Cocktail al Covid-19

Senz’altro questi tre mesi di quarantena mi hanno dato tempo per pensare. Dopo novanta giorni di una nuova ma anche incerta routine, alcuni tratti di me e del mio carattere hanno iniziato a delinearsi nella mia mente.

Ora c’è una parte della sottoscritta che sembra commentare: «Oh guarda, una giovane donna che inizia a capire i suoi interessi!» e poi c’è l’altra parte di me, quella grezza e che ama fare i lavori manuali, che risponde «Ma che donna e donna! E’ la noia della quarantena che gioca brutti scherzi!».

Insomma, nonostante il delirio che ho visto in tante persone e la confusione dei decreti che invadono le nostre case via televisione, radio e web, ho preso delle dignitose distanze da ciò che accadeva, vedendo la situazione come totalmente naturale. Ormai penso che tutti i miei compagni di classe e un buon 70% della gente che conosco mi veda come la ‘catastrofista’ di turno, che ama i film apocalittici e i libri distopici. Ma voglio guardare la situazione con un occhio più imparziale: non sono così distruttiva, è solo che ho un approccio ‘darwiniano’ verso la vita e alcune delle sue inevitabili conseguenze, quali l’estinzione dei dinosauri, le ere glaciali e il coronavirus.

Per farla breve, mi sembrano cose più che naturali e oneste da parte della Natura e a dirla tutta con questa specie di pensiero patriottico che si è installato nell’aria non mi ci trovo proprio. Non sono quel tipo di persona che canta l’inno dai balconi alle sette in punto o che appende lo striscione con scritto #ANDRA’TUTTOBENE e l’arcobaleno dipinto. Ad essere sincera questa cosa mi sembra un po’ sgarbata da parte mia, perché sappiamo tutti che la comunità è importante e dovremmo sostenerci l’un l’altro e così via, per questo di solito i miei commenti li tengo per me.

Ovviamente non pensando al bene della comunità la mia mente è stata riempita da altro.

Ho realizzato che in una situazione come questa sono due i modi in cui mi approccio.

Il primo mi vede cacciatrice di zombie che, con una squadra di sopravvissuti, se la cava egregiamente durante l’apocalisse, un po’ in stile ‘Zombieland’ (tra l’altro è un film divertente, da vedere se non vi impressionano viscere e cervelli spappolati). Ma questo virus non mi concede la possibilità di sperare in una bella apocalisse che decimerebbe l’umanità e ci leverebbe di torno dalla Terra almeno per un po’, cosa che le farebbe piacere sicuramente. Voglio dire, mi dispiace che le persone stiano male e che gli ospedali siano sovraccarichi e cose varie, ma proprio non ce la faccio a non vederla in una cornice più grande: i singoli non contano, si tratta solo della Terra e dell’umanità. E sì, mi piacerebbe moltissimo sopravvivere durante un’apocalisse perché significherebbe vivere ma con molta meno gente intorno. E poi sono appassionata di zombie, si sa.

Però poi realizzo che non sarei fisicamente in grado di farcela, dovrei essere più allenata e saper maneggiare un’arma. Quindi a questo punto mi faccio un appunto mentale segnando che dovrei iscrivermi a qualche corso di sopravvivenza e fare un’estate con gli scout, giusto per imparare l’essenziale. Non mi dispiacerebbe entrare nella comunità dei survivalisti. In fondo la teoria l’ho imparata, con tutti i film e gli articoli che ho letto ho in mente così tanti scenari diversi per un’apocalisse zombie che avrei l’imbarazzo della scelta.

Ma adesso passiamo al secondo approccio: quello naturalistico. Sarei un mix tra la protagonista femminile di Avatar e Katniss Everdeen di Hunger Games (altri film che consiglio di vedere). Mi piacerebbe vivere a stretto contatto con la natura e gli animali, fino a sentirmi parte di essi, quasi un ritorno alle origini dell’essere umano. Però sappiamo tutti che purtroppo non basta l’amore per la natura a farci sopravvivere in un bosco.

Servirebbero basi di caccia e pesca, sapersi costruire un rifugio, accendere un fuoco e soprattutto evitare di morire avvelenata o di ipotermia. E qua ritorno a scrivere il mio post-it mentale, a cui aggiungo di imparare a riconoscere le piante ed essere in grado di costruire una trappola a scatto.

Dunque, dopo aver riscoperto alcuni tratti del mio carattere, cosa che diciamo ha occupato almeno 60 giorni (contando che il primo mese non realizzavo ancora di essere a casa da scuola), ho iniziato a trasferirli nella mia vita con un approccio più realistico e indirizzato al futuro.

In questa situazione penso che più o meno tutti ci siamo ritrovati sorpresi e con la consapevolezza di dover trovare un modo per rialzarci, finito il caos post-coronavirus.

Per rendere l’idea di come l’ho vissuta io, uso una metafora: mi sono sentita come se qualcuno avesse preso uno shaker del bar e versato dentro questi tratti del mio carattere, senza trascurare le mie altre passioni e interessi, aggiunto qualche foglia di menta e un paio di cubetti di ghiaccio, shakerato tutto e versato in un bicchiere sul tavolo, con una cannuccia e un ombrellino di quelli che si mettono nei cocktail in spiaggia.

Ecco l’essenza di Livia poggiata sul tavolino di vetro, tutta tranquilla, a pensare ai fatti suoi e impegnata con la scuola e il resto. Finché il ragazzo che si sta buttando in piscina per sbaglio non urta il tavolino e rovescia il succo per terra. Diciamo che ‘per terra’ è uguale a ‘sulla vita’. Ora Livia si trova rovesciata sulla vita e deve cercare un modo intelligente per far sì che il suo carattere riesca a trovare una strada in mezzo alle mattonelle di terracotta ed arrivare fino all’aiuola, dove magari riuscirà a dare sostanze nutrienti al terreno e a far nascere una bella pianta. La pianta, tanto per intenderci, è uno stile di vita che rispetti il mio carattere e che soprattutto mi piaccia.

