SOCIAL NETWORK e COMUNICAZIONE

La parola social è entrata prepotentemente nel vocabolario quotidiano e, più volte al giorno, un numero crescente di individui utilizza i social come luogo di condivisione e scambio di informazioni, esperienze, opinioni.

L’affermazione dei social network ha influenzato il modo in cui la gente legge, apprende e condivide contenuti, cambiando radicalmente il modello di comunicazione tipico dei media tradizionali (radio, stampa, televisione): il messaggio non è più del tipo “da uno a molti”, cioè prevalentemente monodirezionale, ma di tipo “peer”: più emittenti, alto livello di interazione.

Questo cambio di modello comunicativo è diventato molto popolare perché permette alle persone di utilizzare il web per stabilire relazioni; la comunicazione è divenuta veloce, ampia e diffusa, basata sull’uso della persuasione.

Lo strumento è straordinario, ma chi lo usa commette spesso e volentieri degli errori. Non è la prima volta che l’uomo crea qualcosa di meraviglioso, ma poi lo usa in modo inappropriato.

E così i social possono trasformarsi in un’arma pericolosa in mano a persone con scarsa coscienza.

In questo VIDEO Valentina Careri, studentessa della 4 DLS, con l’ausilio di SpeedArt racconta il suo pensiero a proposito dei social network. SpeedArt è una tecnica che fonde diverse discipline, quali disegno-colorazione-cinematografia-musica-grafica digitale, permettendo di riprendere se stessi e  velocizzare l’attività svolta.

Buona visione!

Ma … lei è Alessandro Volta?! Piacere … Classe 2^E_LS.

Stemma della famiglia Volta

L’anno scorso il giorno 11 febbraio 2020 la classe 1^E-LS del nostro istituto con la Prof.ssa Citta (Matematica) e la Prof.ssa Baruto(Fisica), si è recata al museo dell’Università di Pavia.

Qui abbiamo preso parte e osservato numerosi esperimenti di fisica, in particolare riguardanti la pneumatica e l’elettrostatica.

Gli esperimenti sono quelli degli emisferi di Magdeburgo; l’acqua che bolle sotto la campana di vetro sottovuoto a temperatura ambiente; i palloncini ed i marshmallow che si espandono nel vuoto, abbiamo assistito a 5 dolcetti che si gonfiano! L’elettrizzazione di gruppo: la Prof.ssa Falomo ha trasmesso a noi, che ci tenevamo per mano, una leggera scossa (era questo un divertente gioco di società già nel 1700); i coriandoli che volavano attratti dall’elettricità statica, come se qualcuno usasse la telecinesi.

Ci ha meravigliato vedere ed usare strumenti antichi, la cui età era riconoscibile dalla rifinitura in legno, dalla semplicità delle loro componenti e dai materiali utilizzati. In quella giornata al museo ci è stato permesso di provarli tutti e fare di persona molti esperimenti.

Purtroppo a causa dell’emergenza COVID-19 e del conseguente lockdown, siamo rimasti in una fase di stallo per quasi un anno e non abbiamo potuto far visita nuovamente al museo per approfondire ulteriormente lo studio di quegli esperimenti e osservarli in ogni loro sfaccettatura.

Tuttavia siamo riusciti, come classe, a continuare il nostro cammino sulla strada della “fisica con Volta” con la famigerata didattica a distanza (DAD), organizzandoci in gruppi di lavoro, ognuno dei quali ha scelto un esperimento da trattare e approfondire, tramite gli strumenti di meeting online come Zoom e Google Meet.

Questo progetto ci ha accompagnato tutto l’anno sviluppandosi man mano che ci venivano date diverse e nuove indicazioni dalle docenti, specialmente dalla prof. di Matematica che, visionando tutto il materiale che preparavamo, ci arricchiva di suggerimenti tecnici per creare dei prodotti ottimali.

Il primo passo del progetto è stata la preparazione di alcuni video esplicativi nei quali raccontavamo gli esperimenti da noi condotti al museo tramite l’utilizzo di fotografie, video girati al museo e voci fuoricampo che spiegavano il funzionamento di tutti gli strumenti e i procedimenti da noi seguiti per la realizzazione. Quasi in contemporanea ci siamo dedicati alla realizzazione di podcast e card virtuali, concentrandoci non solo sull’esperimento in sè ma anche su tutta la storia alle spalle di questi oggetti .

Statua di Alessandro Volta in uno dei cortili del Palazzo Centrale dell’Università di Pavia

Non potendo fare visita al museo, abbiamo preso parte ad una lezione a distanza con la Prof.ssa Falomo, la Prof.ssa Bernardi, la Prof.ssa Citta e la Prof.ssa Baruto  nella quale ci è stata illustrata la figura di Alessandro Volta, la sua disputa con Galvani. E ultimo ma non meno importante, ci hanno anche spiegato come costruire in maniera artigianale e casalinga una pila di Volta utilizzando strumenti reperiti in casa come monete da 5 centesimi, un foglio di carta stagnola, un panno in microfibra, del succo di limone e, per verificarne il funzionamento, abbiamo utilizzato un LED colorato datoci dalla Prof.ssa Citta.

 

Grazie a queste esperienze ci è stato proposto di partecipare al concorso Policultura: in questa sede ogni gruppo ha presentato il video riguardante l’esperimento scelto inizialmente e il video su Alessandro Volta. Per poter partecipare abbiamo dovuto tagliare e modificare leggermente i video per soddisfare i requisiti imposti dal concorso.

Ecco il link alla narrazione: http://www.1001storia.polimi.it/concorso/policultura2021/p_4754

Quest’attività, proposta dal Politecnico di Milano, consiste nella creazione di una narrazione multimediale su un tema a scelta. Tutte le narrazioni sono state pubblicate sul sito di questa università.

Come passo finale la nostra classe prenderà parte anche al progetto Scienze Under 18, che di solito si svolge al Castello Visconteo di Pavia, ma quest’anno si terrà online nel mese di maggio causa pandemia.

Di seguito il link al canale dei video partecipanti:

http://www.youtube.com/channel/UCXlUMZbtW_dcbzsRR6N3-7w

Qui la classe presenta tre video, più precisamente: uno sulla descrizione dei singoli esperimenti eseguiti al museo, un dialogo con Volta e un video sulla realizzazione della pila “casalinga”.

Per selezionare i video che avrebbero partecipato al concorso, ci è stato chiesto di votare i video di tutti i gruppi.

Per la pandemia, abbiamo fatto questo lavoro a distanza senza poterci confrontare dal vivo, quindi abbiamo perso quella parte di contatto umano che caratterizza un lavoro di gruppo. Oltre a questo, è senza dubbio più difficile scambiarsi idee e pareri, lavorando anche in modo meno efficiente e impiegando più tempo.

Svolgendo un progetto a distanza, in molti casi, si perde anche tutto quell’entusiasmo che deriva dal lavorare con i propri amici.

Lavorare a distanza è difficile, ma siamo fiduciosi che questa situazione si risolva nel più breve tempo possibile.

Come ultimo step, siamo qui tutti insieme a scrivere questo articolo di giornale nel quale descriviamo quest’esperienza costruttiva e interessante dove abbiamo scoperto e approfondito nuovi campi e conosciuto nuovi personaggi come Alessandro Volta.

Giunto cardanico

Classe 2^ELS

 

PAURE

 E’ passato ormai un anno dal primo caso di Covid apparso in Italia. Tanti sono stati i problemi che tutti noi, giovani e adulti, abbiamo dovuto affrontare. Questo ha comportato disagi emotivi e psicologici, soprattutto per noi adolescenti, che in quest’età iniziamo a capire, a scegliere che uomo e che donna vorremmo essere, un periodo accompagnato da insicurezza e domande esistenziali. La pandemia ha gettato benzina sul fuoco dell’adolescenza.

Molti ragazzi affrontano queste problematiche cercando soccorso nell’alcol o nelle droghe, altri si isolano nella loro cameretta; c’è chi, addirittura, arriva a fare scelte drastiche come togliersi la vita o sfidare la morte. Sono  modi diversi per affrontare problemi comuni a tanti di noi: la solitudine, la paura di un futuro incerto, l’ansia e il timore di essere giudicati. Non tutti abbiamo lo stesso carattere; ci sono ragazzi più fragili e sensibili, che fanno fatica a rialzarsi ed affrontare i problemi che la vita impone. Più certe tensioni vengono accumulate, più c’è il rischio di scoppiare e prendere decisioni sconsiderate; anche il rischio di cadere in un pozzo senza fondo, la depressione, è molto alto e, se non si interviene in tempo, diventa difficile da curare. Per fortuna molti adulti hanno notato che non sono i soli a vivere in una situazione di disagio, perciò si sono mossi a nostro favore proponendo incontri con lo psicologo e sportelli d’ascolto. Quando le scuole non sono più state in presenza ma in didattica a distanza, la possibilità di avere rapporti sociali si è drasticamente ridotta; per alcuni, poter incontrare i propri coetanei in un ambiente scolastico era un’ancora di salvezza, ma quando non é più stato possibile, la solitudine si è fatta sentire e, per chi non era abituato a stare da solo con i propri pensieri, paure, insicurezze, è stato difficile sopportare la sofferenza.

Personalmente ero già abituato alla solitudine; fin da piccolo avevo pochi amici perché ero e sono un ragazzo insicuro, sono sempre stato sovrappeso, ero abituato ad essere preso in giro; anche il fatto di essere straniero, e quindi “diverso” dagli altri, fin da piccolo mi ha portato ad avere pochissimi amici. Ad oggi non è cambiato molto e, anche se durante il primo lockdown sono riuscito a raggiungere l’obiettivo di dimagrire, la paura di non essere adeguato mi accompagna sempre.

Ci siamo trovati di colpo davanti a un muro insormontabile, senza poter più esprimere noi stessi; se non possiamo fare nuove esperienze, non impariamo e non modelliamo il nostro carattere. A volte mi sento come un foglio bianco, vuoto, senza utilità e solo, con tanta paura per il futuro. Prima o poi si ha un crollo, ed il problema é che non possiamo mostrarlo perché ci renderebbe fragili agli occhi altrui. Ma per cosa? Perché non vogliamo essere uguali a tutti gli altri, non vogliamo fare parte del “gregge di pecore” che la società ci impone?

E’ brutto sentirsi diversi e non capiti, è brutto dover mentire a se stessi e agli altri, indossare  una maschera; tutti lo facciamo e nessuno lo ammette, tutti fingiamo: siamo diventati talmente bravi a recitare da non distinguere più noi stessi da ciò che fingiamo di essere.

PS: sono confuso.

Reginaldo Hasa  3^ BC

Indagine sull’uso dei social network al “Cardano”

I social sono ormai un aspetto “fondamentale” della nostra quotidianità digitale. Chi vuol essere all’avanguardia, che si tratti di ambito lavorativo o di ambito personale, deve avere almeno un profilo social.

Le piattaforme vengono usate tutti i giorni per motivi diversi tra cui, il più importante, quello di comunicare con altre persone che siano estranei, “conosciuti” attraverso un smartdisplay, o già conoscenti ma distanti.

L’uso dei social per la comunicazione e per l’intrattenimento, in qualche modo ha, per tutti, aumentato progressivamente l’attività   online nel periodo della pandemia, data l’impossibilità di poter stare fisicamente vicino ad altre persone.

 È proprio per questo che la classe 4^ELS, spinta dalla curiosità, e accettando una proposta di attività didattica multidisciplinare di informatica, matematica, educazione civica, ha realizzato un questionario per un’indagine statistica che grazie ai professori aderenti è stato distribuito a diverse classi, dalle prime alle quinte.

Lo scopo del questionario è proprio quello di “indagare” sul rapporto che gli studenti hanno con le piattaforme social in generale e sulle loro preferenze.

Di seguito   un video che restituisce i risultati del questionario: le risposte (rimaste anonime nel rispetto della privacy degli alunni) vengono analizzate e commentate.

 

Mariana Cretu 4ELS

Dal Cardano alla Microsoft, al MILLE per cento

Incontro con Matteo Mille di Microsoft Italia

Matteo Mille, ex studente dell’Itis Cardano, responsabile marketing and operation per Microsoft Italia, manager affermato che ha girato il mondo, torna virtualmente nella sua vecchia scuola.

Lo abbiamo incontrato venerdì 21 maggio, durante una video conferenza a cui hanno partecipato cinque classi dell’istituto.

Partendo dalla piccola e provinciale Pavia, Mille ha lavorato per alcune delle più importanti aziende del settore tecnologico, come Italtel, Sun Microsystems, McKinsey, Syntek Capital, Telecom e, da circa quindici anni, Microsoft.

Alla base del suo successo, dice, c’è sicuramente la curiosità, che lo ha spinto ad affrontare nuove e “temibili” esperienze, come andare a vivere ancora ragazzino negli Stati Uniti, da una zia, per imparare
l’inglese;  accettare un’offerta di lavoro in un’azienda nuova ma capace di offrire molti stimoli professionali; oppure trasferirsi dall’altra parte del mondo senza conoscere la cultura del Paese. Insomma, carpe diem.

E alla domanda più ovvia di fronte a una vita piena di bivi eppure così ricca di successo, ovvero “Come ha capito la strada da seguire?”, Mille ha risposto nel modo più sincero possibile: “de panza”, seguendo  l’istinto.

Alla base della sua formazione sembra trovarsi una scuola che era tra le più innovative d’Italia, all’epoca, ovvero l’indirizzo di robotica sperimentale del Cardano: insomma, quello che poteva essere o un azzardo o la scelta migliore possibile.

In realtà, però, Mille parla della scuola come di una ricetta: “A scuola impari le basi, come vuoi condire il tuo piatto lo decidi dopo: con l’università o facendo esperienze di altro tipo. A scuola impari come cuocere la pasta, il metodo”.

Gli è stato chiesto se cambierebbe qualcosa della sua vita: no, rifarebbe tutto, dalla decisione coraggiosa di trasferirsi a 13 anni negli USA, lontano dai genitori, alla scelta di frequentare il Cardano, al trasferimento per 7 anni a Singapore.

Mille ha invitato ad essere aperti ad ogni sfida, a non aver timore di fronte alle novità. Suggerisce di lavorare con ardore, di essere disponibili ad evolvere, ma anche di rimanere autentici, di essere disposti ad apprendere e a conservare uno spirito curioso.

E in questo, afferma, sono state di fondamentale aiuto anche gli incontri  fatti durante i suoi anni di vita. Circondarsi di persone carismatiche, interessanti e intraprendenti è importante al pari di uno studio universitario per la crescita della persona.

Si può dire, perciò, che l’arricchirsi a vicenda sia la chiave del progresso, e lui stesso afferma di imparare ancora molto da colleghi con meno anni di esperienza sulle spalle.

In sostanza, un uomo che ha continuato a coltivare le sue passioni, raggiungendo grandi risultati.

Ma non finisce qui, perché Matteo Mille non si ferma, non si accontenta e procede spedito come una locomotiva verso nuove esperienze, nuovi obbiettivi da raggiungere.

Prossima fermata? La collaborazione nella realizzazione del primo Region Datacenter Microsoft in Italia.

Roberta Basile 5DLS
Giulia Faccini 5DLS
Alessio Maggi 5CLS

Agenda 2030 secondo la 5ALS

L’introduzione dello studio di Educazione civica ci ha dato l’opportunità di approfondire tematiche specifiche individuate da ognuno dei nostri insegnanti in attinenza con la propria materia.
In particolare la classe 5 ALS con la professoressa Giancarla Ricotti, insegnante di Scienze naturali, ha avuto modo di conoscere ed analizzare l’iniziativa Onu chiamata “Agenda 2030”. Si tratta di un progetto che sottolinea l’insostenibilità di un’economia mondiale basata solo sull’ interesse economico, a scapito di popoli ed ambiente.

L’agenda 2030 si pone 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e 169 sotto-obiettivi, da attuare a livello mondiale entro l’anno 2030, che mirano a combattere la povertà e le diseguaglianze e ad uno sviluppo sociale ed economico sostenibile, affrontando anche tematiche ormai non più trascurabili come il cambiamento climatico e la pace in ogni paese del mondo. La proposta della professoressa Ricotti ha dato ad ognuno degli alunni della classe la possibilità di scegliere e di esporre in maniera mirata alcuni di questi “goals” ed ha portato al coinvolgimento di tutti gli alunni in un dibattito che ha aiutato a rendere ognuno più consapevole di ciò che serve per garantire a tutti un futuro migliore.
Di seguito vi presentiamo alcuni dei nostri lavori.

The Great Green Wall
The Great Green Wall
Educazione equa ed inclusiva
Rispetto verso la vita

 

Chi è e cosa fa l’Ethical Hacker?

Nella mattinata del 18 marzo 2021 la nostra classe ha avuto un video-incontro con il dott. Lorenzo Grespan,  che ci ha spiegato in che cosa consiste il suo lavoro di Ethical Hacker (Hacker Etico) presso un’azienda situata nel Regno Unito.

L’Ethical Hacker è sempre più ricercato dalle aziende di tutto il mondo, in quanto è un professionista informatico nell’ambito della sicurezza.

Al termine hacker si associa, in genere, un’immagine negativa: è visto come un pirata della rete, una figura ambigua che manomette i sistemi o si appropria di file per scopi malevoli.

Gli hacker “buoni”, “etici” o “White Hat si distinguono, invece, dai pirati informatici o “crackerperché, al contrario di questi, operano a beneficio di aziende, enti e organizzazioni.

Essi vengono, infatti, autorizzati da quest’ultimi per effettuare i propri attacchi a reti, infrastrutture informatiche e siti web: questa autorizzazione garantisce la legalità delle loro attività di hacking.

Lo scopo è quello di identificare e risolvere eventuali vulnerabilità e migliorare, così, la sicurezza e la buona funzionalità del sistema analizzato.

Il fine,quindi, è “buono”, ovvero vuole prevenire le attività criminali di hacker maligni, chiamati in gergo “Black Hat Hackers“.

L’importanza di questo professionista diventa ancora più chiara se pensiamo, ad esempio, che anche i governi sono spesso vittime di attacchi sempre più complessi da parte di hacker malintenzionati.

Ogni impresa deve assicurare un trattamento riservato ai dati propri e dei clienti: ad esempio nomi, username e password, dati di contatto, informazioni personali e dei conti bancari…

Solitamente sono le aziende di grandi dimensioni che investono di più in sicurezza informatica, per ridurre al minimo il rischio di perdita o manomissione dei dati, oppure strutture che devono gestire dati sensibili come banche, assicurazioni, strutture sanitarie, agenzie ed enti governativi (ad esempio nel settore della Difesa), società che raccolgono e analizzano enormi quantità di dati riguardanti i propri utenti.

Gli Ethical Hacker lavorano al computer, in ufficio oppure da remoto, con orari di lavoro che variano a seconda dei progetti e degli attacchi informatici in corso.

Gli attacchi possono essere di tipo virtuale: ad esempio attraverso l’uso di spyware, software spia che catturano informazioni all’interno della rete, e worm, software che si introducono nel sistema e consentono di controllare il computer da remoto.

Gli attacchi di tipo fisico, invece, consistono nel furto di unità di memoria, interruzione di corrente, danneggiamento delle apparecchiature…

Le possibilità di attacco sono potenzialmente infinite, limitate solo dalla creatività e dalle capacità tecniche dell’hacker.

Concluso l’attacco, l’Ethical Hacker prepara un documento in cui descrive la falla di sicurezza e propone le soluzioni per ripararla: pensa e opera come se fosse un attaccante malintenzionato, per poi poter intervenire come difensore del sistema informatico che ha tentato di sabotare.

Durante l’incontro il dott. Grespan, esperto di sicurezza informatica, ci ha presentato  il suo lavoro in modo coinvolgente, arricchendo la presentazione con esempi tratti dalla sua esperienza e con suggerimenti utili.

Abbiamo compreso che per diventare un Ethical Hacker è necessaria una specializzazione dopo la scuola superiore e che questa offre interessanti  opportunità di lavoro.

Ci ha illustrato , inoltre, alcuni pericoli che possiamo incontrare su Internet e come possiamo aggirarli: ad es. dobbiamo evitare di usare la stessa password su diversi siti e di navigare su pagine web non affidabili.

 Riccardo Serci 4 BI

Anche i computer prendono l’influenza

Cos’è un virus informatico? Si tratta di malware (codice malevolo) che, una volta introdotto in un programma informatico, è in grado di auto-replicarsi, proprio come i virus biologici, e prendere il controllo del computer infetto.
Si diffondono da un computer ospite ad un altro attraverso file nei quali rimangono silenti fino a quando il file interessato non viene aperto. Il passaggio da un computer ad un altro può avvenire con modalità differenti: se un computer è in rete può diffondere il virus agli altri con cui è collegato, oppure la diffusione può giungere attraverso il download di file, di e-mail o link infetti.
Vengono creati in continuazione nuovi virus informatici, sono più di un milione i virus al mondo.
I più diffusi sono:
– macro virus: sono i più comuni; si trovano spesso nei documenti Microsoft Word o in fogli Excel, e si attivano quando il file viene aperto, diffondendosi in altri file .doc e .xls modificandone il contenuto.
– file infector: si collegano ai file eseguibili con estensioni .exe e .com e si diffondono quando un programma infetto viene lanciato, prendendone il controllo.
– browser hijacker (dirottamento del browser): si impossessano del browser; solitamente sostituiscono la homepage, sovrascrivendo le impostazioni in modo da non poterle modificare; il loro scopo è di indirizzare l’utente su banner o siti web al fine di garantire introiti per i loro ideatori, mostrando annunci pubblicitari.
– virus di web scripting: sovrascrivono il codice di un sito web ed inseriscono link o video che poi installeranno malware nel computer dell’utente; spesso i proprietari del sito web sono inconsapevoli di ospitare un virus, perché può  esservi inserito semplicemente postando un commento.
– virus del settore avvio: sono virus che si avviano attraverso supporti fisici come chiavette USB o dischi rigidi esterni.
Qual è lo scopo dei virus informatici?
A volte il virus viene ideato da geni dell’informatica con il solo obiettivo di dimostrare di essere in grado di interagire e prendere possesso di un programma, ma più spesso la loro creazione ha scopi concreti, dall’ appropriazione di identità informatiche, a truffe monetarie, allo spionaggio industriale o politico; le cyber war, ad esempio, si stanno sostituendo sempre più alle guerre sul campo, ne è un esempio quanto è avvenuto ad opera dei servizi segreti israeliani e statunitensi che grazie all’utilizzo di un virus sono riusciti a compromettere in modo irreparabile il funzionamento della centrale di Natanz in Iran, dove avveniva la lavorazione dell’uranio per la realizzazione di armi nucleari.
STUXNET: questa è la sua storia. link al video

Irene Console (5ALS)

La sofferenza nell’era digitale

Siamo nel 2021, nel mezzo dell’era digitale che ci dà la possibilità di comunicare, grazie ad Internet, in modo istantaneo ed immediato, azzerando le distanze. Tutto è cambiato a partire dal modo di esprimersi, di lavorare, di vivere. Oggi non ci si saluta più con “ciao”, ma con “bella zio”, “bro”, “we fratm”, e tanti altri termini da “Millennials”. Si chiama così questa generazione, nata nell’era in cui è possibile parlare con qualcuno a migliaia di chilometri, utilizzando un parallelepipedo grande poco più di una mano, il telefono.

Nessuno si sarebbe mai aspettato una pandemia, come nessuno si sarebbe aspettato quale tipo di risposta avrebbe dato la popolazione mondiale. In questo anno in cui siamo stati chiusi in casa forzatamente, abbiamo cercato una nuova normalità, nuovi modi per trascorrere le giornate, nuovi passatempi. La soluzione più comune è stata l’utilizzo dei social network, o come li chiamo io, seconda vita. Perchè online è più facile agire, impersonare, comportarsi in un certo modo. E’ facile fingere e mentire.

Io stessa ho trascorso molto più tempo sui social durante la pandemia, non avendo altro da fare: i miei genitori erano entrambi in smart working e mio fratello ancora troppo piccolo per capire la situazione. Durante questo periodo ho fatto molte conoscenze, ho avuto più tempo per me, per quello che mi piace fare e, inizialmente, stavo anche abbastanza bene. Per passare il tempo, i ragazzi (ma anche gli adulti) hanno iniziato a sfogarsi sui social network condividendo pensieri, esperienze fatte in pandemia, problemi, e sfidandosi nelle cosiddette “challenge”. Ma a quanto pare, la situazione è sfuggita di mano.

L’interazione sociale fa parte dell’essere umani, è impossibile vivere senza il contatto con altre persone. Non il contatto digitale, quello è solo una scusa, una soluzione temporanea. Durante la pandemia si sono create molte situazioni spiacevoli nelle famiglie: convivenza forzata, litigi, separazioni. Io ho iniziato a stare male perchè i miei genitori erano troppo presi dal lavoro, passavano anche 10 ore davanti al computer, trascurando sia me che mio fratello.

Penso che quello che è successo a me sia capitato anche a tantissimi altri ragazzi, magari per motivi diversi come la scuola o l’instabilità economica, ma il punto d’incontro è comune. Ognuno ha trovato un modo diverso per sopportare: c’è chi si ribella, chi si isola, chi si sfoga, e chi non riesce a trattenersi e preferisce andare all’altro mondo, magari nemmeno di sua volontà.

La Combo Covid Internet ha cambiato il mondo in negativo. Le stesse persone che ora soffrono di disturbi psicologici tra 15 anni saranno ingegneri, medici, politici, avvocati, imprenditori, personaggi famosi. La colpa di questa situazione, a mio parere, è degli attuali adulti: i cosiddetti “boomers”, perchè nati negli anni del boom economico. Sono i genitori, gli insegnanti, i politici, i capi di stato che mettono sotto pressione i ragazzi e li riempiono di responsabilità che non gli spettano. I sistemi sono sbagliati, le loro mentalità conservatrici sono peggio. Non è concepibile soffrire di ansia sociale perché si viene discriminati a scuola, o ansia generale perché si viene controllati e valutati costantemente.

Io non ho ancora trovato una soluzione a questi problemi, ma conto di trovarla. Chi, in questo periodo, è arrivato a decisioni estreme non aveva più la forza di continuare a sopportare, e ha preferito lasciare le sue responsabilità ad altri. Fortunatamente non ho ancora toccato il fondo; anzi, mi sto riprendendo. Spero che tutti i ragazzi in difficoltà trovino la forza di andare avanti, utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione. Ci manca uscire con gli amici; ma una videochiamata, seppur non sia la stessa cosa, a volte può aiutare.

La pandemia ha causato un buco nella crescita di noi ragazzi, a prescindere dall’età. Per più di un anno non abbiamo avuto la possibilità di avere delle interazioni sociali costanti e ci siamo dovuti accontentare, soprattutto chi è stato a stretto contatto con  adulti dalla mentalità chiusa, incapace di offrire rassicurazione.

Se potessi mandare un messaggio ai miei coetanei, vorrei consigliare loro di esporre  i loro problemi, per quanto complicati o banali. Nascondere l’evidenza è sbagliato, tutti siamo o siamo stati male almeno una volta in questo periodo, ed è un nostro diritto farlo sapere a chi in questo momento ci guida verso l’età adulta. Vorrei che tutti trovassero il coraggio di parlare senza timore di essere sminuiti oppure ignorati, in modo da poter ricevere il giusto supporto. Poter parlare dei propri problemi ed essere capiti risolverebbe molte cose, si ridurrebbero le sofferenze e i suicidi. Se gli adulti di oggi fossero più propensi ad ascoltare i giovani, non ci sarebbe più bisogno di sfogarsi sui social, o peggio ancora, di desiderare la morte

G.P.

Cognizione sintetica dei fattori sostanziali nello svolgimento dell’attività giornalistica

Nel corso del mese di Marzo alcune classi del nostro Istituto hanno avuto il privilegio e la grande opportunità di frequentare tre incontri – laboratorio dal titolo  “Cognizione sintetica dei fattori sostanziali nello svolgimento dell’attività giornalistica”, organizzati dalla rivista #Magazine , promossi dal direttore della rivista Ing. Giampiero Filella, tenuti e moderati dal dott. Giovanni Cirone, iscritto all’ordine nazionale dei giornalisti.

Pubblichiamo qui di seguito considerazioni e riflessioni di alcuni alunni che hanno partecipato alle attività. 

Giornalismo a scuola

Il corso di giornalismo che abbiamo frequentato è stato molto formativo sia perché abbiamo capito come si scrive un articolo di giornale, sia perché abbiamo davvero compreso il  lavoro di un giornalista. Un mestiere che richiede una grande passione, poiché implica sacrifici e non deve mai essere svolto con superficialità.  Il giornalista che ha tenuto il corso ha avuto la capacità di veicolarci questi principi basilari della professione; ci ha ben rivelato la passione e la dedizione che ci vuole per svolgere quel lavoro. A me ha fatto capire soprattutto che non basta essere bravi a scrivere per fare il giornalista; il suo vero lavoro non  è solo prestare attenzione alla forma e alla correttezza sintattica di quanto scrive, ma soprattutto far capire a tutti quello che sta succedendo nel mondo senza troppi “giri di parole”, in modo semplice e chiaro. Mi ha sorpreso soprattutto che la curiosità deve essere la prima dote di un giornalista. Forse un giorno potrò scrivere qualcosa per qualche rivista o giornale, oppure troverò la mia vera passione in un’attività completamente diversa,  ma di certo questo corso mi ha insegnato tanto, sia didatticamente che umanamente, per il mio futuro.

Gaia Mongillo 5CLS

Le regole del giornalismo

Durante gli incontri pomeridiani, a cui ho partecipato con grande interesse, abbiamo capito ciò che un giornalista deve conoscere per poter svolgere un’inchiesta, sapendo che la modalità giornalistica punta ad approfondire un evento e analizzarlo per poi raccontarlo.

Per svolgere questo mestiere, il giornalista deve essere curioso perché deve andare continuamente alla ricerca di notizie, che appunta su un taccuino, che è quel che basta. Di fondamentale importanza per il giornalista è anche la ricerca di fonti attendibili e accurate.

Abbiamo imparato diverse definizioni e distinto alcune differenze:

  • La differenza tra informazione, che è monodirezionale, e comunicazione che è omnidirezionale, in quanto va da A a B, da B a C e D e risponde a B per esempio.
  • Sappiamo inoltre che il giornalismo ha come obiettivo la realizzazione di un contenitore che raccoglie e dispone a sistema (secondo regole temporali e di impaginazione) informazioni che sono state individuate, selezionate, valutate ed elaborate da un’organizzazione che le trasforma in notizia, secondo criteri di notiziabilità. Il giornalista è solo un “ingranaggio” di questo meccanismo.

La valutazione della notiziabilità si fa attraverso:

  • Rilevanza pubblica dei protagonisti;
  • Attualità del fatto;
  • Vicinanza geografica dell’avvenimento;
  • Pubblico interesse;
  • Portata fuori dal comune.

Sappiamo inoltre che la realtà si valuta secondo una griglia chiamata 5-7-3:

  1. Accuratezza;
  2. Attualità;
  3. Coerenza;
  4. Completezza;
  5. Credibilità.
    • Accessibilità;
    • Comprensibilità;
    • Conformità;
    • Efficienza;
    • Precisione;
    • Riservatezza;
    • Tracciabilità.
  6. Disponibilità
  7. Portabilità
  • Recuperabilità

Abbiamo scoperto la nascita e la struttura della prima pagina di un giornale, confrontando diverse prime pagine di alcune testate giornalistiche.

Ora sappiamo come funziona una redazione e quale deve essere il comportamento, a livello etico, di un giornalista secondo la carta dei doveri del giornalista, carta dei doveri degli Uffici Stampa, carta dei doveri dell’informazione economica, carta informazione e pubblicità, carta informazione e sondaggio, codice di deontologia relativo alle attività giornalistiche, codice in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, decalogo del giornalismo sportivo.

Daniele Martellotta 5CLS

Laboratorio di giornalismo

Penso che l’attività di laboratorio di giornalismo sia stata gestita nel miglior modo possibile; nonostante la presenza di tre classi diverse non si è mai fatta confusione, sia grazie alla nostra serietà, sia grazie alla serietà degli insegnanti e alla professionalità e alla capacità del relatore di coinvolgerci.
È giusto allargare i propri pensieri; è giusto ogni tanto dedicarci a qualcosa che non abbiamo mai considerato. Personalmente non avevo la minima idea dell’enorme mondo che si trova dietro ad un articolo di giornale. La professionalità e la passione del giornalista è stata tale da poterci coinvolgere in tutto, facendo a volte passare il tempo come se stessimo giocando.
Alla parola “compiti” ho pensato “ecco, ci mancava solo questa”, ma in realtà non sono stati veri e propri compiti, mi sono calato nei panni di un giornalista e per un’ora mi sono sentito uno di loro. Ancora una volta, più che lavorare, pensavo di star giocando.
L’ho trovata quindi un’esperienza più che positiva, da consigliare a chiunque. Ringrazio gli insegnanti e soprattutto il giornalista per avermi trasmesso qualcosa tramite la sua evidente passione nei confronti di questo “mondo”.

Xhihani Klajdi 5CLS

Il giornalismo a scuola.

Le classi 3dls, 5als, 5 bls e 5cls hanno partecipato a un corso di approfondimento sul giornalismo tenuto dal giornalista, caposervizio e ghostwriter Giovanni Cirone. Gli incontri, suddivisi nell’arco di due settimane, con cadenza 23-26 febbraio e 5 marzo 2021, e con una durata  di due ore a  incontro, sono rientrati all’interno delle attività di PCTO (ex alternanza scuola-lavoro) e hanno fornito un prezioso e interessante excursus sul mondo dell’informazione. Le tematiche affrontate durante il corso hanno riguardano il giornalismo moderno, la storia dell’informazione e della comunicazione e il mondo dell’editoria specializzata. Giovanni Cirone, giornalista romano, laureato in lettere e iscritto all’albo dei giornalisti con trent’anni di esperienza nel settore, ha saputo coniugare e guidare i ragazzi all’interno di un argomento vasto, come quello dell’editoria specializzata, con il dono della sintesi. I ragazzi, alla fine di ogni incontro, si sono potuti cimentare con la composizione di articoli sulla base di take d’agenzia, lavorare su sintesi di informazioni fondamentali per uno scritto e produrre una pillola radiofonica su alcuni fatti di cronaca recente. Questi elaborati sono stati successivamente corretti da Cirone che, attraverso alcune linee guida, ha fornito consigli su come migliorare e affinare le proprie abilità. Infine, i ragazzi hanno potuto affrontare temi e argomenti di attualità come, ad esempio, le problematiche legate alle fake-news e le differenze tra comunicazione e informazione. Il corso è stata un’esperienza interessante e che ha soddisfatto i ragazzi delle classi che vi hanno aderito.

