Pensieri, parole, opere e omissioni

Il pensiero “ai tempi del Coronavirus”.

Tralasciando la parte introduttiva riguardante il perché siamo in questa situazione, ed il perché le nostre libertà personali siano state calpestate così velocemente (com’è facile), cercherò di concentrarmi subito sulle mie, ma penso proprio della gran parte di noi, reazioni ed impressioni. La parola “quarantena” è in realtà la versione veneta della parola “quarantina”, questo perché i veneziani già nel corso del Medioevo intuirono i meccanismi di propagazione delle malattie, e per questo, in tempo di pestilenza, l’ equipaggio di ogni nave che entrava nella laguna era soggetto ad un periodo di isolamento di circa quaranta giorni. La nostra quarantena non è certo paragonabile a quella di quegli uomini, in un’epoca con scarse conoscenze mediche, poche se non nulle norme sanitarie, e malattie tanto letali quanto incurabili. A noi, semplicemente, vien chiesto di stare in casa, insieme a tutti gli agi che il  mondo ci offre. Sfortunatamente, la modernità ci ha anche imposto ritmi serrati, in uno stile di vita dove orari e routine sono persistenti ed onnipresenti. L’esperienza del lavoratore del trovarsi a casa, con tutto il tempo libero, per quanto facilmente sempre desiderato, può senza troppi indugi trasformarsi in un baratro di noia ed angoscia, quest’ultima senza dubbio alimentata dalla presenza continuata dell’argomento pandemia su ogni notiziario, ma anche su molti programmi solitamente non destinati alla divulgazione di informazioni. E come se non bastasse, il capitalismo è riuscito a marciarci a braccetto, trasformando gli annunci pubblicitari dalla tipica forma “Comprate questo prodotto” alla formula “Il Paese è forte, comprate questo prodotto”.  Troviamo perfino aziende che pubblicizzano l’aver fatto qualche donazione, il che a me personalmente provoca ilarità, poiché si tratta di donazioni  che spesso  faticano a  superare l’ammontare speso per l’acquisto dello spazio pubblicitario televisivo (in primis sulle grandi reti). Inoltre da ormai settimane, su quasi ogni rete, persistono annunci che ricordano a tutti noi le norme sanitarie di base, le tanto decantate “misure di contenimento”, accompagnate da un fastidiosissimo motivetto a volume rialzato che pare fatto apposta per innervosire. Per tornare alla tanto famosa siepe leopardiana e al suo significato figurato, tengo a sottolineare quanto io, stufo dell’argomento, abbia smesso da tempo di pensare alla nostra situazione o a quel che v’era prima (nemmeno fossimo fanti in trincea, quelli sono i medici, secondo diversi media che hanno preso la parola “trincea” tanto a cuore…) o a quel che sarà dopo. Anche perché, probabilmente, il “dopo” sarà così graduale da sembrare impercettibile, e da farci quindi quasi pensare che l’allerta non sia mai finita. Posso dire di aver preso questo periodo di isolamento come routine, e devo essere onesto, non ho quasi mai avuto il tempo di annoiarmi, grazie ai nostri professori così accorti nel darci un carico di lavoro di tutto rispetto, e, naturalmente, delle “care” lezioni online. Da non trascurare il fatto che nella mia famiglia lavorano ancora tutti e per tutto il giorno (rientrano nelle professioni di servizio essenziale) e ciò è senza dubbio positivo dal momento che pare  la convivenza di più persone nello stesso luogo senza interruzioni e per lungo tempo porti alla pazzia… Avendo altresì affermato di essere arrivato quasi a ignorare la mia situazione, sul piano emotivo sono invece piuttosto attivo, se così si può dire, considerando che sono “arenato” in uno stato di apatia e di quasi rassegnazione, sterile d’ogni entusiasmo, cosciente di come noi tutti ci stiamo avviando in un futuro piuttosto buio di crisi economica e sociale, come del resto avviene da sempre nei luoghi colpiti dalle epidemie. Non mi resta quindi che attenermi a ciò che lo Stato ordina di fare, sperando che questa scomoda situazione “spiri” al più presto.

                                                                                            Leonardo Poncina,
2 DLS, ITIS Cardano

… ED È BELLO RESTARE QUI

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, così recitava Giacomo Leopardi nella lirica “L’infinito”, in cui la siepe sollecitava l’io lirico a fantasticare e rappresentava una barriera con il mondo esterno capace di attivare la mente, valicando i confini dello spazio. In questo momento molto particolare siamo costretti all’interno delle mura domestiche per intere giornate, mura che ricordano la siepe di Leopardi.