Ed è qui che entrano in gioco i pensieri sul futuro. Confrontiamoci col futuro prossimo, che essendo prossimo ha la priorità. E’ finito il lockdown. Si possono vedere anche le persone che non sono ‘congiunti’. Quindi possiamo ritornare ad avere una vita decente.

Ma quali sono le abitudini che manterrò? E a cosa avrò capito di poter rinunciare? Inizierò a fare cose nuove? Di abitudini in realtà non ne avevo di precise, all’infuori della routine scolastica e andare in maneggio una volta a settimana, ma finché non riprenderanno sul serio queste attività non ho vincoli. Invece ho capito di poter rinunciare ai luoghi comuni pensati per la società e ho intenzione di non conformarmi troppo in futuro, per rispettare me stessa e le mie preferenze. Non sono molto socievole, e non posso dire che aver rinunciato alla socialità in questo periodo sia stata fonte di particolare tristezza, perché in fondo stare in compagnia non è una componente così importante della mia vita. Preferisco stare con gli animali o per conto mio, e riguardo agli amici meglio pochi ma buoni.

Invece per le cose nuove vorrei imparare a cavarmela da sola con quello che mi offre la natura, imparare a riconoscere le piante commestibili e a fare trappole, chissà magari tornerà utile in futuro. Vorrei anche imparare a tirare decentemente con l’arco, una volta avevo iniziato un corso, ma avevo finito per abbandonarlo. E poi magari mi verranno altre cose in mente, essendo giovane e forte ho tutto il tempo che voglio per impararle.

Quest’estate non sarà molto movimentata, non penso che riusciremo a fare molte vacanze. Per cui i miei propositi sono questi: lavorare in maneggio e fare pratica con qualunque cosa sia utile imparare. E leggere un sacco di libri, anche se alla fine ritorno alle vecchie saghe rilette non so quante volte.

Ma quest’estate vorrei riuscire anche a fare un salto al mare, o almeno al lago, perché mi mancano le giornate estive con la sabbia sotto ai piedi e l’acqua a rinfrescarmi. A Pavia d’estate è sempre una sauna costellata di zanzare. Ma comunque vada, spero di divertirmi.

Mentre per la scuola devo dire la verità: non ho la più pallida idea di come sarà a settembre. Mi piacerebbe però trarre vantaggio dagli aiuti che la tecnologia ci offre, che in questo periodo sono stati così importanti, non solo durante il bisogno ma anche nella quotidianità, trovando metodi per rendere più divertente l’insegnamento.

Detto questo penso che mi dileguerò e tornerò a leggere Hunger Games per la terza volta, del quale lascio due citazioni che per me hanno un significato in questa situazione: “Ho passato tanto tempo ad assicurarmi di non sottovalutare i miei avversari che ho dimenticato quanto sia pericoloso sopravvalutarli” e “Possa la buona sorte essere sempre a vostro favore”.

                                                   Livia Ghiglia,
2 CLS, ITIS Cardano

Just a normal day

Non pensavo fosse così tardi: ci sto impiegando una vita a fare colazione in questi ultimi giorni.

Vado di corsa davanti al pc e mi ricordo che oggi in programma c’è la riunione, yee.

Non le ho mai sopportate, un po’ per il capo, che non posso vedere, un po’ perchè sono inutili dato che non apro mai bocca e non si dice mai niente di importante. Non posso neanche nascondermi dietro la telecamera spenta perchè il mio adoratissimo boss controlla tutti e in continuazione.

Dopo la riunione, che dura ovviamente più del previsto, mi dedico al lavoro: riesco incredibilmente a portare a termine gran parte del mio programma giornaliero prima di pranzo e quando arriva l’una e un quarto non vedo l’ora di farmi un bel piatto di pasta.

Poi mi ricordo della pizza che ho impastato ieri sera, ma non mi sembra il caso di fare esperimenti nella mezz’ora di pausa pranzo che mi è concessa.

Alle cinque ho finito e posso finalmente rilassarmi un po’.

Devo andare a comprare un paio di cose in piazza, ma decido che passerò il resto della serata a panciollare sul divano.

Fortunatamente piove e posso indossare il giubbotto di pelle che avevo acquistato con tanta voglia di mostrarlo al mondo, per poi lasciarlo relegato nell’armadio.

Passando davanti allo specchio non posso fare a meno di notare il tubetto di mascara che mi osserva con nostalgia in ricordo dei tempi migliori. Qualcuno all’inizio avrebbe potuto pensare che, avendo mezzo viso coperto, l’altra metà sarebbe stata enfatizzata con un trucco più pesante del solito, ma la verità è che ormai uscire è un po’ come l’ora d’aria dei carcerati, che di certo non si mettono l’ombretto per raggiungere il cortile sotto la finestra della cella.

Sono sulla porta di casa che controllo la borsa, perché lo so, me lo sento di aver dimenticato qualcosa. Portafoglio, telefono, disinfettante. Trovo un rossetto che avevo perso a dicembre. Un signore del piano di sopra sta scendendo le scale e quando mi vede mi saluta: ha la mascherina a mo’ di proteggi barba da cuoco di mensa, con il nasone da Severus Piton che fa capolino sopra i baffi imprigionati.