Luca Castoldi 3dls

L’alternanza scuola – lavoro al tempo del Covid- 19. 

Tra il 22 febbraio e il 5 Marzo 2021, circa una sessantina di ragazzi, del Liceo del nostro istituto, hanno avuto il piacere di partecipare ad un laboratorio tenuto da Giovanni Cirone, giornalista romano dalla grande personalità e dalla pungente lingua. L’attività ha avviato una collaborazione tra la scuola e la rivista #MAGAZINE che si protrarrà anche il prossimo anno scolastico e che consentirà agli studenti di scrivere e proporre articoli per la rivista. Questa iniziativa costituisce un’importante opportunità per i partecipanti, specie in questo momento di pandemia in cui le occasioni per approcciarsi al mondo del lavoro e delle professionalità si sono ridotte drasticamente. Durante gli incontri, tre in totale, gli studenti hanno ricevuto una generale infarinatura, non senza intermezzi ilari, di cosa sia il giornalismo e il giornale. Si è partiti dalle conoscenze più nozionistiche, come la domanda tanto semplice quanto complessa “Quando è nato il giornalismo?”, per spaziare agli aspetti più pratici, quali la struttura stessa degli articoli presenti nella prima pagina di ogni giornale, “la notiziabilità”, “l’attitudine” di un evento ad essere tramutato in notizia, fino ad arrivare a quelli che sono gli aspetti più distaccati dalla produzione stessa, ma comunque importanti, se non addirittura  in misura maggiore, come i dilemmi di natura etica, e quelli che sono i “codici” di condotta del giornalista e delle varie professioni ad esso collegate. Gli improvvisati giornalisti, si sono così ritrovati, nel corso delle loro insonni notti, a svolgere le più svariate esercitazioni, come ricavare da fonti frammentarie ed equivoche un articolo di giornale dall’intransigente numero di battute, o la stesura di un lancio da studio, ossia quel breve intermezzo di anticipazione che ogni sera sentiamo all’avvio dei telegiornali, sempre stando nei rigidissimi limiti di tempo imposti. Ciò che gli studenti hanno imparato, è che per essere giornalisti, la condizione di saper scrivere bene non è né necessaria né sufficiente, e infatti essenziale saper cogliere il “clou” dei fatti, e naturalmente essere in grado di rispettare quelli che sono i limiti imposti dai nostri severissimi redattori. E così queste brevi, seppur intense, lezioni si sono concluse lasciandoci la consapevolezza di aver partecipato ad una esperienza  coinvolgente ed interessante, dalle molteplici sottigliezze e sfumature.

 Poncina Leonardo – 3DLS

LO SPORT DURANTE IL LOCKDOWN

SPORT è un termine inglese che significa divertimento. E’ l’abbreviazione della parola disport derivata dall’antico francese “desport”, che equivale a divertimento, svago, ricreazione. Una delle definizioni più complete di questo termine è stata data in occasione della 7^ Conferenza dei Ministri europei responsabili dello Sport tenutasi a Rodi nel 1992: “Qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli”

Ma nel pieno della pandemia, si può ancora pensare allo sport con queste parole?

E’ da un anno e mezzo ormai che siamo bloccati nelle nostre case, costretti ad indossare una mascherina che ci copre bocca e naso, a mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, amici, parenti, vicini di casa: tutto a causa di un virus super contagioso, il Covid-19. Ovviamente non potendo avere alcun tipo di interazione sociale, se non con i nostri genitori e fratelli, numerosissime attività di ogni genere sono state interrotte. L’attività fisica sportiva è una di queste.

E’ davvero triste pensare che ora, per un ragazzo, lo sport si è ridotto a misera fatica e solitudine, un’attività senza scopo e senza l’emozione di una vittoria o la delusione di una sconfitta. Lo sport aveva la capacità di trasmettere valori quali rispetto per gli altri e lavoro di squadra, aiutava anche ad acquisire autostima e fiducia in se stessi. Oggi, invece, è difficile parlare di sport: andare fuori a correre, necessariamente in campagna o in zone isolate, portandosi sempre una mascherina da indossare se si incontra qualcuno, oppure allenarsi seguendo degli esercizi di work out su YouTube, stando nelle nostre camere. Per giovani della nostra età questo non è sport, è semplicemente un’attività allenante.

Lo sport DEVE essere divertimento e svago; DEVE essere inteso come un modo per riequilibrare le ore dedicate alla scuola, consentire ai giovani di passare del tempo con gli amici o di conoscerne di nuovi. Appellandoci a quest’ultimo punto, insieme allo sport inteso come passatempo, il Covid-19 ci ha sottratto un altro elemento fondamentale alla crescita individuale e di giovani cittadini, ci ha privato di ogni possibilità di sviluppare una qualsiasi relazione sociale, vecchia o nuova che sia. Lo sport individuale, ma soprattutto quello collettivo, insegnava ai ragazzi a condividere e a gioire delle vittorie con la squadra, a gestire le sconfitte, accettandole e facendone tesoro per migliorarsi. Lo sport permetteva ai ragazzi più vivaci di sfogare le energie, ma dava anche la possibilità a quelli più introversi di entrare in rapporto con gli altri e di imparare a mettersi in gioco e a collaborare, anche solo per divertirsi insieme. Oggi giorno, invece, la privazione di un diritto, quello della libertà di svago, per noi così importante, ha portato a gravi conseguenze anche sul piano psicologico. Molti giovani restando da soli, chiusi nelle loro camere per ore intere, hanno disimparato ad aprirsi agli altri, chiudendosi in se stessi. E così sono comparsi disturbi del sonno, attacchi d’ansia, irritabilità: sintomi comuni in bambini/e e ragazzi/e nel nostro Paese durante l’isolamento a casa. Altri, invece, non potendo più concedersi l’attività fisica sportiva, hanno trovato un metodo di svago sostitutivo nei videogiochi. D’altronde, il videogioco è rimasto uno dei pochi strumenti in grado non solo di farci svagare dopo le ore di scuola e di non farci pensare alla situazione catastrofica che sta affrontando il mondo in questo periodo; ma è anche uno dei pochi mezzi che ci permette di divertirci insieme agli amici: una partita di calcio su Fifa è pur sempre meglio di niente, così come lo sono anche le gare automobilistiche online.

Ma siamo sicuri che digitalizzare l’attività sportiva sia davvero la scelta ideale? I videogiochi, seppur siano di grande aiuto per affrontare la solitudine, utilizzati con una frequenza troppo elevata, non sono di certo l’ideale sul piano psicofisico perché creano sedentarietà e dipendenza.

Allora non ci resta che pazientare e usare di tutto un po’, in attesa del gran ritorno sul morbido tappeto erboso di un vero campo di calcio. Ci piacerebbe parlarne con le autorità competenti e, perchè no, con il Presidente Draghi in persona: pensate a noi giovani innamorati dello sport.

 

BIBLIOGRAFIA:

https://eticanellosport.com/sport-definizione-significato/#

https://www.google.it/amp/s/it.mashable.com/videogame/4006/videogiochi-lockdown-riconoscere-dipen denza-gaming-disorder%3famp=1

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_4_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=salastampa&p=null&id=5573

 

Andrea Garetti e Federico Franchini 1DLS, ITIS Cardano – Liceo Scienze Applicate

La Guerra delle Correnti

La guerra delle correnti: uno show didattico.
Siamo nel 2021; dopo ormai un anno di DAD la scuola si è adattata alla situazione con strategie innovative, trasformando le tradizionali aule in stanze Zoom e i normali progetti extracurricolari in corsi online. È in questo contesto che nasce l’iniziativa “Guerra delle correnti”, un accattivante percorso, tenuto dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Pavia, intrapreso dagli studenti della 5BLS attraverso conferenze digitali.

Ma da dove nasce il nome “guerra delle correnti”?
Ebbene, nel corso dell’ Ottocento, venne scoperta una nuova energia, l’elettricità, che tutt’oggi muove buona parte del mondo e che ci permette di vivere la normalità quotidiana, attraverso l’illuminazione, gli elettrodomestici, gli stessi computer e così via. Ma come oggi siamo tartassati di chiamate dai call center per usufruire della migliore offerta (a detta loro) del mercato, anche con i primi utilizzi di questa tecnologia arrivarono i primi scontri commerciali, in particolare tra i promotori dell’utilizzo della corrente alternata (Westinghouse e Tesla, dei quali è sfruttata l’intuizione) e quelli della corrente continua (Thomas Edison, di cui tuttora è presente l’omonima azienda), entrambi forti dei vantaggi del loro prodotto.

Il progetto, oltre a ripercorrere i passaggi storici e culturali che hanno caratterizzato l’epoca, approfondisce anche l’aspetto più prettamente tecnico, attraverso la spiegazione dei principi fisico-matematici collegati ai due tipi di elettricità.
Prevede inoltre un gioco di ruolo, della durata di circa 4 ore, durante il quale sono gli stessi studenti ad inscenare i fatti che hanno studiato, con la possibilità di confermare o ribaltare il corso della storia.
Questa inedita iniziativa è un percorso didattico molto utile per gli studenti delle classi quinte del liceo delle scienze applicate, delle classi di elettrotecnica e per tutti coloro che sono interessati ad approfondire il percorso che ha portato alla formazione del mondo così come lo conosciamo oggi, oltre che un perfetto esempio di resilienza dell’apparato scolastico, sempre pronto ad adattarsi a qualunque circostanza.

    Gli alunni di 5 BLS – Itis Cardano, Liceo Scienze Applicate

TERRA DEI FUOCHI

Volantino Digitale

È trascorso un anno da quando il DPCM datato Marzo 2020 ha decretato la sospensione della didattica in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado sul territorio nazionale causa Covid-19. Da allora il Ministero dell’istruzione ha attivato la procedura della Didattica a Distanza (DAD). Insegnanti ed alunni sono stati catapultati in un universo sconosciuto o quasi. La DAD ha dato la possibilità ai docenti di continuare a insegnare ai propri studenti, qualcuno mantenendo comunque buoni risultati, qualcuno invece riscontrando più difficoltà. A noi di 2.a AI, che sin dallo scorso anno partecipiamo al Progetto P.T.O.F. Aladino Z, l’uso del digitale ha però permesso anche di occuparci in modo un po’ diverso dei vari argomenti trattati.

Una delle nostre esperienze recenti in tal senso è avvenuta quando abbiamo studiato il testo persuasivo, osservandone degli esempi, imparandone le caratteristiche e soprattutto sperimentandone la produzione. Il testo persuasivo è basato sulla creatività, con l’obiettivo di attirare l’attenzione del lettore focalizzandola su un particolare problema, e per questo motivo ne siamo stati particolarmente coinvolti. Durante le lezioni in presenza abbiamo scritto dei testi persuasivi, ma con il passaggio alla DAD la nostra insegnante di Lettere, la professoressa Brochetta, ci ha proposto un progetto diverso: realizzare un prodotto multimediale relativo a una delle imminenti Giornate commemorative. Noi abbiamo optato per il 21 marzo.

Il 21 Marzo si rinnova sulle piazze la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle Vittime Innocenti delle Mafie”. In questa memoria ogni anno rinnovata affondano le radici di un impegno teso alla costruzione di una società libera dalle mafie, dalla corruzione e da ogni tipo di malaffare. Le giornate internazionali sono infatti un’occasione per informare le persone su questioni importanti, per mobilitare le forze politiche e per celebrare e rafforzare i successi dell’umanità.

Da sempre l’uomo, davanti alle tante difficoltà della vita, ha cercato di rifugiarsi in un mondo sicuro. Questo posto è stato sempre la propria casa. La nostra scelta è caduta su questo tema in quanto purtroppo da un po’ di tempo, gli abitanti della “Terra dei Fuochi” non possono più farvi riferimento. Gli interessi criminali e l’indifferenza delle istituzioni hanno soffocato la popolazione, esposta, nella propria casa, al potere dei capi criminali. La “Terra dei Fuochi” è un luogo dove il malaffare ha fatto i suoi comodi. Le terre, le falde acquifere sono state inquinate da tonnellate di rifiuti di ogni genere, smaltite in cambio di denaro senza pensare alle conseguenze.

Come prima cosa ognuno di noi ha fatto una piccola ricerca sull’argomento che si doveva trattare, poi abbiamo confrontato le notizie e abbiamo scelto le più pertinenti, quindi abbiamo composto un testo. Scelte le immagini abbiamo creato il video. Per la creazione del video abbiamo usato CANVA perché è un programma molto versatile, il quale ci ha permesso di adattare a nostro piacimento le varie immagini e testi.

Dato che però il video è, come si dice in gergo, molto pesante, abbiamo deciso di caricarlo sul cloud e di renderlo accessibile tramite un QR code inserito in un volantino dedicato alla tematica da noi scelta.

Ragni – Curti – Vacalebri – Cassani – 2AI

IL SILENZIO È MAFIA

 Volantino digitale

Frequentando la 2AI in Didattica a Distanza, con la professoressa Brochetta ci siamo occupati anche del testo persuasivo, un tipo di testo che serve per persuadere o invitare il lettore a eseguire una determinata azione, oppure ad adottare un determinato comportamento.

La professoressa ci ha assegnato un progetto sul testo persuasivo, che consisteva nel creare un volantino, un video o un PowerPoint per commemorare le Giornate dedicate alle vittime della mafia, all’acqua e ai libri, avendo la libera scelta della tematica da affrontare.

Gli argomenti non erano casuali: la Giornata delle vittime innocenti uccise dalla mafia cade il 21 di marzo, quella dell’acqua il 22 di marzo e quella dei libri e del diritto d’autore il 23 di marzo. In particolare il 21 marzo è la Giornata Nazionale istituita per mantenere vivo il ricordo delle vittime innocenti della mafia, per ridare centralità alla lotta contro la mafia, per invitare a seguire la cultura della giustizia e della legalità, per responsabilizzare i giovani.

Il nostro gruppo ha scelto di occuparsi proprio della mafia, portando come tematica la sua corruzione, il suo potere e la sua pericolosità.

Perché la mafia sfortunatamente è tuttora un problema molto grave di questo Paese, anche se spesso viene ignorato o sminuito (“Tanto la mafia è solo al Sud…” oppure “La mafia non è un nostro problema.”) dando la possibilità all’organizzazione di agire senza grosse difficoltà.

La mafia invece non ha etnia, infatti è possibile trovarla in Russia, Cina, America, Africa, Italia e così via.

La mafia non ha neppure umanità, ed è questa la cosa peggiore fra tutte, perché pur di raggiungere il proprio scopo, generalmente la “bella vita”, i mafiosi possono fare di tutto, arrivando a commettere anche i peggiori reati possibili.

E quindi noi parliamo di questa organizzazione, poiché non è un problema solo estero o meridionale bensì mondiale.

Seguendo lo schema problema – vantaggi – soluzione, il nostro progetto inizia con l’intento di immergere il lettore nel testo, con una scrittura facile e veloce, un tocco di drammaticità e l’inserimento di foto e musica, così che sia attratto e invogliato a continuare a leggere, per poi fargli trovare diversi slogan, più o meno famosi, che hanno lo scopo di farlo riflettere e infine delle proposte fatte da noi nel tentativo di persuaderlo ad adottare determinate iniziative.

Ci siamo infine occupati della condivisione del nostro file e date le sue dimensioni abbiamo deciso di caricarlo sul cloud e di renderlo accessibile per mezzo di un QR code, perché è il modo più facile, veloce ed universale per leggere la presentazione, essendo compatibile con tutti i dispositivi e poiché può essere aggiunto facilmente e soprattutto gratuitamente a diversi siti, riviste e giornali.

Dato che il QR code da solo non sarebbe però riuscito a comunicare nulla di ciò che pensiamo, abbiamo scelto di creare un volantino digitale a tema in cui inserirlo.

Singh, Miah, Canevari , Calvaruso -2AI

Il modello ligneo del Duomo di Pavia

L’esperienza come giornalisti, che abbiamo avuto il piacere di vivere, è iniziata quando la professoressa di Storia dell’arte, ci ha dato la possibilità di intervistare l’architetto Davide Tolomelli, assistente alle collezioni ai Musei Civici di Pavia, che nell’ultimo periodo ha lavorato, seppur tra mille difficoltà per via delle restrizioni Covid-19, per la riapertura delle sale e per il rinnovamento dell’esposizione di una delle opere più prestigiose della collezione, il modello ligneo del Duomo di Pavia, celebre per i suoi minuziosi dettagli e la sua quasi inalterata conservazione.

Riportiamo, quasi nella sua interezza, la nostra intervista.

Intervista all’arch. Davide Tolomelli

Come è stato questo lungo periodo di chiusura causa Covid, breve parentesi di apertura a parte, sia per lei che per il Museo?

Per quanto mi riguarda, ho fatto smartworking durante il primo lockdown, nei mesi di marzo e aprile del 2020. Da casa ero collegato con il Museo e con il computer delle collezioni, sul quale teniamo le immagini digitalizzate di molte delle opere e dei manufatti delle collezioni del Museo. Da maggio sono rientrato, insieme con tutti gli altri colleghi, e ho sempre continuato a lavorare “in presenza”.

Per quanto riguarda il Museo, è stato aperto ai visitatori da maggio a ottobre, per poi essere chiuso nuovamente, sulla base dei vari D.P.C.M. susseguitisi nel corso del tempo.

Intanto, abbiamo lavorato dietro le quinte e, attualmente, siamo in attesa che finiscano i lavori di riallestimento della portineria e del bookshop, predisposti dall’attuale Amministrazione, per poter riaprire dal lunedì al venerdì, appena sarà possibile.

Lei ha anche fatto riferimento a qualche lavoro dietro le quinte, abbiamo letto che il modello ligneo sarà riposizionato, oltre ad aver previsto l’inserimento di una nuova illuminazione. Come riassumerebbe le modifiche attuate, o in corso di attuazione, ai nostri lettori?

I lavori alla Sala del modello ligneo del Duomo sono ultimati. Siamo in attesa di poterla presentare al pubblico. Il Modello non è stato spostato, è difatti solo stato modificato l’allestimento con la realizzazione di un basamento pieno per il manufatto ligneo, che ora appoggia su un piano, insieme con il modello della torre. È stato, inoltre, collocato un pavimento luminoso con un sensore e un temporizzatore; in questo modo, quando  il visitatore si avvicina, il pavimento si illumina e il modello ligneo risulta visibile anche al suo interno, tramite le sue aperture naturali (portali e finestre). Il nuovo allestimento è stato realizzato su progetto dell’architetto Andrea Perin.

Sono stati eseguiti anche dei lavori di restauro a quella che è la struttura stessa del modello?

Sì, è stato eseguito un intervento di manutenzione al modello da parte del restauratore Luciano Gritti, specializzato in manufatti lignei.

 

 

Il legno è un materiale, per quanto nobile, soggetto allo scorrere del tempo. Ogni quanto, indicativamente, i restauri sono necessari?

Più che di restauri, ha bisogno di una assidua manutenzione. È molto importante mantenere condizioni termoigrometriche costanti, perché il legno è molto sensibile agli sbalzi di umidità. Infatti, interagisce con l’ambiente cedendo e assorbendo umidità e dilatandosi, o contraendosi, di conseguenza. Per di più è anisotropo, cioè non si muove uniformemente in tutte le direzioni, ma è condizionato dall’andamento delle fibre vegetali degli alberi da cui è stato ricavato.

Alla luce di queste considerazioni – se pensate che il modello ligneo è costituito da più di cinquecento pezzi incastrati, che si muovono indipendentemente gli uni dagli altri al variare dell’umidità relativa – risulta evidente che è meglio che si muovano il meno possibile.

 

 

 

Grazie per aver chiarito; vorremmo chiederle, per quanto riguarda la pinacoteca, se sono state eseguite delle modifiche alle sale.

No, non ci sono state modifiche sostanziali.

È in previsione un intervento di rifacimento dell’impianto di climatizzazione e di quello di illuminazione. Per ora, però, l’allestimento, che risale al 1981, non è stato modificato.

Abbiamo anche saputo che lei sta lavorando ad un libro, e la domanda sorge spontanea: quale sarà la trattazione?

Si tratta di una guida alla sala che ospita il modello del Duomo. È stato curata da Laura Aldovini, attuale responsabile del Museo, insieme a me. Riassume i problemi critici relativi al modello, nonché le vicende costruttive del modello stesso e del Duomo.

A seguito, spinti dalla nostra curiosità, ci siamo ovviamente domandati tra noi, solo per poi chiedere anche all’arch. Tolomelli, se fosse stato possibile ricevere una copia dello scritto. A risposta positiva, ci siamo con molta disinvoltura “autoinvitati” al Museo, riuscendo ad ottenere la possibilità di visionare il modello dal vivo, prima della riapertura della collezione.

E così, nel pomeriggio del 2 Marzo, accompagnati dalla professoressa e dall’architetto, eravamo già nel museo. In questo periodo è stata riallestita, dopo quarant’anni dalla sua inaugurazione, la sala del Duomo ligneo situata nella torre sud-est del castello. Camminare nelle stanze buie del museo, nel silenzio assoluto, è stata una strana sensazione che, al contrario di quanto avviene normalmente, fa quasi distogliere l’attenzione dalle opere. Appena entrati nella sala del modello, lo sguardo viene immediatamente catturato dallo stesso, che grazie al recente riposizionamento al di sopra di un basamento che lo ancora saldamente a terra, ha ottenuto una nuova legittima parvenza di monumentalità degna della sua fama, uno dei pochi modelli tridimensionali ben conservati del Rinascimento italiano. Sul basamento, insieme al Duomo, è stato posizionato anche il modello della torre campanaria, conferendo così una visione spaziale completamente nuova all’osservatore. Entrambi i modelli sono, difatti, ora posti ad una distanza di sicurezza dallo spettatore che, quando si avvicina all’opera, attiva grazie a dei sensori un sistema di luci che illumina gradualmente il modello dall’interno, permettendo di apprezzare maggiormente la prospettiva dell’opera ed i numerosi dettagli, che altrimenti passerebbero inosservati.

 

 

Sono state eseguite modifiche anche al resto della sala;  sono state aggiunte delle zone “relax” sotto le finestre attrezzate con comodi cuscini, per offrire l’opportunità al visitatore di rimanere ad osservare con calma l’opera. Alle pareti sono rimaste le griglie espositive delle tavole di presentazione della pianta del Duomo, e le piante delle due preesistenti chiese di Santo Stefano Protomartire e Santa Maria Assunta.

 

Naturalmente, abbiamo anche ottenuto la copia del libro appena pubblicato, che illustra tutte le vicende riguardanti il modello del Duomo fino al più recente riallestimento, il nostro piccolo “escamotage” per godere di questa visita privilegiata.

Andrea Cassarino e Leonardo Poncina, classe 3 DLS

 

 

AGENDA 2030

 

Il nostro Padlet

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. Gli obiettivi rispecchiano i problemi ambientali e sociali del mondo.

Noi studenti della classe 4 AI, guidati dalla docente di inglese, abbiamo consultato il sito delle Nazioni Unite dedicato all’Agenda 2030 e, dopo aver letto e capito di cosa trattasse, abbiamo prodotto un riassunto in inglese. In seguito ogni studente si è concentrato su uno degli obiettivi elencati nell’Agenda e ha cercato possibili modalità per poterlo realizzare, modalità che implicassero l’utilizzo delle tecnologie. Abbiamo quindi pubblicato il nostro lavoro su una bacheca virtuale, “padlet” e ognuno di noi ha commentato il lavoro degli altri proponendo ulteriori nuove soluzioni.

Questa attività ci ha permesso di riflettere sugli obiettivi del piano d’azione ideato a favore delle persone, del pianeta e della prosperità e di vagliare le diverse soluzioni disponibili.

                                                                                classe 4AI

“Io non morirò mai, morirà solo il mio corpo”.

Il ricordo di Marcella.

21 marzo, Giornata Nazionale in ricordo delle vittime innocenti di mafia. 22-24 marzo, le quarte del Liceo delle Scienze Applicate dell’ITIS Cardano incontrano la signora Marisa che, con orgoglio e dolcezza, ci accompagna in un percorso per conoscere la vicenda di sua figlia, Marcella di Levrano. Con lei c’è anche Aurora Marzo, che presenta l’Associazione Libera, fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti, il cui scopo è quello di contrastare la mafia con la cultura della legalità. A Pavia, in piazza Italia, i cittadini si sono ritrovati per leggere insieme a Libera gli oltre mille nomi delle vittime innocenti. Tra questi nomi c’è anche Marcella di Levrano e a lei, la cui giovane vita è stata strappata dalla mafia, è intitolato il presidio pavese di Libera.
Dal 2012 la mamma Marisa ha deciso di parlare di Marcella nelle scuole e ci appare fiera di testimoniare il coraggio che sua figlia ha avuto nel reagire alla cultura mafiosa, in cui era rimasta coinvolta.
In un paese della Puglia, nel 1964, nasce Marcella, ha due sorelle e Marisa la descrive come “una bambina allegra e piena di energie”, ma quell’allegria è destinata a spegnersi quando, una sera della seconda liceo, Marcella non torna a casa e per due giorni non dà sue notizie. Quando la ritrovano non è più la stessa, le sorelle e la mamma non capiscono, fino a quando non scoprono che Marcella è sotto effetto di sostanze stupefacenti. Inizia un periodo difficile per la ragazza, la vita di Marcella si intreccia con quella della ancora poco conosciuta Sacra Corona Unita. Marisa in quegli anni chiede aiuto agli ospedali, alle comunità e alle istituzioni, ma invano. Dopo quattro anni passati ad arrangiarsi in ogni modo per permettersi la droga, Marcella scopre di essere incinta e decide così di allontanarsi dal circolo vizioso per dedicarsi alla figlia. Tiene un diario e dedica alcune pagine alla nascitura che ancora ci toccano nel profondo: “Ti insegnerò cos’è la sofferenza, ti insegnerò a soffrire”, ma per Marcella, che di sofferenza ne ha già provata, quei mesi felici e sereni stanno per finire. A pochi mesi  dalla nascita, la piccola Sara rischia di morire e Marcella, per la tensione, ricade nel giro di droga. Due anni dopo i servizi sociali le tolgono la bambina e questo accende in Marcella un desiderio di riscatto tant’è che, nel 1987, inizia a collaborare con le autorità: nei tre anni successivi denuncia tutte le terribili vicende di cui è a conoscenza. Ogni sua parola è registrata e trascritta per la sua deposizione nel maxi-processo del novembre 1990. Ma per la Sacra Corona Unita Marcella è ormai una vera e propria minaccia. Nel marzo 1990, Marcella viene presa, portata in un bosco ed uccisa a sassate, il corpo è abbandonato sotto alcune foglie per essere ritrovato solo dieci giorni dopo.  “Io non morirò mai, morirà solo il mio corpo”, il suo sacrificio e il suo spirito risuonano nelle parole di Marisa ed ora anche in tutti noi.

Federica Necchio, Desirè Sagoleo, Amira Saidi, Francesca Viola     4BLS

PARLARE O TACERE?

“Omertà, ignoranza, ingiustizia” sono tre vocaboli che incutono timore e rabbia, perché alla base di tutti i mali presenti nel mondo. Il 24 marzo 2021 la mia classe 4-DLS, frequentante l’ITIS Cardano di Pavia, in occasione della Giornata della Legalità, ha avuto il privilegio di ascoltare l’estremamente toccante testimonianza di una donna, la cui vita è stata sconvolta dall’ingiustizia. E’ Marisa di Levrano.

Marisa inizia il suo racconto con un tono affranto; le si legge nello sguardo quanto abbia dovuto lottare contro gli eventi più tragici della vita. Nella Puglia degli anni Sessanta, trovato il coraggio di lasciare il marito violento, si fa carico della cura delle tre figlie a cui intende assicurare una degna istruzione. Ma la protagonista della tragedia è la sua secondogenita, Marcella, una ragazza solare e dal buon cuore, solita ad accendere una scintilla di speranza in coloro che più hanno bisogno di essere aiutati. Successivamente caduta nel giro della droga, Marcella sceglie come via di redenzione quella di aiutare le forze dell’ordine diventando  “collaboratrice di giustizia”: la sua condanna.

Informare la legge, indicando i nominativi e quindi le facce dei criminali, l’ha portata alla morte. Perciò io vi chiedo:  “parlare”, rischiando per aiutare il prossimo, o “tacere” salvaguardando a pieno la propria vita? Due “uomini” le colpirono la testa con un pesante masso e i suoi capelli e il suo sangue rimasero impressi come un tatuaggio di ingiustizia; dopodiché la sua faccia venne spudoratamente sfigurata, come usanza per riconoscere un infame.

È bene perciò dar ragione a coloro che, energicamente convinti, affermano che l’uomo è di per sé egoista e violento? Dai fatti, sembra che la risposta sia affermativa.

Ora che la povera ragazza non è più in mezzo a noi, è nostro compito ricordare il suo coraggio e le sue scelte, trasmetterli a gran voce affinché, magari un giorno, non ci sia più bisogno di parlarne.

                                                                                     Elsa Maccarone 4 DLS

Vergogna

A volte riuscire a raccontare ciò che attanaglia il nostro passato (e spesso il nostro presente), può essere la più ardua delle imprese. Ce lo dimostra Marisa Fiorani, madre di Marcella di Levrano, vittima innocente della mafia.

La sua è una storia di forza e di coraggio e ce la racconta con un’emozione ancora viva. Marisa vive in un ambiente sociale dove le mafie trovano terreno fertile: omertà e corruzione sono piaghe diffuse, necrosi profonde e irreversibili; vortici infernali per chi vi finisce in qualche modo invischiato, lungo un viaggio di sola andata con meta il disprezzo dalla società, anche dalla stessa famiglia.

La sua storia è la storia della figlia Marcella che da studentessa di belle speranze finisce per dimenticare se stessa e i suoi cari dopo due incontri: droghe e cattive compagnie. Invano Marisa lotta  per e con la figlia, le rimane accanto dai primi momenti di difficoltà fino alla vera e propria dipendenza, da sola  e con pochi mezzi in una guerra impari. Invano bussa alle porte di parenti o conoscenti, ma sperimenta solo emarginazione e vergogna. Marcella negli anni ‘80 è priva di un centro; la sua persona si sta perdendo, fino a quando rimane incinta. La creatura che porta nel grembo le restituisce la voglia di vivere, che l’aveva abbandonata. Ma questa rosea parentesi si spezza dopo il rifiuto (l’ennesimo per Marcella) del padre di sua figlia. Così la ragazza sprofonda sempre di più, annegando nell’eroina, ricattata e costretta a scendere a compromessi. Passano alcuni anni, e finalmente avviene una svolta. Dopo che i servizi sociali le tolgono l’affidamento della figlia, Marcella trova il coraggio di recarsi in questura a denunciare tutto ciò che ha visto in quel triste periodo che aveva segnato la sua vita, senza paura di fare nomi di spacciatori criminali uomini d’onore più o meno importanti delle gerarchie mafiose; è anche grazie alle sue preziose testimonianze che nel 1990 viene indetto il primo maxiprocesso contro la Sacra corona unita, dove è chiamata a testimoniare. Ma in quell’aula Marcella non arriverà mai, perché viene brutalmente uccisa e abbandonata in un bosco.

Questa storia ci parla di un mondo che possiamo toccare con mano tutt’ora, di un mondo che solo pochi uomini coraggiosi hanno il coraggio di affrontare.

In nome delle persone cadute per mano delle associazioni mafiose abbiamo il dovere di ricordare e proteggere la memoria di chi è rimasto vittima di un sistema basato su ignoranza, paura e omertà: parlando, discutendo, condividendo, insieme e senza paura, proprio come continua a fare mamma Marisa.

                                                                        Alessio Marchetti  4 DLS

Sos social network un aiuto concreto nell’isolamento

Spesso si sente dire che i social media hanno un’influenza negativa e pervasiva nelle vite di tutti, adolescenti e giovani soprattutto. Ma questo argomento oggi va affrontato soprattutto in rapporto alla pandemia con la quale il mondo sta combattendo, soprattutto oggi, alla nuova entrata in vigore di misure restrittive, con la zona rossa in Lombardia e l’impossibilità di uscire, andare a scuola, fare sport. Fermiamoci per un attimo e riflettiamo, come sarebbe stato affrontare la quarantena completamente isolati dal mondo esterno? I social, sotto ogni punto di vista, stanno aiutando molte persone a superare questo periodo con un po’ più di leggerezza. Prendiamo in considerazione Whatsapp, con l’opportunità di videochiamare amici e parenti ed effettuare conversazioni virtuali; oppure Instagram che ha offerto la possibilità di condividere la monotona e triste quotidianità; e l’escalation di TikTok il quale ha permesso a moltissimi ragazzi di spaziare tra balletti, challenge e video divertenti. «Credo che non si possa giudicare un libro dalla copertina» afferma la studentessa universitaria e lavoratrice Gloria Zanotti, 21 anni, rispondendo alla domanda «Pensi che durante i diversi lockdown, i social ti abbiano aiutato in qualche modo?». E prosegue: «Viene facilmente puntato il dito contro tutte le piattaforme digitali considerate il
“male” delle nuove generazioni, ma non penso sia esattamente così: il periodo di  quarantena ha confermato che i social network sono diventati fondamentali nelle nostre vite e che abbiamo sempre più bisogno di relazionarci con altre persone, anche virtualmente, soprattutto nei momenti di sconforto. Certamente un cuoricino rosso di Instagram non può sostituire un abbraccio ma lascia di certo una coccola in più». Allo stesso modo risponde Alessandro Rho, studente di quarta dell’Itis Cardano di Pavia, indirizzo informatico: «Penso che senza social network e in particolare Whatsapp avrei perso per troppo tempo i contatti con tutte le persone che conosco, mi sarei limitato ai miei genitori;  spesso io e i miei amici facevamo videochiamate ed è stato proprio questo ad aiutarmi ad affrontare con un po’ meno noia questo brutto periodo». «Ritengo che i social in questi lockdown abbiano avuto una grande importanza – riprende Cristian Bozzi, che frequenta la prima D al liceo artistico Alessandro Volta di Pavia -. Essi attraverso i profili verificati hanno fornito tanta informazione, fondamentale nella situazione in cui ci troviamo; dal mio punto di vista i social media hanno avuto un ruolo importante nelle amicizie e nelle relazioni e non solo! Molte persone hanno usufruito di queste piattaforme anche per lavorare. I social quindi, se usati bene, sono mezzi di massa per comunicare molto importanti». I ragazzi, soprattutto nell’adolescenza, hanno la necessità di relazionarsi con gli altri e di comunicare con i propri coetanei.
Grazie ai social network questo è potuto avvenire nonostante la criticità di un periodo fatto di isolamento e distanze. «Solitamente si pensa che i social possano  allontanare i contatti umani – conclude la studentessa universitaria Roberta Ferraro – ma in questo periodo delicato hanno fatto da amplificatore per diffondere un messaggio di solidarietà che personalmente mi ha resa felice. È stato bello sentire smorzato quel senso di solitudine così destabilizzante, commuovermi in videochiamata mi ha insegnato che non bisognerebbe mai dare niente per scontato».

