UN NATALE MOLTO PARTICOLARE

Sta per finire il 2020, un anno che probabilmente rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti noi.

E’ quasi Natale, e sono iniziate da poco le tanto agognate vacanze; ma ognuno nel suo piccolo sa che questa non sarà una festa come le altre. La pandemia continua ad incutere paura, e le restrizioni per questo periodo sono aumentate in prevenzione di ulteriori contagi.

I pochi giorni di semi-libertà, che ci sono stati consentiti, sono serviti per dare un saluto alle persone care ma troppo lontane, per fare le spese di alimenti, vestiti e regali. Sono stati un piccolo dono, uno sprazzo di normalità di cui avevamo bisogno. Ma sono finiti e ci aspetta un Natale rinchiusi nella zona rossa, che si vivrà immersi in uno sfondo di malinconia. Molti non potranno riunirsi alla famiglia e i pochi che avranno questa fortuna saranno però limitati ad un
paio di persone, secondo le regole dell’ultimo DPCM.

Tuttavia, anche se in solitudine, queste feste allontaneranno per qualche giorno i pensieri e le ansie del lavoro, della scuola, e forse anche della malattia.

Dal punto di vista degli studenti questi ultimi mesi di DAD non sono stati semplici e hanno portato molti di noi in una situazione di tensione e stanchezza; la voglia di studiare e la concentrazione diminuivano di giorno in giorno, ma le verifiche e le interrogazioni continuavano ad aumentare, costringendoci a notti insonni per avere almeno una sufficienza. Finalmente le vacanze sono arrivate e abbiamo quindici giorni per staccare la mente e prepararci agli ultimi voti del quadrimestre.

Queste sono riflessioni relative alla dimensione che mi appartiene, di cui posso parlare con sicurezza; ma non metto in dubbio che i professori fossero in difficoltà tanto quanto noi, se non di più, come d’altronde sarà stato per i nostri genitori, e per qualsiasi lavoratore. Tutti hanno dovuto fare dei sacrifici, più o meno grandi!

Con lo scopo di rendere questi giorni migliori, nelle case ogni cosa è stata preparata in modo da dare un senso di normalità, dall’albero addobbato, al presepe con la capanna e i pastori, e le decorazioni appese ovunque.  I regali saranno in minore quantità, ma gli unici a farci caso saranno i bambini: per gli altri l’unico dono desiderato nel profondo è il ritorno alla normalità e la
fine della pandemia.

Laura Girardi, 4DLS

NATALE 2020

Natale… Se ti dico “Natale” a cosa pensi? Le vetrine incorniciate da ghirlande colorate, il profumo di cioccolata che si mischia al freddo dell’inverno per le strade, i sorrisi dei bambini e le loro risa che si disperdono per le vie della città, il calore della stufa e l’affetto dei parenti.
Ora fermati, immagina: le serrande sono abbassate, i volti rimangono nascosti dietro a mascherine, la città si spegne silenziosamente alle 18, le persone, poche, si ritirano sommessamente nelle loro dimore.
Le luminarie delle abitazioni sono le uniche luci che si riflettono sull’asfalto bagnato di questo 23 dicembre 2020, è l’anti-vigilia.
Oggi, ultimo giorno di “libertà” fino a dopo le feste, penso a quanto sia triste tutto quello che stiamo vivendo: sogniamo di poter tornare alla normalità almeno in queste ore di tiepida convivialità, ma finiamo per isolarci nell’intimità delle nostre case, soli. Certo che il Covid ne ha portati di cambiamenti! Oggi piove, quella pioggia fine e fastidiosa che arriccia i capelli e sembra non bagnarti mai, e con lei scende lo spirito del Natale, ma scivola via in mille rigagnoli sul finestrino della macchina, triste.
Gli altri anni in questo periodo la gente impazziva di gioia, era nervosa per via dei regali da incartare e delle cene con gli amici, ma almeno era felice: tutti si impregnavano di quella lietezza iperattiva che concedeva anche ai più impegnati una tregua, uno spazio sicuro, inalienabile e quasi scontato.
Ora mi chiedo, cos’è andato storto? L’abbiamo accolto con ogni riverenza questo 2020; abbiamo brindato in auspicio di un anno colmo di soddisfazioni e gioia, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stato dolore e tristezza, reclusione e isolamento.
E come lo spieghiamo ai bambini che quest’anno Babbo Natale non può entrare in casa a lasciare i doni sotto l’albero perché non è un congiunto? È un amico però, quindi uno strappo alla regola lo si può fare.
Adesso che ci penso bene forse è meglio non rischiare: è passato già per troppe altre case, magari senza distanziamento, chissà… prevenire è meglio che curare.
Ad ogni modo, le campane della Novena echeggiano martellanti, serpeggiando fra le strade e ricordandoci che comunque, in qualche modo, il Natale non è ancora del tutto soffocato dietro alle mascherine chirurgiche e la speranza deve restare viva negli animi di tutti noi.
Nonostante le restrizioni, i vincoli e le imposizioni, un baluginio di normalità lampeggia in fondo al mio cuore: è Natale comunque, anche se non posso uscire con i miei amici e mi devo accontentare di una videochiamata; è Natale anche se sono banditi i cenoni a casa degli zii; è Natale anche se quest’anno dovrò rinunciare alla crema al mascarpone della nonna.
Allora, se ti dico “Natale” a cosa pensi?