Ecco cos’ho dimenticato; sarà che è il simbolo di questo periodo, ma io me la dimentico sempre. Tutto il mio entusiasmo per il giubbotto di pelle finisce proprio quando faccio passare i cordini della mascherina dietro le orecchie: ora sembro un easy rider con la passione per la medicina.

Esco e mi dirigo verso la farmacia.

Ovviamente, lungo la strada smette di piovere ed esce un sole fantastico che mi fa grondare di sudore sotto al maledetto giubbotto, che sono costretta a tenere in mano.

Arrivo, mi metto in fila.

Non so se sono l’unica, ma ogni volta ho il dubbio di non aver rispettato il metro di distanza e mi vien voglia di allungare il braccio per prendere le misure; poi cerco di darmi un contegno e non lo faccio, nonostante la mia reputazione sia rimasta sul balcone quando ho cantato Volare con i vicini di casa.

Esatto, il motivo per cui nel mio quartiere non si fanno più flash mob sono proprio io.

Quando arriva il mio turno, la commessa mi guarda insistentemente e allora suppongo sia una sorta di saluto, quindi sorrido senza ricordarmi che con la mascherina non fa alcuna differenza e che anche lei starà pensando che la stia fissando. Prendo quello che mi serve, poi vedo che sul bancone ci sono alcuni flaconi di antistaminici per l’allergia e mi ricordo solo ora che ho quasi finito i miei a casa. Allungo una mano, la commessa se ne accorge subito e squilla un -NO!-, come se non fossi dall’altra parte del bancone ma fuori in strada.

-Non ha i guanti… Prendo io.

Già, è vero.

Quando afferra la scatola mi accorgo che neanche lei li sta indossando, allora le lancio uno sguardo di sfida, a cui rispondono due occhi allarmati.

-Ho disinfettato le mani un minuto fa- risponde un po’ agitata.

Ammiro i fogli appesi agli scaffali con il perentorio NON TOCCARE! che non avevo visto entrando. Sembra di stare agli Uffizi, in un certo senso, solo che al posto della Primavera del Botticelli c’è la Fexallegra.

Esco soddisfatta e vado al supermercato, dove ovviamente c’è una fila interminabile tipo trenino di Capodanno che fa la serpentina tra le macchine del parcheggio.

Sono in coda da quaranta minuti. Davanti a me c’è solo una persona.

Guardo l’ora e prego che non decidano di chiudere proprio quando tocca a me, ma improvvisamente compare il ragazzo con la pistola per la temperatura: ci avvisa che possono entrare tre persone e allora sì, capisco di aver conosciuto cos’è la felicità, anche se quando mi dice che ho ben 35,6 gradi di febbre inizio a pensare di essere entrata in ipotermia.

Cerco di comprare tutto quello che mi serve, ma lo so che domani sarò di nuovo qui perché ho dimenticato qualcosa di stupido ma basilare, tipo la carta igienica.

Raggiungo la cassa, dove la commessa sembra riconoscermi (non ci siamo mai viste fuori da questo contesto, ma credo che lei mi consideri il suo padre confessore) e inizia a raccontarmi delle sue vacanze andate in fumo, di un’estate che si prospettava perfetta e che ora non sa neanche se potrà definirsi tale.

Data l’angoscia che la cara cassiera mi sta facendo salire, pago in fretta e scappo.

Quando torno a casa sono felice: ora posso godermi la mia serata di relax.

Non ho voglia di accendere il forno, quindi mi faccio una bistecca per cena; un altro giorno di lievitazione alla pizza farà solo bene.

Preparo il divano per vedere un film che avevo puntato da una vita, la mia tisana che si presuppone essere depurativa sul tavolino di fronte. Mentre si raffredda un po’ ne approfitto per andare in bagno.

Esatto.

Ho dimenticato la carta igienica.

                             Roberta Basile,
4 DLS, ITIS Cardano

Questa è la Società che vogliamo?

Il Governo, attraverso un DPCM emanato in questi ultimi giorni, ha alleggerito alcune restrizioni imposte nelle precedenti settimane di lockdown, dovute al seguito della crisi epidemiologica “COVID 19 “ che sta interessando il nostro territorio.

Tale provvedimento prevede una parziale possibilità di intraprendere alcune uscite, sempre che tutto avvenga con  buon senso, che vengano rispettati il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano almeno utilizzate protezioni delle vie respiratorie

Nonostante queste restrizioni previste dalla Fase 2 siano fondamentali al fine di evitare il contagio e la diffusione del virus, le stesse non vengono rispettate e questo avviene in tutta Italia, dal Nord al Sud.

Le strade si riempiono ogni giorno di persone poco responsabili che non si fanno problemi a violare tutti i divieti; le persone escono maggiormente nelle ore serali sperando che i controlli effettuati dalle Forze dell’Ordine siano inferiori.

E’ assurdo! I controlli non andrebbero neanche fatti se ognuno di noi si comportasse in modo lecito e soprattutto etico.

Ma non esiste legge che possa impedire di far del male al prossimo…

Trovo che questo comportamento sia irresponsabile ed egoistico: tutti noi siamo stati privati della nostra libertà, abbiamo imparato una nuova vita, eliminando il più possibile i contatti umani diretti.

I virologi stanno dicendo a voce alta di porre attenzione, che se il contagio dovesse continuare la seconda ondata del virus sarebbe ancor più dura, più contagiati e   più decessi.

Dovremmo riflettere un attimo e pensare, non a noi che fortunatamente stiamo bene, ma a chi si trova in terapia intensiva,  a soffrire senza il conforto di alcun famigliare e a lottare sul filo sottile che ci lega alla vita.

Perché comportarsi così… a cosa serve…

Non riesco veramente a capire: sembra che le persone abbiano la necessità di infrangere le regole anche a discapito di un male comune.

