Mascherine e Ambiente

Le mascherine sono dannose per l’ambiente?

La risposta alla domanda è sì, ma vale solo per quelle non correttamente smaltite

Negli ultimi mesi quando il nostro pianeta sembrava si stesse riprendendo durante la quarantena, che ha fatto diminuire smog e inquinamento dell’aria, è sopraggiunto un nuovo problema: l’utilizzo di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione ha peggiorato l’inquinamento da plastica.

Le mascherine sono fondamentali da quando l’emergenza Coronavirus ha stravolto le nostre vite. L’impatto ambientale che hanno, però, viene spesso ignorato: le mascherine sono realizzate in poliestere e polipropilene (materiali altamente inquinanti), proprio per questo motivo quelle non smaltite correttamente, buttate in strada o in mare o in depositi illegali, circolano in natura per 450 anni.

Un fatto recente ha inoltre sollevato e testimoniato il problema che molti negavano. Una donna canadese su Facebook ha pubblicato tre foto che mostrano un uccello con una mascherina chirurgica impigliata tra becco e ala. Infatti le mascherine gettate a terra o in mare non solo causano un aumento dell’inquinamento, ma creano problemi anche per l’ecosistema: l’uccellino è un esempio di animali vittime delle mascherine. Nel mare capita più frequentemente che animali, come pesci o tartarughe, restino imprigionati dai laccetti, che provocano il loro soffocamento. Per quanto riguarda gli animali di taglia più grande è probabile  addirittura che si cibino di queste mascherine e muoiano per intossicazione.

In base ai dati raccolti dal WWF, se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e disperso in natura, questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, per un totale di oltre 40 mila chilogrammi di plastica.

In Italia si ha una produzione giornaliera di rifiuti da mascherine pari a circa 410 tonnellate, con un valore medio previsto per la fine del 2020 di 100.000 tonnellate; la produzione di rifiuti da guanti sino a fine anno sarà di un valore medio di 200.000 tonnellate.

Anche se molte persone, famose e non, sui social-media hanno sensibilizzato e sensibilizzano le persone, al fine di ridurre le mascherine presenti in ambiente e non accumularne di altre, nessuno sembra aver pensato a una vera soluzione del problema, come una raccolta apposita.

Diverse associazioni a tutela dell’ambiente hanno realizzato campagne aperte a tutta la popolazione utili a proporre e a ricordare quali siano i comportamenti giusti per evitare la dispersione di guanti e mascherine a danno dell’ambiente e, in particolare, del mare e il suo ecosistema.

Alcune norme sono: gettare le mascherine e i guanti nell’indifferenziato e non buttarli a terra, scegliere di acquistare mascherine riutilizzabili e lavabili, ormai ampiamente in commercio, e lavarsi più spesso le mani anziché continuare a cambiare i guanti. Possono essere azioni semplici, ma di grande aiuto per gli ecosistemi.

Il passo successivo per ridurre ulteriormente il danno ambientale è la sostituzione delle mascherine classiche con mascherine biodegradabili. Molte aziende si sono adoperate per la produzione di queste ultime creando mascherine in carta: quattro strati di carta a secco in grado di filtrare polveri, fumo e aerosol che possono danneggiare la salute; MASKEEN a doppio strato di tessuto in cotone e filo in cotone, totalmente riciclabili; D3CO, fatte al 100% con cotone naturale; AirX, in cui il primo strato della mascherina è composto da un filato di caffè e il secondo da un filtro biodegradabile realizzato usando caffè e la nanotecnologia d’argento; infine, la mascherina realizzata con biopolimeri in glutine di frumento.
Questi e altri accorgimenti, legati soprattutto ad un uso responsabile di quanto ci serve per proteggerci, ci aiuteranno sicuramente ad affrontare meglio il problema e a contenerne i danni.

                                                 Francesca Buscato 2DLS, Itis Cardano

 

 

 

Covid-19  Vs  Ambiente

Ci si domanda sempre più spesso se sarà il Covid-19 o l’uomo a condannare il futuro del nostro pianeta.

Fino a pochi mesi fa le mascherine si potevano vedere solo in qualche film, in serie televisive o sul volto di medici e pazienti con patologie gravi. Poi, nella nostra vita, è entrato un microrganismo sconosciuto, imprevedibile e molto aggressivo che ci ha completamente cambiato l’esistenza fino a negarci la normalità della nostra giornata: ci ha tolto la scuola, lo sport, gli amici e anche il volto.

