Quotidianità – la nuova prospettiva imposta dal covid 19

In questo periodo molto complicato siamo costretti all’interno delle mura domestiche per evitare che i contagi a causa del virus aumentino. Ora come ora ricordo con malinconia i momenti passati in compagnia dei miei cari e dei miei amici. Nonostante le abitudini del quotidiano possano molto spesso sembrare banali e in certi casi monotone, hanno costituito sino ad ora il nostro regolare ritmo di vita. È proprio in situazioni particolari come queste che si ricerca la normalità, quella normalità che prima molto spesso annoiava ma solo ora si capisce che era inconsapevole fonte di felicità.  Come la siepe di Leopardi, anche le mura domestiche invitano a pensare, a fantasticare su quanto e su chi ci sia oltre, sulle  giornate vissute in compagnia degli amici. Solo guardando attraverso la finestra si capisce che ogni punto vicino alla propria abitazione è stato lo scenario di un momento particolare oppure in un momento riporta alla “solita”, fantastica e vecchia quotidianità. Prima dell’emergenza, guardando dalla finestra, si osservava solamente il paesaggio quasi per abitudine o per trovare tranquillità, mentre ora si vede che la piazza situata davanti alla propria dimora era il luogo in cui si prendeva il pullman per poi recarsi a scuola, oppure spazio di ritrovo con gli amici. Tutti i pensieri e le azioni riconducono a una vita normale e dunque segnano in modo particolare cambiando completamente il punto di vista delle cose. Si capisce solo ora la vera importanza delle “piccole cose”.

Altro aspetto che spaventa è il fatto che questo virus possa colpire una persona cara o semplicemente che si conosce. Sentendo diverse notizie, si  comprende che questa fase, molto lentamente, sta migliorando; però, nonostante ciò, si è sempre pervasi da pensieri negativi i quali purtroppo in alcune persone hanno causato profondi crolli emotivi.

In questo frangente, molte volte ho avuto l’occasione di pensare a fondo su ciò che accade. Penso sia tutto così surreale perché mai credevo che questo virus si potesse diffondere in Occidente, soprattutto in Europa. Abbiamo visto in televisione innumerevoli guerre, eventi catastrofici e terrificanti, ma comunque sempre lontani da noi, in parti del mondo distanti dalla nostra fragilissima “isola” felice. Poi tutto d’un tratto capita qualcosa che sconvolge la nostra vita, resetta ogni cosa e riporta tutti sullo stesso piano, ridimensionando l’uomo a un fragilissimo piccolo essere. Anche le relazioni e la comunicazione, in questa situazione si sono totalmente ridimensionate. Ne è un esempio concreto la scuola. Il fatto di partecipare a lezioni on line è un aspetto positivo che dimostra organizzazione; però, nonostante ciò, è possibile percepire il cambiamento radicale rispetto alla normalità. L’aspetto particolare è quello di non venire a diretto contatto con l’insegnante oppure con i compagni. Non si provano infatti le stesse emozioni vissute nel momento di un’interrogazione o verifica, ma  emozioni alterate dalla distanza. A scuola c’era l’opportunità di incontrare un gran numero di persone e così interagire con molti, facendo nuove amicizie. Tuttavia anche l’attività scolastica è influenzata da questa nuova metodologia di studio. Si possono infatti riscontrare diverse problematiche: dalla difficoltà di connettersi alle piattaforme a causa della linea internet a quella di apprendimento della lezione. Inoltre questa pandemia ha causato, e causerà, diverse problematiche in ambito economico che creano ulteriore ansia e insicurezza nelle persone, timorose di  quello che succederà in un futuro prossimo.

L’emergenza Covid mi inquieta e mi disturba. Mi ha insegnato però ad apprezzare la normalità, per niente scontata, alla quale non abbiamo mai dato troppa importanza e a capire che molte delle cose e attività che prima ci sembravano indispensabili, siano in realtà passate subito, in men che non si dica, nella lista “non di prima necessità”.

                                                                                                      Carolina Palladini,
2DLS, ITIS Cardano

Il mondo al tempo della quarantena

È da ormai più di due mesi che il mondo si trova in questa quarantena forzata, un evento che verrà probabilmente ricordato da tutti come la maggiore privazione di libertà dai tempi della seconda guerra mondiale. Parlando in via più personale, posso affermare che sono almeno due mesi che sono confinato all’interno delle mura casalinghe, poiché sono entrato in contatto con il virus quando ancora non era stato classificato pandemia e di conseguenza sono stato obbligato alla quarantena forzata ben prima del resto della popolazione.  Inizialmente ho preso la situazione quasi come una benedizione, insomma potevo stare a casa mia e diminuire notevolmente le ore scolastiche, era praticamente una vacanza. I problemi sono iniziati a manifestarsi dalla seconda settimana, quando ho iniziato a finire le cose da fare. Fino a quel momento non avevo mai avuto così tanto tempo libero e pensavo che avrei passato la quarantena rilassandomi e dedicandomi  a me stesso. Ma più il tempo passava più mi rendevo conto di quanto non avessi mai effettivamente quantificato il mio tempo libero ideale, e mi sono ritrovato così ad avere ore ed ore in cui non avevo la più pallida idea di cosa fare; più il tempo passava più finivo le idee e si allungavano i tempi morti.  Ho iniziato inoltre ad accorgermi che la mia salute mentale stava calando, ero diventato completamente intrattabile, tendevo a rinchiudermi in me stesso e  a pensare pressoché al niente. Inoltre ho iniziato a perdere gradualmente l’interesse verso qualsiasi cosa fino ad arrivare ad avere la percezione di intere giornate da riempire. Mi sono chiesto quanto sarebbe potuta andare avanti la quarantena e, più pensavo alle conseguenze che avrebbe avuto sulla nostra vita, più mi deprimevo, i contatti con le persone mi rendevano isterico e l’unica cosa che volevo era il silenzio.  Inoltre la convivenza forzata solo con i miei familiari me li aveva resi insopportabili al punto che ho deciso di rinchiudermi in camera e restare da solo in completo silenzio per due giorni.  Ho spento tutti i dispositivi elettronici e mi sono messo a pensare, sapevo che l’unica cosa che potevo fare era ragionare da solo per poter prendere coscienza del fatto che tutto ciò che stava e sta accadendo è reale e accettare le conseguenze che questo porterà nella mia e nella vita di tutti.

Passati questi due giorni, sono riuscito a riprendere la ragione; continuo a non trovare interesse per nulla, ma cerco di adattarmi e di aiutare in casa facendo piccoli lavoretti nel tentativo di trovare un senso. Mi manca la semplicità di un ambiente scolastico, nel quale l’essere circondati da persone ci rende indifferenti e silenzia le domande e i pensieri che ci tormentano; mi manca avere una routine che, per quanto sia noiosa, mi rende me stesso. Trovo che questa mancata libertà fisica mi porti ad un’apertura mentale e di pensiero fin troppo ampia che mi spinge a ragionamenti sui quali una persona non dovrebbe neanche avere la possibilità di interpellarsi perché troppo complicati o remoti. La reclusione nella nostra dimora porta quindi sì ad un riflessione ed ad una completa immersione nei nostri pensieri; ma la persistenza di questo sentimento diventa fin troppo grande da gestire.

Così ad una persona come me inizia a mancare la semplicità con la quale la nostra routine giornaliera ci preclude questo tipo di pensiero, costringendoci a rimanere immersi nella società reale e  proteggendoci  da pensieri  talmente profondi che in realtà ci spaventano.

                                                                                              Alessandro Protti,
2DLS, ITIS Cardano