Queste azioni ci dovranno far riflettere a lungo anche dopo la fine di quest’agonia: questa è la Società che vogliamo?

Una Società che non ha più valori. Il benessere ci ha portato a un cinismo globale: è triste pensare all’indifferenza ai sentimenti e a un essere umano privo di sensibilità.

Questo è ciò che penso e spero che nelle prossime settimane le persone usino più cervello e si attengano alle leggi dettate per contenere l’epidemia.

                                                                                   Nicolò Biagio Folisi,
2AI, ITIS Cardano

La passeggiata che sfida le regole

A seguito di un calo del numero di contagi e morti nel nostro Paese dovuti al Coronavirus, si è deciso dal 4 maggio di iniziare una seconda fase di ripresa fatta di restrizioni meno rigide e di alcune libertà in più, sempre però nel rispetto delle misure di sicurezza imposte. Non tutti i cittadini hanno colto questo piccolo, ma fondamentale dettaglio. Chi si gustava un aperitivo senza mascherina, decine e decine di persone a passeggiare sul lungomare senza mantenere le distanze di sicurezza… La voglia di tornare alla normalità c’è da parte di tutti, questo è chiaro, ma perché se da una parte ci sono persone costrette a rimanere in casa o a perdere il posto di lavoro o ancora peggio a stare a contatto tutti i giorni con persone contagiate, come i medici e gli infermieri, dall’altra parte ci sono persone a cui non importa di quello che sta passando il Paese?

La risposta è contenuta in un articolo di Lorenzo Marone sul quotidiano La Repubblica intitolato: “La passeggiata che sfida le regole”. Sono completamente d’accordo con quanto espresso dall’autore dell’articolo.

Sono d’accordo sul fatto che non serve l’esercito che ci impone di rimanere in casa: basta solo un po’ di senso di responsabilità, perché si può fare una passeggiata in campagna, si può andare a prendere una pizza o un gelato, ma con responsabilità usando dispositivi di protezione individuale o con la diffusa modalità d’asporto.

Sono d’accordo con il fatto che quello che sta succedendo, ma in generale la vita, va vissuto con più umiltà e meno presunzione, perché contro i problemi più grandi di noi bisogna limitarsi al rispetto di ciò che ci viene detto e consigliato di fare senza ritenersi intoccabili e immuni.

Sono d’accordo sul fatto che dobbiamo pensare a chi ogni giorno perde il lavoro a causa di questo problema, perché dobbiamo ritenerci fortunati a poter avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno grazie allo stipendio dei genitori che fortunatamente lavorano. Inoltre un pensiero va rivolto a chi fortunatamente ha il lavoro, ma questo lavoro consiste nel salvare vite perché se sfortunatamente veniamo a contatto con questo virus riusciamo ad uscirne grazie a loro.

Un mondo più umile, lento, rispettoso, che presta attenzione alle piccole cose e non che cerca di mettersi in mostra per apparire migliore: questo è quello che vuole l’autore  dell’articolo ed io come lui.

                         Magnani Mattia,
2AI, ITIS Cardano

Gli eroi siamo noi

Il 4 Maggio è iniziata la famosa “fase 2” e ovviamente per tutti noi è stata una fantastica notizia, perché si possono fare cose che prima erano vietate. Ad esempio, ora, si può uscire per fare attività sportiva, si possono andare a trovare i parenti e i propri fidanzati, ma la cosa più bella è che si può uscire di casa. Ovviamente quando si esce bisogna rispettare le distanze di sicurezza.

Il problema è che, iniziando la fase 2 , ci siamo dimenticati quello che è successo nei mesi scorsi, ci siamo dimenticati che siamo rimasti in casa più di due mesi. Non ci siamo accorti che solo rimanendo in casa si combatte il virus e non uscendo con gli amici o andando al bar.

Avevano detto che bisogna evitare i posti affollati e di usare la mascherina, ma appena usciti di casa, stranamente, ci scordiamo tutto .

Non riusciamo proprio a capire che se andiamo così nei luoghi pubblici aiutiamo il virus a diffondersi. Di conseguenza, vogliamo costrinderci a rimanere ancor più tempo in casa?

Domenica 10 maggio a Napoli c’era tantissima gente che era uscita a farsi una passeggiata non rispettando le regole, cioè non rispettava le distanze di sicurezza e non metteva la mascherina e inoltre c’era molta gente in bici senza mascherina.

Questa gente, purtroppo, non capisce che non rispettando le regole peggiora la situazione. Inoltre ci vanno di mezzo regioni non contagiate come il Molise, che non ha nessun positivo ma è costretta al lockdown con la conseguenza che falliscono molte imprese.

Il mio parere è semplice: noi siamo abituati ad avere tutto e a credere che le situazioni peggiori passino sempre. Purtroppo non è così e ne siamo consapevoli, ma vogliamo far finta che non sia così. Dobbiamo capire che in queste situazioni non ci sono “eroi” ma c’è solo gente che sta morendo. E se proprio c’è qualcuno che vuole fare l’eroe, stia a casa, almeno non peggiora la situazione.

Dobbiamo capire che gli eroi possiamo essere noi, ma non presi singolarmente, ma uniti tra di noi se  rimaniamo a casa e rispettiamo le regole del  Governo.