  GAIA CASSINELLI

Il più grande sogno

Se dovessi parlare del mio divo pop non avrei dubbi.
È pop perchè è nuovo.
È pop perchè si esprime esclusivamente in romanesco.
È pop perchè la sua anima profondamente capitolina si unisce a una bellezza “de noantri”, occhi azzurri, capelli biondicci, naso da pugile.
Perchè a vederlo per strada parrebbe una versione “Gucci” dei classici “coatti” di Roma.
In due parole: Alessandro Borghi.
Non potevo che scegliere un film del mio attore preferito come mia prima recensione sul giornalino.
La pellicola è “Il più grande sogno”, del 2016: è poco conosciuta, anche se ha ricevuto una candidatura ai Nastri d’Argento e una ai David di Donatello ed è stata presentata al Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”.
Esordio alla regia di Michele Vannucci, racconta la vita di Mirko che, dopo aver scontato un periodo in prigione, decide di cambiare vita e si candida alle elezioni per il presidente del comitato di quartiere.
Il film è tratto dalla storia di Mirko Frezza, che recita da protagonista e ha fatto della riqualificazione del suo quartiere una ragione di vita.
Ma non si tratta di un documentario perché “Mirkone” recita la sua stessa vita, affiancato da un Borghi più coatto che mai, impersonando Boccione, braccio destro del protagonista che segue gli ordini del capo nonostante sembri non capire fino in fondo la sua scelta.
E se i due protagonisti sono attori, in un caso alle prime esperienze sul grande schermo, nell’altro ormai già instradato sulla via del successo, gli altri personaggi e le ambientazioni sono “quelli veri”, così concreti che potrebbero essere i nostri vicini di casa o il parchetto dietro scuola. Una società che non ci si aspetta, che vista dalla poltrona in pelle del mio soggiorno di Milano-Sud (o Pavia-Nord che dir si voglia) mi ha fatto riflettere.
Una realtà, quella descritta nella pellicola, di centri di assistenza, baraccopoli (o quasi) e orti coltivati sull’orlo di un’autostrada, dove il cemento sembra essersi divorato tutta la terra disponibile.
Nonostante sia un film “di prime esperienze”, storia e sceneggiatura fanno un grande lavoro: ne è la dimostrazione Borghi che, sebbene la carriera già avviata e le collaborazioni di tutto rispetto alle spalle, ha voluto partecipare al progetto dando prova, ancora una volta, della sua poliedricità e abilità di caratterizzazione, enfatizzando un personaggio che poteva essere lasciato in secondo piano ma senza farlo risultare “di troppo”.
Consigliato a chi ha già un po’ di dimestichezza con il cinema italiano e i film “di nicchia”. Se siete fan sfegatati del genere Fast&Furious, ecco, anche no.

Film correlati:
Dogman di Matteo Garrone, 2018
The Place di Paolo Genovese, 2017
Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, 2016

_                                                                                Roberta Basile, 5 DLS

La ricchezza dell’arte

Per tutti coloro che sono nati dal 2002 in poi, come nel nostro caso, la lira fa ormai parte di un lontano passato e l’unica sua collocazione possibile sarebbe il collezionismo. Se capita magari di trovare qualche moneta dimenticata, ormai non più convertibile, la conserviamo per ricordo, oppure ci informiamo per scoprire se ha ancora un  valore.

La lira è stata la moneta ufficiale del nostro paese sin dalla fondazione del Regno d’Italia nel 1861,  quindi per ben 141 anni. Successivamente l’Unione Europea ha introdotto una nuova valuta, al fine di semplificare i rapporti economici fra gli stati membri, perciò la vecchia e gloriosa lira è stata messa in soffitta.

Dal 1º gennaio 2002 è entrato in circolazione ufficilamente l’euro, disponibile in banconote e in monete; le banconote comprendono 7 tagli, caratterizzati da un aspetto grafico uniforme in tutti i Paesi membri dell’Unione, secondo le direttive della Banca centrale, europea. Ciascuno dei sette differenti tagli presenta un colore e dimensioni distintive. Il disegno delle banconote ha come tema comune l’architettura europea in vari periodi storici: il fronte rappresenta finestre o passaggi, mentre sul retro sono presenti dei ponti, scelti come simbolo di collegamento tra gli stati.

Per quanto riguarda le monete, invece, ogni paese ha avuto la libertà di scegliere le immagini da incidervi sopra. Nel caso italiano, è stato privilegiato l’ambito artistico e per questo sulle monete sono rappresentate varie opere, di pittura, di scultura o  architettura.


Esse sono state scelte dai cittadini mediante un sondaggio televisivo, che ha votato le proposte fatte precedentemente da una commissione nazionale artistica.

 

 

 

 

 

 

In particolare ci pare importante soffermarci sulla moneta da 2 euro perché porta l’immagine del Sommo Poeta, il più grande scrittore italiano di tutti i tempi e padre della nostra lingua, del quale ricorre quest’anno il settecentenario della morte. Infatti nel 1321 moriva Dante Alighieri, poeta nonché politico fiorentino che all’amore per la sua città dedicò la vita prima e dopo l’esilio, durante il quale completò la stesura della Commedia, capolavoro della letteratura.

Oltre alla versione canonica, quest’anno verranno coniate ben tre milioni di monete da 2 euro recanti le figure di due medici sottostanti alla scritta “Grazie” come tributo allo stremante lavoro svolto dagli operatori sanitari durante la pandemia di Covid-19 che ha colpito l’Italia a partire dal 2020. Un uomo con in mano una cartella clinica e una donna con al collo uno stetoscopio verranno impressi su ogni singola moneta accostati ad una croce e ad un cuore. Il numero di monete coniate è molto elevato, ma non è da escludere la possibilità che, col passare dei decenni, diventino pezzi da collezionismo. Anche la Francia conierà alcune monete da 2 euro come tributo al lavoro di medici ed infermieri, ma solo a fini di collezionismo.

Di seguito metteremo in evidenza le opere d’arte rappresentate sulle monete metalliche italiane e sulle banconote.
Monete

1 centesimo: Castel del Monte
Costruito tra il 1240 e il 1246, vicino ad Andria, in Puglia, Castel del Monte è il principale esempio di fortezza costruita durante il regno di Federico II di Svevia. Colpisce lo studio geometrico che ha portato alla realizzazione di una perfetta pianta ottagonale, ripetuta anche nelle otto torri. Sono presenti elementi gotici, come le volte a crociera costolonate che si incastrano nei vani trapezoidali all’interno. Tutt’oggi la sua funzione non è chiara: forse veniva usata come residenza di caccia, o magari voleva solo rappresentare il potere dell’imperatore. Nel 1996 è stato nominato Patrimonio dell’Unesco.

2 centesimi: Mole Antonelliana

La Mole, uno dei simboli di Torino, è frutto di un lungo lavoro, durato ventisei anni, dal 1863 al 1889. La città, capitale del neonato Regno d’Italia, ha voluto ospitare una sinagoga ebraica. Alessandro Antonelli, da cui l’edificio prende il nome, ha realizzato un capolavoro alto 167m, con una lunghissima guglia che si slancia sopra a un’enorme volta a padiglione. Oggi ospita il Museo del Cinema.

5 centesimi: Anfiteatro Flavio

Realizzato fra il 72 e l’82 d.C. dagli imperatori Flavi a Roma, ospitava lotte fra gladiatori, battaglie navali, e altri spettacoli di intrattenimento. Presenta pianta ellittica, e le gradinate all’interno potevano contenere oltre 60 000 spettatori. Il termine “Colosseo” è nato nell’Alto Medioevo per via della statua colossale di Nerone che era nei suoi pressi, prima che venisse distrutta.

10 centesimi: Venere di Botticelli

Il particolare del volto femminile è tratto dal quadro Nascita di Venere, dipinto tra il 1484 e il 1486 da Sandro Botticelli ed oggi conservato presso la Galleria degli Uffizi, a Firenze. Predomina la ricerca di armonia, bellezza ideale ed eleganza delle figure che l’artista rinascimentale ottiene nel riferimento all’arte classica.

20 centesimi: Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni

In questo caso l’opera d’arte è una scultura realizzata nel 1913 da Umberto Boccioni, uno dei massimi esponenti del Futurismo. Si tratta di una figura umana in movimento che, lanciandosi a tutta velocità nell’atmosfera, ne viene plasmata compenetrandosi con essa. La scia lasciata dal moto si solidifica in una sintesi tra figura e spazio. Una delle copie di questo bronzo è conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano.

50 centesimi: Campidoglio con Marco Aurelio                                                             

La scultura è un famoso monumento equestre in bronzo raffigurante l’imperatore Marco Aurelio. Fu collocato nel Campidoglio nel 1538 per volontà di papa Paolo III Farnese. È un esempio molto raro di bronzo romano in quanto, essendo stato scambiato per un’immagine di Costantino, il primo imperatore cristiano, sopravvisse alla distruzione delle opere pagane avvenuta durante il Medioevo. L’originale è conservato presso gli adiacenti Musei Capitolini per preservarlo dagli agenti atmosferici.

1 euro: Uomo Vitruviano di Leonardo

Il retro della moneta da 1 euro è decorato con uno dei disegni più famosi al mondo, l’Uomo Vitruviano. Realizzato da Leonardo da Vinci nel 1490 allo scopo di illustrare un passo del De Architectura di Vitruvio, rappresenta le perfette proporzioni di un corpo umano che lo rendono iscrivibile in un quadrato e in un cerchio avente come centro l’ombelico. Nel primo caso l’uomo ha braccia orizzontali e gambe unite, nel secondo invece le braccia sono sollevate e le gambe divaricate. Furono molti a cimentarsi nel complesso disegno dell’Homo ad circulum et ad quadratum durante il periodo rinascimentale, ma solo la maestria di Leonardo gli permise di diventare un’opera tanto iconica.

2 euro: Volto di Dante di Raffaello

Il ritratto di Dante che contraddistingue la moneta da 2 euro è tratto dal Parnaso, celebre affresco di Raffaello realizzato intorno al 1510 nella Stanza della Segnatura all’interno dei Palazzi Vaticani raffigurante poeti di varie epoche del calibro di Omero, Virgilio, Ovidio, Saffo e Ariosto. L’opera rappresenta un’allegoria simboleggiante la serena armonia tra passato classico e presente cristiano. Un’altra immagine di Dante è riscontrabile ne La Disputa, anch’esso affresco di Raffaello presente nella medesima stanza.

Banconote

Le banconote, invece, ripercorrono la storia degli stili architettonici europei in sette tappe. Tuttavia, essendo uguali in tutti i paesi, si è deciso di rappresentare opere inventate o ispirate, al fine di non far torto a nessuna nazione, anche se a Rotterdam, il designer olandese Robin Stam ha realizzato nella realtà i ponti stampati sul verso (retro). Sul recto (fronte) invece sono rappresentati portali o finestre.

5 euro: architettura classica (IV sec. a.C.-IV sec. d.C.)

Il recto è caratterizzato da un arco a tutto sesto sostenuto da colonne con capitelli ionici, mentre il verso riporta un ipotetico acquedotto romano vagamente ispirato al ponte di Gard, nella Francia meridionale.

10 euro: architettura romanica (XI-XII sec.)

Sul recto è rappresentato un portale fortemente strombato, che esalta una caratteristica particolare dell’architettura romanica in Italia e in Francia. Sul verso è presente un ponte massiccio, con il centro leggermente più alto delle estremità.

20 euro: architettura  gotica (XIII-XIV sec.)

Sul recto sono raffigurate delle vetrate gotiche quadrifore con arco a sesto acuto costruite tramite complessi mosaici ispirate a quelle della Basilica Superiore di Assisi. Sul verso il ponte presenta gli stessi archi ogivali.

50 euro: architettura rinascimentale (XV-XVI sec.)

La finestra sul recto richiama l’arte classica della banconota da 5 euro. Si tratta infatti dell’arte del Rinascimento: arco a tutto sesto, semicolonne laterali e timpano sovrastante (soluzione in realtà presente più nei portali che nelle finestre). Il ponte retrostante invece presenta grandi arcate semicircolari e massicce pile aggettanti.

100 euro: architettura barocca e rococò (XVII-XVIII sec.)

Un possente portale barocco è visibile sul recto di questa banconota. Presenta un timpano spezzato, decorazioni complesse ed elaborate e due sculture di figure che sorreggono il pesante architrave. Nel Barocco e nel Rococò infatti la forma usata principalmente è la linea curva, con andamenti sinuosi, e l’obiettivo è trasmettere sfarzosità e ricchezza decorativa. Sul verso si trova un ponte snello con arcate ellissoidali.

200 euro: architettura ottocentesca (XIX sec.)

In questo caso il recto mostra un’esile finestra che richiama le strutture in ferro e vetro, appartenenti a quella che viene definita anche “architettura degli ingegneri”. Ed è ingegneristico anche il ponte sul verso, simile a quelli ferroviari in ghisa.

500 euro: architettura novecentesca (XX sec.)

La banconota sul recto presenta due vetrate che costituiscono le intere facciate degli edifici. Sul verso è presente il progetto di un ponte strallato, ovvero con le funi sospese e collegate a un alto pilone. Questo è un cambiamento profondo rispetto ai ponti precedenti, perchè non si basa sulla verticalità dell’arco, ma sull’orizzontalità delle funi.

Crediti per immagini e fonti:
http://www.didatticarte.it/Blog/?p=1706 http://collezionieuro.altervista.org/blog/curiosita/da-cosa-e-dovuta-la-scelta-dei-monumenti-o-simboli-nelle-monete-italiane/

Paolo Milasi, Francesco Trespidi, Marco Di Silvio, Filippo Palmeroni, 5 DLS

Incontro con l’autore : Marcello Simoni

 ESSERE SCRITTORE

Essere scrittore? Una domanda che ci poniamo spesso.
A volte ci capita di pensare come possa essere la vita e il lavoro di uno scrittore; ma ci risulta difficile concepirlo perché non abbiamo mai provato a scrivere qualcosa di più lungo di un semplice brano.

Ad una prima impressione può sembrare facile. Certo tutti bravi ad immaginare, ma ogni tanto bisognerebbe anche provare. Sarebbe necessaria prima di tutto molta immaginazione: non è semplice scrivere una storia che possa interessare a qualcuno al di fuori di noi stessi! Forse proprio per questo non saremmo in grado di diventare scrittori. Ma “mai dire mai”.

Proprio di lettura e scrittura abbiamo parlato, sabato 21 novembre 2020 in streaming, con Macello Simoni, autore della saga dedicata a Ignazio da Toledo e intitolata “Il mercante di libri maledetti”, libro vincitore del Premio Bancarella nel 2012.

La scrittura ci consente di creare qualcosa che ancora non esiste, immaginandolo nella nostra testa;  per ciò Simoni ci consiglia di leggere tanti libri per coltivare la nostra immaginazione e farla diventare potente.

Marcello Simoni ci ha augurato di aver sempre con noi molta fantasia, perché è la cosa più bella che ci possa essere e non rende la vita noiosa. Pensandoci, se si è ricchi di fantasia ci si annoia raramente, perché si ha sempre qualcosa di nuovo e diverso da svolgere. Noi, purtroppo, non siamo mai stati  grandi lettori, ma ora siamo consapevoli che la lettura rende persone migliori, più interessanti perché le persone che non hanno mai letto da giovani, diventano “piatte e grigie”.

Ci hanno colpito molto queste parole e ci hanno fatto capire come forse anche noi, dopotutto, seguiamo la massa, sempre attenti a imitare le ultime mode per non risultare “differenti”. Senza leggere non possiamo elaborare idee e pensieri diversi, ma solo andare dietro agli altri come delle pecore in un gregge.

Un’altra cosa che ci ha colpiti durante l’incontro è stato scoprire che Simoni tiene un diario nel quale disegna la storia che immagina e poi scrive. Pensiamo che questo modo di scrivere e narrare, disegnando ciò che si immagina, sia straordinario perché egli riesce a rappresentare e a dare corpo alla sua fantasia, alla sua immaginazione, al suo modo di pensare e di essere; ciò significa che mentre scrive ha in mente l’aspetto fisico dei personaggi, i luoghi dove si svolgono le vicende e tutti i più piccoli particolari.

Dopo sabato 21 novembre ci siamo appassionati di più alla lettura e abbiamo capito che lettura significa anche cultura; la lettura ci arricchisce e, nelle nostre conversazioni, potremo finalmente trascurare i soliti argomenti banali, ripetitivi e di cronaca, per attingere al tesoro di idee che solo i libri o anche il cinema o il teatro ci possono donare.

Siamo rimasti veramente colpiti dall’incontro con Marcello Simoni e rifaremmo  molto volentieri un’esperienza simile. Sicuramente ricorderemo questo incontro per molto tempo.

                                                         Arianna Masi e Tobia Traverso, 1 DLS

 

Incontro con lo scrittore Marcello Simoni

Sabato 21 novembre 2020 si è tenuto l’incontro con lo scrittore Marcello Simoni, durante il quale l’autore ha parlato, agli studenti della I DLS, di se stesso e della sua passione per la lettura e per la scrittura, coltivata sin da quando era un ragazzino, oltre che del suo ultimo romanzo: ‘’Il segreto del mercante di libri”.

Simoni ci ha raccontato che scrivere gli è sempre piaciuto e inventare storie lo ha aiutato a mostrare le energie e i sentimenti che teneva inespressi. Da adolescente frequentò il liceo scientifico e, durante il periodo di studi, si rese conto che la sua più grande passione era scrivere. Si laureò poi in lettere, lavorò come bibliotecario e archeologo e poi cominciò a scrivere romanzi. Ora si dedica totalmente alla scrittura ed è riuscito a trasformare la sua fonte di divertimento e svago nel suo lavoro.

Durante l’incontro si sono approfonditi diversi aspetti della lettura: la lettura è innanzitutto un’attività preziosa, capace di modificare e variare il proprio modo di pensare, di agire e di stimolare l’immaginazione; la lettura è anche un importante mezzo di apprendimento, con il quale arricchire il proprio lessico e il proprio vocabolario. Come ha affermato Simoni, la lettura permette  di vivere in più mondi, in più vite e, a volte, aiuta a disconnettere la propria mente dalla realtà.

Un altro punto che lo scrittore ha toccato è stato l’interesse che le persone possono suscitare negli altri, quando si interessano non solo di lettura ma di molte forme d’arte come  il cinema o la musica, per poi definire le persone che non si interessano di questi argomenti ”persone grigie’’, persone banali, ripetitive e noiose; l’esempio preso in causa da Simoni è stato quello di un ipotetico appuntamento con una ragazza che giudicherebbe senz’altro più interessante un giovane capace di di dialogare con discorsi brillanti, ricchi e fantasiosi.

In conclusione, il messaggio che l’autore ha voluto trasmettere è che una persona deve essere se stessa, diventare indipendente e in grado di distinguersi dalla massa. Simoni ha mostrato di essere esattamente così, semplicemente se stesso, e anche se questo gli ha portato una certa fama, è pur sempre una persona umile e sincera, che di certo non ostenta.

                                          Kamila Zaiduloeva e Gabriele Lamonaca, 1 DLS

 

Il segreto del mercante di libri:  recensione

“Il segreto del mercante di libri”, scritto da Marcello Simoni, è stato  pubblicato da Newton Compton Editori nel 2020 .

Il libro è un thriller storico; i luoghi e il tempo sono reali così come alcuni dei personaggi, mentre i protagonisti sono inventati ma verosimili. La storia è ambientata nell’anno 1234, quando il mercante di reliquie Ignazio Alvarez da Toledo torna in Spagna dopo due anni di permanenza alla corte di Federico II di Svevia, durante i quali è stato collaboratore di Michele Scoto. La sua presenza in Spagna è richiesta dal magister Sarwardo che è giunto in possesso di un antico medaglione contenente una reliquia rappresentante i mitici Dormienti, sette giovani che secondo una leggenda conoscevano i segreti dell’immortalità.

Ignazio si reca a Mansilla perché il figlio Uberto è rinchiuso in prigione; ma  viene attaccato da alcuni sicari di una segreta confraternita di giudici, la Saint-Veheme,  da cui Sarwardo lo salva. I due si dirigono al monastero di Santa Eufemia dove il protagonista si riunisce ai familiari; ma ben presto la famiglia Alvarez è costretta di nuovo a separarsi: la moglie Sibilla si reca nel monastero di Santa Maria la Real per scoprire il segreto del suocero Ramiro Álvarez; Uberto con la moglie Moira e la figlioletta Sancha si dirigono verso un rifugio sicuro; Ignazio e Sarwardo vanno alla ricerca della Grotta dei Sette Dormienti. Sibilla non riesce nel suo intento perché il domenicano Pedro Gonzalez ha già scoperto prima di lei il segreto di Ramiro; la donna si mette fortunosamente in salvo grazie a Willame, ex compagno di avventure di Ignazio, che la accompagna a Palermo. Sempre alla corte della città siciliana si dirigono  Moira e Sancha, affidate ad Asclepius, bibliotecario di La Coruna e amico di Ignazio. Infine Uberto parte alla ricerca del padre.

Dopo molteplici avventure, Ignazio  raggiunge la leggendaria grotta dei Dormienti, che si trova nell’isola di Antalia nell’Atlantico, dove fa l’amara scoperta che  Sarwardo, in verità affiliato della Saint Vehme, lo ha tradito. La scena finale è rocambolesca perché nella grotta si trova un enorme orologio ad acqua, un’antica grande clessidra che, al movimento impresso da Ignazio, travolge tutto con una cascata d’acqua. Invano Uberto, giunto lì fortunosamente, chiama il padre: l’uomo viene inghiottito dalle acque o si salva come un redivivo Indiana Jones? Il libro ci lascia senza una risposte forse perché Simoni ha in progetto una nuova avventura per il suo eroe Ignazio da Toledo.

La storia è piacevole e scorrevole grazie alla lingua adottata dall’autore, senza dubbio raffinata e aderente al periodo in cui la vicenda viene ambientata, il Medioevo; il lessico è  ricercato, comprende dei termini antichi, ma risulta complessivamente chiaro e comprensibile. Inoltre i continui cambi di scena tra i vari capitoli rendono la storia misteriosa e intrigante.

La narrazione è ricca di dialoghi e anche di  frequenti descrizioni sia dei luoghi che dei personaggi.

Il romanzo è diviso in cinque parti, a loro volta suddivise in brevi capitoli; il narratore racconta in 3° persona ed è onnisciente; descrive in modo dettagliato sentimenti e pensieri dei personaggi, come se entrasse nelle loro menti. La focalizzazione combina i punti di vista dei vari personaggi.

Il libro presenta anche alcune illustrazioni che sono state realizzate dall’autore stesso, disegni in bianco e nero collocati all’inizio di ogni parte in cui è suddiviso il libro e in particolare nei primi capitoli.

Secondo il nostro parere l’opera è ricca di colpi di scena, per cui sicuramente ha appagato le aspettative; in particolare appare sorprendente il finale, inaspettato e sostanzialmente aperto a nuovi capitoli che potranno nascere dalla fervida fantasia di Simoni.

Tuttavia consigliamo ai futuri lettori di leggere la storia godendosela, di essere pazienti e capire il libro pagina dopo pagina, cercando di immedesimarsi nel protagonista per scoprire un mondo nuovo, un Medioevo misterioso.

                                   Andrea Garetti, Arianna Masi, Emma Novarini,  1 DLS

Vita

Qualche secolo fa, William Shakespeare, mise in bocca ad Amleto le parole che formano uno dei monologhi più celebri mai scritti: “Essere o non essere, questo è il dilemma”.
Per il principe di Danimarca cadere nel sonno eterno eviterebbe all’uomo la vita di sofferenze che è obbligato a sopportare. La ragione, tuttavia, fa l’uomo codardo; il non sapere cosa lo aspetta dall’altra parte gli impedisce di togliersi la vita per porre fine alle disgrazie.
Anche se il ragionamento è estremo, credo che ognuno abbia il diritto di esprimere la propria opinione a riguardo e, certamente, nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun altro. Non fu così per tutti gli uomini che vennero uccisi nei campi di sterminio nazisti. Catalogati come degli oggetti, sfruttati e umiliati fino allo stremo, poi bruciati senza pietà; a quelle persone nessun diritto veniva riconosciuto, tanto meno scegliere se vivere o morire.
I campi non si limitavano ad uccidere il corpo delle persone, ne uccidevano l’identità, l’anima. I pochi sopravvissuti, che abbiamo ancora la fortuna di poter ascoltare, ci insegnano molte cose; per esempio Sami Modiano racconta le sue difficoltà una volta uscito dall’inferno di Birkenau. “Mi sentivo in colpa perché ero sopravvissuto e stavo lasciando indietro i miei cari”. Come si può ferire una persona così a fondo, da fargli mettere in dubbio il suo stesso diritto di vivere? Per fortuna Sami ha trovato la forza di reagire al buio interiore, aprendosi al mondo e parlando della sua storia, soprattutto ai giovani: “Sono felice perché vedo che i ragazzi mi capiscono, sono loro il nostro futuro”.
Il nostro scopo, quello dell’umanità intendo, è evitare che il messaggio di Sami e dei superstiti si perda nelle pieghe del tempo. Questa frase è sicuramente portatrice di un messaggio importante, la sentiamo ogni 27 gennaio. Ma quanto ci tocca realmente? Tutti, me compreso, crediamo che al giorno d’oggi nessun governo possa farsi artefice di un genocidio.
Invece, durante quella stessa giornata, il 27 gennaio 2021, lessi su Instagram che in Cina esiste una popolazione con costumi, lingua e religione propri, gli Uiguri. Questa popolazione occupa il 45% della regione Xinjiang, il che significa circa 11 milioni di persone, attualmente vittime della repressione del governo cinese, il quale sistematicamente li colpisce con la reclusione in “campi di rieducazione”, immensi capannoni in cui gli attivisti uiguri vengono torturati e obbligati al lavoro forzato (tra cui, pare, la produzione di mascherine). Squadre di milizie entrano nei villaggi con la finalità di violentare, picchiare e in seguito sterilizzare quante più donne possibili per limitare la natalità degli Uiguri, mentre ufficialmente le autorità cinesi negano l’esistenza di qualsiasi forma di repressione .
Questo orribile scenario rende vano ciò per cui uomini e donne come Sami Modiano lottano; ci dimostra che l’odio razziale e la discriminazione sono ancora lontani dall’essere estirpati e sicuramente lo rimarranno finché notizie del genere verranno trattate da pagine Instagram e non da testate importanti. C’è un ultimo dato interessante da analizzare. Quando la questione degli Uiguri venne discussa dall’ ONU, alcuni stati membri condannarono la politica cinese, ma altri l’appoggiarono. Beh, alla fine non sembra che la storia sia poi così maestra, vero?

Alessio Marchetti, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

Fonti: Conferenza con Sami Modiano- “Il sole 24 ore”,
Wikipedia, @cartonimorti (Instagram)

La memoria

E come si potrebbe obliare la Shoah? Noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma giorno dopo giorno, anno dopo anno, un frammento di quelle che sono le testimonianze, i ricordi dei sopravvissuti  all’olocausto, svaniscono, condannati dall’avanzare delle epoche.
Non sembra inaccettabile pensare a questo blocco di storia che si  gretola, come le pagine di un vecchio libro al tatto, troppo consunte per essere ancora sfogliate? Non sembra sconsiderato dimenticare le vite di tutte le persone, che come pezzi di carbone ad alimentazione di una locomotiva, furono brutalmente gettate a bruciare nei forni?
A me non piace dimenticare. Bisogna trovare la forza di mantenere vivo il ricordo delle loro anime, delle loro sofferenze, dei loro sentimenti, sogni e amori, speranze: sono state persone come ognuno di noi, ma hanno solo trovato odio e disprezzo, cinismo e denigrazione. I pochi sopravvissuti, che avrebbero dovuto sentirsi liberi, felici, hanno condannato la loro sopravvivenza: così tanto è stato il veleno ricevuto, che sono arrivati a sperare nella loro morte, a desiderare di riposare accanto ai propri cari in quei gremiti cimiteri che sono stati i campi di concentramento. Come è possibile ridurre un essere umano alla colpevolezza della propria salvezza, al pentimento per la propria sopravvivenza? Negare la libertà ad un uomo innocente è spregevole, condurlo a rinnegarla è abominevole, infernale: non solo le vittime della folle mente che fu la Germania nazista furono private sino all’ultimo briciolo di dignità, calpestata disumanamente, ma fu loro strappato il futuro: ai deportati sopravvissuti venne istantaneamente negata la possibilità di tranciare una volta per tutte i rapporti con il passato che, dopo così tanti anni, esattamente come il tatuaggio del proprio numero sul braccio, sbiadito, si intravedono ancora in controluce, fili sfibrati che incatenano ai tristi ricordi la loro anima.
Stipati come bestie dentro vagoni diretti al patibolo, migliaia furono le persone che varcarono i cancelli di Auschwitz e mai ne uscirono, promettendo ai propri fratelli, mogli, genitori, di rivedersi subito dopo, senza nemmeno sapere dove fossero diretti: privati di ogni diritto, spogliati di ogni speranza e ignari di ciò che li aspettava, furono gettati tra le fauci di famelici pregiudizi e malati ideali.
Sentirsi rei per essere ancora vivi a differenza dei propri cari, dopo aver subito ogni peggior ingiustizia e tortura, è l’ennesimo affronto perpetrato dai nazisti, ed è un fardello che ci si trascina inevitabilmente appresso. Furono parecchi i redivivi che dopo il 1945 dovettero sopportare la convivenza con i fantasmi dell’Olocausto, straziati dai rimorsi, divorati dai nitidi ricordi ancora sfavillanti nonostante gli anni fossero trascorsi impassibili e avessero seppellito ed insabbiato le mostruosità della Guerra: queste persone, solo a distanza di tempo hanno trovato il coraggio di parlare, di condannare le efferatezze subite, per anni nascoste e soppresse. Uno di loro è Sami Modiano, che per 60 anni tacque per paura di non essere creduto e che nei giovani trovò le orecchie e il cuore pronti ad ascoltarlo e sostenerlo durante la riscoperta dei dolorosi ricordi.
Dunque ricordare ci permette di analizzare il passato, ripercorrendo i passi di chi lo ha popolato, e di evitare di inciampare negli stessi errori che consumarono vite spesso innocenti, sacrificate perché nulla venga dimenticato.

Silvia Rizzardi, 4 DLS Itis Cardano Liceo Scienze Applicate

La scoperta della scuola

Dopo mesi di chiusura le scuole superiori sono state riaperte e gli studenti dopo essere stati reclusi sono rientrati nelle loro aule, si sono ritrovati, hanno rivisto dal vivo i loro insegnanti e hanno ricominciato a seguire le lezioni in presenza. Finalmente, ma non senza preoccupazioni. Perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più tranquilli: non siamo fuori pericolo, anzi, siamo ancora nel bel pieno della pandemia. Personalmente avevo una gran voglia di ricominciare la scuola in presenza perché  ritengo che la Dad sia una buona cosa se permette di ripararci dal pericolo del contagio, ma per un tempo limitato. Non può diventare la normalità.
La vita da studenti in remoto è strana: da un lato negativa perché seguire le spiegazioni, soprattutto quelle delle materie scientifiche o la matematica e la fisica, a volte è un’impresa impossibile. Dall’altro lato studiare da casa  permette di fare tutto senza uscire dalla propria stanza, senza la sensazione di soffocamento e di fastidio da mascherina. È una condizione però che crea assuefazione ad una comoda pigrizia, è un po’ come se si perdesse l’abitudine ad una vita regolata, che per i giovani è più importante di quanto non si creda. Più ti chiudi e più vorresti rinchiuderti, come se venissi inghiottito dalla paura.
Quando ho saputo che saremmo ritornati a scuola sono stata felice, ma anche terribilmente agitata. Mi sono sentita come se dovessi iniziare qualcosa di  completamente nuovo, il classico Primo Giorno… un po’ mi vergogno a dire che in queste notti non sono riuscita a dormire e non per la paura da interrogazione
o verifica: è qualcosa che non so bene definire, uno stato d’ansia esagerato. Mi domando: sarò l’unica a provare queste sensazioni? Non credo, penso che un po’ tutti siamo scombussolati dall’emergenza sanitaria, economica, sociale e anche didattica. Tuttavia non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: la scuola in fondo non è rimasta chiusa, ma in uno stato di apertura permanente. Gli studenti hanno continuato ad essere raggiunti dalla scuola che è entrata nelle case ad inquadrare librerie o salotti, nelle “camerette” a scoprire letti sfatti e pigiami appena tolti. E chi non ha voluto fare il furbo con la Dad ha studiato. Gli insegnanti hanno continuato a lavorare,
reinventandosi ad ogni nuovo decreto e faticando il doppio per rendere le lezioni comprensibili, mostrandosi disponibili ben oltre l’orario scolastico. Nel ciclone che ci ha travolti, l’attività didattica ha continuato a raggiungerci, a scuoterci dal torpore, a tormentarci, a renderci consapevoli che il potere della distruzione e della morte ha un degno avversario nel potere della cultura che è l’unico strumento che nemmeno un virus può togliere ai giovani che stanno costruendo il loro futuro.

