Just a normal day

Non pensavo fosse così tardi: ci sto impiegando una vita a fare colazione in questi ultimi giorni.

Vado di corsa davanti al pc e mi ricordo che oggi in programma c’è la riunione, yee.

Non le ho mai sopportate, un po’ per il capo, che non posso vedere, un po’ perchè sono inutili dato che non apro mai bocca e non si dice mai niente di importante. Non posso neanche nascondermi dietro la telecamera spenta perchè il mio adoratissimo boss controlla tutti e in continuazione.

Dopo la riunione, che dura ovviamente più del previsto, mi dedico al lavoro: riesco incredibilmente a portare a termine gran parte del mio programma giornaliero prima di pranzo e quando arriva l’una e un quarto non vedo l’ora di farmi un bel piatto di pasta.

Poi mi ricordo della pizza che ho impastato ieri sera, ma non mi sembra il caso di fare esperimenti nella mezz’ora di pausa pranzo che mi è concessa.

Alle cinque ho finito e posso finalmente rilassarmi un po’.

Devo andare a comprare un paio di cose in piazza, ma decido che passerò il resto della serata a panciollare sul divano.

Fortunatamente piove e posso indossare il giubbotto di pelle che avevo acquistato con tanta voglia di mostrarlo al mondo, per poi lasciarlo relegato nell’armadio.

Passando davanti allo specchio non posso fare a meno di notare il tubetto di mascara che mi osserva con nostalgia in ricordo dei tempi migliori. Qualcuno all’inizio avrebbe potuto pensare che, avendo mezzo viso coperto, l’altra metà sarebbe stata enfatizzata con un trucco più pesante del solito, ma la verità è che ormai uscire è un po’ come l’ora d’aria dei carcerati, che di certo non si mettono l’ombretto per raggiungere il cortile sotto la finestra della cella.

Sono sulla porta di casa che controllo la borsa, perché lo so, me lo sento di aver dimenticato qualcosa. Portafoglio, telefono, disinfettante. Trovo un rossetto che avevo perso a dicembre. Un signore del piano di sopra sta scendendo le scale e quando mi vede mi saluta: ha la mascherina a mo’ di proteggi barba da cuoco di mensa, con il nasone da Severus Piton che fa capolino sopra i baffi imprigionati.

Ecco cos’ho dimenticato; sarà che è il simbolo di questo periodo, ma io me la dimentico sempre. Tutto il mio entusiasmo per il giubbotto di pelle finisce proprio quando faccio passare i cordini della mascherina dietro le orecchie: ora sembro un easy rider con la passione per la medicina.

Esco e mi dirigo verso la farmacia.

Ovviamente, lungo la strada smette di piovere ed esce un sole fantastico che mi fa grondare di sudore sotto al maledetto giubbotto, che sono costretta a tenere in mano.

Arrivo, mi metto in fila.

Non so se sono l’unica, ma ogni volta ho il dubbio di non aver rispettato il metro di distanza e mi vien voglia di allungare il braccio per prendere le misure; poi cerco di darmi un contegno e non lo faccio, nonostante la mia reputazione sia rimasta sul balcone quando ho cantato Volare con i vicini di casa.

Esatto, il motivo per cui nel mio quartiere non si fanno più flash mob sono proprio io.

Quando arriva il mio turno, la commessa mi guarda insistentemente e allora suppongo sia una sorta di saluto, quindi sorrido senza ricordarmi che con la mascherina non fa alcuna differenza e che anche lei starà pensando che la stia fissando. Prendo quello che mi serve, poi vedo che sul bancone ci sono alcuni flaconi di antistaminici per l’allergia e mi ricordo solo ora che ho quasi finito i miei a casa. Allungo una mano, la commessa se ne accorge subito e squilla un -NO!-, come se non fossi dall’altra parte del bancone ma fuori in strada.

-Non ha i guanti… Prendo io.

Già, è vero.

Quando afferra la scatola mi accorgo che neanche lei li sta indossando, allora le lancio uno sguardo di sfida, a cui rispondono due occhi allarmati.

-Ho disinfettato le mani un minuto fa- risponde un po’ agitata.

Ammiro i fogli appesi agli scaffali con il perentorio NON TOCCARE! che non avevo visto entrando. Sembra di stare agli Uffizi, in un certo senso, solo che al posto della Primavera del Botticelli c’è la Fexallegra.

Esco soddisfatta e vado al supermercato, dove ovviamente c’è una fila interminabile tipo trenino di Capodanno che fa la serpentina tra le macchine del parcheggio.

Sono in coda da quaranta minuti. Davanti a me c’è solo una persona.

Guardo l’ora e prego che non decidano di chiudere proprio quando tocca a me, ma improvvisamente compare il ragazzo con la pistola per la temperatura: ci avvisa che possono entrare tre persone e allora sì, capisco di aver conosciuto cos’è la felicità, anche se quando mi dice che ho ben 35,6 gradi di febbre inizio a pensare di essere entrata in ipotermia.

Cerco di comprare tutto quello che mi serve, ma lo so che domani sarò di nuovo qui perché ho dimenticato qualcosa di stupido ma basilare, tipo la carta igienica.

Raggiungo la cassa, dove la commessa sembra riconoscermi (non ci siamo mai viste fuori da questo contesto, ma credo che lei mi consideri il suo padre confessore) e inizia a raccontarmi delle sue vacanze andate in fumo, di un’estate che si prospettava perfetta e che ora non sa neanche se potrà definirsi tale.

Data l’angoscia che la cara cassiera mi sta facendo salire, pago in fretta e scappo.

Quando torno a casa sono felice: ora posso godermi la mia serata di relax.

Non ho voglia di accendere il forno, quindi mi faccio una bistecca per cena; un altro giorno di lievitazione alla pizza farà solo bene.

Preparo il divano per vedere un film che avevo puntato da una vita, la mia tisana che si presuppone essere depurativa sul tavolino di fronte. Mentre si raffredda un po’ ne approfitto per andare in bagno.

Esatto.

Ho dimenticato la carta igienica.

                             Roberta Basile,
4 DLS, ITIS Cardano

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