La vita ai tempi del corona virus

Le prime notizie sul corona virus ci sono arrivate dalla Cina, più precisamente da una zona poco conosciuta della Cina stessa, Wuhan. Sembrava essere una forma di epidemia locale. Poi, improvvisamente, ci siamo resi conto che Wuhan è una megalopoli di undici milioni di abitanti, alcuni milioni in più della nostra Lombardia. Per circa un mese, comunque, nonostante le notizie di espansione progressiva dei contagi tra la popolazione della regione di Wuhan, compresi anche un numero di decessi, le notizie  ci sono arrivate  come la cronaca di eventi lontani.

Poi, piano piano, abbiamo sapito di casi di malattia fuori dalla Cina, nei paesi confinanti, in particolare in Corea del Sud. Nel giro di poche settimane, pur celate dalla censura, i casi si erano estesi anche all’Iran.

Altrettanto improvvisamente ed inaspettato, il primo caso italiano. Dove? A Codogno, nella bassa pianura lodigiana, a  trenta chilometri da Pavia.

Perché proprio a Codogno? Per il momento ci sono solo ipotesi. La realtà è che, da Codogno e dai luoghi circostanti, l’infezione si è rapidamente estesa a tutta la Lombardia, al Veneto ed Emilia Romagna.

Adesso tutto l’ Italia risulta blindata, in una sorta di quarantena estesa a tutta la popolazione. Le scuole sono chiuse; ci sono limitazioni di accesso a locali pubblici; gli spostamenti sono vivamente sconsigliati e, soprattutto, ci viene chiesto di limitare all’indispensabile i rapporti personali diretti.

Facciamo fatica a comprendere tutto questo allarme, anche perché non vi sono segnali premonitori dell’infezione. Il virus è invisibile, colpisce tutti senza alcuna differenza, sesso e condizione sociale.

Questa malattia sta davvero sconvolgendo la nostra quotidianità; personalmente la cosa che più è cambiata è la chiusura delle scuole, perché andare a scuola scandiva tutte le mie giornate ed era ormai un’abitudine talmente consolidata che non mi sarei mai potuta immaginare una situazione del genere.

Siamo fortunati però, perché,  avendo a disposizione sofisticati mezzi di comunicazione, si riescono a mantenere i contatti con le altre persone; le lezioni scolasti vengono trasmesse via web; in alcuni casi si può utilizzare il telelavoro e gli amici si incontrano in chat. Per il momento i sacrifici sono di gran lunga inferiori ai rischi che potremmo correre se non rispettassimo le precauzioni che ci hanno raccomandato.

Abbiamo scoperto come una malattia infettiva possa notevolmente limitare tutte le nostre attività, in un mondo dove viaggiare, incontrare persone, spostare merci sembrava non conoscere limiti. Ci si incontrava a tutte le ore per lavoro, sport e divertimenti vari. Adesso, improvvisamente, dobbiamo giustificare anche la nostre uscite fuori casa, consentite solo per motivazioni ben precise di lavoro e necessità.

Molte persone non riescono a rispettare le limitazioni emanate dal governo per trattenere il contagio; sono la prima a dire che non sia facile perché viviamo in una società in cui siamo abituati a poter fare qualsiasi cosa quando vogliamo, come ad esempio prendere la macchina e andare al mare, o decidere all’ultimo di cenare fuori o semplicemente uscire per vedere un amico.

Questa è la cosa più difficile: il non poter decidere a causa di forze maggiori; siamo abituati a poter controllare tutto e a poter decidere e, quando ci viene imposto qualcosa che non è una nostra scelta. ci sentiamo frustrati e ci innervosiamo. Ma dobbiamo tutti capire che queste norme non sono privazioni della nostra libertà, ma sono precauzioni che possono davvero salvarci la vita.

È vero che abbiamo ospedali con tecnologie avanzate e medici competenti, ma se non conteniamo il contagio il numero dei malati potrebbe e sta diventando talmente alto da far collassare il sistema sanitario. E questo non è colpa ne dei medici né del governo, ma dei cittadini che non rispettano ciò che gli viene chiesto per la sua stessa salute.