Silvia Rizzardi, 4 DLS

Un Natale diverso

Tutti gli anni, quando si avvicina la sera del giorno di Natale, quindi dopo una lunga giornata di saluti, abbracci, abbuffate culinarie di vario genere, scambi di regali e soprattutto tanta compagnia e affetto, da parte di tutta la famiglia, perché ci si vede tutti ma proprio tutti, si prova un pochino di nostalgia…consapevoli che deve  trascorrere un intero anno prima che quel giorno speciale ritorni.

Purtroppo il 2020 ha portato con sè la pandemia di COVID, un’ ODISSEA che si è diffusa nel mondo e da cui l’Italia non è stata esclusa. Si sono vissuti mesi terribili, poi lentamente è arrivata l’estate e il peggio sembrava passato; è ricominciata la scuola e la vita sembrava poter riprendere i suoi consueti binari.

Poi, purtroppo, l’incubo è ritornato; sono riprese le restrizioni per arginare la diffusione del virus, l’Italia si è colorata di rosso, sinonimo di massimo pericolo. 

Ma non è possibile, il rosso è il colore di Natale! Grandi e bambini attendono con ansia quel simpatico nonno dalla barba candida e dal vestito rosso che porta calore, doni e serenità a tutti: come facciamo a temere il colore che scalda i cuori?

Io non mi voglio arrendere, adoro il Natale e tutto ciò che lo avvolge, quindi non ho intenzione di usare la coperta della paura. Sicuramente non mi permetto di disubbidire alle regole imposte a tutela della popolazione, ma nessuno mi può impedire di essere felice. La normalità delle mie feste non si cancella; ho addobbato albero e presepe nello stesso giorno degli anni scorsi, ho pensato a cosa regalare ai miei amici e a mio fratello, e ho anche deciso di cucinare qualcosa di speciale, un dolce ovviamente.

La mia classica tavolata di 14 persone fisicamente non si può fare? Nessun problema, la tecnologia mi viene in auto; dopo le video lezioni, si parte con la tavola on line e non saremo soli.

Certo il profumo delle crespelle con i  funghi della zia e dell’arrosto della nonna fatica a passare via cavo, ma non importa: ci siamo tutti in un modo nuovo, esserci è ciò che conta.

Fortunatamente lo scambio dei regali non subisce variazioni, nei giorni precedenti ci si vede o intravede perchè fra distanziamento e mascherina si fa fatica a riconoscersi, e così il pacchetto cambia mano e finisce sotto l’albero, pronto per la mattina di Natale.