Irene Antonioli, 5 DLS

L’anno che verrà

Caro diario,
devo dire che quasi mi dispiace che questo 2021 stia finendo.
La parte migliore, forse, è stata l’estate.
Sono andata in vacanza con i miei migliori amici sulla Riviera Romagnola: due settimane passate in spiaggia. A pranzo un panino sotto l’ombrellone, mentre la cena ce la portavamo dal nostro appartamentino e la degustavamo in riva al mare, con i piedi nella sabbia.
Poi, all’imbrunire, prendevamo un bus qualsiasi e andavamo a visitare una città vicina, come Gradara, dove abbiamo scoperto venne ambientata la storia di Paolo e Francesca. Inutile dire che la mia amica Giulia volesse trasferirsi lì.
I primi tre giorni di vacanza, invece, li abbiamo passati a Bologna, dove invece mi sarei voluta trasferire io;  Davide, il terzo del gruppo, ha passato due settimane a dir poco impegnative a livello psicologico.
Di discoteca non si è neanche parlato perchè tutte le sere ci trovavamo stravolti, ma io e Giulia abbiamo recuperato le fatiche una volta tornate a casa.
È stata l’ultima estate da vera adolescente, senza pensieri se non cercare di non sciogliermi per il caldo, mentre eravamo in fila per entrare alla Torre degli Asinelli.
L’ultima estate prima di iniziare l’università.
Questa è stata sicuramente la novità più grande dell’anno: lasciare i compagni di cinque anni di sventure e avventure, con cui ho dovuto superare settimane di studio ossessivo e verifiche da capogiro, ma che si rivelavano forse troppo spesso così diversi da me da farmi sperare in qualcosa di nuovo. E quel qualcosa per fortuna è arrivato all’università: nonostante sia sempre contesa tra un libro di Analisi e un volume di Fisica mi sento molto più libera e sto iniziando ad apprezzare sempre di più la mia indipendenza.
Giulia ha iniziato Medicina e mi scrive tutti i giorni per dirmi “le cose fighissime che sta studiando” a cui io rispondo con lo stesso camuffato interesse con cui lei reagisce alle mie osservazioni in campo informatico: anche lei è sempre stata molto diversa da me, ma in un modo che ci rende ancora più unite.
Davide, invece, continua a chiederci consigli su come superare l’ultimo anno di superiori senza traumi.
L’autobus si ferma. Devo smetterla di fantasticare così lungo il tragitto verso scuola o finirò per dimenticarmi che devo scendere alla mia fermata.
Sistemo la mascherina e mi incammino verso il mio liceo: chissà, magari potrò andare veramente a Bologna coi miei amici. Magari conoscerò i volti dei miei nuovi compagni universitari senza il filtro che ormai ci copre le facce da più di un anno.
Forse, con il nuovo vaccino riusciremo persino ad andare in discoteca.
Ma basta, ora devo concentrarmi, adesso ho la verifica di scienze. Scrivo la data: 12 febbraio 2021.

Roberta Basile, 5 DLS

BUON ANNO A TUTTI

L’anno del vaccino: con questo appellativo, salvo sorprese amarissime come quelle che ci hanno riservato gli ultimi mesi, passerà alla storia il 2021.
“Mai un vaccino era stato realizzato in così poco tempo” è la frase che riassume uno dei punti principali del discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il presidente ha voluto sottolineare come, grazie alla collaborazione reciproca tra gli stati, la scienza abbia stracciato i limiti conosciuti. Alla luce di questo, Mattarella invita i capi di Stato a lasciare da parte velleità, tornaconti, egoismi e ad investire in modo da permettere a tutti di vaccinarsi.
Rileggere queste parole nel mese di febbraio fa riflettere: i ritardi nelle consegne dei vaccini e una crisi di governo fuori luogo amplificano notevolmente il clima di incertezza e inquietudine; i soliti negazionisti e l’eco del trambusto che ha seguito le elezioni americane, provocano straniamento e rabbia.
Ovvio che la speranza non morirà mai, ma “l’anno della sconfitta del virus e il primo della rinascita” poteva sicuramente cominciare molto meglio, ma anche peggio. Abbiamo undici mesi per non vanificare il lavoro di tutti gli scienziati del pianeta e collaborare alla costruzione di un mondo nuovo, di un’Italia nuova. La battaglia contro il virus può essere considerata come la “Terza Guerra Mondiale”. Guerra che non è stata combattuta, e alcune notizie dello scorso marzo potevano far pensare al contrario, contro la Cina, bensì contro quello che è stato definito un “nemico invisibile”. Se nel 1945 sono state gettate le basi di una società liberale ed egualitaria, nel 2021 dobbiamo virare verso un modello di società solidale e basata sulla collaborazione reciproca. Il vaccino non sarebbe solo l’emblema del progresso scientifico e tecnologico, ma anche delle infinite potenzialità derivanti dall’utilizzo mirato delle risorse delle nazioni. L’obiettivo di tutti è fare in modo che nei calendari, dopo la data 31 dicembre 2019, venga 1 gennaio 2021.

FRANCESCO MATTEO TRESPIDI 5DLS

GIORNATA DELLA MEMORIA DAL T4 A TREBLINKA

Per celebrare la Giornata della Memoria io e la classe 5CLS abbiamo seguito un webinar, curato dal Prof. Feltri, autore del manuale di storia “Chiaroscuro” in adozione in alcune classi del nostro istituto.

Dopo aver osservato una serie di vignette raffiguranti l’ariano ideale, ci siamo spostati sull’analisi dell’origine del concetto di ariano: un uomo perfetto e scultoreo che manifesta la sua superiorità interiore, quell’ideale di uomo rappresentato dall’antica arte greca.

Il relatore ha poi presentato le tappe che portarono all’Olocausto, dal tristemente famoso Progetto T4, finalizzato all’eutanasia dei più deboli, alla costruzione del campo di Treblinka dove vennero sterminate parecchie migliaia di persone.

L’eliminazione degli “scarti” della razza divenne il primo obiettivo dei nazisti dal ’39; venne organizzato un comitato per controllare i manicomi e i centri che accoglievano disabili, furono realizzati sei centri per l’eutanasia, in cui i malati ritenuti incurabili venivano uccisi con il monossido di carbonio. Il centro più importante era ospitato nel castello di Hartheim, dove furono uccise 18000 persone.

Il personale che eseguiva queste operazioni era vario, dai medici agli agenti delle SS. Furono circa 80000 i disabili uccisi tra il ’40 e il ’41; dopo quell’anno furono sospese le operazioni di eutanasia e nel giugno Hitler decise di mettersi contro l’URSS, lanciandosi in una formidabile offensiva, che sembrò all’inizio vittoriosa. L’ideologia che animò la guerra contro la Russia era l’antibolscevismo ebraico, perciò l’esercito fu accompagnato da 4 reparti di agenti SS con l’ordine di eliminare la classe dirigente giudaica.

Le esecuzioni inizialmente vedevano come vittime soltanto uomini, ma in agosto la situazione cambiò perché furono eliminati anche donne e bambini.

Il 20 Gennaio 1942 Reinhard Heydrich, insieme ad altri importanti gerarchi nazisti, pianificò la soluzione finale del problema ebraico e l’eliminazione degli ebrei. Si decise di partire dalla “pulizia” della Polonia: vennero organizzati 4 centri di sterminio, tra cui nel dicembre era già operativo Chełmno (in tedesco Kulmhof); campi di sterminio (non di reclusione) perché tutti qui vennero mandati nelle camere a gas, a differenza dei campi da lavoro. In seguito fu realizzato il campo di Treblinka, oggi trasformato in monumento; esso fu smantellato nel 1943 e privato perfino della ferrovia, che rappresentava il punto in cui, una volta arrivati, i prigionieri venivano selezionati per le camere a gas. A Treblinka vennero uccise un milione di persone. Il comandante di Treblinka fu Franz Paul Stangl: fuggito in Sudamerica dopo la fine della guerra, fu in seguito ritrovato, processato e condannato all’ergastolo.

Presero il posto di Treblinka, in quello stesso anno, Auschwitz e Birkenau, nei quali furono eliminate tantissime persone (circa 1300000), tra cui un milione di ebrei.

E la “macchina della morte” non cessò di funzionare fino al 27 gennaio 1945.

                                                                            Gabriele Martellotta, 5 CLS

Attacco d’arte

In questo periodo di vita a distanza, l’arte può mantenere il significato che possedeva dal vivo? L’arte contemporanea che molte volte critichiamo perché non riusciamo a comprendere, riesce ancora a trasmettere i suoi messaggi?

Takashi Murakami-copertina per l’album di Kanye West

La classe 5 DLS dell’ITIS Cardano, insieme alla professoressa Nicifero, ha eseguito una ricerca in risposta a queste domande: sono stati presi in esame diversi artisti contemporanei conosciuti e approfonditi con i social che permettono di raggiungere, attraverso uno schermo, gli angoli più remoti del mondo. Dal Giappone, con l’artista Takashi Murakami che collabora con il settore della moda e alla realizzazione di copertine per gli album musicali, alla vasta America di Jeff Koons, che è divenuto famoso per le sue sculture di palloncini, come “Ballon Dog”. 

Jeff Koons-“Balloon Dog”

Rimanendo in Italia, invece, spicca Maurizio Cattelan con L.O.V.E., comunemente nota come “Il Dito”, realizzata in marmo di Carrara. 

 Maurizio Cattelan-“L.O.V.E.”

Indubbiamente questi uomini e la loro arte sono diventati famosi, ma in un mondo in cui si è sempre sotto i riflettori, alcuni cercano l’oscurità, l’anonimato. Tra questi Random-Guy, che opera nella città di Lucca, e Bansky che opera con la Street art portandola di paese in paese, ad esempio a Venezia o a Gerusalemme.

Random-Guy-“Welcome to Lucca”

Questi artisti condividono la loro idea di arte con tutti noi, dimostrandoci come anche idee semplici possano fare così tanto scalpore. Ma qual è il suo vero scopo?

Bansky-“Il lanciatore di fiori”

Può rappresentare un grido di battaglia contro l’oppressione delle minoranze, può essere una bandiera bianca sventolata in segno di pace contro i venti di guerra e porsi così come il mezzo attraverso cui viene amplificata l’opinione dei singoli; può essere una semplice voce narrante che accompagna e descrive le vicende vissute dall’artista e i suoi stati d’animo o un concentrato di idee innovative che aprono la strada a una nuova visione del mondo.
Oppure, come sostenuto da Oscar Wilde e altri esteti, può essere solamente qualcosa di bello  ma inutile.
Fatto sta che gli artisti si sono da sempre messi in qualche modo al servizio della società, oppure contro di essa, facendosi promotori di un messaggio.
Oggi, però, molti sembrano considerare l’arte come fosse una macchina di creazioni a cui viene attribuito un significato solo per dare un senso alla sua vendita. Come se sostenesse di avere qualcosa di originale da dire, quando in realtà fa solo parte del sistema economico generale.
Ma è, forse, proprio questo il problema: voler dare per forza un significato, far denunciare qualcosa a un’opera che, magari, è nata solo per essere ammirata. Qualcosa di bello che esiste per sé e si mostra al pubblico in un atto di estrema generosità.
I social hanno un ruolo fondamentale, oggi, nel mostrare al mondo come l’arte sia senza etichette e limiti, anche in una situazione così difficile, come quella che stiamo vivendo.
In un periodo in cui si parla molto della perdita del contatto umano, l’arte ci tiene ancorati a qualcosa che non riusciamo a comprendere e che suscita emozioni che non si possono controllare, a cui non si può dare un nome. 

Random-Guy-“Premier Conte Baywatch

A ben vedere, qual è la differenza tra un cellulare e una tela? Sono entrambi superfici piatte e da entrambi scaturisce un nuovo universo, entrambi attirano, intrappolano, isolano dal mondo. Ci si ritrova in tutti e due i casi ad avere gli occhi incollati su qualcosa che è sia una prova del genio umano che, in fondo, qualcosa di estremamente banale (plastica e silicio, colore e grafite).

Per questo, i social sono i nuovi musei.
Sono gallerie d’arte in cui si può camminare semplicemente facendo scorrere la home page.
Sui social si trovano pittori, scultori, fumettisti; sono un’arma potente che, se usata come si deve, non porta a disinformazione o a non-cultura, come qualcuno crede, ma può invece aprire le porte a una conoscenza molto più ampia e sfaccettata.

Lady Be-“CoronaJesus”

Con il lavoro fatto quest’estate, grazie ai social, abbiamo scoperto un lato dell’arte che non conoscevamo, un’arte vicina, che sa parlare direttamente all’orecchio e non si fa solo ammirare su un’asettica parete bianca, soprattutto perché fortemente legata agli avvenimenti del presente. 

Nell’ultimo periodo per esempio, molti artisti hanno voluto affrontare il tema del Covid-19, che sta interessando direttamente ciascuno di noi anche se in parti diverse del mondo, intonando  una sorta di “inno alla speranza” e dedicando molte opere a coloro che hanno combattuto in prima linea il virus.

Alcuni esempi sono quelli riportati nelle ricerche della classe 5DLS: “Coronajesus” di Lady Be, “Premier Conte Baywatch” di Random-Guy e “Un medico” di Lele Picà. 

Lele Picà-“Un medico”

È interessante constatare come ciascuno dei personaggi presi in considerazione abbia un modo totalmente diverso di esprimersi   ma occorre riconoscere che, nonostante la nostra società moderna e aperta, ci sia ancora dell’avversione nei confronti di alcuni artisti, dei loro metodi e del significato delle loro opere.

Basti pensare a TVBOY la cui arte di strada trasforma in tele la stessa superficie delle città, con soggetti e tematiche contemporanee che commentano in diretta, come uno speaker durante una corsa di motomondiale, le  vicende che riguardano la cronaca dei giorni nostri. 

Tvboy-“L’amore ai tempi del coronavirus”

Tali opere, realizzate appunto sul tessuto urbano, sono prese di mira e sfregiate dai passanti. Hanno per così dire “vita breve” e forse per questo diventano ancora più preziose.
La Street art è difatti una tra le più criticate e incomprese, spesso giudicata solo come puro atto vandalico. 

Geco-“Geco ti mette le ali”

Un esempio è il caso Geco, considerato uno dei writer più “ricercati” d’Italia: accusato di aver vandalizzato opere pubbliche; appena è stata scoperta la sua vera identità, l’artista è stato arrestato in maniera quasi teatralizzata, come se fosse un trofeo.

Considerata quindi la diversità degli stili dei vari artisti che sono stati seguiti durante questo progetto sorge spontaneo chiedersi:
quali altre barriere romperà l’arte del futuro?

                                   Basile Roberta, Clerici Claudio, Faccini Giulia  5 DLS

GIORNO DELLA MEMORIA 2021

Una testimone d’eccezione ricorda la deportazione e lo sterminio di cui sono stati vittime gli ebrei, una testimone che descrive con lucida oggettività la sofferenza nei campi di sterminio, una testimone che ha visto coi propri occhi dove può arrivare la cieca malvagità umana e l’indifferenza. E non vuole dimenticare.
Alcuni studenti della 2 AE, dopo aver assistito alla registrazione dell’ultimo discorso pubblico di Liliana Segre, tenuto ad Arezzo e promosso dal Miur, le hanno reso omaggio scrivendo alcune riflessioni.

Liliana Segre ci insegna…
Liliana Segre, appartenente ad una famiglia di origine ebraica, nacque a Milano il 10 settembre 1930. Viveva con il padre, Alberto Segre, perchè la mamma era morta quando Liliana aveva solo un anno.
Nel 1938, in Italia, il regime fascista emanò le leggi razziali e la bambina fu costretta ad abbandonare la scuola.
Quando la persecuzione contro gli Ebrei divenne più violenta,Liliana e suo padre si trovarono costretti a scappare e cercare rifugio in Svizzera, ma furono respinti e arrestati. Liliana aveva solo tredici anni. Furono poi trasferiti nel carcere di Milano e il 30 gennaio 1944 vennero deportati ad Auchwitz. Il viaggio durò una settimana.
Liliana rimase sola perché, all’arrivo al campo di sterminio, venne separata dal padre. La ragazzina venne destinata al lavoro e dovette subire varie selezioni, in una delle quali perse la sua cara amica Janine, che si era ferita gravemente ad una mano. Durante l’inizio del mese di gennaio del 1945, all’avvicinarsi dell’Armata rossa, il campo di Auschwitz fu evacuato e i prigionieri sopravvissuti furono portati via con quella che verrà definita la “marcia della morte”.

Tra i moltissimi ragazzi costretti a lavorare nei campi di sterminio, solo pochissimi riuscirono a tornare a casa e Liliana, che oggi ha novant’anni, era tra questi. Da trent’ anni, cioè da quando è diventata nonna all’età di sessant’anni, la signora Segre ha testimoniato e raccontato ai ragazzi delle scuole tutto quanto ha vissuto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata senatrice per il suo impegno a favore delle nuove generazioni, perché non si dimentichi mai quello che è successo.
L’ultima testimonianza, proprio per volere della signora Segre, è stata a Rondine, presso Arezzo, con l’Associazione Cittadella della Pace che accoglie, per un periodo, ragazze e ragazzi provenienti da paesi in guerra, perché possano vivere un percorso di aiuto e di sostegno in una condizione di pace.
Il 9 ottobre, Liliana Segre come in ogni incontro, ha raccontato a molti studenti la sua esperienza e ora affida a noi ragazzi il compito di tenere viva la memoria, avendo deciso di lasciare l’attività di testimoniare, data l’età avanzata. Durante un passaggio del discorso, che mi ha particolarmente colpito, la Senatrice, per farsi capire dagli adolescenti, paragona i nazisti ad un gruppo feroce e terribile di “bulli”: ci spiega che i bulli, tutti in gruppo, ostentano di essere forti e di non avere paura di niente, ma, presi poi singolarmente tremano, hanno paura, perché sanno che non ci sarà il gruppo a difenderli. Afferma che i nazisti non riuscirono a cambiarla, non la fecero diventare la donna he volevano, una donna piena di odio, perché lei seppe resistere a tutte le reazioni di odio  vendetta.
In questi anni quando qualche persona la ferma per strada e le chiede se ha perdonato o se ha dimenticato, Liliana risponde sempre di no, perché non vuole dimenticare le atrocità e il male vissuti.
Penso che la signora Segre sia la donna più forte e coraggiosa che io conosca e non augurerei neanche al mio peggior nemico tutto la sofferenza che ha provato, sofferenza che oltretutto dovette affrontare da sola, poiché tutti i cari che lei amava, erano stati uccisi.
Quando afferma che non vuole perdonare, la capisco: come si può dimenticare un cosa simile!

Oggi Liliana Segre è una delle ultime testimoni che possono ancora parlarci, se non più direttamente con degli incontri, con i suoi libri: cerchiamo sempre di ascoltare, di fare tesoro dei suoi insegnamenti, non facciamo del male a nessuno, anche nelle piccole cose.
Stiamo vicini ai nostri cari e a chi amiamo, non ci saranno per sempre.
Non dimentichiamo.

Marco Lodola, 2 AE

Impariamo a ricordare…
Oggi ho avuto il privilegio di ascoltare le parole pronunciate da Liliana Segre, in occasione del suo ultimo discorso a Rondine, città della Pace, visibile sul sito del MIUR.

Ho sempre sentito parlare della Shoah, ho ascoltato testimonianze e ho letto libri, ma mai come oggi mi sono accorto dell’importanza di parlare di questo argomento e del coraggio delle persone che testimoniano la loro storia.
La senatrice Segre ha raccontato che un ufficiale nazista, un giorno, durante la marcia della morte, buttò a terra la pistola e la divisa, dovendo fuggire, dopo la notizia dell’arrivo
dell’Armata Rossa.
Liliana, dentro di sé, da quando “aveva lasciato la mano di suo padre”, aveva così tanta “rabbia” e sete di vendetta che poteva diventare quello che i nazisti avrebbero voluto che fosse: un essere pieno di odio. Pensò, quindi, di raccogliere la pistola e uccidere l’ufficiale nazista, per vendicare coloro che avevano vissuto tutto quel male, compresa lei. Proprio in quell’istante, però, fece una
scelta cruciale, la “svolta della sua vita”: decise che non voleva diventare come il suo assassino, non prese la pistola e da quel momento diventò una donna “libera”, come è ancora oggi.

La Senatrice ci ha raccontato di come le leggi razziali del 1938 le abbiano impedito di andare a scuola da quando aveva otto anni e di come a dodici anni sia finita in carcere, a San Vittore, per aver tentato di attraversare il confine con la Svizzera, insieme a suo padre; ci ha testimoniato il dolore dell’ultima volta in cui ha visto il suo papà, il suo eroe, dopo essere stata separata da lui, una volta scesi dal treno merci, all’entrata del campo di sterminio. Ci ha narrato la sofferenza dell’anno passato ad Auschwitz, il terrore e l’orrore e di come lei sia diventata un numero, 75190 e non più una persona. Ci ha parlato di Janine, della sua compagna di lavoro, che era stata mandata a morire, dopo una selezione, perché considerata inutile, a causa di una grave ferita alla mano e del suo senso di colpa per non avere avuta la forza di voltarsi ( lei che aveva superato la selezione) e non essere riuscita a dirle che le voleva bene.
Ci ha descritto la solitudine, quella vera, quella di chi ha perso tutto tranne la speranza di uscire da quel luogo mostruoso. Ci ha parlato di come lei abbia scelto la vita, anche quando avrebbe potuto lasciarsi prendere dallo sconforto, anche quando non aveva più
nessuno per cui vivere. Di come l’unico gesto di pietà ricevuto in tutto quel periodo sia stato il saluto degli altri prigionieri di San Vittore che avevano cercato di donare solidarietà e rendere omaggio a seicento persone innocenti tra cui lei, condotti ad Auschwitz, lanciando dalle finestre del carcere pezzi di pane e il poco cibo che avevano e coperte.

Quello che più mi ha colpito della storia della Signora Segre è il tema dell’indifferenza delle persone in quel periodo, anche di quelle che lei prima conosceva e frequentava: sono convinto che lo scopo della sua testimonianza, il motivo per cui parla a ragazzi come noi, è
per insegnarci ad avere memoria, a non dimenticare e anche per aiutarci a non essere mai indifferenti.
Sono grato a Liliana Segre per averci donato la sua testimonianza e la sua saggezza e farò in modo di ricordare sempre.

Tommaso Barletta, 2 AE

Così ci racconta Liliana Segre:
..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato, ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano
diventassi…un essere insensibile che sognava odio e
vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”

Liliana Segre esprime il significato della parola pace in base alle sue esperienze strazianti nel lager; dal mio punto di vista, non aver sparato a quell’agente delle SS indica un gesto di pace e di lucidità.
Era consapevole del fatto che la guerra stesse per finire, non era più nel lager, non doveva più subire violenze come prima e, nonostante fosse denutrita e obbligata a camminare durante la marcia della morte, stava ritrovando la speranza e cercava di non arrendersi, come le avevano gridato di fare dei prigionieri francesi che avevano provato pietà per lei. Dal mio punto di vista questo è stato un fattore che ha influenzato il suo stato d’animo e, di conseguenza, le sue azioni.
Non è da dimenticare che le SS si stavano ammutinando e
l’episodio testimoniato, si colloca in questo contesto. La senatrice racconta molti particolari strazianti della sua prigionia; non mi capacito del fatto che un umano possa umiliare, fare del male e privare di ogni diritto e libertà una persona.
Ricordo dai tempi delle medie di aver letto un libro di Eliezer Wiesel, in cui lo scrittore racconta la sua prigionia e le torture che venivano inflitte ai bambini, come le impiccagioni in pubblico se tenevano un
comportamento scorretto nel campo; le impiccagioni erano rudimentali, venivano eseguite con una sedia e una cinghia e di conseguenza spesso gli impiccati non morivano subito, ma dopo una lenta agonia. Ricordo inoltre che i neonati venivano considerati inutili, caricati su camion appositi e venivano scaricati nei roghi
e lasciati morire. Alla base di queste azioni, c’è Hitler, che spinto dall’odio razziale, commise queste atrocità e comandò queste
uccisioni nei confronti degli Ebrei con la “soluzione finale”, ma anche di Sinti, di Rom, di Testimoni di Geova, dei deboli dal punto di vista fisico e psicologico, degli omosessuali, e degli oppositori politici.
Ritengo che il comportamento di coloro che insultano e minacciano i superstiti della Shoah, cosa che è capitata anche alla Senatrice, sia vergognoso e inaccettabile. Inoltre trovo che la pena da scontare per apologia di fascismo sia troppo poco severa: vengono previsti
massimo due anni di reclusione. Sono convinto, infatti, che sia una pena minima e non proporzionata al reato commesso.

In conclusione, sostengo che le idee neo-naziste e neo- fasciste non debbano essere assolutamente considerate come libertà di pensiero.
L’apologia del nazismo e del fascismo sono reati gravi e come tali vanno puniti.

Alessandro Bruscato, 2 AE

Le parole di Liliana

Posso capire quanto dice Liliana Segre perché, pur essendo nato molti anni dopo, comprendo i sentimenti e ciò che ha provato di fronte all’occasione perfetta per uccidere un ufficiale nazista e vendicare così i soprusi subiti. Posso comprendere anche la “compassione” che la ragazza provò nei confronti di quella persona. Inserisco questa parola “compassione” tra le virgolette”, per definire il sentimento che, secondo me, Liliana provò: quell’ufficiale che , come tanti altri, era stato addestrato ad essere crudele e spietato nei confronti degli Ebrei, viene visto da Liliana, dopo l’iniziale
smarrimento, come un uomo: uccidendolo, la giovane Liliana sarebbe stata come lui, non avrebbe potuto riconquistare la libertà e la pace, valori con cui, come dice lei, ha convissuto finora.
“..Mi camminava vicino il comandante di quel lager : era un uomo crudele, aveva un nerbo di bue che portava sempre con sè …distribuiva queste nerbate a noi che ce lo aspettavamo….era un uomo alto..io lo guardavo….lui non mi aveva mai considerato,
ero una prigioniera….quell’uomo ad un certo punto volle buttare via la divisa, buttò via la pistola…buttò per terra la sua pistole ed io …. io che mi ero nutrita di odio e di vendetta…. Lasciando la mano sacra di mio padre ero diventata un’altra, quello che loro volevano diventassi…un essere insensibile che sognava odio e vendetta…Pensai, “ora raccolgo la pistola e sparo”: mi sembrava il giusto finale di quel periodo terribile,….. fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita: io capii che mai avrei potuto uccidere qualcuno, che io non ero come il mio assassino e da
quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace con cui sono convissuta fino ad adesso.”
Liliana ha capito che la pace e la libertà si ottengono facendo del bene, facendo la cosa giusta, aiutando le persone, tutto il contrario di come si comportavano i nazisti.
Voglio condividere una mia riflessione e rapportare questa frase importantissima della Senatrice alla mia esperienza personale.
In passato, quando ero frustrato o arrabbiato, mi capitava di reagire con violenza. Decisi di parlarne con mio nonno paterno il quale mi disse che, per trovare la pace e la libertà che cerco anch’io, non devo fare del male; devo, invece, cercare di comprendere come mai la
persona che mi fa arrabbiare si comporti così.
Mio nonno mi ha fatto capire che con la violenza si crea altra violenza e viene alimentato l’odio.
Chiaramente la mia esperienza non ha nulla a che vedere con le atrocità vissute dalla Senatrice….le parole di Liliana Segre e le parole di mio nonno sono comunque per me un insegnamento di vita per affrontare le situazioni che mi si presentano.

Matteo Costa, 2AE

 

Non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice

“Viaggio: l’andare da un luogo ad un altro luogo, perlopiù distante, per diporto o per necessità”. Questa è la definizione dataci dal vocabolario online Treccani: una sola frase che racchiude in sé mille interpretazioni. Durante lo scorrere della Storia e delle nostre lezioni scolastiche, per non parlare delle nostre esperienze personali, siamo riusciti a osservarne una varietà intera. Viaggi fisici, metaforici, mentali; viaggi che hanno portato a grandi e piccole vittorie sia per l’umanità sia per l’individuo singolo, così come li hanno trascinati nel buio della rovina e del decadimento. Questo perché ogni viaggio ha un inizio e avrà una fine, e non ci è dato sapere da che lato della Storia ci condurranno. Si può solo sperare che sia da quello giusto.

Nel Medioevo il concetto di viaggio era profondamente radicato nell’animo, essendo la base della fantasia dell’uomo del tempo. Per loro significava vivere, perché anche il viaggio più piccolo faceva parte di uno maggiore, fino a prendere posto nel grande tragitto dell’esistenza di tutte le cose. La società stessa era in continuo movimento: contadini percorrevano chilometri per effettuare la rotazione delle terre da coltivare, il clero grazie ai movimenti dei chierici, l’aristocrazia guerriera sempre in cammino verso la prossima battaglia. Lo stesso periodo storico si concluderà con il risultato di un viaggio, quello di Cristoforo Colombo, che aprirà la strada all’epoca moderna.

Ciò nonostante, non sarà la fallita spedizione verso le Indie di Colombo ciò che approfondirò, ma il più celebre esempio di viaggio allegorico italiano: la Divina Commedia di Dante Alighieri, scritta nel pieno del Basso Medioevo. Parliamo della rappresentazione dell’itinerario che una persona deve percorrere per arrivare all’illuminazione della fede. Ognuna delle tre ambientazioni principali rappresenta il cammino graduale di Dante dall’ignoranza verso la verità della salvezza e, come in qualsiasi viaggio, abbiamo i mezzi con cui lo si compie, che prendono forma nelle sue guide: il poeta latino Virgilio simboleggia la razionalità umana e Beatrice la teologia (per questo Virgilio si ferma al Purgatorio, perché non si può raggiungere Dio solo con la ragione). Sempre in quest’opera vediamo un altro esempio di celebre viaggio, che prende forma nel racconto di Ulisse, Canto XXVI, Inferno.

Incontriamo l’eroe epico nell’ottava Bolgia dell’ottavo Cerchio, tra i consiglieri fraudolenti. Ciò che lo ha dannato è stato proprio il suo viaggio, intrapreso per obbedire al naturale impulso umano di cercare la conoscenza anche dove non gli è permessa. Questo ci permette di analizzare il dualismo tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante: infatti hanno inizio e conclusione opposti uno all’altro. Il figlio di Laerte parte per quel suo ultimo viaggio dimenticandosi della sua umanità, ignorando la propria famiglia e il proprio corpo per buttarsi come un suicida in un dirupo da cui sa non potrà più uscire, come Icaro che si avvicina troppo al sole. Questo causerà che il viaggio finisca in tragedia. Dante prende la via per il Paradiso proprio per recuperare la sua dimensione umana; il suo cammino, essendo originato dall’amore, non può finire senza una conclusione altrettanto positiva secondo la mentalità del tempo, che invita a credere che il bene porti solo altro bene.

Ma andiamo oltre il Medioevo. Grazie alla scoperta del nuovo continente, si passa al Rinascimento, il periodo di tramite per l’epoca moderna. In questo secolo di passaggio il viaggio come scoperta di sé finisce in secondo piano: i limiti del mondo come lo si conosceva vengono frantumati, e adesso bisogna esplorarli. Questa interpretazione è il primo passo verso ciò che oggi chiamiamo globalizzazione; si verifica una perdita delle proprie sicurezze, e il timore dell’ignoto porta gli uomini del tempo a reclamarne quanto più per sé, in una parvenza di controllo su qualcosa che ancora non comprendono. In altri invece questa scoperta rivoluzionaria fa nascere il desiderio di libertà, di sfiducia in quello che conoscono, un’incuranza dei pericoli di fronte ad una promessa.

“Se vai in alcun luogo di rischio, muoviti a tua posta, e va senza dirlo a persona dove vada: anzi se vai a Siena, di’ tu che vada a Lucca: e andrai sicuro dalla mala gente”, cit. Paolo da Certaldo, scrittore italiano del XIV secolo.

Se vogliamo osservare il viaggio da un’altra angolazione dobbiamo avanzare ancora un po’ sulla linea temporale per arrivare a pieno ‘600, epoca di ambientazione del romanzo storico di formazione “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (scritto però nel 1800). Ci sono molti viaggi metaforici in quest’opera, intesi come sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, ma vorrei soffermarmi su Renzo perché ha accompagnato la sua crescita con un viaggio fisico in solitaria da Milano alle rive dell’Adda. Durante questo percorso, possiamo osservare il cambiamento graduale della sua persona: inizialmente è un giovane spavaldo, testardo e impulsivo – lo scoppio d’ira che lo porta a minacciare Don Abbondio – che finisce come un uomo pronto a sposarsi senza lasciare torti o rimpianti a penzolargli sulla testa come spadoni di Damocle – il perdono che concede a Rodrigo. Tra le sue esperienze formative troviamo l’essere testimone degli effetti del disordine cittadino (le rivolte, il caos contro le autorità), il dover pagare per i propri errori (quando ha alzato il gomito nella taverna ed è stato incastrato con la legge) e l’orribile visione del costo della peste sulle persone (i monatti e il dolore della madre di Cecilia). Degni di nota sono i viaggi spirituali dell’Innominato, che in poco più di una notte di riflessione ossessiva è riuscito a redimere la sua morale, e quello di Fra Cristoforo, mosso dal senso di colpa a cercare il perdono attraverso la pratica religiosa.

Al giorno d’oggi ormai il viaggio ha assunto così tante sfumature che è difficile distinguerle tutte nella tavolozza delle nostre esperienze. Grazie ai progressi tecnologici gli spostamenti fisici si sono semplificati sempre di più, per non parlare del resto delle comodità a noi concesse, e questo ha purtroppo causato un calo di interesse nel riflettere, nel guardare oltre, nell’avere un minimo di introspezione. Ovviamente questo non si applica a tutto e tutti: ci sono ancora i pellegrinaggi, ci sono ancora donne e uomini che lavorano per migliorare se stessi e il mondo. Personalmente parlando, nel piccolo della mia individualità, riesco a grandi linee a descrivere il percorso intrapreso dalla mia mente per arrivare ad essere la persona che sono oggi, il viaggio costellato di esperienze che devo ancora concludere. Perché alla fine non è necessario avere una ragione rivoluzionaria o nobile per compiere un viaggio: l’importante è raggiungere la meta. Un viaggio può essere andare a fare una passeggiata con la persona amata, può essere la ricerca di un regalo, il percorso intrapreso insieme ai personaggi di un libro, la preparazione mentale che ti serve per compiere un passo avanti rispetto a ieri. Una frase conclusiva che suona un po’ banale, ma un grande classico: alla fine non c’è bisogno di una giustificazione per raggiungere una meta, se ti rende felice.

                                                              Giada Galadriel De Palma, 3 I-CL

Dante secondo Alessandro Barbero

Invitato dell’incontro in streaming del 13 novembre 2020 era il celebre professor Barbero, una dei maggiori studiosi nel suo campo, con un gran numero di presenze televisive e molti libri pubblicati.

La conferenza aveva come tema proprio l’ultimo suo libro “Dante”, una biografia dantesca non dai canoni scolastici ma più leggera, dai toni a tratti romanzeschi ma sempre rigorosamente supportati da fonti, come solito dello stile del professore. Compito di Andrea Grisi, libraio della libreria pavese Il delfino, è stato proporre alcune semplici ma indicative domande, capaci di inquadrare quasi nella sua completezza il contenuto del libro.

Il lettore impara a conoscere Dante come un “nobile a piacere”, pronto a rispolverare il suo trisnonno cavaliere, o magari a nasconderlo quanto più possibile, a seconda delle situazioni e delle opportunità.

Scopriamo come Dante abbia “rischiato” di essere nominato anch’egli cavaliere a seguito di una battaglia a cui partecipò, Campaldino, o del suo disprezzo per coloro che si guadagnavano da vivere lavorando come professori ed insegnanti, anche se, paradossalmente, ad un certo punto della sua vita, durante l’esilio, avrà probabilmente pensato, e forse anche studiato, per diventare maestro.

