti sul recupero dei pazienti. La competizione riscosse un successo enorme, diventando famosa come I giochi di Stoke Mandeville, la cittadina che li ospitava.

Nel 1958 il medico italiano Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro, propose di disputare l’edizione del 1960 a Roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato la XVII Olimpiade. I Giochi di Stoke Mandeville vennero riconosciuti come I Giochi paralimpici estivi nel 1984, quando il Comitato Olimpico Internazionale approvò la denominazione.

Ho avuto la prova dell’unicità di questi giochi quando durante le ultime Olimpiadi, quelle di Rio 2016, mi sono ritrovata a seguire le Paralimpiadi in tv. Non mento se dico che non ricordo nulla delle gare dei normodotati, ma ricordo perfettamente alcuni atleti paralimpici, su tutte Assunta Legnante, che riuscì a farmi seguire una disciplina che ho sempre snobbato come il getto del peso. Vedere fantini come Ferdinando Acerbi

o Sara Morganti, privati almeno parzialmente dell’uso degli arti inferiori, è stata davvero un’emozione unica.

Senza saperlo, tifavo per un’Italia che gli italiani stessi non conoscono. Un’Italia orgogliosa e felice nonostante sia senza gambe, senza braccia o non ci veda. Un orgoglio che l’Italia normodotata spesso sente invece di non meritare.

Roberta Basile 5 DLS