Il Natale è fatto anche di abbracci e compagnia, mi mancherà sicuramente l’abbraccio tenero delle nonne e le ore trascorse a chiacchierare con le mie cugine, con la pancia piena sul divano della zia mentre i gatti si accoccolano sulle nostre gambe, e anche vedere i miei genitori tranquilli a parlare con fratelli e cognati, senza pensieri e orologi che dettano il tempo. 

Quest’anno abbiamo vissuto tante novità ed è risaputo che le novità spaventano perchè ci portano a vivere cose che non conosciamo, ma si può trovare il lato positivo in tutto questo periodo difficile e triste.  Forse la magia del Natale ci può aiutare a ritrovare la felicità, almeno per un giorno.

Chiara Bollani, 1 DLS

IL MIO NATALE

Ora che manca poco al Natale, penso a come sarà quel giorno, a come trascorrerò l’evento in casa e a cosa potrò fare per trascorrere il tempo.
Di solito a Natale, io e miei familiari organizziamo il “cenone” con i nostri parenti che poi si fermano e trascorrono insieme a noi anche il giorno successivo. Invece, per la prima volta nella mia vita, quest’anno non sarà così, per colpa del Covid.
Il Natale per me è la festività più bella perché, oltre ad avere un significato religioso legato alla ricorrenza della nascita di Gesù, rappresenta una delle pochissime occasioni in cui riusciamo a riunirci tutti in famiglia, visto che mia nonna, i miei zii e cugini abitano a Torino. Le circostanze per incontrarci sono veramente poche, anche se Torino non è così lontana, ma gli impegni lavorativi e familiari ci portano a vederci di rado. Perciò il Natale è molto importante per noi e, solo il pensiero di non poter rivedere i miei cari, mi rattrista.
Quest’anno sarà diverso, dovremo restare a casa da soli per contribuire a limitare i contagi e poter forse rientrare a scuola a gennaio. Non potrò nemmeno invitare degli amici per fare una partita a tombola, certo che sia la scelta giusta se vogliamo sconfiggere il Covid.

In questi giorni mi torna in mente un vecchio ricordo: da piccolino, chiesi a mia madre che cosa volesse come regalo di Natale e lei mi rispose che la salute era la cosa più importante e che sperava di ritrovarci tutti l’anno seguente. Io non capivo le sue parole e le dissi che non era un regalo vero.
Adesso, ripensandoci, credo che mia mamma avesse ragione, perché un Natale vissuto serenamente in famiglia vale molto più di mille regali; il 25 dicembre, guardando quelle sedie vuote a tavola, penserò al fatto che un tempo davo per scontato la presenza dei miei cari.
Perciò considero l’anno 2020 colmo di insegnamenti. Per un ragazzo come me, gli affetti familiari sono scontati e considerati con superficialità; solo nel momento in cui si perdono, ci si rende conto di quanto in realtà siano importanti.
A tal proposito, ho deciso che uno dei propositi per l’anno nuovo, valido per tutta la vita, sarà quello di cercare a tutti i costi di trascorrere il Natale tra amici e parenti, così da non percepire mai più quel vuoto dentro che sto provando ora.