Insomma, Dante ci viene presentato come un uomo del suo tempo, con i suoi problemi, le sue gioie, le sue disgrazie ed avventure, i suoi opportunismi, dandoci un punto di vista concreto, immerso nella storia e nella società medievale. Senza comunque tralasciare i vari personaggi che mano a mano entrano a far parte della sua vita, alcuni brevemente, lasciando una piccola traccia sfumata nella grande narrazione, altri dagli albori al tramonto, come Beatrice, che dal fatale incontro resterà nei pensieri del poeta, politico, studioso e pensatore che è Dante, anche ben oltre la sua precoce morte.
La conferenza, senza privarsi di alcuni spunti umoristici e spensierati, termina con alcune domande poste dal pubblico, a cui Barbero risponde con semplicità e chiarezza, men che l’ultima, a cui si riserva di non dar risposta per la tarda ora, perché sapete, lui è uno che “va a nanna presto”.

Leonardo Poncina, 3DLS

Incontro con l’autore: Alessandro Barbero, intervistato da Andrea Grisi, presenta il suo ultimo saggio su Dante.

Durante l’intervista allo storico Alessandro Barbero, tenutasi in streaming, la sera del 13 novembre, sono emerse diverse precisazioni sulla vita di Dante e sul momento storico in cui è vissuto. Il nuovo libro del professore può considerarsi, infatti, un testo autobiografico.

In primo luogo si è concentrata l’attenzione sull’importanza della famiglia, come appartenenza a una stirpe, con antenati accomunati da un nome e uno stemma. Una particolare attenzione è stata posta
anche alla posizione sociale di Dante in quanto molto evidente, in quel momento storico, era la stratificazione sociale e la rilevante superiorità della classe nobile nella Firenze dell’epoca.

Dante apparteneva alla categoria chiamata dei “feditori”, gruppo di 150 cavalieri fiorentini, schierati in prima linea nell’attività operativa dell’esercito di Firenze. Dotati di cavalli e una solida armatura erano considerati i più valorosi perché dovevano assestare il primo colpo ai rivali. Si può dunque affermare che Dante potesse permettersi il mantenimento di un cavallo e di dedicare parecchio tempo all’addestramento, prerogative del ceto privilegiato. A tal proposito si parte dal racconto dell’evento della battaglia di Campaldino, da cui il libro prende le mosse. Il nostro poeta dunque non solo poeta, ma anche soldato. Dante parla molto spesso di armi e cavalieri, menzionati anche in una delle lettere scritte durante il suo esilio e nel descrivere in modo autobiografico una sequenza di desideri, da quelli banali dei bambini a quelli più importanti dei grandi, cita “lo cavallo”.

Elemento importante da considerare e assai presente nella vita dell’Alighieri dunque è lo status di nobile. Il professor Barbero tuttavia mette in evidenza come la famiglia di Dante si dedicava agli affari e per questo poteva permettersi di partecipare a diversi eventi politici pubblici. Dante viene addirittura definito come “plebeo” durante il suo periodo di impegno politico a Firenze.

Nella seconda parte del saggio predomina l’infanzia di Dante. Riprendendo la “Vita Nuova”, descrive l’incontro con Beatrice detta “Bice” che gli cambiò la vita per sempre. A differenza di altri eventi esposti in modo minuzioso, il professor Barbero sottolinea quanto tale incontro venga descritto dal poeta fiorentino in modo molto approssimativo facendo prevalere solamente la sensazione che prova alla vista della bambina con l’abito rosso.

Altro aspetto preso in esame dal libro è il suo percorso di studi: ampiamente preparato in ambito scientifico, matematico e teologico, è molto probabile che il poeta abbia studiato a Bologna in giovane
età. È possibile inoltre che abbia insegnato all’università astronomia, nonostante la considerasse disciplina meno importante. Impossibile non fare riferimento a Brunetto Latini, colui che per il poeta
fiorentino costituì un punto di riferimento nell’arte come nella politica.
Serata interessante ha dato a noi tutti l’opportunità di rimanere affascinati dal racconto del professor Barbero e maturare la curiosità di leggere l’intero libro, indagando la figura del poeta che più di tutti e in ogni tempo rappresenta maggiormente l’universo letterario del nostro paese.

Carolina Palladini cl.3^DLS

Scienza e Social Network nel mondo contemporaneo

A partire dagli incendi che hanno devastato l’Australia a inizio anno, fino alla proposta francese di vietare l’istruzione alle donne musulmane col velo di questi ultimi mesi, tutto l’arco di tempo compreso nel 2020 è stato particolarmente denso di avvenimenti, tragedie e stravolgimento sociali, accompagnati da un filo conduttore comune a livello globale: il COVID-19.
Sarebbe sbagliato dire che la maggior parte dei problemi protagonisti di quest’anno non fossero tematiche già esistenti, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare l’impatto che la pandemia ha avuto sul mondo.
Il coronavirus, notoriamente partito dalla Cina e poi diffuso in tutto il mondo, ha terrorizzato ogni nazione per la sua velocità di contagio e per la sua natura sconosciuta. Infatti questo “terrore” da punto interrogativo ha portato all’apice delle problematiche mondiali la generale diffidenza di alcune fette della società nei confronti della scienza.
Nel corso dell’ultimo decennio il fenomeno dei negazionisti non ha fatto altro che diffondersi, tra terrapiattisti, attivisti anti-vax o complottisti in generale, grazie soprattutto all’evoluzione delle dinamiche sociali dovuta ai social media.
Questi ultimi sono il prodotto dello studio degli interessi degli individui, col fine di attirarli a sé in uno spirale di dipendenza dalle opinioni altrui.
Gli algoritmi dei social network sono appunto studiati per creare un profiling della persona per indirizzarla verso gli “advertisements” che più rispecchiano le credenze individuali. Molte volte infatti sono stati ritenuti colpevoli (fino a finire sotto processo) di aver influenzato la popolazione non solo sui propri acquisti, ma anche sulle credenze politiche della persona; cosa molto sentita in stati come gli Stati Uniti d’America dove, secondo gli studiosi, una metà della Nazione è polarmente opposta all’altra, con dei livelli di tensione a record storici.
Tutto ciò perché i social media tendono potenzialmente a isolare l’utente nella propria sfera di informazioni e fonti, convincendolo conseguentemente che rispecchino la realtà.
È quindi impossibile negare il ruolo che i social media investono nella diffusione delle più svariate teorie complottiste, fino a diventare un pericolo se non controllati.
Tuttavia, è anche vero che venire a contatto con una ideologia non significa necessariamente aderirvi: perché allora è così facile credere che il COVID-19 sia tutta una cospirazione creata da Capi di Stato e sostenuta dalla comunità scientifica?
Ci sono varie motivazioni, la più importante delle quali, sicuramente, la paura.
L’idea di un virus invisibile e molto contagioso che non risparmia i più deboli, e la consapevolezza di quanto ancora ignota all’uomo sia questa malattia, spinge le menti più influenzabili a voler credere che non sia reale e, a tutti gli effetti, negarne l’importanza.
Questo porta inevitabilmente ad un distacco dalle autorità e dalla medicina, ovvero coloro che sono i perpetratori delle restrizioni e delle regole, che diventano quindi capri espiatori dell’intera situazione.
Fanno eccezione però quei politici che, sfruttando le tensioni e i nervosismi generali, alimentano questi movimenti da cui conseguentemente ricavano consensi, facendo diventare la veridicità o meno dell’emergenza sanitaria una questione politica.
Diventa inevitabile quindi domandarsi: perché qualcuno si dovrebbe fidare di queste teorie anche se possono essere considerate irrazionali?
Semplicemente perché convincersi di una confortevole bugia è più facile che accettare una scomoda realtà.
Seguire le parole di qualcuno che dice sempre ciò che un soggetto vuole sentirsi dire, piuttosto che affidarsi ad una scienza di cui non si comprendono i fondamenti, diventa sicuramente molto più compiacente.
Come si può, quindi, risolvere questa ondata di “mancanza di credibilità” nei confronti della scienza?
Secondo Massimo Sandal, in articolo per Wired.it risalente al 2018: “… è questione di capire e riguadagnare terreno sociale (…). Servono tante cose, la prima forse è la piena trasparenza…”.
Nell’articolo, lo scrittore, nonché ex-ricercatore, sostiene che un’altra motivazione dello scetticismo a larga scala sta nella mancanza di conoscenza al di fuori della comunità scientifica. Sostiene quindi che la soluzione a questo problema sarebbe “aprire la scatola nera delle affermazioni della scienza” e semplicemente spiegare non solo il risultato di una ricerca, bensì anche i suoi procedimenti, con il fine di renderli comprensibili.
Tuttavia, nonostante il concetto di base sia estremamente corretto, è essenziale sottolineare che, per quanto complicata, la comprensione della materia scientifica non è censurata.
Affermare che la conoscenza scientifica sia un tabù da svelare è fondamentalmente non corretto, ma è giusto riconoscere che certi livelli di studi non sono facilmente comprensibili per chi non è uno studioso del ramo.
Ma proprio perché non è il nostro campo di competenza, cosa ci autorizza a screditare ciò che ci viene detto dagli esperti?
Se un architetto assicura che una casa è a norma, come può un giardiniere senza titoli di studio contestarglielo?
Bisogna tirare una linea sottile tra il credere ciecamente al parere di uno specialista e riconoscere quando esiste un motivo tangibile per metterlo in discussione, ma come dice sempre il famoso Ricky Gervais, se si dovessero eliminare tutti i libri di ogni religione, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti diversi, mentre se si dovessero eliminare tutti i libri di scienza, tra qualche secolo ricomparirebbero tutti con gli stessi risultati, poiché essa è basata su prove concrete e per scegliere se fidarsi o meno, basta studiarle.

Lucia Beltrame, 5 BC

UN NATALE MOLTO PARTICOLARE

Sta per finire il 2020, un anno che probabilmente rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti noi.

E’ quasi Natale, e sono iniziate da poco le tanto agognate vacanze; ma ognuno nel suo piccolo sa che questa non sarà una festa come le altre. La pandemia continua ad incutere paura, e le restrizioni per questo periodo sono aumentate in prevenzione di ulteriori contagi.

I pochi giorni di semi-libertà, che ci sono stati consentiti, sono serviti per dare un saluto alle persone care ma troppo lontane, per fare le spese di alimenti, vestiti e regali. Sono stati un piccolo dono, uno sprazzo di normalità di cui avevamo bisogno. Ma sono finiti e ci aspetta un Natale rinchiusi nella zona rossa, che si vivrà immersi in uno sfondo di malinconia. Molti non potranno riunirsi alla famiglia e i pochi che avranno questa fortuna saranno però limitati ad un
paio di persone, secondo le regole dell’ultimo DPCM.

Tuttavia, anche se in solitudine, queste feste allontaneranno per qualche giorno i pensieri e le ansie del lavoro, della scuola, e forse anche della malattia.

Dal punto di vista degli studenti questi ultimi mesi di DAD non sono stati semplici e hanno portato molti di noi in una situazione di tensione e stanchezza; la voglia di studiare e la concentrazione diminuivano di giorno in giorno, ma le verifiche e le interrogazioni continuavano ad aumentare, costringendoci a notti insonni per avere almeno una sufficienza. Finalmente le vacanze sono arrivate e abbiamo quindici giorni per staccare la mente e prepararci agli ultimi voti del quadrimestre.

Queste sono riflessioni relative alla dimensione che mi appartiene, di cui posso parlare con sicurezza; ma non metto in dubbio che i professori fossero in difficoltà tanto quanto noi, se non di più, come d’altronde sarà stato per i nostri genitori, e per qualsiasi lavoratore. Tutti hanno dovuto fare dei sacrifici, più o meno grandi!

Con lo scopo di rendere questi giorni migliori, nelle case ogni cosa è stata preparata in modo da dare un senso di normalità, dall’albero addobbato, al presepe con la capanna e i pastori, e le decorazioni appese ovunque.  I regali saranno in minore quantità, ma gli unici a farci caso saranno i bambini: per gli altri l’unico dono desiderato nel profondo è il ritorno alla normalità e la
fine della pandemia.

Laura Girardi, 4DLS

NATALE 2020

Natale… Se ti dico “Natale” a cosa pensi? Le vetrine incorniciate da ghirlande colorate, il profumo di cioccolata che si mischia al freddo dell’inverno per le strade, i sorrisi dei bambini e le loro risa che si disperdono per le vie della città, il calore della stufa e l’affetto dei parenti.
Ora fermati, immagina: le serrande sono abbassate, i volti rimangono nascosti dietro a mascherine, la città si spegne silenziosamente alle 18, le persone, poche, si ritirano sommessamente nelle loro dimore.
Le luminarie delle abitazioni sono le uniche luci che si riflettono sull’asfalto bagnato di questo 23 dicembre 2020, è l’anti-vigilia.
Oggi, ultimo giorno di “libertà” fino a dopo le feste, penso a quanto sia triste tutto quello che stiamo vivendo: sogniamo di poter tornare alla normalità almeno in queste ore di tiepida convivialità, ma finiamo per isolarci nell’intimità delle nostre case, soli. Certo che il Covid ne ha portati di cambiamenti! Oggi piove, quella pioggia fine e fastidiosa che arriccia i capelli e sembra non bagnarti mai, e con lei scende lo spirito del Natale, ma scivola via in mille rigagnoli sul finestrino della macchina, triste.
Gli altri anni in questo periodo la gente impazziva di gioia, era nervosa per via dei regali da incartare e delle cene con gli amici, ma almeno era felice: tutti si impregnavano di quella lietezza iperattiva che concedeva anche ai più impegnati una tregua, uno spazio sicuro, inalienabile e quasi scontato.
Ora mi chiedo, cos’è andato storto? L’abbiamo accolto con ogni riverenza questo 2020; abbiamo brindato in auspicio di un anno colmo di soddisfazioni e gioia, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stato dolore e tristezza, reclusione e isolamento.
E come lo spieghiamo ai bambini che quest’anno Babbo Natale non può entrare in casa a lasciare i doni sotto l’albero perché non è un congiunto? È un amico però, quindi uno strappo alla regola lo si può fare.
Adesso che ci penso bene forse è meglio non rischiare: è passato già per troppe altre case, magari senza distanziamento, chissà… prevenire è meglio che curare.
Ad ogni modo, le campane della Novena echeggiano martellanti, serpeggiando fra le strade e ricordandoci che comunque, in qualche modo, il Natale non è ancora del tutto soffocato dietro alle mascherine chirurgiche e la speranza deve restare viva negli animi di tutti noi.
Nonostante le restrizioni, i vincoli e le imposizioni, un baluginio di normalità lampeggia in fondo al mio cuore: è Natale comunque, anche se non posso uscire con i miei amici e mi devo accontentare di una videochiamata; è Natale anche se sono banditi i cenoni a casa degli zii; è Natale anche se quest’anno dovrò rinunciare alla crema al mascarpone della nonna.
Allora, se ti dico “Natale” a cosa pensi?

Silvia Rizzardi, 4 DLS

Un Natale diverso

Tutti gli anni, quando si avvicina la sera del giorno di Natale, quindi dopo una lunga giornata di saluti, abbracci, abbuffate culinarie di vario genere, scambi di regali e soprattutto tanta compagnia e affetto, da parte di tutta la famiglia, perché ci si vede tutti ma proprio tutti, si prova un pochino di nostalgia…consapevoli che deve  trascorrere un intero anno prima che quel giorno speciale ritorni.

Purtroppo il 2020 ha portato con sè la pandemia di COVID, un’ ODISSEA che si è diffusa nel mondo e da cui l’Italia non è stata esclusa. Si sono vissuti mesi terribili, poi lentamente è arrivata l’estate e il peggio sembrava passato; è ricominciata la scuola e la vita sembrava poter riprendere i suoi consueti binari.

Poi, purtroppo, l’incubo è ritornato; sono riprese le restrizioni per arginare la diffusione del virus, l’Italia si è colorata di rosso, sinonimo di massimo pericolo. 

Ma non è possibile, il rosso è il colore di Natale! Grandi e bambini attendono con ansia quel simpatico nonno dalla barba candida e dal vestito rosso che porta calore, doni e serenità a tutti: come facciamo a temere il colore che scalda i cuori?

Io non mi voglio arrendere, adoro il Natale e tutto ciò che lo avvolge, quindi non ho intenzione di usare la coperta della paura. Sicuramente non mi permetto di disubbidire alle regole imposte a tutela della popolazione, ma nessuno mi può impedire di essere felice. La normalità delle mie feste non si cancella; ho addobbato albero e presepe nello stesso giorno degli anni scorsi, ho pensato a cosa regalare ai miei amici e a mio fratello, e ho anche deciso di cucinare qualcosa di speciale, un dolce ovviamente.

La mia classica tavolata di 14 persone fisicamente non si può fare? Nessun problema, la tecnologia mi viene in auto; dopo le video lezioni, si parte con la tavola on line e non saremo soli.

Certo il profumo delle crespelle con i  funghi della zia e dell’arrosto della nonna fatica a passare via cavo, ma non importa: ci siamo tutti in un modo nuovo, esserci è ciò che conta.

Fortunatamente lo scambio dei regali non subisce variazioni, nei giorni precedenti ci si vede o intravede perchè fra distanziamento e mascherina si fa fatica a riconoscersi, e così il pacchetto cambia mano e finisce sotto l’albero, pronto per la mattina di Natale.

Il Natale è fatto anche di abbracci e compagnia, mi mancherà sicuramente l’abbraccio tenero delle nonne e le ore trascorse a chiacchierare con le mie cugine, con la pancia piena sul divano della zia mentre i gatti si accoccolano sulle nostre gambe, e anche vedere i miei genitori tranquilli a parlare con fratelli e cognati, senza pensieri e orologi che dettano il tempo. 

Quest’anno abbiamo vissuto tante novità ed è risaputo che le novità spaventano perchè ci portano a vivere cose che non conosciamo, ma si può trovare il lato positivo in tutto questo periodo difficile e triste.  Forse la magia del Natale ci può aiutare a ritrovare la felicità, almeno per un giorno.

Chiara Bollani, 1 DLS

IL MIO NATALE

Ora che manca poco al Natale, penso a come sarà quel giorno, a come trascorrerò l’evento in casa e a cosa potrò fare per trascorrere il tempo.
Di solito a Natale, io e miei familiari organizziamo il “cenone” con i nostri parenti che poi si fermano e trascorrono insieme a noi anche il giorno successivo. Invece, per la prima volta nella mia vita, quest’anno non sarà così, per colpa del Covid.
Il Natale per me è la festività più bella perché, oltre ad avere un significato religioso legato alla ricorrenza della nascita di Gesù, rappresenta una delle pochissime occasioni in cui riusciamo a riunirci tutti in famiglia, visto che mia nonna, i miei zii e cugini abitano a Torino. Le circostanze per incontrarci sono veramente poche, anche se Torino non è così lontana, ma gli impegni lavorativi e familiari ci portano a vederci di rado. Perciò il Natale è molto importante per noi e, solo il pensiero di non poter rivedere i miei cari, mi rattrista.
Quest’anno sarà diverso, dovremo restare a casa da soli per contribuire a limitare i contagi e poter forse rientrare a scuola a gennaio. Non potrò nemmeno invitare degli amici per fare una partita a tombola, certo che sia la scelta giusta se vogliamo sconfiggere il Covid.

In questi giorni mi torna in mente un vecchio ricordo: da piccolino, chiesi a mia madre che cosa volesse come regalo di Natale e lei mi rispose che la salute era la cosa più importante e che sperava di ritrovarci tutti l’anno seguente. Io non capivo le sue parole e le dissi che non era un regalo vero.
Adesso, ripensandoci, credo che mia mamma avesse ragione, perché un Natale vissuto serenamente in famiglia vale molto più di mille regali; il 25 dicembre, guardando quelle sedie vuote a tavola, penserò al fatto che un tempo davo per scontato la presenza dei miei cari.
Perciò considero l’anno 2020 colmo di insegnamenti. Per un ragazzo come me, gli affetti familiari sono scontati e considerati con superficialità; solo nel momento in cui si perdono, ci si rende conto di quanto in realtà siano importanti.
A tal proposito, ho deciso che uno dei propositi per l’anno nuovo, valido per tutta la vita, sarà quello di cercare a tutti i costi di trascorrere il Natale tra amici e parenti, così da non percepire mai più quel vuoto dentro che sto provando ora.

Angelo Zarra, 1 DLS

Un Natale molto particolare

Il Natale è il giorno in cui gli italiani festeggiano, si ritrovano e si scambiano i regali.
Per noi cinesi, il Natale non esiste, è più simile al Capodanno cinese o alla festa di primavera, dove anche noi riuniamo le famiglie, festeggiamo con i parenti più stretti, e i bambini ricevono dagli adulti regali tanto desiderati o somme in denaro.
Il Capodanno è una delle più importanti e maggiormente sentite festività tradizionali e celebra per l’appunto l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese; inizia tra il 21 gennaio e il 20 febbraio e finisce all’inizio di marzo.
Ma quest’anno la festa è particolare e molto meno allegra, perché la pandemia, iniziata a febbraio a causa del coronavirus, continua ad uccidere ancora molte persone; nonostante i suggerimenti dei governi di portare le mascherine, di non creare assembramenti, i malati continuano ad aumentare e stare a casa “isolati” è l’unica scelta che possiamo fare.
Alle persone che sono costrette a stare lontano dagli affetti, il non poter rivedere i parenti e stare in famiglia, provoca molta sofferenza e camminando per la città, nonostante le istituzioni stiano cercando, attraverso le illuminazioni, di ravvivare gli animi e la speranza, si capisce che non sarà una festa piena di allegria e felicità come negli anni passati.
Il 25 dicembre, alla mattina, mi sveglierò come al solito, mi accorgerò che è la festa di Natale, ma purtroppo con il virus i miei genitori mi impediranno di  uscire di casa, e poiché non abbiamo parenti a Pavia, non potrò invitare nemmeno gli amici e passare del tempo con loro, a giocare e a pranzare mangiando cibi deliziosi come è accaduto negli ultimi 4 anni da quando mi sono trasferito in Italia.

QinLe Chen, 1 DLS

“Natale a base di Covid”

Quest’anno, anche il il Natale, non sarà come negli anni passati.

Certo, l’atmosfera si sentirà, come il gelo che appanna i vetri delle finestre, il profumo dei  gustosi dolci fatti in casa, l’albero colmo di festoni e palline in salotto da ammirare la sera, come gli ultimi auguri degli insegnanti seguiti da un “ci vediamo a gennaio“ forse troppo speranzoso. 

Tutto ciò però, alla fine, è solo un contorno che accenderebbe le anime e scalderebbe  i cuori in casa con parenti e amici; ma se questi ultimi non ci sono, il Natale non è più così magico. 

A causa della pandemia da COVID-19 e l’aumento dei contagiati, siamo di nuovo costretti a separarci dalla quotidianità, dai nostri cari e dalle nostre amate festività. Ora del Natale, in cui poter trascorrere felicemente con i parenti (ormai quasi sconosciuti) il cenone del ventiquattro e il pranzo del venticinque, ci sarebbe stato davvero bisogno! Invece sarà difficile scambiare i regali con amici e familiari non conviventi , e non potremmo neanche assaporare lo spirito natalizio della folla tra le vie delle città colme di lucine e della caratteristica atmosfera rasserenante. 

Insomma, sarà un Natale all’insegna dell’austerità un po’ sgradevole e quasi da dimenticare. Ciò che dovremo fare in questo periodo è un grande sacrificio, ma essendo tutti sulla stessa “barca”, dobbiamo assolutamente convincerci che ne varrà la pena.

Sofia Garibaldi, 1 DLS

DISABILITA’

Sono sempre rimasta incuriosita dalle protesi ortopediche ed è forse proprio questo mio interesse, insieme alla passione innata per automazione e robotica, che mi ha spinto a intraprende il percorso di studi che seguo tutt’ora.

Unendo questo mio lato prettamente scientifico all’amore per la danza è quindi intuitivo capire come io rimanga ammaliata di fronte a un corpo che includa qualcosa di così lontano dalla vita come una protesi di plastica e metallo.

Ma sorvolando su questa “deviazione professionale”, non credo di essermi mai soffermata a riflettere sul significato di disabilità.

Sono molte le persone che sostengono di non riuscire a pensare a una persona portatrice di handicap senza provare pena; molti che, incontrando un individuo affetto da una menomazione fisica, psichica o sensoriale, bisbigliano “poverino”.

Ma perché sottolineare una disabilità, conseguenza di una patologia o di un incidente, come se fosse quasi una colpa?

É forse in campo sportivo che il contrasto tra problema fisico e abilità motoria si fa più lampante.

Si dice che nonostante alcuni disabili riescano effettivamente a primeggiare nello sport, essi siano solo una piccola parte e che siano molte, invece, le persone con handicap che vedono nelle Paralimpiadi un sogno irrealizzabile.

Ma, a ben vedere, quante persone normodotate sperano effettivamente di partecipare alle Olimpiadi? Quante persone normodotate, nonostante non abbiano alcun impedimento fisico, non praticano sport?

Chi ha il pane non ha i denti”: sono molti i normodotati che, per un motivo o per l’altro, sentono di aver fallito in qualche modo. Che nonostante abbiano “tutto” a propria disposizione, manchi loro qualcosa.

Alle Paralimpiadi, tutto questo non si avverte.

Chi ha assistito a questi giochi sostiene di aver avvertito un’atmosfera indescrivibile, di fibrillazione continua, di emozione unica. Ed è il pubblico (normodotato) a percepire l’onda dell’entusiasmo, gli sportivi (disabili) a causarla.

È come se il pubblico si risvegliasse; come se vedesse che, si è rialzato con slancio, chi poteva avere una vera scusa per abbattersi, superando qualsiasi limite immaginabile.

Quel “poverino” non esiste più.

Ma forse l’atmosfera delle Paralimpiadi, totalmente diversa dalla sua gemella normodotata, risiede proprio nella sua nascita: Ludwig Guttmann, neurochirurgo britannico, organizzò una competizione sportiva nel 1948 per veterani della Seconda Guerra Mondiale con danni alla colonna vertebrale o varie menomazioni, dopo aver notato che lo sport aveva effetti incoraggianti sul recupero dei pazienti. La competizione riscosse un successo enorme, diventando famosa come I giochi di Stoke Mandeville, la cittadina che li ospitava.

Nel 1958 il medico italiano Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro, propose di disputare l’edizione del 1960 a Roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato la XVII Olimpiade. I Giochi di Stoke Mandeville vennero riconosciuti come I Giochi paralimpici estivi nel 1984, quando il Comitato Olimpico Internazionale approvò la denominazione.

Ho avuto la prova dell’unicità di questi giochi quando durante le ultime Olimpiadi, quelle di Rio 2016, mi sono ritrovata a seguire le Paralimpiadi in tv. Non mento se dico che non ricordo nulla delle gare dei normodotati, ma ricordo perfettamente alcuni atleti paralimpici, su tutte Assunta Legnante, che riuscì a farmi seguire una disciplina che ho sempre snobbato come il getto del peso. Vedere fantini come Ferdinando Acerbi

o Sara Morganti, privati almeno parzialmente dell’uso degli arti inferiori, è stata davvero un’emozione unica.

Senza saperlo, tifavo per un’Italia che gli italiani stessi non conoscono. Un’Italia orgogliosa e felice nonostante sia senza gambe, senza braccia o non ci veda. Un orgoglio che l’Italia normodotata spesso sente invece di non meritare.

Roberta Basile 5 DLS

Trump e Biden, lo scontro continua

È ufficiale, le chiavi della Casa Bianca verrano consegnate a Joe Biden che, con ben 306 voti a suo favore (contro i 232 trumpiani), è eletto nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Qualcuno tuttavia sembra non voler accettare la sconfitta… Donald Trump, ex-presidente repubblicano, è determinato, non cede e tantomeno molla la presa sul titolo che ormai, dopo 4 lunghi anni, è costretto ad abbandonare.

Così la politica americana pare bipartirsi: da un lato Biden, sicuro e del tutto deciso della legittimità della sua elezione, avanza i suoi primi progetti al pubblico; dall’altro, Trump, il viso contratto in una smorfia di disapprovazione, insiste sull’esigenza di uno scrutinio delle urne più accurato, minuzioso, limpido e senza “trucchetti”… insomma, non si può certo dire che il fair play sia il suo forte.

Per assecondare comunque le richieste di Donald e dimostrargli l’attendibilità dei risultati delle elezioni, stati come Pennsylvania, Georgia, Michigan, Nevada e Wisconsin hanno rimesso in gioco le carte, ma nuovamente (e forse anche definitivamente) la vittoria di Biden e i relativi voti sono parsi schiaccianti, Trump deve arrendersi e mettersi da parte una volta per tutte.

Giocato questo Jolly, Trump ha però deciso di sfoderare un secondo bonus, un po’ bizzarro, ovvero quello di chiedere ai governatori repubblicani e ai parlamenti locali di non ufficializzare i risultati emersi dallo scrutinio delle urne: pietrificati nel limbo, questi ultimi sono in condizioni tali da temere eventuali rappresaglie dell’ex-presidente… una situazione delicata che gioca a sfavore dei democratici, che si muovono in sottofondo, nelle retrovie in secondo piano, perché la scena è ancora tutta di Donald Trump, e i riflettori puntano ancora su di lui.

Una cosa è certa, avendo ormai più e più volte ricevuto un riscontro negativo alle sue ipotesi, Trump deve rassegnarsi, mettersi il cuore in pace abbandonando definitivamente l’ambizione di Presidente 2020/2024.

In ogni caso, l’insoddisfatto ex-presidente non svanirà del tutto dal panorama politico americano, bensì rivestirà ancora con tutta probabilità cariche influenti, perpetrando questa sorta di “guerriglia” verso Biden. Le piste in cui si snoda la sua campagna sono fondamentalmente tre: la prima è quella dei ricorsi in tribunale per opporsi ai risultati (fino ad ora dimostratasi pressoché inefficace); la seconda, già precedentemente citata, è il pressing sui parlamentari repubblicani; la terza ed ultima, ma non meno importante, è la martellante campagna di disinformazione (ove Trump accusa “Voti illegali per ribaltare il risultato”)  che attua, senza fornire dati che sostengano il suo punto di vista.

Tuttavia, nonostante questa massiva opera anti-democratica che sfiora l’inverosimile, Trump sembra ormai essere “più fuori che dentro”: usate tutte le chance a sua disposizione, nessun riscontro ottenuto, il presidente in carriera cederà a breve, definitivamente, la scena a Biden, pronto a far conoscere all’America le iniziative della nuova presidenza blu.

                                                           Silvia Rizzardi 4 DLS, ITIS CARDANO

Guerriglia tra i seggi

03 Novembre 2020

Mancano ormai poche ore al termine del cosiddetto election day, il giorno in cui gli Stati Uniti, il paese con maggiore peso politico ed economico mondialmente parlando, deciderà chi mettere alla sua guida per i successivi quattro anni.

La videoconferenza del 26 Ottobre tenuta dalle giornaliste Marilisa Palumbo e Viviana Mazza del Corriere della Sera è stata  esplicativa riguardo agli sforzi dei due candidati durante la  lunga e travagliata campagna elettorale.

La sfida tra i due politici, Joe Biden, democratico ed ex vicepresidente di Obama, e Donald Trump, il suo sfidante repubblicano già alla Casa Bianca da un mandato, è molto accesa su entrambi i fronti, e gli sfidanti hanno cercato, ognuno a modo suo, di portare dalla loro parte più elettori

La pandemia di Covid di certo non ha facilitato le cose, limitando i comizi e impedendo molti dei confronti in diretta tv tipici della campagna americana; Trump da parte sua ha fatto in modo di tenerli ugualmente, venendo contagiato lui stesso e dovendo fermarsi per alcuni giorni, fremendo di impazienza fino al giorno in cui è stato finalmente dichiarato guarito. Per questo motivo, e non solo, molti americani reputano nelle sue scelte una scarsa considerazione della pandemia, con danni osservabili da tutti noi nei numeri che il suo stato ha raggiunto in termine di contagiati; nonostante questo però è evidente che è quello con più carattere tra i due, che ha sfidato il virus faccia a faccia senza timore.

Anche nella campagna via web il candidato repubblicano è stato molto attivo, scrivendo anche più di un post al giorno su twitter, con frequenza e intensità variabile, ma con messaggi provocatori o talvolta offensivi rivolti al suo rivale o direttamente agli americani.

Il Covid19 non ha influenzato solo l’opinione pubblica e la campagna elettorale, ma anche la modalità stessa di voto: circa 40 milioni di cittadini hanno votato per posta settimane fa, seppur questo metodo sia molto contestato da Trump perché secondo la sua opinione i voti potrebbero essere con maggiore probabilità contraffatti: è proprio a causa di questa sua diffidenza che probabilmente Biden riceverà la maggioranza dei voti postali.

Parlando di statistiche, per ora il preferito è proprio Biden, ma come dimostrato 4 anni fa tutto può cambiare all’ultimo; infatti Trump punta sui cosiddetti “grandi elettori” negli Stati chiave che gli hanno permesso nel 2016 di sedere dove è ora; e chissà, magari lo porteranno alla ribalta anche in questa occasione.

 

5 novembre 2020

Le elezioni

Il 3 Novembre è finalmente arrivato il fatidico election day, e passerà ancora più di una settimana prima che tutti i voti vengano conteggiati; ma alla fine il risultato è eccezionale, perché l’America con un’affluenza del 70%, ha raggiunto il suo record dopo circa un secolo.

I sondaggi avevano previsto la vittoria da parte di Biden, che si è verificata, ma non è stata schiacciante come si era pensato; infatti ha vinto con poco più del 50%, rivelando errate le previsioni precedenti che avevano dato per scontato una sconfitta macroscopica di Trump.

Ma i sondaggi non potevano essere precisi, perché per molti fattori la gente avrebbe potuto mentire dicendo di essere dalla parte di Biden; uno dei tanti motivi potrebbe essere l’impopolarità del presidente in carica dovuta ai suoi comportamenti e alle sue scelte poco condivise sulla gestione del Coronavirus e sul movimento Black lives matter. Con le sue mosse astute è riuscito a trasformare i due argomenti,  lontani dalla scena politica, nel centro della sua lotta: ma questo non è andato a suo favore perché la sua noncuranza specialmente nei confronti del virus, con apparizioni pubbliche troppo appariscenti senza mascherina hanno abbassato la sua credibilità.

Anche per le cause sopracitate è stato etichettato da tutti come esuberante e incoerente, capace di essere a capo di una nazione ma non di compiere le scelte giuste per la sicurezza dei cittadini singoli.

Dalla parte opposta invece, troviamo Biden, un uomo posato che emana calma, esattamente l’opposto di Trump; quello che gli americani stavano cercando.