Ecco che nella  quotidianità della vita di tutti  è entrato questo dispositivo che, a oggi, è l’unico aiuto che abbiamo per rallentare la diffusione del virus. Inizialmente le mascherine erano diventate un accessorio, una parte del nostro abbigliamento, create anche da stilisti di moda; poi ci si è accorti che la loro funzione era un’altra, dovevano proteggerci seriamente ed ecco che le mascherine chirurgiche, introvabili e molto costose all’inizio della pandemia, sono diventate una parte di noi. Sono talmente importanti che, quotidianamente, ne vengono distribuite a migliaia ogni giorno nelle scuole, negli uffici, negli ospedali…Prima a causa della paura, ora per obbligo, le mascherine devono essere utilizzate sempre. Se da un lato la mascherina chirurgica ci tutela, questo DPI (dispositivo di protezione individuale) deve essere smaltito come rifiuto speciale, non differenziabile.

La mascherina ha un alto impatto ambientale: sia per la sua produzione che per  il suo smaltimento rappresenta un serio problema.

Attualmente non sono molte in Italia le aziende che producono le mascherine; il più delle volte i produttori le acquistano dalla Cina pertanto le navi container, per consegnare il carico, compiono viaggi di migliaia di chilometri e si è compreso che queste navi, a causa del carburante utilizzato, sono fonte di inquinamento al mondo.

Le mascherine che dobbiamo indossare sono composte da tre strati di tessuto non tessuto in fibra sintetica di polipropilene; il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile e non ha nulla di naturale nella sua composizione. Questo rifiuto non potrebbe essere smaltito se non attraverso inceneritori; essendo il petrolio e i suoi derivati il materiale prevalente di cui sono composte, sarebbe opportuno non  sprecarle ma rigenerarle. Occorrerebbe però una sanificazione e questo comporterebbe un elevato costo.

Se tutte le mascherine usate venissero bruciate, verrebbero immesse nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica che andrebbero ad aggiungersi  a quelle già immesse per produrle e trasportarle.

Quando alla difficoltà di smaltire correttamente questo materiale si aggiunge anche l’inciviltà, il problema diventa veramente serio. Le mascherine chirurgiche si trovano  a decine abbandonate sui marciapiedi, nei parcheggi, sulle aiuole, sulle spiagge… questi dispositivi  stanno diventando uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. L’ecosistema marino è l’ambiente che sta pagando maggiormente l’inciviltà dell’uomo. Oltre all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, stiamo entrando in un altro rischio sanitario perché le mascherine usate e abbandonate nell’ambiente sono potenzialmente infette e rischiano di contagiare chiunque, per sbaglio, ne venisse a contatto.

Le mascherine ci fanno sentire protetti e questo ha un costo sia economico che ambientale. Dobbiamo essere consapevoli che ogni gesto sbagliato potrebbe rendere vana la fatica che la maggior parte di noi sta facendo.

                                                               Filippo Moro   2DLS, Itis Cardano

 

 

Le mascherine: un’arma a doppio taglio!

In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale è argomento all’attenzione dell’opinione pubblica, l’inquinamento generato dai guanti e dalle mascherine è sempre più allarmante.

Lo smaltimento dei dispositivi di protezione individuale rischia di diventare la prossima emergenza, passata la paura del virus. Ci sono parecchie indicazioni relative allo smaltimento delle mascherine nella loro interezza. Poco o nulla, invece, si dice sullo smaltimento degli elastici o dei legacci annodati alle mascherine che rappresentano uno dei rischi maggiori per la fauna selvatica, nel caso in cui il dispositivo di protezione dovesse finire nell’ambiente. Zampe, ali, becco o collo di un animale possono, infatti, restare incastrati o, viceversa, essere involontariamente ingeriti. Quindi, per un corretto smaltimento, bisogna per prima cosa tagliare gli elastici o i legacci annodati e gettarli nel giusto cestino, poi si deve gettare la mascherina tra i rifiuti indifferenziati. Le mascherine sono uno strumento estremamente utile per la nostra salute, ma non servono alla natura; mai gettarli nell’ambiente perché possono diffondere il virus, inquinare e deturpare il paesaggio e danneggiare i nostri animali.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha lanciato la campagna #Buttalibene per diffondere e sensibilizzare al corretto smaltimento delle mascherine.