Fabio Piovan,
2AI, ITIS Cardano

Caro diario, parte seconda

Eccoci qua, caro amico. Ci ritroviamo nuovamente su questa scrivania per discutere del mio livello di sanità mentale, nonostante sia leggermente a senso unico come discussione, dato che continui a non esistere. Non ricordi? Ti avevo già inviato una lettera tempo fa, nella quale ti raccontavo di quanto questa stressante situazione mi stesse facendo impazzire. Ne è passato di tempo dall’ultima volta e sono cambiate molte cose. Innanzitutto mia sorella si è calmata. Ha finalmente capito che gli oggetti inanimati non sono propensi a tenere delle conversazioni con le persone. In compenso mia madre si è improvvisamente appassionata alle pulizie e ogni volta che ne ha l’occasione, brandisce il suo spolverino e lo passa su ogni atomo della casa. Ha persino ufficialmente decretato la domenica come giorno delle pulizie: scoccate le sette del mattino tutte le porte e le finestre si spalancano per far entrare uccellini dai colori sgargianti, scoiattoli saltellanti, topini sorridenti e, come se non bastasse, anche dei cervi; a questo punto pensi che possa spuntare Biancaneve fischiettando e invece vieni buttato giù dal letto dalle urla furiose di mia madre.

Non è l’unica ad essere sotto stress: lo siamo tutti (me compreso). Non vedo la luce del sole ormai da tre mesi e comincio a dubitare dell’esistenza di un ambiente esterno, nonostante abbia le testimonianze dei miei amici che dicono di essersi incontrati abbracciati e sbaciucchiati per bene … come se non ci fosse una pandemia globale in corso. Mi sa che sono rimasto l’unico adolescente sotto stress perché penso che la fase due sia stata tradotta come la soluzione ad ogni nostro problema. In futuro le cose potrebbero non cambiare. Ci potrebbero essere ancora l’isolamento, gli infetti, i morti: un contrattacco del virus (e la cosa non mi aggrada). È un po’ pessimista come punto di vista, me ne rendo conto, ma ciò non toglie che le possibilità che le cose peggiorino sono più alte di quelle che prevedono una soluzione o perlomeno un miglioramento. Questo ragionamento dovrebbe giustificare la mia grande prudenza riguardo all’uscire, per cui penso sia meglio rimanere a casa almeno fino alla fine della scuola. Per quest’estate ho un solo obiettivo: non avere debiti. Preferirei di gran lunga sorbirmi altri tre mesi in stato vegetativo sul divano pensando a quanto mi sto annoiando, che doverli passare su disequazioni e guerre tra feudi. Non ho parlato di viaggi aerei low cost improvvisati verso terre inesplorate come scommetto ti saresti aspettato, amico. Ho intenzione di vedere i miei amici, per quanto mi sarà possibile, e per il resto penso che passerò il mio tempo a scrivere a te o a una fidanzata immaginaria dedicandole canzoni (il che non sembrerebbe ridicolo se foste reali).

Difficilmente le persone si rendono conto dell’importanza del futuro e di quanto sia prezioso. Ricordo di aver sentito in radio una giornalista parlare della situazione attuale in Cina. Si era soffermata parecchio a parlare della scuola e dei provvedimenti che hanno preso a riguardo, in particolare dopo una domanda che le hanno proposto: perché sono ancora così restrittivi nonostante sia passato tutto questo tempo dall’inizio del loro lockdown? Rispose semplicemente dicendo che se avessimo la prospettiva di perdere il bene a noi più caro, faremmo di tutto per tenercelo stretto, a qualunque costo. Questa giornalista voleva sottolineare il fatto che in Cina hanno una visione diversa dalla nostra. Hanno passato un intero trentennio obbligati ad avere un solo figlio per famiglia per contrastare il sovrappopolamento e ora stanno difendendo ciò che considerano più importante: il futuro (e il futuro siamo noi, giusto?). Ammetto che sia un po’ presuntuoso pensare di valere così tanto, però scommetto che non ci hai mai pensato, amico mio. Tu conosci bene il paese in cui vivo e il tipo di persone che lo abitano. Tu sai bene quanto sia alto il valore di ciò che è concreto e quindi temporaneo. Il problema più grande (da quando ha cominciato a diffondersi il virus), è considerato la crisi economica. Ovviamente non ho intenzione di sottovalutare la cosa. Sono il primo a non voler finire a vivere per strada, ma vorrei provare a concentrarmi su un problema che forse dovrebbe essere maggiormente considerato. I soldi sono la rappresentazione di ciò per cui daremmo la vita qui in Italia: il benessere istantaneo. I figli, invece, simboleggiano il futuro; quello in cui proiettare le nostre speranze. Il punto è che penso che sarebbe saggio continuare ad andare a scuola senza andarci, perché nonostante sia consapevole del fatto che attraverso uno schermo passano meno informazioni, sono del tutto certo che un virus non ci passa proprio.

Per concludere, vorrei soffermarmi un’ultima volta sul futuro, che è come se non ci riguardasse: amico mio, scommetto che se anche esistessi non mi sapresti citare nemmeno una volta in cui il genere umano abbia reso prioritario altro, oltre ciò che soddisfa le comodità immediate. Penso proprio che questo sarebbe un buon momento per farci finalmente un pensierino.

Ora devo proprio andare amico, mia madre ha scoperto che si possono comprare i “kit per la casalinga perfetta” su internet. È meglio che vada a bloccarle la carta di credito se voglio evitare di ritrovarmi senza cena per il resto della vita. Sarebbe bello poterti dire “a presto”, ma preferirei non avere bisogno di scriverti ancora quindi addio, amico mio.