Da quando i risultati sono stati resi pubblici però Trump non si è ancora dato per vinto, non riconoscendo la presidenza al suo sfidante e accusandolo di brogli, con parole false e contraddittorie, e chiedendo il riconteggio in vari stati, ad esempio in Pennsylvania e in Nevada, promettendo in cambio prove che non sono altro che accuse già smentite o poco rilevanti.

Trump non ha intenzione di cedere, anche se ormai tutto si sta procedendo verso la fine della sua permanenza alla Casa Bianca.  Tutto avrà fine il 20 Gennaio 2021, quando in mancanza delle prove sui brogli elettorali, Biden sarà ufficialmente il nuovo presidente.

                                                                  Laura Girardi 4 DLS, ITIS Cardano

Scuola e pandemia

Capisci di trovarti in un altro mondo quando senti che a Firenze sono state riaperte le buchette del vino, inventate durante l’epidemia di peste del Seicento per poter vendere Vernaccia senza pericolo di contagi Quando scopri che i mezzi di trasporto vengono disinfettati così come, durante gli anni della spagnola, sui bus di Londra veniva spruzzato spray anti-influenzale.
Quando realizzi che il tuo quinto anno di scuola superiore forse lo dovrai svolgere quasi per intero attraverso un computer, come un astronauta che saluta i propri cari dalla stazione spaziale.  Mai avrei pensato che l’ultima parte del liceo l’avrei passata tra uno studio matto e disperatissimo e l’attesa di un successivo Dpcm.

A un lettore del presente è inutile spiegare perchè la nostra quotidianità sia stata sconvolta fino a questo punto. A un lettore del futuro dico solo una parola: Covid-19. Si tratta, caro lettore del futuro, di un’epidemia che sembra aver avuto origine in Cina, per poi diffondersi nel resto del mondo. Ora ci troviamo a novembre 2020 e la pandemia è iniziata, più o meno,  a febbraio di quest’anno. Siamo rimasti in lockdown per due mesi, da marzo a maggio, e, se quest’estate il virus sembrava aver lasciato l’Italia, ora pare voler prendere la rincorsa per tornare con devastante potenza.

Abbiamo avuto un periodo di tregua, quindi, che ci ha fatti  dimenticare  totalmente i mesi di reclusione, gli ospedali pieni, i camion di morti (sì, caro lettore, i camion) e ci siamo rilassati, da bravi italiani in vacanza, dimenticando in parte anche gli obblighi che avremmo dovuto rispettare. A questo punto, penso ti sorga spontanea una domanda: ma non è un po’ un controsenso andare in vacanza dopo un lockdown anti contagio? Spiagge, feste, beach volley, calcetto, amici, fidanzati, abbracci, baci: non è un po’ l’esatto contrario della casta e antisettica segregazione che tanto sbandieriamo di aver patito? Ma cosa vuoi, caro lettore? Tu non l’hai vissuta. Non sai com’è stato rimanere due mesi (una vita!) in casa, sopportare ventiquattro ore su ventiquattro le nostre famiglie senza mai poter scappare dai nostri amici. Bè, sì, avevamo i cellulari. E televisione, PlayStation, giochi da tavolo, libri, riviste, sudoku, uncinetto, mandala e origami. Magari qualcuno ha persino disseppellito una preistorica Wii. Ma non puoi comprendere, caro lettore, la vera noia. L’essere in casa, con un intero mondo alla tua portata, e non saper decidere se fare un pisolino o guardare Uomini e Donne.

È la NOIA ad averci distrutti.
E’ quindi ovvio che, dopo aver sopportato due mesi di cotanto strazio, dopo l’apertura delle gabbie, la gente si sia buttata tra le braccia di sconosciuti pur di sentire un po’ di contatto umano, che siano sorte feste illegali e che nelle discoteche le mascherine servissero per tenere insieme i trucchi nella borsetta. Ma tanto, a noi adolescenti cosa importa? A noi, il Covid, non tocca. Noi baldi giovani dalle saluti ferree, noi semidei discesi direttamente dal Valhalla, siamo praticamente immuni.

Ora, caro lettore, ti chiederai se io sia impazzita. Io ti dico che in realtà è molta la gente che ha pensato così quest’estate. E visto che a settembre i casi di positivi al virus non sembravano poi così tanti in rapporto a quanti se n’erano prospettati dopo una tale fuga, altrettanti erano quelli che sostenevano che il virus si fosse definitivamente dimenticato dell’Italia. In realtà la curva dei contagi ha iniziato ad alzarsi in modo più significativo verso ottobre ed è per questo che ora, dopo soli due mesi di didattica in presenza, mi ritrovo a dover affrontare il mio ultimo anno in DaD, ovvero in Didattica a Distanza.
La quinta, quella che dovrebbe essere passata con i compagni, ogni giorno più vicini perchè conosci che mancano solo otto mesi prima dei saluti finali.

Quella iniziata con l’ansia della maturità e non con la paura di mesi ignoti e di un giugno che sembra volerci nascondere, gelosamente e fino all’ultimo, le modalità per il conseguimento del diploma. 

Un diploma che ormai, più che segnare la fine di una corsa, sembra il traguardo di un triathlon: isolamento, didattica a distanza, monotonia.
Io non ho rimpianti su ciò che ho fatto quest’estate, caro lettore, come credo nessuno, perchè ognuno pensa di aver agito in buona fede. Sono solo curiosa di sapere come questa pandemia viene ricordata nel tuo periodo.
Qui, ad agosto, era l’epidemia del “non ce n’è Coviddi”.
Le conclusioni le puoi trarre da te.

Roberta Basile 5 DLS

Mascherine e Ambiente

Le mascherine sono dannose per l’ambiente?

La risposta alla domanda è sì, ma vale solo per quelle non correttamente smaltite

Negli ultimi mesi quando il nostro pianeta sembrava si stesse riprendendo durante la quarantena, che ha fatto diminuire smog e inquinamento dell’aria, è sopraggiunto un nuovo problema: l’utilizzo di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione ha peggiorato l’inquinamento da plastica.

Le mascherine sono fondamentali da quando l’emergenza Coronavirus ha stravolto le nostre vite. L’impatto ambientale che hanno, però, viene spesso ignorato: le mascherine sono realizzate in poliestere e polipropilene (materiali altamente inquinanti), proprio per questo motivo quelle non smaltite correttamente, buttate in strada o in mare o in depositi illegali, circolano in natura per 450 anni.

Un fatto recente ha inoltre sollevato e testimoniato il problema che molti negavano. Una donna canadese su Facebook ha pubblicato tre foto che mostrano un uccello con una mascherina chirurgica impigliata tra becco e ala. Infatti le mascherine gettate a terra o in mare non solo causano un aumento dell’inquinamento, ma creano problemi anche per l’ecosistema: l’uccellino è un esempio di animali vittime delle mascherine. Nel mare capita più frequentemente che animali, come pesci o tartarughe, restino imprigionati dai laccetti, che provocano il loro soffocamento. Per quanto riguarda gli animali di taglia più grande è probabile  addirittura che si cibino di queste mascherine e muoiano per intossicazione.

In base ai dati raccolti dal WWF, se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e disperso in natura, questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, per un totale di oltre 40 mila chilogrammi di plastica.

In Italia si ha una produzione giornaliera di rifiuti da mascherine pari a circa 410 tonnellate, con un valore medio previsto per la fine del 2020 di 100.000 tonnellate; la produzione di rifiuti da guanti sino a fine anno sarà di un valore medio di 200.000 tonnellate.

Anche se molte persone, famose e non, sui social-media hanno sensibilizzato e sensibilizzano le persone, al fine di ridurre le mascherine presenti in ambiente e non accumularne di altre, nessuno sembra aver pensato a una vera soluzione del problema, come una raccolta apposita.

Diverse associazioni a tutela dell’ambiente hanno realizzato campagne aperte a tutta la popolazione utili a proporre e a ricordare quali siano i comportamenti giusti per evitare la dispersione di guanti e mascherine a danno dell’ambiente e, in particolare, del mare e il suo ecosistema.

Alcune norme sono: gettare le mascherine e i guanti nell’indifferenziato e non buttarli a terra, scegliere di acquistare mascherine riutilizzabili e lavabili, ormai ampiamente in commercio, e lavarsi più spesso le mani anziché continuare a cambiare i guanti. Possono essere azioni semplici, ma di grande aiuto per gli ecosistemi.

Il passo successivo per ridurre ulteriormente il danno ambientale è la sostituzione delle mascherine classiche con mascherine biodegradabili. Molte aziende si sono adoperate per la produzione di queste ultime creando mascherine in carta: quattro strati di carta a secco in grado di filtrare polveri, fumo e aerosol che possono danneggiare la salute; MASKEEN a doppio strato di tessuto in cotone e filo in cotone, totalmente riciclabili; D3CO, fatte al 100% con cotone naturale; AirX, in cui il primo strato della mascherina è composto da un filato di caffè e il secondo da un filtro biodegradabile realizzato usando caffè e la nanotecnologia d’argento; infine, la mascherina realizzata con biopolimeri in glutine di frumento.
Questi e altri accorgimenti, legati soprattutto ad un uso responsabile di quanto ci serve per proteggerci, ci aiuteranno sicuramente ad affrontare meglio il problema e a contenerne i danni.

                                                 Francesca Buscato 2DLS, Itis Cardano

 

 

 

Covid-19  Vs  Ambiente

Ci si domanda sempre più spesso se sarà il Covid-19 o l’uomo a condannare il futuro del nostro pianeta.

Fino a pochi mesi fa le mascherine si potevano vedere solo in qualche film, in serie televisive o sul volto di medici e pazienti con patologie gravi. Poi, nella nostra vita, è entrato un microrganismo sconosciuto, imprevedibile e molto aggressivo che ci ha completamente cambiato l’esistenza fino a negarci la normalità della nostra giornata: ci ha tolto la scuola, lo sport, gli amici e anche il volto.

Ecco che nella  quotidianità della vita di tutti  è entrato questo dispositivo che, a oggi, è l’unico aiuto che abbiamo per rallentare la diffusione del virus. Inizialmente le mascherine erano diventate un accessorio, una parte del nostro abbigliamento, create anche da stilisti di moda; poi ci si è accorti che la loro funzione era un’altra, dovevano proteggerci seriamente ed ecco che le mascherine chirurgiche, introvabili e molto costose all’inizio della pandemia, sono diventate una parte di noi. Sono talmente importanti che, quotidianamente, ne vengono distribuite a migliaia ogni giorno nelle scuole, negli uffici, negli ospedali…Prima a causa della paura, ora per obbligo, le mascherine devono essere utilizzate sempre. Se da un lato la mascherina chirurgica ci tutela, questo DPI (dispositivo di protezione individuale) deve essere smaltito come rifiuto speciale, non differenziabile.

La mascherina ha un alto impatto ambientale: sia per la sua produzione che per  il suo smaltimento rappresenta un serio problema.

Attualmente non sono molte in Italia le aziende che producono le mascherine; il più delle volte i produttori le acquistano dalla Cina pertanto le navi container, per consegnare il carico, compiono viaggi di migliaia di chilometri e si è compreso che queste navi, a causa del carburante utilizzato, sono fonte di inquinamento al mondo.

Le mascherine che dobbiamo indossare sono composte da tre strati di tessuto non tessuto in fibra sintetica di polipropilene; il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile e non ha nulla di naturale nella sua composizione. Questo rifiuto non potrebbe essere smaltito se non attraverso inceneritori; essendo il petrolio e i suoi derivati il materiale prevalente di cui sono composte, sarebbe opportuno non  sprecarle ma rigenerarle. Occorrerebbe però una sanificazione e questo comporterebbe un elevato costo.

Se tutte le mascherine usate venissero bruciate, verrebbero immesse nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica che andrebbero ad aggiungersi  a quelle già immesse per produrle e trasportarle.

Quando alla difficoltà di smaltire correttamente questo materiale si aggiunge anche l’inciviltà, il problema diventa veramente serio. Le mascherine chirurgiche si trovano  a decine abbandonate sui marciapiedi, nei parcheggi, sulle aiuole, sulle spiagge… questi dispositivi  stanno diventando uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. L’ecosistema marino è l’ambiente che sta pagando maggiormente l’inciviltà dell’uomo. Oltre all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, stiamo entrando in un altro rischio sanitario perché le mascherine usate e abbandonate nell’ambiente sono potenzialmente infette e rischiano di contagiare chiunque, per sbaglio, ne venisse a contatto.

Le mascherine ci fanno sentire protetti e questo ha un costo sia economico che ambientale. Dobbiamo essere consapevoli che ogni gesto sbagliato potrebbe rendere vana la fatica che la maggior parte di noi sta facendo.

                                                               Filippo Moro   2DLS, Itis Cardano

 

 

Le mascherine: un’arma a doppio taglio!

In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale è argomento all’attenzione dell’opinione pubblica, l’inquinamento generato dai guanti e dalle mascherine è sempre più allarmante.

Lo smaltimento dei dispositivi di protezione individuale rischia di diventare la prossima emergenza, passata la paura del virus. Ci sono parecchie indicazioni relative allo smaltimento delle mascherine nella loro interezza. Poco o nulla, invece, si dice sullo smaltimento degli elastici o dei legacci annodati alle mascherine che rappresentano uno dei rischi maggiori per la fauna selvatica, nel caso in cui il dispositivo di protezione dovesse finire nell’ambiente. Zampe, ali, becco o collo di un animale possono, infatti, restare incastrati o, viceversa, essere involontariamente ingeriti. Quindi, per un corretto smaltimento, bisogna per prima cosa tagliare gli elastici o i legacci annodati e gettarli nel giusto cestino, poi si deve gettare la mascherina tra i rifiuti indifferenziati. Le mascherine sono uno strumento estremamente utile per la nostra salute, ma non servono alla natura; mai gettarli nell’ambiente perché possono diffondere il virus, inquinare e deturpare il paesaggio e danneggiare i nostri animali.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha lanciato la campagna #Buttalibene per diffondere e sensibilizzare al corretto smaltimento delle mascherine.

Purtroppo, alcune persone dopo aver usato mascherine e guanti non li smaltiscono correttamente e li abbandonano dove capita, per strada, nei giardini e persino nei boschi, in campagna e in mare, ignorando che questi dispositivi, che sono stati così utili per la nostra salute, alla natura invece non servono.

Guanti e mascherine di protezione, una volta usati, vanno sempre gettati nella raccolta indifferenziata, preferibilmente in un sacchetto chiuso.

Dobbiamo seguire queste indicazioni e rispettarle per il nostro futuro e per il bene del nostro pianeta. È un impegno che chiunque è in grado di assumersi perché è veramente facile e non ci costa nulla. Il pianeta ha bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo essere pronti a darglielo.

Sono certo che i nostri sforzi saranno ricompensati!!!!

                                                      Federico Ghida 2DLS, Itis Cardano

 

 

Si torna a scuola

L’anno scolastico che stiamo vivendo è molto diverso da quelli passati e, in un modo o nell’altro, sta cambiando la vita di ognuno di noi.

A settembre sembrava quasi che tutto fosse tornato alla normalità, le scuole si erano  organizzate per tentare di limitare al minimo i contagi, alternando didattica a distanza e in presenza, creando percorsi definiti all’interno dell’istituto e rendendo disponibili a tutti  mascherine e gel igienizzante.

Era una situazione complicata, ma non impossibile: alternare settimanalmente la DAD portava ad un accumulo delle verifiche nei giorni in presenza e, di conseguenza, concentrava impegni e prove. Il ritmo era piuttosto faticoso da mantenere, soprattutto a livello di concentrazione, ma sicuramente le attività didattiche erano ben organizzate e procedevano.

E’ stato bello rivedere i compagni dopo molto tempo, ma tra gli studenti imperava un’atmosfera tesa: chi più e chi meno, tutti avevano un costante timore del contagio; rispettavano le norme in vigore, disinfettando le mani e indossando bene la mascherine, guardando con diffidenza e richiamando chi non si preoccupava di questi dettagli.

All’inizio l’aria per respirare sembrava mancare all’interno dei veli delle mascherine chirurgiche, ma dopo poco tempo ci si è abituati e quasi non si notava più.

Intanto il clima diventava più rigido con l’inoltrarsi dell’autunno, e i minuti concessi alle finestre aperte diminuivano sempre più, per evitare raffreddori fraintendibili che avrebbero potuto mettere in quarantena l’intera classe.

Molti studenti avevano avuto fin dall’inizio il presentimento che il rientro a scuola fosse pericoloso, perché il calo di contagi era legato ad un minore spostamento delle persone nel lockdown di primavera, ma erano comunque speranzosi e avevano fiducia nei provvedimenti presi per la riapertura.

Nonostante ormai la speranza di rimanere nelle aule sia svanita dopo l’ultimo DPCM, non si può dare la colpa alle scuole, almeno non direttamente. I contagi, a mio parere, sono avvenuti per la scarsa considerazione data ai trasporti che, mantenendo alta la capienza e non aggiungendo nuove corse, hanno portato ad un sovraffollamento, che se prima del COVID era appena sopportabile, di questi tempi è diventato proprio inammissibile.

Appare ormai ovvio a tutti che a scuola non si tornerà a breve, almeno fino a che il numero dei contagi e l’indice Rt non mostreranno una sensibile calo o che non si riesca a giungere a una svolta nella realizzazione e distribuzione di un vaccino efficace e sicuro.

Laura Girardi, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

Mi risulta molto difficile parlare del mio ritorno alla realtà scolastica, in quanto per me la Scuola si è fermata a quel lontano febbraio del 2020. Il presunto ritorno avvenuto a settembre 2020 mi ha sconvolto più di quanto pensassi; già ero a conoscenza delle linee guida di sicurezza da seguire, come ad esempio la mascherina, il metro di distanza o l’assidua igienizzazione delle mani; ma non mi sarei mai aspettata avessero un impatto così negativo su di me.

Il fatto che più mi ha segnato è stato l’incontro con i miei compagni. Per mesi li avevo osservati tramite uno schermo, ma rivederli per la prima volta con il volto rubato dalla mascherina mi ha scossa.

Senza dubbio seguire le lezioni in presenza risulta più semplice ed immediato, ma davvero vogliamo ridurre la scuola solo alla dimensione didattica?

La scuola va oltre l’insegnamento della matematica, della storia o dell’inglese, è un luogo dove ci si forma come persone, si impara a relazionarsi e ad accedere alla società. Ma come si può far tutto questo a un metro di distanza? So che dovremo abituarci al distanziamento, ma io davvero fatico a farlo: pensare che questa sia la realtà in cui dovrò vivere (o sopravvivere) nei prossimi mesi, mi devasta. evitare la diffusione del Covid-19, ancora una volta questo nostro nemico invisibile ci sta sopraffacendo. Dunque siamo di nuovo a casa, a ricreare l’aula scolastica fra un divano e un fornello.

Mi rende furiosa pensare quanto questo virus mi stia rubando, l’ansia prima di un’interrogazione, esser ripresa dall’insegnante per aver scambiato qualche parola con la compagna di banco, l’attesa dell’intervallo per poter raccontare qualche aneddoto agli amici, svegliarsi al mattino alle 6 e lamentarsi tutto il giorno della stanchezza o del peso eccessivo dello zaino.

Invece ora ci si sveglia più tardi al mattino, si sceglie il maglioncino che si abbini meglio ai pantaloni del pigiama, si accende il computer e si fa finta che tutto sia normale, anche se di normale c’è ben poco.

In questi momenti così difficili, non si deve perdere la speranza. Solo il pensiero e il desiderio di ritornare alla vita pre-covid, mi dà la forza di reagire e di guardare oltre l’orizzonte.

                                                                         Anna Rancati, 4 DLS

RITORNO A SCUOLA

La scuola sembra in guerra. Una guerra senza soldati né armi…una guerra contro il Covid.

Un novellino arrivato l’inverno scorso che costringe milioni di persone, ogni giorno, ad indossare  mascherine come fossero armature d’acciaio per difendersi da un nemico invisibile.

E io mi sento sfortunato perché, proprio in questo anno travagliato, mi trovo ad affrontare la prima superiore. Mi viene da sorridere al solo pensiero di non conoscere veramente l’intero viso dei miei 23 compagni di classe perché il tanto atteso ritorno in classe, alla normalità, è durato quanto un soffio.

Siamo fragili,  in ogni momento ognuno di noi potrebbe essere contagiato o contagiare. Proprio per questo , per la seconda volta, siamo rinchiusi in casa  dietro una trincea. In attesa. E i giorni passano, senza entusiasmo e senza novità, stando incollati davanti a schermi di vetro e a tastiere elettroniche, ospiti nostro malgrado di un mondo incorporeo. Restiamo a casa, continuiamo a studiare con la dad.

Ad alcuni dei miei compagni la cosa piace. Ma svegliarsi un po’ più tardi la mattina, sorseggiare lentamente il latte caldo accoccolato sul divano  e non dover correre per prendere il pullman…non sono cose che fanno per me!

Sono un ragazzo intraprendente e socievole; mi manca il rapporto umano, quel sottile filo di connessione

che riusciva a costituirsi in classe, anche se tutti mascherati, in quelle brevi settimane di didattica in presenza.  Era straordinario, ma anche  impossibile da ricreare ora, a  chilometri di distanza uno dall’altro.

Non sono per nulla contento se penso ai corridoi deserti e alle aule vuote, aule in cui fino a poco tempo fa c’erano insegnanti che istruivano e ragazzi che ascoltavano.

La scuola unisce le persone, crea dibattiti e fa pensare; tutte attività possibili anche in dad. Ma osservare gli sguardi, interpretare l’irruenza o la dolcezza delle espressioni, percepire le emozioni autentiche, tutto questo rende insostituibile la lezione in presenza.

Nonostante la scuola ce l’abbia messa tutta, il virus l’ha momentaneamente sopraffatta: aule chiuse, computer accesi nelle case, contagi per ora in aumento.

Per questo mi fanno rabbia le persone che si permettono di andare in giro senza mascherina o che non rispettano le distanze. Quelli che, increduli e incuranti, ancora negano l’evidenza. A tutti ricordo: rispettiamo le norme, rendiamo la società odierna migliore.

Restiamo uniti!

                                                                                                                           Federico Maiocchi, 1 DLS – Itis Cardano

Quarantena in sei

“Vi è mai capitato di dover convivere con cinque persone sotto uno stesso tetto, di cui quattro femmine, che è anche peggio? In caso di risposta affermativa allora vi faccio le mie condoglianze, quanto posso capirvi! In caso negativo sarò felice di dimostrarvi che non avrete più nulla di cui lamentarvi in quarantena. Mi chiamo Elsa e ho tre magnifiche, a volte, sorelle più piccole. Beh, da cosa iniziare? Ah certo, dal concetto di silenzio; io ormai non ricordo più cosa quest’utopia sia, ma ammetto di sentirla ancora, qualche istante, magari durante la notte…

Ebbene sì, come potete benissimo immaginare, tre sorelle possono solo significare tre voci, spesso urlanti, tre tipologie di apparecchi elettronici diversi che emettono tre tipi di suoni differenti: ne abbiamo di tutte le categorie! Dalla musica rap, a quella pop, ai video di Tik Tok o su YouTube dei “Me contro te”, che la mia adoratissima sorellina di cinque anni ormai ascolta in loop da almeno tre mesi.

Per una studentessa della terza Liceo Scientifico delle Scienze Applicate come me, trovare pace e un ambiente tranquillo in cui concentrarsi, diventa un’odissea. Scommetto che state pensando: “ Beh, dai, almeno in casa tua non ci si annoia mai!” e avete proprio ragione, peccato che la questione non risulti sempre positiva.

Ho provato, perciò, ad osservare la situazione anche dal loro punto di vista, per semplice curiosità; e ho avuto l’occasione di scoprire che hanno pure da lamentarsi sulle mie continue richieste di silenzio. Incredibile! Sorelle che chiedono di poter trasformare la casa in una grande discoteca, sorelle che vogliono appropriarsi della mia camera giusto per provare l’ebbrezza di starci senza essere cacciate, sorelle che implorano che il tempo scorra il più veloce possibile affinché io non sia più così isterica.

Nonostante tutte le urla che ogni giorno ci lanciamo contro, la quarantena senza di loro sarebbe stata monotona e piatta.

Ed ecco la nostra quarantena sotto forma di VIDEO.

Elsa Maccarone, 3 DLS Liceo Scienze Applicate, Itis Cardano

Hello World

In questo anno scolastico, per la prima volta, ho partecipato al Premio Asimov per l’Editoria Scientifica Divulgativa: inizialmente, devo dire la verità, attirato dalle ore di alternanza  “in palio”. L’attività da svolgere consisteva nel valutare uno tra i libri proposti dal Comitato Scientifico del Premio, commissione formata per lo più da docenti e ricercatori universitari. Ciò significava non solo leggere attentamente, stilare una recensione e compilare la scheda di valutazione, ma anche discutere con altri studenti partecipanti e insegnanti che nel loro insieme  costituivano una sorta di giuria popolare. Protagonisti sarebbero stati  sia gli autori delle opere in lizza sia migliaia di studenti italiani, che avrebbero decretato il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate da docenti e ricercatori.

Tra le opere proposte quella che mi ha ispirato si intitola “Hello World“, una guida sugli algoritmi di Hannah Fry, docente universitaria a Londra. La scelta si è rivelata veramente azzeccata, in quanto il libro era davvero particolare ed interessante; pertanto, per leggerlo e recensirlo, non ho riscontrato alcuna fatica. L’opera infatti dimostra che gli algoritmi sono tutt’intorno a noi, e noi affidiamo loro le nostre vite, sempre di più, spesso senza neppure accorgercene.

L’autrice ci racconta i segreti che animano le schede logiche dei computer, le promesse e i limiti della Computer Science, gli scenari che si prospettano nel nostro imminente futuro tecnologico sollevando il velo sui meccanismi di funzionamento dei programmi che ci stanno prendendo la mano, ne dimostra il potere e ne mette in risalto i limiti.

Poche settimane dopo aver scritto e pubblicato la mia recensione, sono stati proclamati i vincitori, cioè gli studenti che avevano raggiunto e superato il voto otto di valutazione: tra questi vi ero io!! Con il mio punteggio mi sono piazzato al quarto posto nella classifica regionale lombarda, ottenendo un bel risultato.

Il 4 maggio si è tenuta la premiazione, durante la quale i vincitori regionali hanno illustrato il libro letto e dialogato con un ricercatore o un professore, a volte anche l’autore stesso. Pochi giorni prima, sono stato contattato da Enrico Vigezzi, ricercatore dell’INFN e coordinatore regionale del premio, che mi ha  invitato alla premiazione insieme agli altri giovani vincitori. Il  prof. Vigezzi ha assegnare ad ogni ragazzo l’ambito di cui parlare e uno spazio riservato durante l’evento, che a causa dell’emergenza sanitaria si è tenuto in streaming.

A me è toccata la parte sugli esempi utilizzati dall’autrice Hannah Fry per argomentare le proprie tesi, in quanto anche la mia recensione si era articolata attorno ad essi. Quest’esperienza mi è piaciuta e mi è stata molto utile in quanto ho potuto approfondire una parte dell’ informatica che a scuola non si studia.

La settimana successiva è avvenuta un’altra premiazione, quella del libro più apprezzato tra le opere proposte e sono rimasto sorpreso perché proprio “Hello Word” è stato proclamato libro vincitore del Premio Asimos 2020.

Matteo Pellegrino, 4 AI, Itis Cardano

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA: L’EMOZIONE RACCONTATA DA CARLO ARNOLDI

In occasione della giornata nazionale delle vittime di terrorismo, la nostra classe ha incontrato in streaming Carlo Arnoldi, un uomo che ha perso il padre all’età di 15 anni nella clamorosa strage di Piazza Fontana. Questa terribile strage, avvenuta il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura,  causò 17 morti e 88 feriti e tra i morti c’era anche il padre di Arnoldi, il quale ha generosamente accettato di condividere con noi il racconto di quel tragico episodio e successivamente ha anche risposto ad alcune domande relative alla morte del padre e all’associazione di cui ora è presidente: l’Associazione Familiari Vittime di Piazza Fontana. L’incontro ha rappresentato una grande opportunità per noi, in quanto abbiamo potuto conoscere un ex studente (che ha frequentato l’ITIS Cardano di Pavia) che porta una testimonianza molto importante, per la nazione intera.
L’incontro è iniziato con un discorso introduttivo di Arnoldi, che ha voluto spiegare come è avvenuto l’atto terroristico e il clima politico confuso e rovente di quegli anni, ma anche darci maggiori informazioni sulla figura paterna. Il padre di Arnoldi era un agricoltore, che aveva sempre coltivato anche la passione per il cinema. Infatti nel 1952 decise di farsi liquidare dall’azienda di famiglia per aprire un cinema  e realizzare il suo sogno. Però in quegli anni si assistette alla nascita e all’affermazione della televisione e quindi il cinema veniva frequentato sempre più raramente. Nel 1961 nacque la sorella di Carlo e quindi il padre, che rappresentava l’unico sostegno economico della famiglia, dovette riprendere l’attività di agricoltore e affiancarla alla gestione del cinema.

La mattina del 12 dicembre il padre non avrebbe dovuto recarsi a Milano, perché non si sentiva molto bene. Ma fu costretto a prendere ugualmente questo impegno, a causa della chiamata di un agricoltore di Lodi che lo supplicava di andare. Quel giorno avvenne la terribile disgrazia per la famiglia di Carlo Arnoldi, che all’epoca era ancora un ragazzino ma dovette a diventare un uomo, per badare alla famiglia. Infatti incominciò ad alternare all’attività scolastica l’attività lavorativa presso il cinema di famiglia. Grazie soprattutto alla caparbietà della madre, Carlo riuscì a terminare i suoi studi. In seguito, con il supporto dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), venne fondata l’Associazione familiari vittime di Piazza Fontana, di cui fanno parte sia i parenti delle vittime che persone “estranee” alla strage. Gli associati parteciparono ai vari processi, che si tennero in diverse zone d’Italia, a carico degli anarchici, dei militanti legati ad Ordine Nuovo, un gruppo politico di estrema destra che voleva sovvertire l’ordine pubblico, e di una parte deviata dei servizi segreti che, secondo la testimonianza di Arnoldi, probabilmente erano a conoscenza dei piani per la strage. Nella lunga vicenda processuale vennero assolti  gli anarchici e condannati all’ergastolo i terroristi di estrema destra. Il 3 maggio 2005 a Roma però, tutti coloro che erano stati arrestati, vennero assolti per insufficienza di prove. Durante il funerale, ha ricordato Arnoldi in conclusione dell’incontro, il silenzio composto delle migliaia di persone intervenute fece capire che il Paese non si sarebbe piegato al ricatto della violenza né avrebbe tollerato una deriva antidemocratica.

Di seguito riportiamo l’intervista fatta a Carlo Arnoldi che ci ha permesso di comprendere maggiormente le conseguenze della strage di Piazza Fontana.

Com’è cambiata la sua vita dopo la morte del padre?
“Avevo 15 anni e mi sono trovato a dover diventare un uomo. Continuare la scuola non è stato facile. Mi ricordo che il primo mese dopo la morte di mio padre non volevo più andarci, perché, nonostante cercassi di reagire ed andare avanti, non era semplice. Grazie al sostegno di mia madre, sono riuscito a finire gli studi e a diplomarmi nel 1973. Successivamente ho iniziato a lavorare nel cinema di famiglia che è andato avanti per 10 anni, poi l’abbiamo chiuso. Mia madre si è dimostrata una donna molto forte, infatti a 39 anni ha preso la patente e ha iniziato a lavorare per mantenere la nostra famiglia. Inizialmente faceva l’operaia alla Galbani a Corteolona e poi, qui a Pavia, ha trovato un impiego presso il Policlinico.”

C’è qualcuno che potrà portare avanti la sua lotta e la sua associazione quando lei non potrà più farlo?
“Fortunatamente possiamo contare sulla presenza di alcuni giovani all’interno dell’Associazione. In particolare ci sono i figli di alcuni associati che sono ben preparati per portare avanti la nostra causa. Ci sono anche persone che non sono parenti delle vittime della strage, come ad esempio Benedetta Tobagi, Federico Sinicato, Ilaria Moroni e altri, che in futuro faranno di tutto perché quella mattina del 12 dicembre non venga mai dimenticata.”

Viste le difficoltà riscontrate durante le indagini, il suo gruppo ha indagato autonomamente per trovare i colpevoli?
“No, ma abbiamo partecipato a diversi processi. Vi posso assicurare che ho visto parecchi politici in quelle aule e vi posso dire che tremavano nel rispondere “non lo so” oppure “non mi ricordo”. Questo ci innervosì parecchio, perché era evidente che una parte dello Stato non voleva rispondere alle nostre domande. Io credo che i servizi segreti non volessero che ci fosse una strage, ma i terroristi di estrema destra sicuramente sì.”

Avete ricevuto intimidazioni o minacce da parte dei gruppi terroristici?
“No, non abbiamo mai ricevuto minacce, anche perché non abbiamo mai avuto niente a che fare con loro. Eravamo tutti parenti delle vittime della strage, ma partecipavamo ai processi semplicemente come spettatori e non facevamo mai nomi. Il nostro obiettivo non è mai stato “fare politica”, ma abbiamo sempre e solo voluto raccontare la verità sulla strage di Piazza Fontana, così com’è stata raccontata dalla giustizia italiana. Vi consiglio di leggere il libro di Benedetta Tobagi: “Il processo impossibile” che racconta in maniera precisa i fatti di quel periodo.”

Che cosa hanno portato alla società le stragi di quel periodo?
“Sicuramente hanno portato la società in un clima di paura e terrore. Oltre alla strage di Piazza Fontana ci sono state altre stragi in quel periodo ed erano tutte diverse tra loro. In particolare quella in cui mio padre ha perso la vita voleva portare a un colpo di Stato”

Nel 2005 c’è stata la delusione del processo. Come avete trovato la forza di portare avanti la vostra “missione”?
“Nel 2005 io e gli altri associati ci sentivamo sconfitti, perché non si riusciva a individuare il colpevole. La forza di portare avanti il nostro obiettivo l’abbiamo trovata spontaneamente, perché ci è sembrato giusto delineare una verità storica da rivolgere ai giovani per far capire a cosa poteva condurre la strage di Piazza Fontana nel paese. Abbiamo  iniziato ad andare nelle scuole a parlare di ciò che le nostre famiglie avevano vissuto e grazie al MIUR abbiamo portato avanti il nostro compito. Tuttavia tanti familiari delle vittime si sono rifiutati di partecipare a questo progetto,  probabilmente perché  non hanno la forza di raccontare la loro storia: raccontarla ogni volta è un po’ come riviverla”

Come si è comportato lo Stato italiano negli interessi delle famiglie vittime delle stragi? Cosa ha fatto?
“Bella domanda.. dico solo che mio padre è morto nel 1969, e la prima legge in favore delle vittime è stata promulgata solo nel 2004, quindi lo Stato non ha potuto darci una mano direttamente. Dopo la morte di mio padre, mia madre ha dovuto ricoprire il suo ruolo, aumentando i turni di lavoro per garantirmi la possibilità di continuare a frequentare la scuola visto che non voleva che io lasciassi subito per andare a lavorare; ma dopo il diploma anch’io ho iniziato con qualche lavoretto, ad esempio a dirigere il cinema di famiglia, nonostante avessi scarse abilità data l’età giovanile. Sicuramente se lo Stato si fosse interessato subito a noi, avremmo potuto avere una vita più tranquilla, ma ce l’abbiamo fatta lo stesso.”