Nella sua poesia, Leopardi allude alla siepe come a una barriera, ma al tempo stesso a un incentivo per fantasticare, per andare oltre la realtà. In molti nello stesso momento in cui io sto scrivendo staranno pensando alle loro vite, staranno viaggiando nei ricordi, staranno guardando fuori dalla finestra ammirando la libertà che si trova proprio di fronte a loro ma che non possono raggiungere, una libertà che non pensavano di avere fino a quando non gli è stata tolta a forza. E adesso mi chiedo solo “Perché?”. Perché è successo tutto questo? Perché sono chiusa in casa mia a fissare i miei pensieri e non posso uscire? Perché siamo arrivati a questo punto in cui il solo metter piede fuori dalle abitazioni è un pericolo?

E arrivo solo a una conclusione: è colpa nostra e dei nostri interessi. Fino a qualche mese fa, eravamo tutti ammassati in una piazza o protestavamo lungo le strade delle città più grandi per l’inquinamento e per il riscaldamento globale e ora, invece, per colpa di un essere microscopico siamo tutti segregati in casa con la paura di uscire dalle mura della nostra “fortezza”.  Questo virus è stato scoperto più di un mese prima di quanto non sia stato in realtà rivelato, ma il governo cinese non ha voluto dire o fare nulla perché avrebbe intaccato l’economia e ha dato così al virus la possibilità di riprodursi ed espandersi anche negli altri Stati e continenti. Le autorità italiane hanno comunicato ai cittadini di rispettare alcune norme per la sicurezza sanitaria e di evitare di uscire di casa… tuttavia molti cosa hanno fatto? Hanno cominciato a uscire più di prima, con la giustificazione di avere il diritto a girare per le strade liberamente, senza preoccuparsi di tutto ciò che era stato detto. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze, chi più e chi meno, dolorose. C’è gente in questo momento che sta pensando di essere sfortunata a dover rimanere chiusa in casa tutto il giorno e che si starà lamentando di quanto brutta e noiosa sia la sua vita e poi c’è chi, chiuso in una stanza di ospedale, magari anche attaccato a un respiratore, non può nemmeno dire un misero “ciao” ai familiari, che sperano soltanto che continui a combattere e che non finisca come tanti altri in un furgone militare diretto verso un forno crematorio.

Io penso di essere fortunata, ovviamente come ogni essere umano è ammissibile che qualche volta mi lamenti o che mi arrabbi, magari per qualche dispetto di mio fratello o per l’equazione che non mi esce mai corretta, ma cerco sempre di pensare che qualcuno, in questo mondo, in questo Stato, in questo piccolo paesino in cui mi ritrovo, sia sempre più sfortunato di me e che abbia maggior diritto di lamentarsi di quanto ne abbia io.

Questa mia riflessione mi porta a pensare alle mura di casa mia come la siepe che Leopardi considerava un incentivo per fantasticare. Ma io non posso. Non posso vedere queste pareti come un ammasso di rami e foglie. Non posso immaginare che oltre questa barriera ci sia un mondo che in realtà non esiste. Mi basta solo affacciarmi alla finestra e osservare le strade vuote oppure accendere la televisione e vedere immagini di soldati in guerra, di bambini che soffrono la fame, di persone ricoverate in ospedale per colpa di questo maledetto virus, per ricordarmi in che mondo vivo. Magari posso sembrare pessimista o senza immaginazione, ma è questa la realtà dei fatti e noi non possiamo cambiarla. Ovviamente, come tutti i ragazzi della mia età, anch’io mi sento oppressa dalla situazione, mi sento come chiusa in gabbia e l’unica cosa che vorrei fare è quella di aprire la porta e volare via come i merli che dalla mia finestra vedo sfrecciare liberi nel cielo. La situazione in casa inoltre non è delle migliori, con i miei fratelli che disturbano ogni due per tre, perché non sanno cosa fare durante le loro giornate, oppure con mia madre che vedo poco, se non qualche ora a pranzo e alla sera tardi, per via del suo lavoro. Tutto questo mi rende molto triste e spesso penso a come potrebbe essere la vita in un altro mondo, dove non esistono le malattie, i virus, il riscaldamento globale, la fame, le guerre, i pensieri negativi e malvagi. Un mondo che sia pieno di felicità e allegria, dove tutti sono uniti.

Questi giorni però non sono solo dominati da tragedie e terrore. Ci sono giornate riempite dai bei momenti in famiglia,  con una grigliata tutti insieme o un’avvincente partita a monopoli, o da cose comuni ma che riempiono il cuore, come fare una videochiamata con gli amici, leggere un libro con il vento che entra dalla finestra, viaggiando in mondi fantastici che nemmeno Leopardi con la sua siepe poteva raggiungere, oppure ancora guardare una serie televisiva dopo un’altra, rimanendo sveglio l’intera notte e ritrovandosi il mattino dopo con due occhiaie che farebbero spavento a chiunque. È per questi piccoli momenti speciali che io sono felice di essere qui e non da un’altra parte, di rimanere a casa e non di uscire a bighellonare, di vivere in questo mondo e non di crearmene uno perfetto nella mia testa, che sarebbe  noioso e non avrebbe valore. È per questo che sono felice della realtà in cui mi trovo.

                                                                                           Giulia Venco,
2^DLS , ITIS Cardano