Angelo Zarra, 1 DLS

Un Natale molto particolare

Il Natale è il giorno in cui gli italiani festeggiano, si ritrovano e si scambiano i regali.
Per noi cinesi, il Natale non esiste, è più simile al Capodanno cinese o alla festa di primavera, dove anche noi riuniamo le famiglie, festeggiamo con i parenti più stretti, e i bambini ricevono dagli adulti regali tanto desiderati o somme in denaro.
Il Capodanno è una delle più importanti e maggiormente sentite festività tradizionali e celebra per l’appunto l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese; inizia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio e finisce all’inizio di marzo.
Ma quest’anno la festa è particolare e molto meno allegra, perché la pandemia, iniziata a febbraio a causa del coronavirus, continua ad uccidere ancora molte persone; nonostante i suggerimenti dei governi di portare le mascherine, di non creare assembramenti, i malati continuano ad aumentare e stare a casa “isolati” è l’unica scelta che possiamo fare.
Alle persone che sono costrette a stare lontano dagli affetti, il non poter rivedere i parenti e stare in famiglia, provoca molta sofferenza e camminando per la città, nonostante le istituzioni stiano cercando, attraverso le illuminazioni, di ravvivare gli animi e la speranza, si capisce che non sarà una festa piena di allegria e felicità come negli anni passati.
Il 25 dicembre, alla mattina, mi sveglierò come al solito, mi accorgerò che è la festa di Natale, ma purtroppo con il virus i miei genitori mi impediranno di  uscire di casa, e poiché non abbiamo parenti a Pavia, non potrò invitare nemmeno gli amici e passare del tempo con loro, a giocare e a pranzare mangiando cibi deliziosi come è accaduto negli ultimi 4 anni da quando mi sono trasferito in Italia.

QinLe Chen, 1 DLS

“Natale a base di Covid”

Quest’anno, anche il il Natale, non sarà come negli anni passati.

Certo, l’atmosfera si sentirà, come il gelo che appanna i vetri delle finestre, il profumo dei  gustosi dolci fatti in casa, l’albero colmo di festoni e palline in salotto da ammirare la sera, come gli ultimi auguri degli insegnanti seguiti da un “ci vediamo a gennaio“ forse troppo speranzoso. 

Tutto ciò però, alla fine, è solo un contorno che accenderebbe le anime e scalderebbe  i cuori in casa con parenti e amici; ma se questi ultimi non ci sono, il Natale non è più così magico. 

A causa della pandemia da COVID-19 e l’aumento dei contagiati, siamo di nuovo costretti a separarci dalla quotidianità, dai nostri cari e dalle nostre amate festività. Ora del Natale, in cui poter trascorrere felicemente con i parenti (ormai quasi sconosciuti) il cenone del ventiquattro e il pranzo del venticinque, ci sarebbe stato davvero bisogno! Invece sarà difficile scambiare i regali con amici e familiari non conviventi , e non potremmo neanche assaporare lo spirito natalizio della folla tra le vie delle città colme di lucine e della caratteristica atmosfera rasserenante. 

Insomma, sarà un Natale all’insegna dell’austerità un po’ sgradevole e quasi da dimenticare. Ciò che dovremo fare in questo periodo è un grande sacrificio, ma essendo tutti sulla stessa “barca”, dobbiamo assolutamente convincerci che ne varrà la pena.

Sofia Garibaldi, 1 DLS

DISABILITA’

Sono sempre rimasta incuriosita dalle protesi ortopediche ed è forse proprio questo mio interesse, insieme alla passione innata per automazione e robotica, che mi ha spinto a intraprende il percorso di studi che seguo tutt’ora.

Unendo questo mio lato prettamente scientifico all’amore per la danza è quindi intuitivo capire come io rimanga ammaliata di fronte a un corpo che includa qualcosa di così lontano dalla vita come una protesi di plastica e metallo.

Ma sorvolando su questa “deviazione professionale”, non credo di essermi mai soffermata a riflettere sul significato di disabilità.

Sono molte le persone che sostengono di non riuscire a pensare a una persona portatrice di handicap senza provare pena; molti che, incontrando un individuo affetto da una menomazione fisica, psichica o sensoriale, bisbigliano “poverino”.

Ma perché sottolineare una disabilità, conseguenza di una patologia o di un incidente, come se fosse quasi una colpa?

É forse in campo sportivo che il contrasto tra problema fisico e abilità motoria si fa più lampante.

Si dice che nonostante alcuni disabili riescano effettivamente a primeggiare nello sport, essi siano solo una piccola parte e che siano molte, invece, le persone con handicap che vedono nelle Paralimpiadi un sogno irrealizzabile.

Ma, a ben vedere, quante persone normodotate sperano effettivamente di partecipare alle Olimpiadi? Quante persone normodotate, nonostante non abbiano alcun impedimento fisico, non praticano sport?