Purtroppo, alcune persone dopo aver usato mascherine e guanti non li smaltiscono correttamente e li abbandonano dove capita, per strada, nei giardini e persino nei boschi, in campagna e in mare, ignorando che questi dispositivi, che sono stati così utili per la nostra salute, alla natura invece non servono.

Guanti e mascherine di protezione, una volta usati, vanno sempre gettati nella raccolta indifferenziata, preferibilmente in un sacchetto chiuso.

Dobbiamo seguire queste indicazioni e rispettarle per il nostro futuro e per il bene del nostro pianeta. È un impegno che chiunque è in grado di assumersi perché è veramente facile e non ci costa nulla. Il pianeta ha bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo essere pronti a darglielo.

Sono certo che i nostri sforzi saranno ricompensati!!!!

                                                      Federico Ghida 2DLS, Itis Cardano

 

 

Si torna a scuola

L’anno scolastico che stiamo vivendo è molto diverso da quelli passati e, in un modo o nell’altro, sta cambiando la vita di ognuno di noi.

A settembre sembrava quasi che tutto fosse tornato alla normalità, le scuole si erano  organizzate per tentare di limitare al minimo i contagi, alternando didattica a distanza e in presenza, creando percorsi definiti all’interno dell’istituto e rendendo disponibili a tutti  mascherine e gel igienizzante.

Era una situazione complicata, ma non impossibile: alternare settimanalmente la DAD portava ad un accumulo delle verifiche nei giorni in presenza e, di conseguenza, concentrava impegni e prove. Il ritmo era piuttosto faticoso da mantenere, soprattutto a livello di concentrazione, ma sicuramente le attività didattiche erano ben organizzate e procedevano.

E’ stato bello rivedere i compagni dopo molto tempo, ma tra gli studenti imperava un’atmosfera tesa: chi più e chi meno, tutti avevano un costante timore del contagio; rispettavano le norme in vigore, disinfettando le mani e indossando bene la mascherine, guardando con diffidenza e richiamando chi non si preoccupava di questi dettagli.

All’inizio l’aria per respirare sembrava mancare all’interno dei veli delle mascherine chirurgiche, ma dopo poco tempo ci si è abituati e quasi non si notava più.

Intanto il clima diventava più rigido con l’inoltrarsi dell’autunno, e i minuti concessi alle finestre aperte diminuivano sempre più, per evitare raffreddori fraintendibili che avrebbero potuto mettere in quarantena l’intera classe.

Molti studenti avevano avuto fin dall’inizio il presentimento che il rientro a scuola fosse pericoloso, perché il calo di contagi era legato ad un minore spostamento delle persone nel lockdown di primavera, ma erano comunque speranzosi e avevano fiducia nei provvedimenti presi per la riapertura.

Nonostante ormai la speranza di rimanere nelle aule sia svanita dopo l’ultimo DPCM, non si può dare la colpa alle scuole, almeno non direttamente. I contagi, a mio parere, sono avvenuti per la scarsa considerazione data ai trasporti che, mantenendo alta la capienza e non aggiungendo nuove corse, hanno portato ad un sovraffollamento, che se prima del COVID era appena sopportabile, di questi tempi è diventato proprio inammissibile.

Appare ormai ovvio a tutti che a scuola non si tornerà a breve, almeno fino a che il numero dei contagi e l’indice Rt non mostreranno una sensibile calo o che non si riesca a giungere a una svolta nella realizzazione e distribuzione di un vaccino efficace e sicuro.

Laura Girardi, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

Mi risulta molto difficile parlare del mio ritorno alla realtà scolastica, in quanto per me la Scuola si è fermata a quel lontano febbraio del 2020. Il presunto ritorno avvenuto a settembre 2020 mi ha sconvolto più di quanto pensassi; già ero a conoscenza delle linee guida di sicurezza da seguire, come ad esempio la mascherina, il metro di distanza o l’assidua igienizzazione delle mani; ma non mi sarei mai aspettata avessero un impatto così negativo su di me.

Il fatto che più mi ha segnato è stato l’incontro con i miei compagni. Per mesi li avevo osservati tramite uno schermo, ma rivederli per la prima volta con il volto rubato dalla mascherina mi ha scossa.