La nostra fragilità, dimenticata dalla presunzione di poter dominare tutto con la tecnologia, con  il denaro ed il successo, è tornata ad affermarsi  nel giro di poche settimane!

Tutto finirà come sono finite le altre epidemie nel passato. Ci dimenticheremo anche di questa; ma spero che la presente esperienza ci porti ad affrontare la vita con più disponibilità verso gli altri, come stanno dimostrando tutte le persone che lavorano negli ospedali: medici, infermieri, addetti al trasporto di malati, addetti alla disinfezioni dei locali, Protezione Civile  ed, in generale, tutti coloro che stanno dando il proprio contributo per superare la crisi.

Carlotta Cosio,
3 DLS, ITIS Cardano

Coronavirus vs pianeta Terra

DRIIIIIN! Sono in ritardo, la sveglia segna le 6:10 di mattina e dovrei già essere lavata, vestita, profumata e lucidata… se non fosse che oggi non si va a scuola! Eh sì, proprio così: nonostante Carnevale sia già passato da un po’, noi ragazzi italiani siamo ancora a casa. Tutta colpa del Coronavirus! Inizialmente, quando la notizia di questa epidemia si è sparsa anche in Occidente, non ero particolarmente preoccupata, ma vedendo i numeri dei contagi lievitare mi sono sentita più coinvolta nella vicenda. Inizialmente, a mia impressione, l’Italia pareva molto indifferente nei confronti di questo virus, contagioso e non da sottovalutare, quasi estranea alla situazione. Ma quando al telegiornale è stato annunciato il primo caso accertato di Coronavirus nel nostro Paese, il panico è dilagato in modo incontrollato.

Ho vissuto questi giorni in balia della confusione, sembrava la scena di un film apocalittico: le mascherine ricercate come fossero oro, mentre le persone impazzivano per aggiudicarsi l’ultimo flacone di Amuchina rimasto sullo scaffale del supermercato. Questa novità è piombata nelle nostre vite, sconvolgendole in poco tempo. Da un giorno all’altro, mentre nuovi casi venivano scovati e il centralino del 112 veniva intasato di chiamate per paura di aver contratto il virus, abbiamo visto le persone barricarsi nelle proprie abitazioni, gli allenamenti sportivi sospesi, e infine anche la scuola, chiusa fino al 3 aprile…per ora.

Da tanti giorni ormai in televisione passano solo notizie e nuove sul virus, mentre in casa non si fa altro che preoccuparsi, forse anche eccessivamente. Intanto, per non restare indietro con lo studio, le scuole hanno organizzato cicli di videoconferenza online, così da rimanere al passo con lo svolgimento regolare del programma, anche solo poche ore al giorno. Questa novità si è rivelata piacevole, nonostante inizialmente fossi un po’ scettica…cosa sono arrivata a pensare pur di combattere la noia!

La noia è proprio il fattore che percepisco di più in questo periodo, nonostante sia impegnata con i compiti e lo studio. Sono così in costante ricerca di qualche attività che mi aiuti ad ingannare il tempo, e ci riesco spesso grazie ai miei amici, che ora come ora vedo quasi quotidianamente. Non credevo che comunque, a causa di una pericolosa malattia, il mio legame con alcune persone potesse rafforzarsi, e invece è proprio quello che sta succedendo: sono pochi i temerari che escono di questi tempi, forse un po’ per pigrizia o per paura, ma io e i miei amici, fintanto che i paesi non sono ancora stati messi in quarantena, ne approfittiamo per passare insieme le ore libere a nostra disposizione, spesso trascorrendole in campagna, lontani dalla confusione cittadina. Raccontarsi storie all’ombra di qualche albero, bighellonare scherzando fra i campi e stando insieme ritroviamo un po’ la voglia di andare avanti e di uscire vincenti da questa situazione.