                          Giacomo Bertani, Matteo Morello, Andrea Yachaya,
5CI, ITIS Cardano

Due vittime innocenti a confronto: il papà di Pascoli e il papà di Carlo Arnoldi

Ruggero Pascoli era il padre del poeta Giovanni Pascoli, amministratore della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, assassinato, ufficialmente da ignoti, nel 1867. L’omicidio fu opera probabilmente di criminali o di estremisti politici, assoldati da un rivale di lavoro, malavitoso del luogo. La tragica vicenda di Ruggero e della sua famiglia influì pesantemente sulla psicologia del poeta e della sua famiglia.

La sera in cui venne assassinato, Ruggero stava tornando a casa da Cesena quando, all’altezza di San Giovanni in Compito, presso Savignano, venne ucciso con una fucilata sparata da due sicari ignoti, appostati lungo la strada. Morì sul colpo.

Era il 12 dicembre del 1969 e l’orologio segnava le 16.37 quando una bomba con sette chili di tritolo esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano.

Carlo Arnoldi, di Magherno, aveva 15 anni quando seppe che quel giorno tra i morti c’era anche suo padre Giovanni, ucciso nell’esplosione all’età di 42 anni, insieme ad altre 15 persone.

Tra i due avvenimenti ci sono delle analogie: la prima, sostanziale, è il modo in cui i due padri sono morti, ovvero una morte inaspettata, fulminea, con la famiglia che aspettava invano il loro ritorno a casa, che disgraziatamente non sarebbe mai avvenuto.

Il secondo è lo scopo: i colpevoli sono arrivati ad uccidere persone innocenti e a distruggere delle famiglie pur di vedere realizzare i propri piani.

La terza analogia sono le condizioni in cui hanno lasciato le due famiglie. In tutte e due i casi nelle due famiglie si vennero a creare delle gravi difficoltà economiche che spinsero i membri a compiere molti sacrifici per poter vivere.

Purtroppo, in tutti e i due i casi, i colpevoli non vennero mai individuati sia per l’omertà della gente sia per l’inerzia delle indagini che portarono nelle due famiglie quel senso di ingiustizia bruciante, negando anche la possibilità di perdonare, dato che non c’erano né nomi né volti.

Nel caso di Ruggero Pascoli, nei pressi del luogo del delitto si trovavano poche altre persone, che testimoniarono senza giungere a niente di importante. Tra di loro Gino Vendemini, deputato, garibaldino e repubblicano, il quale scrisse in una memoria che l’assassino “rimane ignoto, almeno alle autorità”, volendo dire che la gente del luogo sapeva chi fosse il responsabile, ma taceva per paura o complicità.

Mentre nel caso di Giovanni Arnoldi la situazione fu ancora più grave, dato che furono proprio alcuni componenti del governo italiano a cercare di insabbiare la cosa, fino ad arrivare al 3 maggio 2005 in cui i principali tre imputati vennero assolti e addirittura le spese processuali furono addebitate alle famiglie delle vittime.

Ma cosa più importante che unisce le due famiglie è come i figli Giovanni Pascoli e Carlo Arnoldi hanno reagito alle due disgrazie, cercando di portare le proprie memorie ai giorni nostri, mostrandoci il dolore con cui hanno saputo convivere e combattere, riuscendo a prendere conoscenza del valore eternante della parola come venne affermato da Foscolo all’interno della sua opera “Dei sepolcri”, poiché la pietra del sepolcro con il tempo si sgretola mentre la parola no, è eterna e non potrà mai perdere valore.

Michel Myftaraj,
5CI, ITIS Cardano

Cocktail al Covid-19

Senz’altro questi tre mesi di quarantena mi hanno dato tempo per pensare. Dopo novanta giorni di una nuova ma anche incerta routine, alcuni tratti di me e del mio carattere hanno iniziato a delinearsi nella mia mente.

Ora c’è una parte della sottoscritta che sembra commentare: «Oh guarda, una giovane donna che inizia a capire i suoi interessi!» e poi c’è l’altra parte di me, quella grezza e che ama fare i lavori manuali, che risponde «Ma che donna e donna! E’ la noia della quarantena che gioca brutti scherzi!».

Insomma, nonostante il delirio che ho visto in tante persone e la confusione dei decreti che invadono le nostre case via televisione, radio e web, ho preso delle dignitose distanze da ciò che accadeva, vedendo la situazione come totalmente naturale. Ormai penso che tutti i miei compagni di classe e un buon 70% della gente che conosco mi veda come la ‘catastrofista’ di turno, che ama i film apocalittici e i libri distopici. Ma voglio guardare la situazione con un occhio più imparziale: non sono così distruttiva, è solo che ho un approccio ‘darwiniano’ verso la vita e alcune delle sue inevitabili conseguenze, quali l’estinzione dei dinosauri, le ere glaciali e il coronavirus.

Per farla breve, mi sembrano cose più che naturali e oneste da parte della Natura e a dirla tutta con questa specie di pensiero patriottico che si è installato nell’aria non mi ci trovo proprio. Non sono quel tipo di persona che canta l’inno dai balconi alle sette in punto o che appende lo striscione con scritto #ANDRA’TUTTOBENE e l’arcobaleno dipinto. Ad essere sincera questa cosa mi sembra un po’ sgarbata da parte mia, perché sappiamo tutti che la comunità è importante e dovremmo sostenerci l’un l’altro e così via, per questo di solito i miei commenti li tengo per me.

Ovviamente non pensando al bene della comunità la mia mente è stata riempita da altro.

Ho realizzato che in una situazione come questa sono due i modi in cui mi approccio.

Il primo mi vede cacciatrice di zombie che, con una squadra di sopravvissuti, se la cava egregiamente durante l’apocalisse, un po’ in stile ‘Zombieland’ (tra l’altro è un film divertente, da vedere se non vi impressionano viscere e cervelli spappolati). Ma questo virus non mi concede la possibilità di sperare in una bella apocalisse che decimerebbe l’umanità e ci leverebbe di torno dalla Terra almeno per un po’, cosa che le farebbe piacere sicuramente. Voglio dire, mi dispiace che le persone stiano male e che gli ospedali siano sovraccarichi e cose varie, ma proprio non ce la faccio a non vederla in una cornice più grande: i singoli non contano, si tratta solo della Terra e dell’umanità. E sì, mi piacerebbe moltissimo sopravvivere durante un’apocalisse perché significherebbe vivere ma con molta meno gente intorno. E poi sono appassionata di zombie, si sa.

Però poi realizzo che non sarei fisicamente in grado di farcela, dovrei essere più allenata e saper maneggiare un’arma. Quindi a questo punto mi faccio un appunto mentale segnando che dovrei iscrivermi a qualche corso di sopravvivenza e fare un’estate con gli scout, giusto per imparare l’essenziale. Non mi dispiacerebbe entrare nella comunità dei survivalisti. In fondo la teoria l’ho imparata, con tutti i film e gli articoli che ho letto ho in mente così tanti scenari diversi per un’apocalisse zombie che avrei l’imbarazzo della scelta.

Ma adesso passiamo al secondo approccio: quello naturalistico. Sarei un mix tra la protagonista femminile di Avatar e Katniss Everdeen di Hunger Games (altri film che consiglio di vedere). Mi piacerebbe vivere a stretto contatto con la natura e gli animali, fino a sentirmi parte di essi, quasi un ritorno alle origini dell’essere umano. Però sappiamo tutti che purtroppo non basta l’amore per la natura a farci sopravvivere in un bosco.

Servirebbero basi di caccia e pesca, sapersi costruire un rifugio, accendere un fuoco e soprattutto evitare di morire avvelenata o di ipotermia. E qua ritorno a scrivere il mio post-it mentale, a cui aggiungo di imparare a riconoscere le piante ed essere in grado di costruire una trappola a scatto.

Dunque, dopo aver riscoperto alcuni tratti del mio carattere, cosa che diciamo ha occupato almeno 60 giorni (contando che il primo mese non realizzavo ancora di essere a casa da scuola), ho iniziato a trasferirli nella mia vita con un approccio più realistico e indirizzato al futuro.

In questa situazione penso che più o meno tutti ci siamo ritrovati sorpresi e con la consapevolezza di dover trovare un modo per rialzarci, finito il caos post-coronavirus.

Per rendere l’idea di come l’ho vissuta io, uso una metafora: mi sono sentita come se qualcuno avesse preso uno shaker del bar e versato dentro questi tratti del mio carattere, senza trascurare le mie altre passioni e interessi, aggiunto qualche foglia di menta e un paio di cubetti di ghiaccio, shakerato tutto e versato in un bicchiere sul tavolo, con una cannuccia e un ombrellino di quelli che si mettono nei cocktail in spiaggia.

Ecco l’essenza di Livia poggiata sul tavolino di vetro, tutta tranquilla, a pensare ai fatti suoi e impegnata con la scuola e il resto. Finché il ragazzo che si sta buttando in piscina per sbaglio non urta il tavolino e rovescia il succo per terra. Diciamo che ‘per terra’ è uguale a ‘sulla vita’. Ora Livia si trova rovesciata sulla vita e deve cercare un modo intelligente per far sì che il suo carattere riesca a trovare una strada in mezzo alle mattonelle di terracotta ed arrivare fino all’aiuola, dove magari riuscirà a dare sostanze nutrienti al terreno e a far nascere una bella pianta. La pianta, tanto per intenderci, è uno stile di vita che rispetti il mio carattere e che soprattutto mi piaccia.

Ed è qui che entrano in gioco i pensieri sul futuro. Confrontiamoci col futuro prossimo, che essendo prossimo ha la priorità. E’ finito il lockdown. Si possono vedere anche le persone che non sono ‘congiunti’. Quindi possiamo ritornare ad avere una vita decente.

Ma quali sono le abitudini che manterrò? E a cosa avrò capito di poter rinunciare? Inizierò a fare cose nuove? Di abitudini in realtà non ne avevo di precise, all’infuori della routine scolastica e andare in maneggio una volta a settimana, ma finché non riprenderanno sul serio queste attività non ho vincoli. Invece ho capito di poter rinunciare ai luoghi comuni pensati per la società e ho intenzione di non conformarmi troppo in futuro, per rispettare me stessa e le mie preferenze. Non sono molto socievole, e non posso dire che aver rinunciato alla socialità in questo periodo sia stata fonte di particolare tristezza, perché in fondo stare in compagnia non è una componente così importante della mia vita. Preferisco stare con gli animali o per conto mio, e riguardo agli amici meglio pochi ma buoni.

Invece per le cose nuove vorrei imparare a cavarmela da sola con quello che mi offre la natura, imparare a riconoscere le piante commestibili e a fare trappole, chissà magari tornerà utile in futuro. Vorrei anche imparare a tirare decentemente con l’arco, una volta avevo iniziato un corso, ma avevo finito per abbandonarlo. E poi magari mi verranno altre cose in mente, essendo giovane e forte ho tutto il tempo che voglio per impararle.

Quest’estate non sarà molto movimentata, non penso che riusciremo a fare molte vacanze. Per cui i miei propositi sono questi: lavorare in maneggio e fare pratica con qualunque cosa sia utile imparare. E leggere un sacco di libri, anche se alla fine ritorno alle vecchie saghe rilette non so quante volte.

Ma quest’estate vorrei riuscire anche a fare un salto al mare, o almeno al lago, perché mi mancano le giornate estive con la sabbia sotto ai piedi e l’acqua a rinfrescarmi. A Pavia d’estate è sempre una sauna costellata di zanzare. Ma comunque vada, spero di divertirmi.

Mentre per la scuola devo dire la verità: non ho la più pallida idea di come sarà a settembre. Mi piacerebbe però trarre vantaggio dagli aiuti che la tecnologia ci offre, che in questo periodo sono stati così importanti, non solo durante il bisogno ma anche nella quotidianità, trovando metodi per rendere più divertente l’insegnamento.

Detto questo penso che mi dileguerò e tornerò a leggere Hunger Games per la terza volta, del quale lascio due citazioni che per me hanno un significato in questa situazione: “Ho passato tanto tempo ad assicurarmi di non sottovalutare i miei avversari che ho dimenticato quanto sia pericoloso sopravvalutarli” e “Possa la buona sorte essere sempre a vostro favore”.

                                                   Livia Ghiglia,
2 CLS, ITIS Cardano

Just a normal day

Non pensavo fosse così tardi: ci sto impiegando una vita a fare colazione in questi ultimi giorni.

Vado di corsa davanti al pc e mi ricordo che oggi in programma c’è la riunione, yee.

Non le ho mai sopportate, un po’ per il capo, che non posso vedere, un po’ perchè sono inutili dato che non apro mai bocca e non si dice mai niente di importante. Non posso neanche nascondermi dietro la telecamera spenta perchè il mio adoratissimo boss controlla tutti e in continuazione.

Dopo la riunione, che dura ovviamente più del previsto, mi dedico al lavoro: riesco incredibilmente a portare a termine gran parte del mio programma giornaliero prima di pranzo e quando arriva l’una e un quarto non vedo l’ora di farmi un bel piatto di pasta.

Poi mi ricordo della pizza che ho impastato ieri sera, ma non mi sembra il caso di fare esperimenti nella mezz’ora di pausa pranzo che mi è concessa.

Alle cinque ho finito e posso finalmente rilassarmi un po’.

Devo andare a comprare un paio di cose in piazza, ma decido che passerò il resto della serata a panciollare sul divano.

Fortunatamente piove e posso indossare il giubbotto di pelle che avevo acquistato con tanta voglia di mostrarlo al mondo, per poi lasciarlo relegato nell’armadio.

Passando davanti allo specchio non posso fare a meno di notare il tubetto di mascara che mi osserva con nostalgia in ricordo dei tempi migliori. Qualcuno all’inizio avrebbe potuto pensare che, avendo mezzo viso coperto, l’altra metà sarebbe stata enfatizzata con un trucco più pesante del solito, ma la verità è che ormai uscire è un po’ come l’ora d’aria dei carcerati, che di certo non si mettono l’ombretto per raggiungere il cortile sotto la finestra della cella.

Sono sulla porta di casa che controllo la borsa, perché lo so, me lo sento di aver dimenticato qualcosa. Portafoglio, telefono, disinfettante. Trovo un rossetto che avevo perso a dicembre. Un signore del piano di sopra sta scendendo le scale e quando mi vede mi saluta: ha la mascherina a mo’ di proteggi barba da cuoco di mensa, con il nasone da Severus Piton che fa capolino sopra i baffi imprigionati.

Ecco cos’ho dimenticato; sarà che è il simbolo di questo periodo, ma io me la dimentico sempre. Tutto il mio entusiasmo per il giubbotto di pelle finisce proprio quando faccio passare i cordini della mascherina dietro le orecchie: ora sembro un easy rider con la passione per la medicina.

Esco e mi dirigo verso la farmacia.

Ovviamente, lungo la strada smette di piovere ed esce un sole fantastico che mi fa grondare di sudore sotto al maledetto giubbotto, che sono costretta a tenere in mano.

Arrivo, mi metto in fila.

Non so se sono l’unica, ma ogni volta ho il dubbio di non aver rispettato il metro di distanza e mi vien voglia di allungare il braccio per prendere le misure; poi cerco di darmi un contegno e non lo faccio, nonostante la mia reputazione sia rimasta sul balcone quando ho cantato Volare con i vicini di casa.

Esatto, il motivo per cui nel mio quartiere non si fanno più flash mob sono proprio io.

Quando arriva il mio turno, la commessa mi guarda insistentemente e allora suppongo sia una sorta di saluto, quindi sorrido senza ricordarmi che con la mascherina non fa alcuna differenza e che anche lei starà pensando che la stia fissando. Prendo quello che mi serve, poi vedo che sul bancone ci sono alcuni flaconi di antistaminici per l’allergia e mi ricordo solo ora che ho quasi finito i miei a casa. Allungo una mano, la commessa se ne accorge subito e squilla un -NO!-, come se non fossi dall’altra parte del bancone ma fuori in strada.

-Non ha i guanti… Prendo io.

Già, è vero.

Quando afferra la scatola mi accorgo che neanche lei li sta indossando, allora le lancio uno sguardo di sfida, a cui rispondono due occhi allarmati.

-Ho disinfettato le mani un minuto fa- risponde un po’ agitata.

Ammiro i fogli appesi agli scaffali con il perentorio NON TOCCARE! che non avevo visto entrando. Sembra di stare agli Uffizi, in un certo senso, solo che al posto della Primavera del Botticelli c’è la Fexallegra.

Esco soddisfatta e vado al supermercato, dove ovviamente c’è una fila interminabile tipo trenino di Capodanno che fa la serpentina tra le macchine del parcheggio.

Sono in coda da quaranta minuti. Davanti a me c’è solo una persona.

Guardo l’ora e prego che non decidano di chiudere proprio quando tocca a me, ma improvvisamente compare il ragazzo con la pistola per la temperatura: ci avvisa che possono entrare tre persone e allora sì, capisco di aver conosciuto cos’è la felicità, anche se quando mi dice che ho ben 35,6 gradi di febbre inizio a pensare di essere entrata in ipotermia.

Cerco di comprare tutto quello che mi serve, ma lo so che domani sarò di nuovo qui perché ho dimenticato qualcosa di stupido ma basilare, tipo la carta igienica.

Raggiungo la cassa, dove la commessa sembra riconoscermi (non ci siamo mai viste fuori da questo contesto, ma credo che lei mi consideri il suo padre confessore) e inizia a raccontarmi delle sue vacanze andate in fumo, di un’estate che si prospettava perfetta e che ora non sa neanche se potrà definirsi tale.

Data l’angoscia che la cara cassiera mi sta facendo salire, pago in fretta e scappo.

Quando torno a casa sono felice: ora posso godermi la mia serata di relax.

Non ho voglia di accendere il forno, quindi mi faccio una bistecca per cena; un altro giorno di lievitazione alla pizza farà solo bene.

Preparo il divano per vedere un film che avevo puntato da una vita, la mia tisana che si presuppone essere depurativa sul tavolino di fronte. Mentre si raffredda un po’ ne approfitto per andare in bagno.

Esatto.

Ho dimenticato la carta igienica.

                             Roberta Basile,
4 DLS, ITIS Cardano

Questa è la Società che vogliamo?

Il Governo, attraverso un DPCM emanato in questi ultimi giorni, ha alleggerito alcune restrizioni imposte nelle precedenti settimane di lockdown, dovute al seguito della crisi epidemiologica “COVID 19 “ che sta interessando il nostro territorio.

Tale provvedimento prevede una parziale possibilità di intraprendere alcune uscite, sempre che tutto avvenga con  buon senso, che vengano rispettati il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano almeno utilizzate protezioni delle vie respiratorie

Nonostante queste restrizioni previste dalla Fase 2 siano fondamentali al fine di evitare il contagio e la diffusione del virus, le stesse non vengono rispettate e questo avviene in tutta Italia, dal Nord al Sud.

Le strade si riempiono ogni giorno di persone poco responsabili che non si fanno problemi a violare tutti i divieti; le persone escono maggiormente nelle ore serali sperando che i controlli effettuati dalle Forze dell’Ordine siano inferiori.

E’ assurdo! I controlli non andrebbero neanche fatti se ognuno di noi si comportasse in modo lecito e soprattutto etico.

Ma non esiste legge che possa impedire di far del male al prossimo…

Trovo che questo comportamento sia irresponsabile ed egoistico: tutti noi siamo stati privati della nostra libertà, abbiamo imparato una nuova vita, eliminando il più possibile i contatti umani diretti.

I virologi stanno dicendo a voce alta di porre attenzione, che se il contagio dovesse continuare la seconda ondata del virus sarebbe ancor più dura, più contagiati e   più decessi.

Dovremmo riflettere un attimo e pensare, non a noi che fortunatamente stiamo bene, ma a chi si trova in terapia intensiva,  a soffrire senza il conforto di alcun famigliare e a lottare sul filo sottile che ci lega alla vita.

Perché comportarsi così… a cosa serve…

Non riesco veramente a capire: sembra che le persone abbiano la necessità di infrangere le regole anche a discapito di un male comune.

Queste azioni ci dovranno far riflettere a lungo anche dopo la fine di quest’agonia: questa è la Società che vogliamo?

Una Società che non ha più valori. Il benessere ci ha portato a un cinismo globale: è triste pensare all’indifferenza ai sentimenti e a un essere umano privo di sensibilità.

Questo è ciò che penso e spero che nelle prossime settimane le persone usino più cervello e si attengano alle leggi dettate per contenere l’epidemia.

                                                                                   Nicolò Biagio Folisi,
2AI, ITIS Cardano

La passeggiata che sfida le regole

A seguito di un calo del numero di contagi e morti nel nostro Paese dovuti al Coronavirus, si è deciso dal 4 maggio di iniziare una seconda fase di ripresa fatta di restrizioni meno rigide e di alcune libertà in più, sempre però nel rispetto delle misure di sicurezza imposte. Non tutti i cittadini hanno colto questo piccolo, ma fondamentale dettaglio. Chi si gustava un aperitivo senza mascherina, decine e decine di persone a passeggiare sul lungomare senza mantenere le distanze di sicurezza… La voglia di tornare alla normalità c’è da parte di tutti, questo è chiaro, ma perché se da una parte ci sono persone costrette a rimanere in casa o a perdere il posto di lavoro o ancora peggio a stare a contatto tutti i giorni con persone contagiate, come i medici e gli infermieri, dall’altra parte ci sono persone a cui non importa di quello che sta passando il Paese?

La risposta è contenuta in un articolo di Lorenzo Marone sul quotidiano La Repubblica intitolato: “La passeggiata che sfida le regole”. Sono completamente d’accordo con quanto espresso dall’autore dell’articolo.

Sono d’accordo sul fatto che non serve l’esercito che ci impone di rimanere in casa: basta solo un po’ di senso di responsabilità, perché si può fare una passeggiata in campagna, si può andare a prendere una pizza o un gelato, ma con responsabilità usando dispositivi di protezione individuale o con la diffusa modalità d’asporto.

Sono d’accordo con il fatto che quello che sta succedendo, ma in generale la vita, va vissuto con più umiltà e meno presunzione, perché contro i problemi più grandi di noi bisogna limitarsi al rispetto di ciò che ci viene detto e consigliato di fare senza ritenersi intoccabili e immuni.

Sono d’accordo sul fatto che dobbiamo pensare a chi ogni giorno perde il lavoro a causa di questo problema, perché dobbiamo ritenerci fortunati a poter avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno grazie allo stipendio dei genitori che fortunatamente lavorano. Inoltre un pensiero va rivolto a chi fortunatamente ha il lavoro, ma questo lavoro consiste nel salvare vite perché se sfortunatamente veniamo a contatto con questo virus riusciamo ad uscirne grazie a loro.

Un mondo più umile, lento, rispettoso, che presta attenzione alle piccole cose e non che cerca di mettersi in mostra per apparire migliore: questo è quello che vuole l’autore  dell’articolo ed io come lui.

                         Magnani Mattia,
2AI, ITIS Cardano

Gli eroi siamo noi

Il 4 Maggio è iniziata la famosa “fase 2” e ovviamente per tutti noi è stata una fantastica notizia, perché si possono fare cose che prima erano vietate. Ad esempio, ora, si può uscire per fare attività sportiva, si possono andare a trovare i parenti e i propri fidanzati, ma la cosa più bella è che si può uscire di casa. Ovviamente quando si esce bisogna rispettare le distanze di sicurezza.

Il problema è che, iniziando la fase 2 , ci siamo dimenticati quello che è successo nei mesi scorsi, ci siamo dimenticati che siamo rimasti in casa più di due mesi. Non ci siamo accorti che solo rimanendo in casa si combatte il virus e non uscendo con gli amici o andando al bar.

Avevano detto che bisogna evitare i posti affollati e di usare la mascherina, ma appena usciti di casa, stranamente, ci scordiamo tutto .

Non riusciamo proprio a capire che se andiamo così nei luoghi pubblici aiutiamo il virus a diffondersi. Di conseguenza, vogliamo costrinderci a rimanere ancor più tempo in casa?

Domenica 10 maggio a Napoli c’era tantissima gente che era uscita a farsi una passeggiata non rispettando le regole, cioè non rispettava le distanze di sicurezza e non metteva la mascherina e inoltre c’era molta gente in bici senza mascherina.

Questa gente, purtroppo, non capisce che non rispettando le regole peggiora la situazione. Inoltre ci vanno di mezzo regioni non contagiate come il Molise, che non ha nessun positivo ma è costretta al lockdown con la conseguenza che falliscono molte imprese.

Il mio parere è semplice: noi siamo abituati ad avere tutto e a credere che le situazioni peggiori passino sempre. Purtroppo non è così e ne siamo consapevoli, ma vogliamo far finta che non sia così. Dobbiamo capire che in queste situazioni non ci sono “eroi” ma c’è solo gente che sta morendo. E se proprio c’è qualcuno che vuole fare l’eroe, stia a casa, almeno non peggiora la situazione.

Dobbiamo capire che gli eroi possiamo essere noi, ma non presi singolarmente, ma uniti tra di noi se  rimaniamo a casa e rispettiamo le regole del  Governo.

Fabio Piovan,
2AI, ITIS Cardano

Caro diario, parte seconda

Eccoci qua, caro amico. Ci ritroviamo nuovamente su questa scrivania per discutere del mio livello di sanità mentale, nonostante sia leggermente a senso unico come discussione, dato che continui a non esistere. Non ricordi? Ti avevo già inviato una lettera tempo fa, nella quale ti raccontavo di quanto questa stressante situazione mi stesse facendo impazzire. Ne è passato di tempo dall’ultima volta e sono cambiate molte cose. Innanzitutto mia sorella si è calmata. Ha finalmente capito che gli oggetti inanimati non sono propensi a tenere delle conversazioni con le persone. In compenso mia madre si è improvvisamente appassionata alle pulizie e ogni volta che ne ha l’occasione, brandisce il suo spolverino e lo passa su ogni atomo della casa. Ha persino ufficialmente decretato la domenica come giorno delle pulizie: scoccate le sette del mattino tutte le porte e le finestre si spalancano per far entrare uccellini dai colori sgargianti, scoiattoli saltellanti, topini sorridenti e, come se non bastasse, anche dei cervi; a questo punto pensi che possa spuntare Biancaneve fischiettando e invece vieni buttato giù dal letto dalle urla furiose di mia madre.

Non è l’unica ad essere sotto stress: lo siamo tutti (me compreso). Non vedo la luce del sole ormai da tre mesi e comincio a dubitare dell’esistenza di un ambiente esterno, nonostante abbia le testimonianze dei miei amici che dicono di essersi incontrati abbracciati e sbaciucchiati per bene … come se non ci fosse una pandemia globale in corso. Mi sa che sono rimasto l’unico adolescente sotto stress perché penso che la fase due sia stata tradotta come la soluzione ad ogni nostro problema. In futuro le cose potrebbero non cambiare. Ci potrebbero essere ancora l’isolamento, gli infetti, i morti: un contrattacco del virus (e la cosa non mi aggrada). È un po’ pessimista come punto di vista, me ne rendo conto, ma ciò non toglie che le possibilità che le cose peggiorino sono più alte di quelle che prevedono una soluzione o perlomeno un miglioramento. Questo ragionamento dovrebbe giustificare la mia grande prudenza riguardo all’uscire, per cui penso sia meglio rimanere a casa almeno fino alla fine della scuola. Per quest’estate ho un solo obiettivo: non avere debiti. Preferirei di gran lunga sorbirmi altri tre mesi in stato vegetativo sul divano pensando a quanto mi sto annoiando, che doverli passare su disequazioni e guerre tra feudi. Non ho parlato di viaggi aerei low cost improvvisati verso terre inesplorate come scommetto ti saresti aspettato, amico. Ho intenzione di vedere i miei amici, per quanto mi sarà possibile, e per il resto penso che passerò il mio tempo a scrivere a te o a una fidanzata immaginaria dedicandole canzoni (il che non sembrerebbe ridicolo se foste reali).

Difficilmente le persone si rendono conto dell’importanza del futuro e di quanto sia prezioso. Ricordo di aver sentito in radio una giornalista parlare della situazione attuale in Cina. Si era soffermata parecchio a parlare della scuola e dei provvedimenti che hanno preso a riguardo, in particolare dopo una domanda che le hanno proposto: perché sono ancora così restrittivi nonostante sia passato tutto questo tempo dall’inizio del loro lockdown? Rispose semplicemente dicendo che se avessimo la prospettiva di perdere il bene a noi più caro, faremmo di tutto per tenercelo stretto, a qualunque costo. Questa giornalista voleva sottolineare il fatto che in Cina hanno una visione diversa dalla nostra. Hanno passato un intero trentennio obbligati ad avere un solo figlio per famiglia per contrastare il sovrappopolamento e ora stanno difendendo ciò che considerano più importante: il futuro (e il futuro siamo noi, giusto?). Ammetto che sia un po’ presuntuoso pensare di valere così tanto, però scommetto che non ci hai mai pensato, amico mio. Tu conosci bene il paese in cui vivo e il tipo di persone che lo abitano. Tu sai bene quanto sia alto il valore di ciò che è concreto e quindi temporaneo. Il problema più grande (da quando ha cominciato a diffondersi il virus), è considerato la crisi economica. Ovviamente non ho intenzione di sottovalutare la cosa. Sono il primo a non voler finire a vivere per strada, ma vorrei provare a concentrarmi su un problema che forse dovrebbe essere maggiormente considerato. I soldi sono la rappresentazione di ciò per cui daremmo la vita qui in Italia: il benessere istantaneo. I figli, invece, simboleggiano il futuro; quello in cui proiettare le nostre speranze. Il punto è che penso che sarebbe saggio continuare ad andare a scuola senza andarci, perché nonostante sia consapevole del fatto che attraverso uno schermo passano meno informazioni, sono del tutto certo che un virus non ci passa proprio.

Per concludere, vorrei soffermarmi un’ultima volta sul futuro, che è come se non ci riguardasse: amico mio, scommetto che se anche esistessi non mi sapresti citare nemmeno una volta in cui il genere umano abbia reso prioritario altro, oltre ciò che soddisfa le comodità immediate. Penso proprio che questo sarebbe un buon momento per farci finalmente un pensierino.

Ora devo proprio andare amico, mia madre ha scoperto che si possono comprare i “kit per la casalinga perfetta” su internet. È meglio che vada a bloccarle la carta di credito se voglio evitare di ritrovarmi senza cena per il resto della vita. Sarebbe bello poterti dire “a presto”, ma preferirei non avere bisogno di scriverti ancora quindi addio, amico mio.

Marco Ghezzi,
2CLS, ITIS Cardano

Quotidianità – la nuova prospettiva imposta dal covid 19

In questo periodo molto complicato siamo costretti all’interno delle mura domestiche per evitare che i contagi a causa del virus aumentino. Ora come ora ricordo con malinconia i momenti passati in compagnia dei miei cari e dei miei amici. Nonostante le abitudini del quotidiano possano molto spesso sembrare banali e in certi casi monotone, hanno costituito sino ad ora il nostro regolare ritmo di vita. È proprio in situazioni particolari come queste che si ricerca la normalità, quella normalità che prima molto spesso annoiava ma solo ora si capisce che era inconsapevole fonte di felicità.  Come la siepe di Leopardi, anche le mura domestiche invitano a pensare, a fantasticare su quanto e su chi ci sia oltre, sulle  giornate vissute in compagnia degli amici. Solo guardando attraverso la finestra si capisce che ogni punto vicino alla propria abitazione è stato lo scenario di un momento particolare oppure in un momento riporta alla “solita”, fantastica e vecchia quotidianità. Prima dell’emergenza, guardando dalla finestra, si osservava solamente il paesaggio quasi per abitudine o per trovare tranquillità, mentre ora si vede che la piazza situata davanti alla propria dimora era il luogo in cui si prendeva il pullman per poi recarsi a scuola, oppure spazio di ritrovo con gli amici. Tutti i pensieri e le azioni riconducono a una vita normale e dunque segnano in modo particolare cambiando completamente il punto di vista delle cose. Si capisce solo ora la vera importanza delle “piccole cose”.

Altro aspetto che spaventa è il fatto che questo virus possa colpire una persona cara o semplicemente che si conosce. Sentendo diverse notizie, si  comprende che questa fase, molto lentamente, sta migliorando; però, nonostante ciò, si è sempre pervasi da pensieri negativi i quali purtroppo in alcune persone hanno causato profondi crolli emotivi.

In questo frangente, molte volte ho avuto l’occasione di pensare a fondo su ciò che accade. Penso sia tutto così surreale perché mai credevo che questo virus si potesse diffondere in Occidente, soprattutto in Europa. Abbiamo visto in televisione innumerevoli guerre, eventi catastrofici e terrificanti, ma comunque sempre lontani da noi, in parti del mondo distanti dalla nostra fragilissima “isola” felice. Poi tutto d’un tratto capita qualcosa che sconvolge la nostra vita, resetta ogni cosa e riporta tutti sullo stesso piano, ridimensionando l’uomo a un fragilissimo piccolo essere. Anche le relazioni e la comunicazione, in questa situazione si sono totalmente ridimensionate. Ne è un esempio concreto la scuola. Il fatto di partecipare a lezioni on line è un aspetto positivo che dimostra organizzazione; però, nonostante ciò, è possibile percepire il cambiamento radicale rispetto alla normalità. L’aspetto particolare è quello di non venire a diretto contatto con l’insegnante oppure con i compagni. Non si provano infatti le stesse emozioni vissute nel momento di un’interrogazione o verifica, ma  emozioni alterate dalla distanza. A scuola c’era l’opportunità di incontrare un gran numero di persone e così interagire con molti, facendo nuove amicizie. Tuttavia anche l’attività scolastica è influenzata da questa nuova metodologia di studio. Si possono infatti riscontrare diverse problematiche: dalla difficoltà di connettersi alle piattaforme a causa della linea internet a quella di apprendimento della lezione. Inoltre questa pandemia ha causato, e causerà, diverse problematiche in ambito economico che creano ulteriore ansia e insicurezza nelle persone, timorose di  quello che succederà in un futuro prossimo.