Chi ha il pane non ha i denti”: sono molti i normodotati che, per un motivo o per l’altro, sentono di aver fallito in qualche modo. Che nonostante abbiano “tutto” a propria disposizione, manchi loro qualcosa.

Alle Paralimpiadi, tutto questo non si avverte.

Chi ha assistito a questi giochi sostiene di aver avvertito un’atmosfera indescrivibile, di fibrillazione continua, di emozione unica. Ed è il pubblico (normodotato) a percepire l’onda dell’entusiasmo, gli sportivi (disabili) a causarla.

È come se il pubblico si risvegliasse; come se vedesse che, si è rialzato con slancio, chi poteva avere una vera scusa per abbattersi, superando qualsiasi limite immaginabile.

Quel “poverino” non esiste più.

Ma forse l’atmosfera delle Paralimpiadi, totalmente diversa dalla sua gemella normodotata, risiede proprio nella sua nascita: Ludwig Guttmann, neurochirurgo britannico, organizzò una competizione sportiva nel 1948 per veterani della Seconda Guerra Mondiale con danni alla colonna vertebrale o varie menomazioni, dopo aver notato che lo sport aveva effetti incoraggianti sul recupero dei pazienti. La competizione riscosse un successo enorme, diventando famosa come I giochi di Stoke Mandeville, la cittadina che li ospitava.

Nel 1958 il medico italiano Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro, propose di disputare l’edizione del 1960 a Roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato la XVII Olimpiade. I Giochi di Stoke Mandeville vennero riconosciuti come I Giochi paralimpici estivi nel 1984, quando il Comitato Olimpico Internazionale approvò la denominazione.

Ho avuto la prova dell’unicità di questi giochi quando durante le ultime Olimpiadi, quelle di Rio 2016, mi sono ritrovata a seguire le Paralimpiadi in tv. Non mento se dico che non ricordo nulla delle gare dei normodotati, ma ricordo perfettamente alcuni atleti paralimpici, su tutte Assunta Legnante, che riuscì a farmi seguire una disciplina che ho sempre snobbato come il getto del peso. Vedere fantini come Ferdinando Acerbi

o Sara Morganti, privati almeno parzialmente dell’uso degli arti inferiori, è stata davvero un’emozione unica.

Senza saperlo, tifavo per un’Italia che gli italiani stessi non conoscono. Un’Italia orgogliosa e felice nonostante sia senza gambe, senza braccia o non ci veda. Un orgoglio che l’Italia normodotata spesso sente invece di non meritare.

Roberta Basile 5 DLS

Trump e Biden, lo scontro continua

È ufficiale, le chiavi della Casa Bianca verrano consegnate a Joe Biden che, con ben 306 voti a suo favore (contro i 232 trumpiani), è eletto nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Qualcuno tuttavia sembra non voler accettare la sconfitta… Donald Trump, ex-presidente repubblicano, è determinato, non cede e tantomeno molla la presa sul titolo che ormai, dopo 4 lunghi anni, è costretto ad abbandonare.

Così la politica americana pare bipartirsi: da un lato Biden, sicuro e del tutto deciso della legittimità della sua elezione, avanza i suoi primi progetti al pubblico; dall’altro, Trump, il viso contratto in una smorfia di disapprovazione, insiste sull’esigenza di uno scrutinio delle urne più accurato, minuzioso, limpido e senza “trucchetti”… insomma, non si può certo dire che il fair play sia il suo forte.

Per assecondare comunque le richieste di Donald e dimostrargli l’attendibilità dei risultati delle elezioni, stati come Pennsylvania, Georgia, Michigan, Nevada e Wisconsin hanno rimesso in gioco le carte, ma nuovamente (e forse anche definitivamente) la vittoria di Biden e i relativi voti sono parsi schiaccianti, Trump deve arrendersi e mettersi da parte una volta per tutte.