Una cosa che mi fa un po’ ridere amaramente e riflettere è il fatto che tutto questo derivi anche dalla sottovalutazione di un problema serio e reale, che non è stato affrontato, almeno nel periodo iniziale, con le giuste precauzioni. Si scherzava, sui social e fra gli amici, su questo Coronavirus, che adesso mette in ginocchio il mondo, che ora dopo ora strappa alle persone la vita. Si discriminavano i cinesi, li si isolava, quando adesso siamo noi italiani ad essere trattati con sdegno e repulsione: siamo gli stessi italiani che un mese fa affermavano di essere al sicuro e di disporre di dispositivi e strutture sanitarie efficienti e in grado di fronteggiare un nemico che si muove più rapido del previsto, invisibile, portando attualmente gli ospedali sull’orlo del collasso.

Basta davvero poco per mettere in crisi il mondo del XXI secolo, così all’avanguardia, eh? “Tutta colpa di un virus scappato da una provetta, in qualche laboratorio del mondo!” mi ha detto un paio di giorni fa mio fratello, 9 anni, che vede tutta questa situazione con gli occhi di un bambino, forse incapace di spiegarsi il perché, come mai i suoi amici non si vedano più in giro e la mamma non lo porti più a curiosare nel suo negozio preferito alla ricerca di un nuovo Lego.

Mi ha fatto riflettere la sua ingenuità, perché ha fronteggiato una possibile verità: a Wuhan si trova un grande centro epidemiologico per lo studio delle più spietate malattie virali finora conosciute; si seguono prassi specifiche per evitare che un qualsiasi virus sfugga agli scienziati, ma se questa volta qualcosa fosse andato storto? In ogni caso, qualsiasi cosa sia successa, ormai tutti siamo coinvolti, anche indirettamente…

Il pensiero diffuso fra noi giovani è quello che anche se dovessimo ammalarci, il nostro corpo reagirebbe meglio rispetto a quello dei più anziani, che purtroppo sono i più a rischio (a causa delle patologie preesistente alle quali il virus si sovrappone). Dobbiamo però comunque sforzarci a rispettare le norme imposte dal Governo, perché se malauguratamente dovessimo avere bisogno di supporto medico, gli ospedali potrebbero non riuscire ad assisterci tutti.

Così, in questo frenetico affastellarsi di avvenimenti, io spero che tutto si risolva presto, anche se sono consapevole sarà una lunga scalata…

Sono convinta che riusciremo a cavarcela e tra qualche anno di quest’esperienza resterà un’indelebile cicatrice per alcuni, mentre per altri semplicemente un ricordo che, in ogni caso, passerà alla storia e mai dimenticato. Com’è giusto che sia.

Silvia Rizzardi,
3DLS, ITIS Cardano

W il WEB

È ormai evidente che questo 2020, vecchio di soli tre mesi, non è e non sarà un anno normale. L’epidemia di Corona Virus,  nata probabilmente tra il novembre e il dicembre scorsi in Cina, ora si è abbattuta sul resto del mondo. In base alle statistiche, l’Italia è seconda dopo il “paese del dragone” per contagiati – al 15 marzo erano oltre 24.000 le persone risultate positive al virus e, considerando la percentuale di coloro che necessitano di un ricovero ospedaliero, la situazione è decisamente allarmante. È importante quindi prestare la massima attenzione alle disposizioni del governo per fermare la diffusione del COVID-19 e per evitare il collasso del sistema sanitario nazionale, riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per la capacità di assistenza capillare, le tecniche, i macchinari all’avanguardia.

L’estensione della zona rossa a tutta la nazione è l’ultimo provvedimento presente nel decreto emanato dal governo che ci obbliga a restare rinchiusi nelle nostre abitazioni. In questa situazione dai molti aspetti negativi, la nazione ha cercato di trovare diverse soluzioni per tentare di non fermare il lavoro, le attività economiche e quelle didattiche che riguardano tutti noi.

 Il web si è dimostrato un valido supporto per sperimentare nuove forme di studio e di lavoro. Tali nuove modalità, che solo qualche mese fa parevano impensabili, almeno in una loro applicazione diffusa, sembra che stiano funzionando sotto tutti i punti di vista. Sicuramente ne sta traendo giovamento l’ambiente. Proprio per l’obbligo di non uscire di casa, il traffico si è ridotto notevolmente e quindi anche  l’inquinamento e l’emissione di polveri sottili che tanto hanno tormentato le città negli scorsi mesi.