Marco Ghezzi,
2CLS, ITIS Cardano

Quotidianità – la nuova prospettiva imposta dal covid 19

In questo periodo molto complicato siamo costretti all’interno delle mura domestiche per evitare che i contagi a causa del virus aumentino. Ora come ora ricordo con malinconia i momenti passati in compagnia dei miei cari e dei miei amici. Nonostante le abitudini del quotidiano possano molto spesso sembrare banali e in certi casi monotone, hanno costituito sino ad ora il nostro regolare ritmo di vita. È proprio in situazioni particolari come queste che si ricerca la normalità, quella normalità che prima molto spesso annoiava ma solo ora si capisce che era inconsapevole fonte di felicità.  Come la siepe di Leopardi, anche le mura domestiche invitano a pensare, a fantasticare su quanto e su chi ci sia oltre, sulle  giornate vissute in compagnia degli amici. Solo guardando attraverso la finestra si capisce che ogni punto vicino alla propria abitazione è stato lo scenario di un momento particolare oppure in un momento riporta alla “solita”, fantastica e vecchia quotidianità. Prima dell’emergenza, guardando dalla finestra, si osservava solamente il paesaggio quasi per abitudine o per trovare tranquillità, mentre ora si vede che la piazza situata davanti alla propria dimora era il luogo in cui si prendeva il pullman per poi recarsi a scuola, oppure spazio di ritrovo con gli amici. Tutti i pensieri e le azioni riconducono a una vita normale e dunque segnano in modo particolare cambiando completamente il punto di vista delle cose. Si capisce solo ora la vera importanza delle “piccole cose”.

Altro aspetto che spaventa è il fatto che questo virus possa colpire una persona cara o semplicemente che si conosce. Sentendo diverse notizie, si  comprende che questa fase, molto lentamente, sta migliorando; però, nonostante ciò, si è sempre pervasi da pensieri negativi i quali purtroppo in alcune persone hanno causato profondi crolli emotivi.

In questo frangente, molte volte ho avuto l’occasione di pensare a fondo su ciò che accade. Penso sia tutto così surreale perché mai credevo che questo virus si potesse diffondere in Occidente, soprattutto in Europa. Abbiamo visto in televisione innumerevoli guerre, eventi catastrofici e terrificanti, ma comunque sempre lontani da noi, in parti del mondo distanti dalla nostra fragilissima “isola” felice. Poi tutto d’un tratto capita qualcosa che sconvolge la nostra vita, resetta ogni cosa e riporta tutti sullo stesso piano, ridimensionando l’uomo a un fragilissimo piccolo essere. Anche le relazioni e la comunicazione, in questa situazione si sono totalmente ridimensionate. Ne è un esempio concreto la scuola. Il fatto di partecipare a lezioni on line è un aspetto positivo che dimostra organizzazione; però, nonostante ciò, è possibile percepire il cambiamento radicale rispetto alla normalità. L’aspetto particolare è quello di non venire a diretto contatto con l’insegnante oppure con i compagni. Non si provano infatti le stesse emozioni vissute nel momento di un’interrogazione o verifica, ma  emozioni alterate dalla distanza. A scuola c’era l’opportunità di incontrare un gran numero di persone e così interagire con molti, facendo nuove amicizie. Tuttavia anche l’attività scolastica è influenzata da questa nuova metodologia di studio. Si possono infatti riscontrare diverse problematiche: dalla difficoltà di connettersi alle piattaforme a causa della linea internet a quella di apprendimento della lezione. Inoltre questa pandemia ha causato, e causerà, diverse problematiche in ambito economico che creano ulteriore ansia e insicurezza nelle persone, timorose di  quello che succederà in un futuro prossimo.

L’emergenza Covid mi inquieta e mi disturba. Mi ha insegnato però ad apprezzare la normalità, per niente scontata, alla quale non abbiamo mai dato troppa importanza e a capire che molte delle cose e attività che prima ci sembravano indispensabili, siano in realtà passate subito, in men che non si dica, nella lista “non di prima necessità”.

                                                                                                      Carolina Palladini,
2DLS, ITIS Cardano

Il mondo al tempo della quarantena

È da ormai più di due mesi che il mondo si trova in questa quarantena forzata, un evento che verrà probabilmente ricordato da tutti come la maggiore privazione di libertà dai tempi della seconda guerra mondiale. Parlando in via più personale, posso affermare che sono almeno due mesi che sono confinato all’interno delle mura casalinghe, poiché sono entrato in contatto con il virus quando ancora non era stato classificato pandemia e di conseguenza sono stato obbligato alla quarantena forzata ben prima del resto della popolazione.  Inizialmente ho preso la situazione quasi come una benedizione, insomma potevo stare a casa mia e diminuire notevolmente le ore scolastiche, era praticamente una vacanza. I problemi sono iniziati a manifestarsi dalla seconda settimana, quando ho iniziato a finire le cose da fare. Fino a quel momento non avevo mai avuto così tanto tempo libero e pensavo che avrei passato la quarantena rilassandomi e dedicandomi  a me stesso. Ma più il tempo passava più mi rendevo conto di quanto non avessi mai effettivamente quantificato il mio tempo libero ideale, e mi sono ritrovato così ad avere ore ed ore in cui non avevo la più pallida idea di cosa fare; più il tempo passava più finivo le idee e si allungavano i tempi morti.  Ho iniziato inoltre ad accorgermi che la mia salute mentale stava calando, ero diventato completamente intrattabile, tendevo a rinchiudermi in me stesso e  a pensare pressoché al niente. Inoltre ho iniziato a perdere gradualmente l’interesse verso qualsiasi cosa fino ad arrivare ad avere la percezione di intere giornate da riempire. Mi sono chiesto quanto sarebbe potuta andare avanti la quarantena e, più pensavo alle conseguenze che avrebbe avuto sulla nostra vita, più mi deprimevo, i contatti con le persone mi rendevano isterico e l’unica cosa che volevo era il silenzio.  Inoltre la convivenza forzata solo con i miei familiari me li aveva resi insopportabili al punto che ho deciso di rinchiudermi in camera e restare da solo in completo silenzio per due giorni.  Ho spento tutti i dispositivi elettronici e mi sono messo a pensare, sapevo che l’unica cosa che potevo fare era ragionare da solo per poter prendere coscienza del fatto che tutto ciò che stava e sta accadendo è reale e accettare le conseguenze che questo porterà nella mia e nella vita di tutti.