Giocato questo Jolly, Trump ha però deciso di sfoderare un secondo bonus, un po’ bizzarro, ovvero quello di chiedere ai governatori repubblicani e ai parlamenti locali di non ufficializzare i risultati emersi dallo scrutinio delle urne: pietrificati nel limbo, questi ultimi sono in condizioni tali da temere eventuali rappresaglie dell’ex-presidente… una situazione delicata che gioca a sfavore dei democratici, che si muovono in sottofondo, nelle retrovie in secondo piano, perché la scena è ancora tutta di Donald Trump, e i riflettori puntano ancora su di lui.

Una cosa è certa, avendo ormai più e più volte ricevuto un riscontro negativo alle sue ipotesi, Trump deve rassegnarsi, mettersi il cuore in pace abbandonando definitivamente l’ambizione di Presidente 2020/2024.

In ogni caso, l’insoddisfatto ex-presidente non svanirà del tutto dal panorama politico americano, bensì rivestirà ancora con tutta probabilità cariche influenti, perpetrando questa sorta di “guerriglia” verso Biden. Le piste in cui si snoda la sua campagna sono fondamentalmente tre: la prima è quella dei ricorsi in tribunale per opporsi ai risultati (fino ad ora dimostratasi pressoché inefficace); la seconda, già precedentemente citata, è il pressing sui parlamentari repubblicani; la terza ed ultima, ma non meno importante, è la martellante campagna di disinformazione (ove Trump accusa “Voti illegali per ribaltare il risultato”)  che attua, senza fornire dati che sostengano il suo punto di vista.

Tuttavia, nonostante questa massiva opera anti-democratica che sfiora l’inverosimile, Trump sembra ormai essere “più fuori che dentro”: usate tutte le chance a sua disposizione, nessun riscontro ottenuto, il presidente in carriera cederà a breve, definitivamente, la scena a Biden, pronto a far conoscere all’America le iniziative della nuova presidenza blu.

                                                           Silvia Rizzardi 4 DLS, ITIS CARDANO

Guerriglia tra i seggi

03 Novembre 2020

Mancano ormai poche ore al termine del cosiddetto election day, il giorno in cui gli Stati Uniti, il paese con maggiore peso politico ed economico mondialmente parlando, deciderà chi mettere alla sua guida per i successivi quattro anni.

La videoconferenza del 26 Ottobre tenuta dalle giornaliste Marilisa Palumbo e Viviana Mazza del Corriere della Sera è stata  esplicativa riguardo agli sforzi dei due candidati durante la  lunga e travagliata campagna elettorale.

La sfida tra i due politici, Joe Biden, democratico ed ex vicepresidente di Obama, e Donald Trump, il suo sfidante repubblicano già alla Casa Bianca da un mandato, è molto accesa su entrambi i fronti, e gli sfidanti hanno cercato, ognuno a modo suo, di portare dalla loro parte più elettori

La pandemia di Covid di certo non ha facilitato le cose, limitando i comizi e impedendo molti dei confronti in diretta tv tipici della campagna americana; Trump da parte sua ha fatto in modo di tenerli ugualmente, venendo contagiato lui stesso e dovendo fermarsi per alcuni giorni, fremendo di impazienza fino al giorno in cui è stato finalmente dichiarato guarito. Per questo motivo, e non solo, molti americani reputano nelle sue scelte una scarsa considerazione della pandemia, con danni osservabili da tutti noi nei numeri che il suo stato ha raggiunto in termine di contagiati; nonostante questo però è evidente che è quello con più carattere tra i due, che ha sfidato il virus faccia a faccia senza timore.

Anche nella campagna via web il candidato repubblicano è stato molto attivo, scrivendo anche più di un post al giorno su twitter, con frequenza e intensità variabile, ma con messaggi provocatori o talvolta offensivi rivolti al suo rivale o direttamente agli americani.