Senza dubbio seguire le lezioni in presenza risulta più semplice ed immediato, ma davvero vogliamo ridurre la scuola solo alla dimensione didattica?

La scuola va oltre l’insegnamento della matematica, della storia o dell’inglese, è un luogo dove ci si forma come persone, si impara a relazionarsi e ad accedere alla società. Ma come si può far tutto questo a un metro di distanza? So che dovremo abituarci al distanziamento, ma io davvero fatico a farlo: pensare che questa sia la realtà in cui dovrò vivere (o sopravvivere) nei prossimi mesi, mi devasta. evitare la diffusione del Covid-19, ancora una volta questo nostro nemico invisibile ci sta sopraffacendo. Dunque siamo di nuovo a casa, a ricreare l’aula scolastica fra un divano e un fornello.

Mi rende furiosa pensare quanto questo virus mi stia rubando, l’ansia prima di un’interrogazione, esser ripresa dall’insegnante per aver scambiato qualche parola con la compagna di banco, l’attesa dell’intervallo per poter raccontare qualche aneddoto agli amici, svegliarsi al mattino alle 6 e lamentarsi tutto il giorno della stanchezza o del peso eccessivo dello zaino.

Invece ora ci si sveglia più tardi al mattino, si sceglie il maglioncino che si abbini meglio ai pantaloni del pigiama, si accende il computer e si fa finta che tutto sia normale, anche se di normale c’è ben poco.

In questi momenti così difficili, non si deve perdere la speranza. Solo il pensiero e il desiderio di ritornare alla vita pre-covid, mi dà la forza di reagire e di guardare oltre l’orizzonte.

                                                                         Anna Rancati, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

La scuola sembra in guerra. Una guerra senza soldati né armi…una guerra contro il Covid.

Un novellino arrivato l’inverno scorso che costringe milioni di persone, ogni giorno, ad indossare  mascherine come fossero armature d’acciaio per difendersi da un nemico invisibile.

E io mi sento sfortunato perché, proprio in questo anno travagliato, mi trovo ad affrontare la prima superiore. Mi viene da sorridere al solo pensiero di non conoscere veramente l’intero viso dei miei 23 compagni di classe perché il tanto atteso ritorno in classe, alla normalità, è durato quanto un soffio.

Siamo fragili,  in ogni momento ognuno di noi potrebbe essere contagiato o contagiare. Proprio per questo , per la seconda volta, siamo rinchiusi in casa  dietro una trincea. In attesa. E i giorni passano, senza entusiasmo e senza novità, stando incollati davanti a schermi di vetro e a tastiere elettroniche, ospiti nostro malgrado di un mondo incorporeo. Restiamo a casa, continuiamo a studiare con la dad.

Ad alcuni dei miei compagni la cosa piace. Ma svegliarsi un po’ più tardi la mattina, sorseggiare lentamente il latte caldo accoccolato sul divano  e non dover correre per prendere il pullman…non sono cose che fanno per me!

Sono un ragazzo intraprendente e socievole; mi manca il rapporto umano, quel sottile filo di connessione

che riusciva a costituirsi in classe, anche se tutti mascherati, in quelle brevi settimane di didattica in presenza.  Era straordinario, ma anche  impossibile da ricreare ora, a  chilometri di distanza uno dall’altro.

Non sono per nulla contento se penso ai corridoi deserti e alle aule vuote, aule in cui fino a poco tempo fa c’erano insegnanti che istruivano e ragazzi che ascoltavano.

La scuola unisce le persone, crea dibattiti e fa pensare; tutte attività possibili anche in dad. Ma osservare gli sguardi, interpretare l’irruenza o la dolcezza delle espressioni, percepire le emozioni autentiche, tutto questo rende insostituibile la lezione in presenza.

Nonostante la scuola ce l’abbia messa tutta, il virus l’ha momentaneamente sopraffatta: aule chiuse, computer accesi nelle case, contagi per ora in aumento.

Per questo mi fanno rabbia le persone che si permettono di andare in giro senza mascherina o che non rispettano le distanze. Quelli che, increduli e incuranti, ancora negano l’evidenza. A tutti ricordo: rispettiamo le norme, rendiamo la società odierna migliore.

Restiamo uniti!

                                                                                                                           Federico Maiocchi, 1 DLS – Itis Cardano