Il web ci ha permesso anche di valicare i muri delle nostre case, facendoci sentire come una collettività unita nella battaglia contro il nemico comune costituito dal Coronavirus; sono infatti molti i cosiddetti flash-mob condivisi sui social media e che raccolgono sempre altissimi livelli di adesione. Si pensi a quello che invitava, ad un orario prestabilito, a diffondere ad altissimo volume da ogni casa, l’Inno d’Italia oppure a quello che chiedeva un applauso collettivo per ringraziare i medici, gli infermieri e i vari operatori sanitari che stanno lavorando senza sosta, notte e giorno, per salvare vite e combattere l’epidemia.

Certo, questo periodo di reclusione forzata per noi ragazzi è anche un sacrificio. Cadere nella noia è facile e i giorni si susseguono l’uno dopo l’altro in un ritmo monotono. Le mattinate sono scandite dalle video lezioni con le quali possiamo parlare con i compagni di scuola e confrontarci con gli insegnanti; di pomeriggio il tempo è invece dedicato ai compiti. Ognuno poi cerca di svagarsi come può o leggendo un libro, o guardando le serie preferite in tv oppure, per chi ha la fortuna di avere un giardino o un cortile, con un po’ di attività all’aria aperta. La cosa strana e non affatto piacevole è che i weekend sono molto simili ai giorni feriali. Neanche lo sport preferito dalla maggior parte degli italiani, il calcio, ci viene in aiuto visto che l’epidemia ha portato anche alla sospensione di tutti le partite a livello nazionale e dilettantistico.

E’ proprio vero che la mancanza di libertà ne fa apprezzare maggiormente il valore. La voglia di tornare ad una vita “normale” si fa sempre più impellente: ma se i cittadini continueranno a trasgredire le restrizioni disposte dal governo (sono migliaia le persone denunciate), ciò non potrà avvenire in tempi brevi.

L’unico modo per uscire da questa situazione è affrontarla tutti insieme responsabilmente. Il rispetto delle regole, seppur limiti la nostra libertà, è più che necessario per il bene comune e per far ripartire il Paese al più presto.

Intanto possiamo sbizzarrirci a raggiungere luoghi esotici e diversi, i cari amici, i parenti vicini e lontani, navigando sul web e nei social. E questa volta, nè mamma nè papà, nè tanto meno i professori, potranno dirci qualcosa!

Riccardo Zacchetti,
3DLS, ITIS Cardano

La mia vita nell’era del Covid

Centinaia, forse migliaia di ore, ad attendere novità, ad occupare il tempo che in giorni normali avremmo passato a scuola o a lavorare. E soprattutto: ore su ore a pensare al destino che ci aspetta; come finirà tutto ciò? Stravolgerà il nostro equilibrio o sarà soltanto uno dei tanti ricordi da raccontare allegramente in una cena in famiglia?

Cerchiamo di dedicarci ad altro, di spostarci da una stanza all’altra della casa (chi ha un giardino è davvero fortunato!) ci agitiamo, perché finché ci muoviamo abbiamo l’illusione di non stare fermi. Ma in realtà non stiamo andando avanti, stiamo andando indietro: persone allarmate che svuotano i banconi dei supermercati e chi, senza preoccupazioni, svolge le sue abitudini in assoluta tranquillità. “Muoiono solo gli anziani o quelli già malati” dicono, allora perché tutto questo caos? Perché chiudere le scuole e i centri commerciali nel week end? Per una “comune influenza”? No, di certo!

L’oggetto dei pensieri della maggior parte delle persone nel mondo è chiamato “coronavirus”, dal termine latino “corona” che significa “corona” o “aureola”. Ciò si riferisce all’aspetto caratteristico del virus visibile al microscopio, che crea un’immagine che ricorda una corona reale o la corona solare. Nell’uomo provoca infezioni respiratorie, spesso di lieve entità come il raffreddore comune, ma in alcuni casi diventa  letale con polmoniti e bronchiti.