Il Covid19 non ha influenzato solo l’opinione pubblica e la campagna elettorale, ma anche la modalità stessa di voto: circa 40 milioni di cittadini hanno votato per posta settimane fa, seppur questo metodo sia molto contestato da Trump perché secondo la sua opinione i voti potrebbero essere con maggiore probabilità contraffatti: è proprio a causa di questa sua diffidenza che probabilmente Biden riceverà la maggioranza dei voti postali.

Parlando di statistiche, per ora il preferito è proprio Biden, ma come dimostrato 4 anni fa tutto può cambiare all’ultimo; infatti Trump punta sui cosiddetti “grandi elettori” negli Stati chiave che gli hanno permesso nel 2016 di sedere dove è ora; e chissà, magari lo porteranno alla ribalta anche in questa occasione.

 

5 novembre 2020

Le elezioni

Il 3 Novembre è finalmente arrivato il fatidico election day, e passerà ancora più di una settimana prima che tutti i voti vengano conteggiati; ma alla fine il risultato è eccezionale, perché l’America con un’affluenza del 70%, ha raggiunto il suo record dopo circa un secolo.

I sondaggi avevano previsto la vittoria da parte di Biden, che si è verificata, ma non è stata schiacciante come si era pensato; infatti ha vinto con poco più del 50%, rivelando errate le previsioni precedenti che avevano dato per scontato una sconfitta macroscopica di Trump.

Ma i sondaggi non potevano essere precisi, perché per molti fattori la gente avrebbe potuto mentire dicendo di essere dalla parte di Biden; uno dei tanti motivi potrebbe essere l’impopolarità del presidente in carica dovuta ai suoi comportamenti e alle sue scelte poco condivise sulla gestione del Coronavirus e sul movimento Black lives matter. Con le sue mosse astute è riuscito a trasformare i due argomenti,  lontani dalla scena politica, nel centro della sua lotta: ma questo non è andato a suo favore perché la sua noncuranza specialmente nei confronti del virus, con apparizioni pubbliche troppo appariscenti senza mascherina hanno abbassato la sua credibilità.

Anche per le cause sopracitate è stato etichettato da tutti come esuberante e incoerente, capace di essere a capo di una nazione ma non di compiere le scelte giuste per la sicurezza dei cittadini singoli.

Dalla parte opposta invece, troviamo Biden, un uomo posato che emana calma, esattamente l’opposto di Trump; quello che gli americani stavano cercando.

Da quando i risultati sono stati resi pubblici però Trump non si è ancora dato per vinto, non riconoscendo la presidenza al suo sfidante e accusandolo di brogli, con parole false e contraddittorie, e chiedendo il riconteggio in vari stati, ad esempio in Pennsylvania e in Nevada, promettendo in cambio prove che non sono altro che accuse già smentite o poco rilevanti.

Trump non ha intenzione di cedere, anche se ormai tutto si sta procedendo verso la fine della sua permanenza alla Casa Bianca.  Tutto avrà fine il 20 Gennaio 2021, quando in mancanza delle prove sui brogli elettorali, Biden sarà ufficialmente il nuovo presidente.

                                                                  Laura Girardi 4 DLS, ITIS Cardano

Scuola e pandemia

Capisci di trovarti in un altro mondo quando senti che a Firenze sono state riaperte le buchette del vino, inventate durante l’epidemia di peste del Seicento per poter vendere Vernaccia senza pericolo di contagi Quando scopri che i mezzi di trasporto vengono disinfettati così come, durante gli anni della spagnola, sui bus di Londra veniva spruzzato spray anti-influenzale.
Quando realizzi che il tuo quinto anno di scuola superiore forse lo dovrai svolgere quasi per intero attraverso un computer, come un astronauta che saluta i propri cari dalla stazione spaziale.  Mai avrei pensato che l’ultima parte del liceo l’avrei passata tra uno studio matto e disperatissimo e l’attesa di un successivo Dpcm.