Passati questi due giorni, sono riuscito a riprendere la ragione; continuo a non trovare interesse per nulla, ma cerco di adattarmi e di aiutare in casa facendo piccoli lavoretti nel tentativo di trovare un senso. Mi manca la semplicità di un ambiente scolastico, nel quale l’essere circondati da persone ci rende indifferenti e silenzia le domande e i pensieri che ci tormentano; mi manca avere una routine che, per quanto sia noiosa, mi rende me stesso. Trovo che questa mancata libertà fisica mi porti ad un’apertura mentale e di pensiero fin troppo ampia che mi spinge a ragionamenti sui quali una persona non dovrebbe neanche avere la possibilità di interpellarsi perché troppo complicati o remoti. La reclusione nella nostra dimora porta quindi sì ad un riflessione ed ad una completa immersione nei nostri pensieri; ma la persistenza di questo sentimento diventa fin troppo grande da gestire.

Così ad una persona come me inizia a mancare la semplicità con la quale la nostra routine giornaliera ci preclude questo tipo di pensiero, costringendoci a rimanere immersi nella società reale e  proteggendoci  da pensieri  talmente profondi che in realtà ci spaventano.

                                                                                              Alessandro Protti,
2DLS, ITIS Cardano

Pensieri, parole, opere e omissioni

Il pensiero “ai tempi del Coronavirus”.

Tralasciando la parte introduttiva riguardante il perché siamo in questa situazione, ed il perché le nostre libertà personali siano state calpestate così velocemente (com’è facile), cercherò di concentrarmi subito sulle mie, ma penso proprio della gran parte di noi, reazioni ed impressioni. La parola “quarantena” è in realtà la versione veneta della parola “quarantina”, questo perché i veneziani già nel corso del Medioevo intuirono i meccanismi di propagazione delle malattie, e per questo, in tempo di pestilenza, l’ equipaggio di ogni nave che entrava nella laguna era soggetto ad un periodo di isolamento di circa quaranta giorni. La nostra quarantena non è certo paragonabile a quella di quegli uomini, in un’epoca con scarse conoscenze mediche, poche se non nulle norme sanitarie, e malattie tanto letali quanto incurabili. A noi, semplicemente, vien chiesto di stare in casa, insieme a tutti gli agi che il  mondo ci offre. Sfortunatamente, la modernità ci ha anche imposto ritmi serrati, in uno stile di vita dove orari e routine sono persistenti ed onnipresenti. L’esperienza del lavoratore del trovarsi a casa, con tutto il tempo libero, per quanto facilmente sempre desiderato, può senza troppi indugi trasformarsi in un baratro di noia ed angoscia, quest’ultima senza dubbio alimentata dalla presenza continuata dell’argomento pandemia su ogni notiziario, ma anche su molti programmi solitamente non destinati alla divulgazione di informazioni. E come se non bastasse, il capitalismo è riuscito a marciarci a braccetto, trasformando gli annunci pubblicitari dalla tipica forma “Comprate questo prodotto” alla formula “Il Paese è forte, comprate questo prodotto”.  Troviamo perfino aziende che pubblicizzano l’aver fatto qualche donazione, il che a me personalmente provoca ilarità, poiché si tratta di donazioni  che spesso  faticano a  superare l’ammontare speso per l’acquisto dello spazio pubblicitario televisivo (in primis sulle grandi reti). Inoltre da ormai settimane, su quasi ogni rete, persistono annunci che ricordano a tutti noi le norme sanitarie di base, le tanto decantate “misure di contenimento”, accompagnate da un fastidiosissimo motivetto a volume rialzato che pare fatto apposta per innervosire. Per tornare alla tanto famosa siepe leopardiana e al suo significato figurato, tengo a sottolineare quanto io, stufo dell’argomento, abbia smesso da tempo di pensare alla nostra situazione o a quel che v’era prima (nemmeno fossimo fanti in trincea, quelli sono i medici, secondo diversi media che hanno preso la parola “trincea” tanto a cuore…) o a quel che sarà dopo. Anche perché, probabilmente, il “dopo” sarà così graduale da sembrare impercettibile, e da farci quindi quasi pensare che l’allerta non sia mai finita. Posso dire di aver preso questo periodo di isolamento come routine, e devo essere onesto, non ho quasi mai avuto il tempo di annoiarmi, grazie ai nostri professori così accorti nel darci un carico di lavoro di tutto rispetto, e, naturalmente, delle “care” lezioni online. Da non trascurare il fatto che nella mia famiglia lavorano ancora tutti e per tutto il giorno (rientrano nelle professioni di servizio essenziale) e ciò è senza dubbio positivo dal momento che pare  la convivenza di più persone nello stesso luogo senza interruzioni e per lungo tempo porti alla pazzia… Avendo altresì affermato di essere arrivato quasi a ignorare la mia situazione, sul piano emotivo sono invece piuttosto attivo, se così si può dire, considerando che sono “arenato” in uno stato di apatia e di quasi rassegnazione, sterile d’ogni entusiasmo, cosciente di come noi tutti ci stiamo avviando in un futuro piuttosto buio di crisi economica e sociale, come del resto avviene da sempre nei luoghi colpiti dalle epidemie. Non mi resta quindi che attenermi a ciò che lo Stato ordina di fare, sperando che questa scomoda situazione “spiri” al più presto.

