Datemi una parola e vi creerò una storia

In occasione dei novant’anni dello scrittore pavese Mino Milani l’ITIS Cardano di Pavia ha organizzato un concorso in suo onore. Gli studenti partecipanti hanno scritto racconti, poesie e articoli di giornale dedicati al grande romanziere. La premiazione si è svolta in data 16 maggio nell’Aula Magna dell’istituto.

Mino Milani ha compiuto i 90 anni, ma dentro di sé è rimasto quel ragazzo che giocava a rugby e che, dodicenne, il 10 giugno 1940, il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, si trovava in Piazza della Vittoria, vestito da balilla, calzoncini grigi e fez nero. “Quel giorno ho iniziato a vivere”, racconta.

Il rimedio? SCRIVERE…

foto milani 2Scrivere… un modo per lasciarci andare, per capire davvero chi siamo e che cosa vogliamo, perché quando scriviamo possiamo essere sinceri con noi stessi, mettere a nudo i nostri sogni. SOGNI… parola che pronunciata da un novantenne può suonare strana, ma non deve esserlo. Nella vita non bisogna mai smettere di sognare, di darsi degli obiettivi. Solo chi punta sempre in alto e non si dà mai per vinto può ottenere ciò che desidera. “La nostra vita è da cercare dentro noi stessi, sognando e non preoccupandosi dei giorni tristi, perché l’allegria se non arriva oggi, arriverà domani.”

Milani ci esorta, dunque a scrivere. Lo scopo del concorso era questo : avere il coraggio di mettersi in gioco e di esprimere la propria personalità attraverso la forma espressiva della scrittura. Chiunque può scrivere, perché anche da una parola semplice come “casa”, può nascere una storia.

Francesco Trespidi, 2^DLS

LA VITA secondo MINO MILANI

Mercoledì 16 maggio, nell’Aula Magna dell’Istituto G. Cardano, è venuto a parlare un “giovane” di 90 anni: lo scrittore pavese Guglielmo Milani, più noto come Mino Milani. Lo ha presentato il professor Marchi, docente di Lettere, ricordando che in tutta la nostra vita faremo ben 2600 giorni di scuola, più o meno noiosi, ma questo sarebbe stato diverso da tutti gli altri, perché avremmo avuto la possibilità di conoscere una persona e affrontare argomenti così interessanti che non ci sarebbero forse mai più ricapitati.Lui stesso ha confessato di essere un vero fanatico di Mino Milani e che ancora non riusciva a capire come mai i suoi scritti, che vanno dai romanzi ai fumetti, non siano compresi nei programmi scolastici. Quanto alla sua biografia, ha concluso, potevamo facilmente cercarla su Wikipedia, ma quello che ci avrebbe raccontato oggi non avremmo potuto trovarlo da nessuna parte, quindi ci conveniva stare attenti. Continua a leggere Datemi una parola e vi creerò una storia

In treno per la memoria

Alla fine di gennaio, la Preside ha selezionato una delegazione composta da due professoresse e ventitré studenti che avrebbe partecipato al progetto “In treno per la memoria”, progetto di CGIL, CISL e UIL che porta ogni anno studenti, lavoratori e pensionati in un viaggio attraverso Auschwitz, Birkenau e i luoghi più significativi dell’antisemitismo nazista in Polonia.

Quest’esperienza, oltre al viaggio, prevede che le varie scuole partecipanti portino un loro lavoro su un tema, a loro scelta, collegato all’argomento del viaggio: il nostro era un progetto sull’autocrazia, realizzato a partire dal film del regista Dennis Gansel del 2008 intitolato “L’onda”.

Il 22 marzo, quindi, ci siamo ritrovati alla stazione ferroviaria di Pavia attorno alle 10:00, dovendo arrivare a Milano Centrale alle 12:30 per poi partire alle 13:00 dal binario 21.

Una volta a Milano, abbiamo trovato tutti gli altri partecipanti, divisi per “delegazioni” in base alla loro provincia di provenienza (noi eravamo quindi la delegazione di Pavia).

Poco dopo, però, ci è stato comunicato che c’era stato un guasto al locomotore del nostro treno, che ha causato un ritardo, inizialmente di due ore, poi salito addirittura a cinque.

Pensate che questa notizia ha fatto talmente tanto rumore che, se cercate “Treno della memoria guasto” su Google, trovate anche delle nostre fotografie.

Per impegnare questa lunga attesa, gli organizzatori si sono accordati con il vicino museo del binario 21 e ci hanno invitati a visitarlo.

Qui abbiamo trovato un treno merci, uno di quelli usati per trasportare i prigionieri: il treno aveva alcuni vagoni, molto piccoli e bui, nei quali si faticava a stare in poco meno di dieci insieme. Oltre al treno, un’altra installazione prevedeva delle targhe nel terreno con scritte che indicavano le date e i tragitti dei treni partiti da quel binario, di fronte uno schermo riportava i nomi dei primi deportati.

Quando siamo ritornati dal museo, il treno è arrivato e quindi siamo finalmente potuti salire.

Ci è stato consegnato un cestino a testa contenente la cena, la colazione e anche un tesserino di riconoscimento, che ci sarebbe servito a Cracovia.

Abbiamo quindi affrontato le nostre 22 ore di viaggio, di cui la metà senza energia elettrica e la notte addirittura con l’aria condizionata accesa.

Il pomeriggio del secondo giorno, finalmente, siamo arrivati a Cracovia e siamo immediatamente saliti sul bus che ci ha portato a visitare il quartiere ebraico di Kazimierz e il ghetto ebraico di Podgorze.

Nel primo abbiamo visto le sinagoghe, i bagni rituali e tutti i simboli che indicano la presenza della comunità ebraica (Kazimierz è infatti il primo insediamento ebraico a Cracovia); nel secondo, invece, siamo stati accolti da un tappeto di sedie, una per ogni migliaia di ebrei rastrellati dai nazisti.

La guida ci ha raccontato la storia della farmacia “Sotto l’aquila”, gestita in epoca nazista dall’unico non ebreo del ghetto, che aiutava gli ebrei a sopravvivere fornendo loro medicinali e tranquillanti.

I tranquillanti servivano anche ad addormentare i bambini per poterli portare nel vicino campo di lavoro forzato, senza che i Tedeschi se ne accorgessero.memoria2

La mattina del terzo giorno abbiamo visitato Auschwitz, dove siamo stati accolti dai resti di un vecchio binario, oggi utilizzato come marciapiede.

Una guida del campo ci ha portati attraverso i vari blocchi di Auschwitz, al cui interno c’erano delle immagini agghiaccianti: oltre al tristemente famoso cancello sopra il quale si trova la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), abbiamo visto fotografie di alcuni prigionieri trovati il 27 gennaio 1945, ridotti pelle ed ossa a causa della denutrizione, oggetti requisiti ai prigionieri, tra cui valigie, pettini, stoviglie, scarpe, vestiti, protesi, capelli. Sì, capelli, che poi furono usati per realizzare le uniformi per i generali tedeschi. Continua a leggere In treno per la memoria