La prima volta che ho avuto notizia del “virus cinese” ero a tavola con la mia famiglia, quel gennaio dell’anno 2020 che sembra esser già così lontano, ad ascoltare come ogni giorno il telegiornale; ho banalmente pensato che la questione non potesse toccarmi, “è lontano migliaia di chilometri, non c’è da preoccuparsi” mi son detta…grande sbaglio. Ho trascurato il dettaglio che la grandissima potenza economica della Cina ha rapporti diretti con tutto il mondo, dunque il contagio era inevitabile.

Ma la situazione non è mai diventata più seria di come quando il governo ha deciso di chiudere tutte le scuole della mia regione, essendo focolaio, e po di tutta Italia.

Brividi, preoccupazione, paura.

Paura di perdere i propri cari, paura di una malattia che non si conosce, perché il problema di fondo è proprio questo, il “non conoscere” che conduce solamente a due strade: l’allarmismo o la sottovalutazione del problema stesso, entrambe sbagliate.

Mi tempesto di domande, morendo dalla voglia di trovare le risposte; ma solo il tempo sarà in grado di soddisfare tutti i miei interrogativi.

Per colmare le ore di scuola che stiamo perdendo, i professori, attraverso videoconferenze, spiegano il programma rimanente e si organizzano per valutare la nostra preparazione nonostante la lontananza, “classi virtuali” o “didattica a distanza” viene chiamato.

Dal punto di vista di una adolescente nata nell’era digitale, posso affermare che è comunque strano non potere avere un contatto diretto con l’insegnante che spiega, o con i compagni che seguono (o no) la lezione. Personalmente preferisco svegliarmi presto al mattino ma aver la possibilità di parlare, ridere o scherzare direttamente con i miei amici, perché la scuola è certamente un luogo di apprendimento e di istruzione, ma è anche un luogo in cui si impara a convivere e socializzare con le persone, chi più e chi meno.

Sarei scorretta a non dire che, però, è molto più comodo svegliarsi al mattino senza avere il timore di  perdere l’autobus o e di arrivare tardi alle lezioni.

La situazione generale di stallo ha permesso a me e a molti altri ragazzi di dedicare molto più tempo a  se stessi. Personalmente, infatti, ho potuto dedicarmi all’esercizio fisico e alla mia famiglia, con cui ho sperimentato hobby come cucinare torte o semplicemente dipingere paesaggi alla luce del sole.

Vivendo in un piccolo paesino, la quotidianità non è granché mutata.

La cosa che più mette i brividi, però, è vedere emblemi d’Italia, come il Colosseo e la Piazza del Duomo a  Milano, privi di turisti e senza lunghe  file di persone; per non parlare delle metropolitane e i mezzi in generale, su cui ormai pochi hanno il coraggio di salire.

A dimostrazione di ciò, il 16 marzo io e la mia classe avevamo in programma una gita in Provenza, ma purtroppo è stata cancellata come tutte le altre gite d’Italia; personalmente è una cosa che mi ha colpito particolarmente perché sarebbe stata il mio primo viaggio scolastico della durata di una settimana.

Negli ultimi giorni di febbraio, un gruppo di persone di nazionalità francese ha creato uno spot offensivo e inappropriato che mostra l’immagine di una pizza sulla quale è presente una macchia verde (riconducibile al muco), uscita poco prima dal naso di un uomo, dopo aver starnutito; in conclusione vi è una scritta: “pizza italiana al coronavirus”. Non ho la minima idea del perché ciò sia stato fatto; ma, secondo il mio parere, umiliare e deridere un paese in difficoltà è un gesto spietato e poco rispettoso. Ed è paradossale ripensarci ora, perchè appare chiaro che il virus non sta risparmiando nessuno stato.

In conclusione,  spero che la vita torni al più presto normale, per me  e per tutte le persone, senza provocare irrimediabili danni alla popolazione e all’economia italiana.  Ognuno merita di vivere la propria vita sino alla vecchiaia e  non vedere perdere chi ama davanti ai propri occhi!

“Negli anni ’80 anche dell’AIDS si aveva paura e si moriva, oggi lo si può curare. Un’epidemia si può controllare” sostiene Roberto Burioni. E non è il solo.

Elsa Maccarone,
3 DLS,  ITIS Cardano