A un lettore del presente è inutile spiegare perchè la nostra quotidianità sia stata sconvolta fino a questo punto. A un lettore del futuro dico solo una parola: Covid-19. Si tratta, caro lettore del futuro, di un’epidemia che sembra aver avuto origine in Cina, per poi diffondersi nel resto del mondo. Ora ci troviamo a novembre 2020 e la pandemia è iniziata, più o meno,  a febbraio di quest’anno. Siamo rimasti in lockdown per due mesi, da marzo a maggio, e, se quest’estate il virus sembrava aver lasciato l’Italia, ora pare voler prendere la rincorsa per tornare con devastante potenza.

Abbiamo avuto un periodo di tregua, quindi, che ci ha fatti  dimenticare  totalmente i mesi di reclusione, gli ospedali pieni, i camion di morti (sì, caro lettore, i camion) e ci siamo rilassati, da bravi italiani in vacanza, dimenticando in parte anche gli obblighi che avremmo dovuto rispettare. A questo punto, penso ti sorga spontanea una domanda: ma non è un po’ un controsenso andare in vacanza dopo un lockdown anti contagio? Spiagge, feste, beach volley, calcetto, amici, fidanzati, abbracci, baci: non è un po’ l’esatto contrario della casta e antisettica segregazione che tanto sbandieriamo di aver patito? Ma cosa vuoi, caro lettore? Tu non l’hai vissuta. Non sai com’è stato rimanere due mesi (una vita!) in casa, sopportare ventiquattro ore su ventiquattro le nostre famiglie senza mai poter scappare dai nostri amici. Bè, sì, avevamo i cellulari. E televisione, PlayStation, giochi da tavolo, libri, riviste, sudoku, uncinetto, mandala e origami. Magari qualcuno ha persino disseppellito una preistorica Wii. Ma non puoi comprendere, caro lettore, la vera noia. L’essere in casa, con un intero mondo alla tua portata, e non saper decidere se fare un pisolino o guardare Uomini e Donne.

È la NOIA ad averci distrutti.
E’ quindi ovvio che, dopo aver sopportato due mesi di cotanto strazio, dopo l’apertura delle gabbie, la gente si sia buttata tra le braccia di sconosciuti pur di sentire un po’ di contatto umano, che siano sorte feste illegali e che nelle discoteche le mascherine servissero per tenere insieme i trucchi nella borsetta. Ma tanto, a noi adolescenti cosa importa? A noi, il Covid, non tocca. Noi baldi giovani dalle saluti ferree, noi semidei discesi direttamente dal Valhalla, siamo praticamente immuni.

Ora, caro lettore, ti chiederai se io sia impazzita. Io ti dico che in realtà è molta la gente che ha pensato così quest’estate. E visto che a settembre i casi di positivi al virus non sembravano poi così tanti in rapporto a quanti se n’erano prospettati dopo una tale fuga, altrettanti erano quelli che sostenevano che il virus si fosse definitivamente dimenticato dell’Italia. In realtà la curva dei contagi ha iniziato ad alzarsi in modo più significativo verso ottobre ed è per questo che ora, dopo soli due mesi di didattica in presenza, mi ritrovo a dover affrontare il mio ultimo anno in DaD, ovvero in Didattica a Distanza.
La quinta, quella che dovrebbe essere passata con i compagni, ogni giorno più vicini perchè conosci che mancano solo otto mesi prima dei saluti finali.

Quella iniziata con l’ansia della maturità e non con la paura di mesi ignoti e di un giugno che sembra volerci nascondere, gelosamente e fino all’ultimo, le modalità per il conseguimento del diploma. 

Un diploma che ormai, più che segnare la fine di una corsa, sembra il traguardo di un triathlon: isolamento, didattica a distanza, monotonia.
Io non ho rimpianti su ciò che ho fatto quest’estate, caro lettore, come credo nessuno, perchè ognuno pensa di aver agito in buona fede. Sono solo curiosa di sapere come questa pandemia viene ricordata nel tuo periodo.
Qui, ad agosto, era l’epidemia del “non ce n’è Coviddi”.
Le conclusioni le puoi trarre da te.

Roberta Basile 5 DLS