                                                                                            Leonardo Poncina,
2 DLS, ITIS Cardano

… ED È BELLO RESTARE QUI

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, così recitava Giacomo Leopardi nella lirica “L’infinito”, in cui la siepe sollecitava l’io lirico a fantasticare e rappresentava una barriera con il mondo esterno capace di attivare la mente, valicando i confini dello spazio. In questo momento molto particolare siamo costretti all’interno delle mura domestiche per intere giornate, mura che ricordano la siepe di Leopardi.

Nella sua poesia, Leopardi allude alla siepe come a una barriera, ma al tempo stesso a un incentivo per fantasticare, per andare oltre la realtà. In molti nello stesso momento in cui io sto scrivendo staranno pensando alle loro vite, staranno viaggiando nei ricordi, staranno guardando fuori dalla finestra ammirando la libertà che si trova proprio di fronte a loro ma che non possono raggiungere, una libertà che non pensavano di avere fino a quando non gli è stata tolta a forza. E adesso mi chiedo solo “Perché?”. Perché è successo tutto questo? Perché sono chiusa in casa mia a fissare i miei pensieri e non posso uscire? Perché siamo arrivati a questo punto in cui il solo metter piede fuori dalle abitazioni è un pericolo?

E arrivo solo a una conclusione: è colpa nostra e dei nostri interessi. Fino a qualche mese fa, eravamo tutti ammassati in una piazza o protestavamo lungo le strade delle città più grandi per l’inquinamento e per il riscaldamento globale e ora, invece, per colpa di un essere microscopico siamo tutti segregati in casa con la paura di uscire dalle mura della nostra “fortezza”.  Questo virus è stato scoperto più di un mese prima di quanto non sia stato in realtà rivelato, ma il governo cinese non ha voluto dire o fare nulla perché avrebbe intaccato l’economia e ha dato così al virus la possibilità di riprodursi ed espandersi anche negli altri Stati e continenti. Le autorità italiane hanno comunicato ai cittadini di rispettare alcune norme per la sicurezza sanitaria e di evitare di uscire di casa… tuttavia molti cosa hanno fatto? Hanno cominciato a uscire più di prima, con la giustificazione di avere il diritto a girare per le strade liberamente, senza preoccuparsi di tutto ciò che era stato detto. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze, chi più e chi meno, dolorose. C’è gente in questo momento che sta pensando di essere sfortunata a dover rimanere chiusa in casa tutto il giorno e che si starà lamentando di quanto brutta e noiosa sia la sua vita e poi c’è chi, chiuso in una stanza di ospedale, magari anche attaccato a un respiratore, non può nemmeno dire un misero “ciao” ai familiari, che sperano soltanto che continui a combattere e che non finisca come tanti altri in un furgone militare diretto verso un forno crematorio.

Io penso di essere fortunata, ovviamente come ogni essere umano è ammissibile che qualche volta mi lamenti o che mi arrabbi, magari per qualche dispetto di mio fratello o per l’equazione che non mi esce mai corretta, ma cerco sempre di pensare che qualcuno, in questo mondo, in questo Stato, in questo piccolo paesino in cui mi ritrovo, sia sempre più sfortunato di me e che abbia maggior diritto di lamentarsi di quanto ne abbia io.

Questa mia riflessione mi porta a pensare alle mura di casa mia come la siepe che Leopardi considerava un incentivo per fantasticare. Ma io non posso. Non posso vedere queste pareti come un ammasso di rami e foglie. Non posso immaginare che oltre questa barriera ci sia un mondo che in realtà non esiste. Mi basta solo affacciarmi alla finestra e osservare le strade vuote oppure accendere la televisione e vedere immagini di soldati in guerra, di bambini che soffrono la fame, di persone ricoverate in ospedale per colpa di questo maledetto virus, per ricordarmi in che mondo vivo. Magari posso sembrare pessimista o senza immaginazione, ma è questa la realtà dei fatti e noi non possiamo cambiarla. Ovviamente, come tutti i ragazzi della mia età, anch’io mi sento oppressa dalla situazione, mi sento come chiusa in gabbia e l’unica cosa che vorrei fare è quella di aprire la porta e volare via come i merli che dalla mia finestra vedo sfrecciare liberi nel cielo. La situazione in casa inoltre non è delle migliori, con i miei fratelli che disturbano ogni due per tre, perché non sanno cosa fare durante le loro giornate, oppure con mia madre che vedo poco, se non qualche ora a pranzo e alla sera tardi, per via del suo lavoro. Tutto questo mi rende molto triste e spesso penso a come potrebbe essere la vita in un altro mondo, dove non esistono le malattie, i virus, il riscaldamento globale, la fame, le guerre, i pensieri negativi e malvagi. Un mondo che sia pieno di felicità e allegria, dove tutti sono uniti.

Questi giorni però non sono solo dominati da tragedie e terrore. Ci sono giornate riempite dai bei momenti in famiglia,  con una grigliata tutti insieme o un’avvincente partita a monopoli, o da cose comuni ma che riempiono il cuore, come fare una videochiamata con gli amici, leggere un libro con il vento che entra dalla finestra, viaggiando in mondi fantastici che nemmeno Leopardi con la sua siepe poteva raggiungere, oppure ancora guardare una serie televisiva dopo un’altra, rimanendo sveglio l’intera notte e ritrovandosi il mattino dopo con due occhiaie che farebbero spavento a chiunque. È per questi piccoli momenti speciali che io sono felice di essere qui e non da un’altra parte, di rimanere a casa e non di uscire a bighellonare, di vivere in questo mondo e non di crearmene uno perfetto nella mia testa, che sarebbe  noioso e non avrebbe valore. È per questo che sono felice della realtà in cui mi trovo.

                                                                                           Giulia Venco,
2^DLS , ITIS Cardano