A tutti coloro che non riesco a vedere più di persona

Inizialmente non mi dispiaceva, questa quarantena. Una chance di pausa, di relax, che consisteva in una settimana senza scuola. Per sette giorni, niente impegni, niente verifiche, interrogazioni. Però questi sette giorni sono diventati quattordici, poi ventuno, fino a trasformare quella che era una vacanza in un problema. Il brutto delle routine è proprio quando l’abitudine è costretta a spezzarsi: dove prima c’era certezza ora c’è confusione. Ovviamente una nuova routine si sta costituendo, ma non è niente in confronto a quella precedente. È più… vuota. Le lezioni online consistono nel fissare uno schermo, una solitudine armata con webcam e microfono. Non che fosse meglio quando la scuola era ancora incerta sul da farsi: dopo due settimane passate a svegliarsi all’una del pomeriggio e a vegetare fino all’una di notte anche quello che sembra il paradiso adolescenziale fa cadere la maschera per rivelare il suo vero volto, il tedio.

Anche se non avrei mai pensato di dirlo, ma mi manca alzarmi e vedere l’alba cremisi fuori dalla finestra, il telegiornale perennemente acceso in quella mezz’ora di mattinata domestica. Mi mancano le chiacchierate con Livia e Valerio nel freddo delle 8 di mattina prima del suonar della prima campana. Dovrei considerarmi fortunata a vivere in una cascina, quando molti dei miei amici non possono nemmeno mettere piede fuori dalla porta, ma è solo un’estensione delle mura invisibili erette per la nostra stessa sicurezza. Senza contare che ho passato il mio sedicesimo compleanno in quarantena, un traguardo che avevo sperato di trascorrere in modo ben diverso.

Ho perso mesi di sessioni di giochi di ruolo e di incontri creativi (praticamente dove io scrivo e altri disegnano). Penso che proprio perché l’essere tra le proprie quattro mura trasmette un senso di pacatezza, che la mia motivazione è rimasta sepolta tre metri sottoterra. È tutto troppo placido. Ormai le mie giornate le passo a leggere libri che so a memoria e a giocare ai videogiochi, se non vogliamo contare le attività scolastiche. Nonostante tutto però sono felice che grazie ai miei sacrifici, insieme a tutti quelli di chi resta a casa, la situazione stia migliorando. Non penso che le persone realizzino la gravità della situazione finché qualcuno di vicino a loro non rischia la vita. Solo allora la verità ti colpisce per quello che è, facendo scoppiare la bolla di ilarità e di testarda ma beata ignoranza nella quale ti eri rifugiato. Eppure questo sembra l’unico modo per molti di tirare avanti: perché se non si ride allora si piange.

                                                          Giada De Palma,
2 CLS, ITIS Cardano

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