L’emergenza Covid mi inquieta e mi disturba. Mi ha insegnato però ad apprezzare la normalità, per niente scontata, alla quale non abbiamo mai dato troppa importanza e a capire che molte delle cose e attività che prima ci sembravano indispensabili, siano in realtà passate subito, in men che non si dica, nella lista “non di prima necessità”.

                                                                                                      Carolina Palladini,
2DLS, ITIS Cardano

Il mondo al tempo della quarantena

È da ormai più di due mesi che il mondo si trova in questa quarantena forzata, un evento che verrà probabilmente ricordato da tutti come la maggiore privazione di libertà dai tempi della seconda guerra mondiale. Parlando in via più personale, posso affermare che sono almeno due mesi che sono confinato all’interno delle mura casalinghe, poiché sono entrato in contatto con il virus quando ancora non era stato classificato pandemia e di conseguenza sono stato obbligato alla quarantena forzata ben prima del resto della popolazione.  Inizialmente ho preso la situazione quasi come una benedizione, insomma potevo stare a casa mia e diminuire notevolmente le ore scolastiche, era praticamente una vacanza. I problemi sono iniziati a manifestarsi dalla seconda settimana, quando ho iniziato a finire le cose da fare. Fino a quel momento non avevo mai avuto così tanto tempo libero e pensavo che avrei passato la quarantena rilassandomi e dedicandomi  a me stesso. Ma più il tempo passava più mi rendevo conto di quanto non avessi mai effettivamente quantificato il mio tempo libero ideale, e mi sono ritrovato così ad avere ore ed ore in cui non avevo la più pallida idea di cosa fare; più il tempo passava più finivo le idee e si allungavano i tempi morti.  Ho iniziato inoltre ad accorgermi che la mia salute mentale stava calando, ero diventato completamente intrattabile, tendevo a rinchiudermi in me stesso e  a pensare pressoché al niente. Inoltre ho iniziato a perdere gradualmente l’interesse verso qualsiasi cosa fino ad arrivare ad avere la percezione di intere giornate da riempire. Mi sono chiesto quanto sarebbe potuta andare avanti la quarantena e, più pensavo alle conseguenze che avrebbe avuto sulla nostra vita, più mi deprimevo, i contatti con le persone mi rendevano isterico e l’unica cosa che volevo era il silenzio.  Inoltre la convivenza forzata solo con i miei familiari me li aveva resi insopportabili al punto che ho deciso di rinchiudermi in camera e restare da solo in completo silenzio per due giorni.  Ho spento tutti i dispositivi elettronici e mi sono messo a pensare, sapevo che l’unica cosa che potevo fare era ragionare da solo per poter prendere coscienza del fatto che tutto ciò che stava e sta accadendo è reale e accettare le conseguenze che questo porterà nella mia e nella vita di tutti.

Passati questi due giorni, sono riuscito a riprendere la ragione; continuo a non trovare interesse per nulla, ma cerco di adattarmi e di aiutare in casa facendo piccoli lavoretti nel tentativo di trovare un senso. Mi manca la semplicità di un ambiente scolastico, nel quale l’essere circondati da persone ci rende indifferenti e silenzia le domande e i pensieri che ci tormentano; mi manca avere una routine che, per quanto sia noiosa, mi rende me stesso. Trovo che questa mancata libertà fisica mi porti ad un’apertura mentale e di pensiero fin troppo ampia che mi spinge a ragionamenti sui quali una persona non dovrebbe neanche avere la possibilità di interpellarsi perché troppo complicati o remoti. La reclusione nella nostra dimora porta quindi sì ad un riflessione ed ad una completa immersione nei nostri pensieri; ma la persistenza di questo sentimento diventa fin troppo grande da gestire.

Così ad una persona come me inizia a mancare la semplicità con la quale la nostra routine giornaliera ci preclude questo tipo di pensiero, costringendoci a rimanere immersi nella società reale e  proteggendoci  da pensieri  talmente profondi che in realtà ci spaventano.

                                                                                              Alessandro Protti,
2DLS, ITIS Cardano

Pensieri, parole, opere e omissioni

Il pensiero “ai tempi del Coronavirus”.

Tralasciando la parte introduttiva riguardante il perché siamo in questa situazione, ed il perché le nostre libertà personali siano state calpestate così velocemente (com’è facile), cercherò di concentrarmi subito sulle mie, ma penso proprio della gran parte di noi, reazioni ed impressioni. La parola “quarantena” è in realtà la versione veneta della parola “quarantina”, questo perché i veneziani già nel corso del Medioevo intuirono i meccanismi di propagazione delle malattie, e per questo, in tempo di pestilenza, l’ equipaggio di ogni nave che entrava nella laguna era soggetto ad un periodo di isolamento di circa quaranta giorni. La nostra quarantena non è certo paragonabile a quella di quegli uomini, in un’epoca con scarse conoscenze mediche, poche se non nulle norme sanitarie, e malattie tanto letali quanto incurabili. A noi, semplicemente, vien chiesto di stare in casa, insieme a tutti gli agi che il  mondo ci offre. Sfortunatamente, la modernità ci ha anche imposto ritmi serrati, in uno stile di vita dove orari e routine sono persistenti ed onnipresenti. L’esperienza del lavoratore del trovarsi a casa, con tutto il tempo libero, per quanto facilmente sempre desiderato, può senza troppi indugi trasformarsi in un baratro di noia ed angoscia, quest’ultima senza dubbio alimentata dalla presenza continuata dell’argomento pandemia su ogni notiziario, ma anche su molti programmi solitamente non destinati alla divulgazione di informazioni. E come se non bastasse, il capitalismo è riuscito a marciarci a braccetto, trasformando gli annunci pubblicitari dalla tipica forma “Comprate questo prodotto” alla formula “Il Paese è forte, comprate questo prodotto”.  Troviamo perfino aziende che pubblicizzano l’aver fatto qualche donazione, il che a me personalmente provoca ilarità, poiché si tratta di donazioni  che spesso  faticano a  superare l’ammontare speso per l’acquisto dello spazio pubblicitario televisivo (in primis sulle grandi reti). Inoltre da ormai settimane, su quasi ogni rete, persistono annunci che ricordano a tutti noi le norme sanitarie di base, le tanto decantate “misure di contenimento”, accompagnate da un fastidiosissimo motivetto a volume rialzato che pare fatto apposta per innervosire. Per tornare alla tanto famosa siepe leopardiana e al suo significato figurato, tengo a sottolineare quanto io, stufo dell’argomento, abbia smesso da tempo di pensare alla nostra situazione o a quel che v’era prima (nemmeno fossimo fanti in trincea, quelli sono i medici, secondo diversi media che hanno preso la parola “trincea” tanto a cuore…) o a quel che sarà dopo. Anche perché, probabilmente, il “dopo” sarà così graduale da sembrare impercettibile, e da farci quindi quasi pensare che l’allerta non sia mai finita. Posso dire di aver preso questo periodo di isolamento come routine, e devo essere onesto, non ho quasi mai avuto il tempo di annoiarmi, grazie ai nostri professori così accorti nel darci un carico di lavoro di tutto rispetto, e, naturalmente, delle “care” lezioni online. Da non trascurare il fatto che nella mia famiglia lavorano ancora tutti e per tutto il giorno (rientrano nelle professioni di servizio essenziale) e ciò è senza dubbio positivo dal momento che pare  la convivenza di più persone nello stesso luogo senza interruzioni e per lungo tempo porti alla pazzia… Avendo altresì affermato di essere arrivato quasi a ignorare la mia situazione, sul piano emotivo sono invece piuttosto attivo, se così si può dire, considerando che sono “arenato” in uno stato di apatia e di quasi rassegnazione, sterile d’ogni entusiasmo, cosciente di come noi tutti ci stiamo avviando in un futuro piuttosto buio di crisi economica e sociale, come del resto avviene da sempre nei luoghi colpiti dalle epidemie. Non mi resta quindi che attenermi a ciò che lo Stato ordina di fare, sperando che questa scomoda situazione “spiri” al più presto.

                                                                                            Leonardo Poncina,
2 DLS, ITIS Cardano

… ED È BELLO RESTARE QUI

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, così recitava Giacomo Leopardi nella lirica “L’infinito”, in cui la siepe sollecitava l’io lirico a fantasticare e rappresentava una barriera con il mondo esterno capace di attivare la mente, valicando i confini dello spazio. In questo momento molto particolare siamo costretti all’interno delle mura domestiche per intere giornate, mura che ricordano la siepe di Leopardi.

Nella sua poesia, Leopardi allude alla siepe come a una barriera, ma al tempo stesso a un incentivo per fantasticare, per andare oltre la realtà. In molti nello stesso momento in cui io sto scrivendo staranno pensando alle loro vite, staranno viaggiando nei ricordi, staranno guardando fuori dalla finestra ammirando la libertà che si trova proprio di fronte a loro ma che non possono raggiungere, una libertà che non pensavano di avere fino a quando non gli è stata tolta a forza. E adesso mi chiedo solo “Perché?”. Perché è successo tutto questo? Perché sono chiusa in casa mia a fissare i miei pensieri e non posso uscire? Perché siamo arrivati a questo punto in cui il solo metter piede fuori dalle abitazioni è un pericolo?

E arrivo solo a una conclusione: è colpa nostra e dei nostri interessi. Fino a qualche mese fa, eravamo tutti ammassati in una piazza o protestavamo lungo le strade delle città più grandi per l’inquinamento e per il riscaldamento globale e ora, invece, per colpa di un essere microscopico siamo tutti segregati in casa con la paura di uscire dalle mura della nostra “fortezza”.  Questo virus è stato scoperto più di un mese prima di quanto non sia stato in realtà rivelato, ma il governo cinese non ha voluto dire o fare nulla perché avrebbe intaccato l’economia e ha dato così al virus la possibilità di riprodursi ed espandersi anche negli altri Stati e continenti. Le autorità italiane hanno comunicato ai cittadini di rispettare alcune norme per la sicurezza sanitaria e di evitare di uscire di casa… tuttavia molti cosa hanno fatto? Hanno cominciato a uscire più di prima, con la giustificazione di avere il diritto a girare per le strade liberamente, senza preoccuparsi di tutto ciò che era stato detto. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze, chi più e chi meno, dolorose. C’è gente in questo momento che sta pensando di essere sfortunata a dover rimanere chiusa in casa tutto il giorno e che si starà lamentando di quanto brutta e noiosa sia la sua vita e poi c’è chi, chiuso in una stanza di ospedale, magari anche attaccato a un respiratore, non può nemmeno dire un misero “ciao” ai familiari, che sperano soltanto che continui a combattere e che non finisca come tanti altri in un furgone militare diretto verso un forno crematorio.

Io penso di essere fortunata, ovviamente come ogni essere umano è ammissibile che qualche volta mi lamenti o che mi arrabbi, magari per qualche dispetto di mio fratello o per l’equazione che non mi esce mai corretta, ma cerco sempre di pensare che qualcuno, in questo mondo, in questo Stato, in questo piccolo paesino in cui mi ritrovo, sia sempre più sfortunato di me e che abbia maggior diritto di lamentarsi di quanto ne abbia io.

Questa mia riflessione mi porta a pensare alle mura di casa mia come la siepe che Leopardi considerava un incentivo per fantasticare. Ma io non posso. Non posso vedere queste pareti come un ammasso di rami e foglie. Non posso immaginare che oltre questa barriera ci sia un mondo che in realtà non esiste. Mi basta solo affacciarmi alla finestra e osservare le strade vuote oppure accendere la televisione e vedere immagini di soldati in guerra, di bambini che soffrono la fame, di persone ricoverate in ospedale per colpa di questo maledetto virus, per ricordarmi in che mondo vivo. Magari posso sembrare pessimista o senza immaginazione, ma è questa la realtà dei fatti e noi non possiamo cambiarla. Ovviamente, come tutti i ragazzi della mia età, anch’io mi sento oppressa dalla situazione, mi sento come chiusa in gabbia e l’unica cosa che vorrei fare è quella di aprire la porta e volare via come i merli che dalla mia finestra vedo sfrecciare liberi nel cielo. La situazione in casa inoltre non è delle migliori, con i miei fratelli che disturbano ogni due per tre, perché non sanno cosa fare durante le loro giornate, oppure con mia madre che vedo poco, se non qualche ora a pranzo e alla sera tardi, per via del suo lavoro. Tutto questo mi rende molto triste e spesso penso a come potrebbe essere la vita in un altro mondo, dove non esistono le malattie, i virus, il riscaldamento globale, la fame, le guerre, i pensieri negativi e malvagi. Un mondo che sia pieno di felicità e allegria, dove tutti sono uniti.

Questi giorni però non sono solo dominati da tragedie e terrore. Ci sono giornate riempite dai bei momenti in famiglia,  con una grigliata tutti insieme o un’avvincente partita a monopoli, o da cose comuni ma che riempiono il cuore, come fare una videochiamata con gli amici, leggere un libro con il vento che entra dalla finestra, viaggiando in mondi fantastici che nemmeno Leopardi con la sua siepe poteva raggiungere, oppure ancora guardare una serie televisiva dopo un’altra, rimanendo sveglio l’intera notte e ritrovandosi il mattino dopo con due occhiaie che farebbero spavento a chiunque. È per questi piccoli momenti speciali che io sono felice di essere qui e non da un’altra parte, di rimanere a casa e non di uscire a bighellonare, di vivere in questo mondo e non di crearmene uno perfetto nella mia testa, che sarebbe  noioso e non avrebbe valore. È per questo che sono felice della realtà in cui mi trovo.

                                                                                           Giulia Venco,
2^DLS , ITIS Cardano

Maturità 2020: nella mente dei ragazzi

Chi avrebbe mai creduto a una simile emergenza mondiale?

Probabilmente, fino a qualche mese fa, solo l’idea sarebbe sembrata ai nostri occhi inconcepibile se non tra le pagine di un romanzo distopico. Invece, oggi ci troviamo davvero a dover fronteggiare un terribile evento.

L’Italia si è fermata, e cosi sembrerebbe anche il tempo, quando in realtà sta solo sfuggendo dalle nostre mani, statico e inarrestabile. Così come l’Astolfo di Ariosto in groppa all’ippogrifo si recava sulla Luna a recuperare ciò che era stato perso in Terra, l’uomo è corso prematuramente a caccia di grandi imprese senza un piano per fronteggiare le conseguenze delle sue illusioni. E’ bastato un essere microscopico, un minuscolo virus, a rendere impotente la grandezza dell’uomo che, nel corso della storia, ha ostentato di essere il padrone del mondo per poi stampare le proprie orme sulle deserte pianure di un pianeta sconosciuto e pretendere pure di piantarci una bella bandiera, metafora di prepotenza e superbia.

Il cosmo non è nostro e dovremmo accettarlo.

Come da tradizione in questo periodo, i maturandi sono particolarmente preoccupati per le sorti dell’Esame di Stato, con la piccola differenza che quest’anno la Scuola italiana è stata costretta ad adattarsi in tempi brevissimi alla nuova realtà. Ha dovuto declinare vecchi programmi a nuove piattaforme per continuare a dialogare, attraverso l’evanescente etere, con noi studenti stupefatti di fronte al prodigio della sua veloce metamorfosi. Certo, si è svecchiata seguendo le mode digitali, ma talvolta trascurando le esigenze e le difficoltà di noi giovani fruitori: difficoltà didattiche (persa la rassicurante nera lavagna con gessetto), telematiche (ma dov’è la fibra?) e  umane (ci guardiamo attorno: siamo soli!).

La problematica ha travolto gli studenti italiani di ogni ordine e grado, ma ancor di più i maturandi, che si trovano ancora oggi con l’incognita dell’Esame di Stato. Se inizialmente la Ministra aveva garantito il regolare svolgimento delle prove, i successivi decreti hanno messo in dubbio questa prima affermazione, fino ad arrivare all’ultimo: in caso di rientro il 18 Maggio si svolgeranno le due prove scritte e l’orale in presenza, viceversa una sola lunga prova orale online.

La maturità ai tempi del Covid-19 sarà ricordata dalle future generazioni come la più fortunata e la meno impegnativa del nuovo Millennio, quando in realtà il continuo aggiornarsi dei vaghi decreti ministeriali non ha fatto altro che aumentare insicurezze e fragilità negli studenti, oltre a quelli tipici della maturità e quelli portati dalla nuova pandemia. Prima fra tante insicurezze e paure c’è l’eventualità di vedere sminuiti o non riconosciuti gli sforzi compiuti durante il percorso di cinque lunghi anni; lo studente non vede la luce in fondo al tunnel, si sente alienato e demotivato: è inevitabile quindi un peggioramento della qualità dello studio. Solamente uno sconsiderato potrebbe riuscire a studiare, scrivere e leggere serenamente in un momento tanto tragico, isolato in casa e senza la possibilità di avere contatti con amici, famigliari e, perché no, anche amori.

Nel caso del possibile rientro non è detto che tutti gli studenti siano pronti a sufficienza per affrontare due prove scritte, ma allo stesso tempo sembra riduttivo valutare il sudato percorso attraverso un orale online. Perché invece non è stata presa in considerazione l’opzione di fare rientrare sui banchi solamente i maturandi nei mesi estivi (a luglio?), in modo da potere sostenere un colloquio in presenza?

Che futuro possiamo aspettarci noi giovani?

Non dimentichiamo che oltre alla maturità ci aspetta l’inizio della nostra carriera universitaria, i test d’ingresso alle facoltà più ambite e per molti l’inizio dell’esperienza lavorativa. L’incognita che ci troviamo di fronte è in parte dovuta a una certa indifferenza e mancanza di risposte da parte delle autorità competenti. Anche il fatto che venga proposto un possibile ritorno tra i banchi di scuola negli ultimi giorni di maggio è la prova della superficialità delle autorità che forse dimenticano le condizioni in cui versano molti edifici scolastici che ospitano i ragazzi che saranno il futuro del nostro paese. Aule sovraffollate, spazi limitati, carenza di strumenti per provvedere alla sanificazione, strutture a volte obsolete, potranno adattarsi alle normative anticontagio tanto decantate dal Ministero della Salute?

Francesca Manara, Beatrice Pestoni,
5 DLS, ITIS Cardano

Un sorriso

Caro diario,

oggi fanno quasi due mesi che la scuola è chiusa. L’Italia e gran parte del mondo (esclusa la Groenlandia ovviamente: giuro che quando finisce questo caos mi ci trasferisco) sono in una quarantena che piano piano si avvicina ai 40 giorni che le spettano di nome.

Il tempo scorre lento e le giornate si assomigliano tutte. La mattina mi sveglio mezz’ora prima dell’inizio delle lezioni, faccio colazione e il resto della mattinata passa tra le equazioni di secondo grado e il regno dei Franchi. I ritmi scolastici sono cambiati, come d’altronde lo sono le abitudini che prima scandivano la mia giornata. Il tempo a tratti si dilata e si restringe, il pomeriggio passa in fretta tra libri, film, compiti da fare e momenti di creatività. Inganno il tempo disegnando e leggendo, lasciando che la mia mente viaggi libera, mentre il mio corpo non può farlo.

All’inizio, la prima settimana, sembrava una vacanza ma col passare del tempo l’entusiasmo di qualche giorno in più senza scuola è sparito, la noia ha preso il sopravvento e le mancanze si fanno più insistenti. Mi mancano gli amici, il contatto fisico con le persone e persino la scuola. Per la verità non mi manca la scuola intesa come lezioni e studio, mi mancano quelle piccole abitudini che scandivano la mia giornata studentesca. Alle 7 e 15 di mattina aspettavo il bus nel freddo dell’inverno con il sole che albeggiava di fronte a me, prima dell’inizio delle lezioni chiacchieravo con gli amici, poi prendevo il mio solito caffè nero per iniziare la giornata con un po’ di energia. Alla fine delle lezioni tornavo a casa affamata come un leone e poi il pomeriggio volava tra compiti e altro. Mi manca tutto questo, anche se prima lo trovavo stressante.

In un certo senso adesso abbiamo più libertà, possiamo fare quello che vogliamo con i nostri ritmi, senza dover seguire gli orari della società. Ma dall’altro lato, a lungo andare diventa tedioso. Abbiamo un’esigua varietà di cose che possiamo fare per trascorrere la giornata e tutto sta diventando ripetitivo.

Mi manca la parte della ma famiglia che vive a Milano, abbiamo festeggiato un po’ di compleanni con le videochat ma non è la stessa cosa. Sento la loro voce e vedo un’immagine sgranata sullo schermo, ma vorrei tanto poterli abbracciare. Mi sembra di essere circondata da una sottile barriera invisibile, eppure invalicabile.

Nonostante tutto, sono dell’idea che la gioia si possa trovare nelle piccole cose anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Personalmente le mie piccole isole di felicità le trovo nel caffelatte la mattina, nel rileggere per la seconda volta tutta la saga di Harry Potter, nel dipingere con gli acquerelli ascoltando la musica e nel concentrarmi su un problema di matematica particolarmente ostico.

Mentre noi siamo chiusi in casa, fuori il placido tepore primaverile inizia a scaldare le giornate, la natura rinasce e gli animali riconquistano le città che sembrano ormai abbandonate. Quando usciremo dopo tanto tempo troveremo un mondo diverso, un’esplosione di colori e profumi. Sembrerà come essere stati in letargo, ci siamo addormentati che faceva ancora un freddo umido e c’era la nebbia, e ci risveglieremo in piena primavera.

La mia fiducia per superare questo periodo non è riposta nell’umanità, bensì nell’occhio saggio e imparziale della natura, sono sicura che la terra riuscirà a trovare la soluzione migliore per la vita, d’altronde l’ha fatto per 4 miliardi e mezzo di anni, perché dovrebbe smettere proprio adesso? Non ho la più pallida idea di come questa ‘soluzione’ si scontrerà con gli umani, a parere mio tutto quello che possiamo fare è seguire l’istinto di sopravvivenza come stiamo facendo da un mese e mezzo a questa parte.

Il mio consiglio è cercare di affrontare questo periodo sorridendo, il sorriso è come un abbraccio per gli occhi degli altri e al momento tutti hanno bisogno di un abbraccio.

Ti lascio con una citazione diFred Weasley, dei libri di Harry Potter, che secondo me calza perfettamente alla situazione: “Oggi la gente ha bisogno di ridere per sopravvivere”.

Detto questo devo andare a preparare gli gnocchi alla romana per stasera e non sarà proprio una passeggiata date le mie scarse doti culinarie, ma almeno è un modo per passare il tempo.

Tua Livia

                                                                                 Livia Ghiglia,
2 CLS, ITIS Cardano

A tutti coloro che non riesco a vedere più di persona

Inizialmente non mi dispiaceva, questa quarantena. Una chance di pausa, di relax, che consisteva in una settimana senza scuola. Per sette giorni, niente impegni, niente verifiche, interrogazioni. Però questi sette giorni sono diventati quattordici, poi ventuno, fino a trasformare quella che era una vacanza in un problema. Il brutto delle routine è proprio quando l’abitudine è costretta a spezzarsi: dove prima c’era certezza ora c’è confusione. Ovviamente una nuova routine si sta costituendo, ma non è niente in confronto a quella precedente. È più… vuota. Le lezioni online consistono nel fissare uno schermo, una solitudine armata con webcam e microfono. Non che fosse meglio quando la scuola era ancora incerta sul da farsi: dopo due settimane passate a svegliarsi all’una del pomeriggio e a vegetare fino all’una di notte anche quello che sembra il paradiso adolescenziale fa cadere la maschera per rivelare il suo vero volto, il tedio.

Anche se non avrei mai pensato di dirlo, ma mi manca alzarmi e vedere l’alba cremisi fuori dalla finestra, il telegiornale perennemente acceso in quella mezz’ora di mattinata domestica. Mi mancano le chiacchierate con Livia e Valerio nel freddo delle 8 di mattina prima del suonar della prima campana. Dovrei considerarmi fortunata a vivere in una cascina, quando molti dei miei amici non possono nemmeno mettere piede fuori dalla porta, ma è solo un’estensione delle mura invisibili erette per la nostra stessa sicurezza. Senza contare che ho passato il mio sedicesimo compleanno in quarantena, un traguardo che avevo sperato di trascorrere in modo ben diverso.

Ho perso mesi di sessioni di giochi di ruolo e di incontri creativi (praticamente dove io scrivo e altri disegnano). Penso che proprio perché l’essere tra le proprie quattro mura trasmette un senso di pacatezza, che la mia motivazione è rimasta sepolta tre metri sottoterra. È tutto troppo placido. Ormai le mie giornate le passo a leggere libri che so a memoria e a giocare ai videogiochi, se non vogliamo contare le attività scolastiche. Nonostante tutto però sono felice che grazie ai miei sacrifici, insieme a tutti quelli di chi resta a casa, la situazione stia migliorando. Non penso che le persone realizzino la gravità della situazione finché qualcuno di vicino a loro non rischia la vita. Solo allora la verità ti colpisce per quello che è, facendo scoppiare la bolla di ilarità e di testarda ma beata ignoranza nella quale ti eri rifugiato. Eppure questo sembra l’unico modo per molti di tirare avanti: perché se non si ride allora si piange.

                                                          Giada De Palma,
2 CLS, ITIS Cardano

Al mio caro amico….

Caro amico, qui sta succedendo un putiferio. Ormai i miei genitori quasi non mi parlano più e mia sorella in questo momento ha cominciato un’accesa conversazione col comodino perché non le ha nemmeno chiesto scusa quando le ha urtato il mignolo e non si è degnato di spostarsi. Non posso biasimarla: io mi sono addirittura messo a scrivere a te, amico, che nemmeno esisti. Siamo messi male, perciò questa volta ti racconto tutto quanto dall’inizio.

Era una giornata come tante altre e stavo tornando da scuola. Aspettavo l’autobus in stazione, quando sentii due sconosciuti parlare. Sembravano molto presi dall’argomento e, non avendo nulla di meglio da fare, li ascoltai: “Ah davvero? Eh dai, non scherzare. Tu questo sabato sera esci con noi”. “No amico, ti giuro che ‘sta volta proprio non ne ho voglia”. “Bene, fai come vuoi… io non rimarrei chiuso in casa il sabato sera, nemmeno se scoppiasse una pandemia globale”.

Non l’avesse mai detto! Esatto: in questo momento sono seduto sul divano di casa mia a scriverti mentre là fuori ci sono migliaia, se non milioni di persone che lottano per sopravvivere a uno dei virus più contagiosi della storia. So che è spaventosa la situazione, presentata in questo modo, però dal mio punto di vista non è così male.

Abbiamo avuto una grande fortuna, o forse sono stati il grande senso civico e il ripudio della sconsideratezza a salvarci? Tutti i miei familiari e i miei amici stanno bene, dato il fatto che siamo tutti barricati in casa, intrappolati nella morsa letale della noia, che non ci lascia scappare. La noia è sempre stata rifiutata dalla società. Si è sempre avuto qualcosa da fare, qualcosa a cui pensare, ma quando tutto ciò sparisce, si è costretti a guardare in faccia se stessi e la realtà cosa che, ripeto, abbiamo sempre cercato di evitare. Sono nati tanti stereotipi: dall’influencer improvvisato, al ribelle che esce con ogni scusa possibile, al sociopatico che si sta chiedendo perché tutti si lamentano sui social, dato che nella sua vita non è cambiato assolutamente nulla rispetto a prima. Per me non è un’impresa ingannare il tempo. Ho ritrovato un sacco di serie tv mai viste perché troppo lunghe, ho ritrovato l’idea di una canzone che volevo scrivere tanto tempo fa, semplicemente accorgendomi della presenza della chitarra impolverata in salotto, ho ritrovato la folle idea di scrivere un libro e persino quella di scrivere un pezzo comico. Finalmente ora ho l’occasione di riscoprire i miei hobby. Sono sempre stato ostacolato dalla scuola e devo dire che anche ora si dà da fare.

 Oltre alla spensieratezza, ci sono molte cose che mi mancano della vita di prima: il contatto umano, ovviamente, la relazione, il solo poter abbracciare qualcuno che non sia  un cuscino; l’aria aperta (l’altro giorno sono uscito in balcone e mi sono spaventato, ho alzato la testa di scatto chiedendomi dove fosse finito il soffitto); la quotidianità (noia dovuta al ripetersi di azioni e avvenimenti sempre uguali giorno dopo giorno e non dovuta dall’assenza di queste).

Mi manca anche il poter mentire a me stesso, hai letto bene amico: era così facile e comodo avere una vita quasi prefabbricata per poter dire di non esserne all’altezza, ma ora che il pacchetto standard è cambiato, non ho scuse e devo affrontare la vita a testa alta se ne voglio uscire migliore, o perlomeno integro; e vale per tutto, anche per le cose più insignificanti.

Può fare paura ma ogni volta che ripenso a cose tristi, ogni singola volta in cui penso che sia meglio lasciarsi andare, arrendersi e mollare tutto, chiedo a me stesso: “cosa cambierebbe in te se riuscissi ad uscirne?”, e ogni volta mi convinco che è meglio così e che alla fine di tutto ne sarà valsa la pena.

Amico mio, ora devo proprio lasciarti. Ho notato che mia sorella ha finito di lamentarsi col comodino e ora sta discutendo col frigo. È meglio che vada a dirle che anche se continua a chiedergli dov’è il latte, non le risponderà e che per scoprirlo dovrebbe aprirlo, il frigo, e non parlarci; ma è così divertente. Spero che te la stia cavando anche tu, ovunque tu sia. A presto.

Marco Ghezzi,
2 CLS, ITIS Cardano

La fine

Molto probabilmente non succederà presto e tra poco usciranno nuovi decreti che ci imporranno di restare a casa, ma nessuno ha ancora perso la speranza e tutti aspettiamo pazientemente la fine della quarantena.

Ognuno si inventa nuove modalità di intrattenimento e anche se uscire è la cosa più desiderata al mondo, dobbiamo restare in casa per poterci assicurare la vittoria e riprendere la vecchia vita.

Io ho moltissimi progetti in mente per quando tutto ciò finirà, come uscire con gli amici in centro, guidare la mia moto in campagna, quando sarà estate andare in piscina con gli amici; ma la cosa più importante è tornare a scuola: penso che ogni studente, anche il più svogliato, abbia questo desiderio, perchè la scuola è un ambiente che riesce a cambiare chiunque, anche il peggior indisciplinato. E penso che tutti concordino con me.

Restando in casa ho scoperto nuovi hobby come gli esercizi sportivi, per i quali non ho nessun problema perchè il mio giardino è enorme, ma

finita la quarantena vorrei fare il patentino per la moto, per poter girare ovunque io voglia.

Credo che tutto ciò finirà verso l’estate e, se così fosse, vorrei andare in vacanza nel mio paese d’origine, la Romania.

Intanto, dobbiamo tenere duro e aspettare, per assicurarci la possibiltà di poter uscire di casa di nuovo!

                                                        Gheorghe Pitu,
1 AI, ITIS Cardano

La realta’

Quello che stiamo vivendo è un momento molto difficile, che però bisogna affrontare nel bene e nel male.

Da un lato si sta a casa: certo, è bello stare a casa, non c’è nessuno che ti disturba e puoi fare quello che vuoi.

Dall’altro ti accorgi però che la scuola, per quanto possa essere noiosa,  è anche un luogo di ritrovo per noi studenti e a noi piace stare insieme.

E non mi sto riferendo soltanto alle scuole chiuse, ma anche alle normali attività che svolgiamo durante il corso della settimana e che ora non possiamo più svolgere: le uscite il sabato con gli amici e i ritrovi in centro, ormai, sono diventate le uniche cose che desideriamo e vorremmo fare veramente in questo momento.

Non sappiamo ancora quando finirà l’emergenza e neanche se mai finirà, ma sono certo  che la mia felicità in quel momento sarà immensa e che, soprattutto, il mondo verrà visto con occhi completamente diversi non solo da me, ma da tutti. Impareremo ad apprezzare di più anche le piccole cose a cui prima non avremmo mai fatto caso, perché questi momenti solitari e bui non sono soltanto momenti di tristezza ma anche di riflessione.

Sto dicendo che per alcune persone questi momenti di pausa potranno servire anche in futuro, un futuro prossimo o remoto. Servirà però, come serve mantenere la calma adesso, pensare che non è tutto finito e che quelle belle serate con gli amici un giorno possano ritornare realtà. Ed è proprio su questo che mi vorrei soffermare un attimo per dire cosa ci manca adesso. Siamo con i nostri parenti 24 ore su 24, la tecnologia ci ha permesso di comunicare con i nostri amici anche a distanza e quindi, ripeto, ciò che ci manca molto è probabilmente quella “cosa” indescrivibile che ho citato prima: la realtà.

                                                                                    Stefano Cassani,
1^AI, ITIS Cardano

Una nuova liberta’

QUESTO PERIODO TURBOLENTO CAUSATO DEL CORONA VIRUS DURA ORMAI  DA UN MESE E MEZZO.

LA SITUAZIONE IN QUESTO PERIODO NON È MIGLIORATA, MA PEGGIORATA CON TANTE PERSONE CHE PURTROPPO SONO DECEDUTE, NONOSTANTE ALTRE PERSONE SIANO GUARITE. LA SITUAZIONE ANCORA E’ PREOCCUPANTE, QUINDI IL GOVERNO CI HA DATO DELLE REGOLE DA SEGUIRE, COME STARE A CASA E USCIRE SOLO PER CASI DI URGENZA.

QUESTO PERIODO NON SI SA ANCORA QUANDO FINIRA’, MA SPERO MOLTO PRESTO PERCHE’  MI MANCANO LE RISATE, LE USCITE E GLI SCHERZI TRA AMICHE.  VORREI TORNARE ANCHE ALLE MIE ABITUDINI, COME ANDARE A SCUOLA E FARE COLAZIONE CON LE MIE COMPAGNE DI CLASSE.

IL PRIMO GIORNO DI LIBERTA’ PENSO DI ANDARE DALLE PERSONE A ME CARE E DA CUI SONO STATA DISTANTE PER MOLTO TEMPO: NON VEDO L’ORA DI STARE CON LORO E DI RICOMINCIARE, PIANO PIANO, A RITORNARE ALLA NORMALITA’.

IO SONO UNA RAGAZZA MOLTO ANSIOSA, QUINDI PENSO CHE NEI PRIMI MESI DI APERTURA FARO’ MOLTA ATTENZIONE, FIN QUANDO SARO’ SICURA CHE TUTTO SIA DEFINITIVAMENTE FINITO.

SPERO COMUNQUE DI RITORNARE PRESTO ALLA NORMALITA’,  PERCHÉ AMO L’ESTATE E QUINDI VORREI ANDARE AL MARE E  IN PISCINA O ALLE FESTE DEL PAESE CON LE AMICHE. SEMBRA STRANO, MA VORREI RITORNARE A SENTIRE I RUMORI DELLA NORMALITA’, COME IL TRENO CHE PASSA E LE RISATE DELLE PERSONE PER STRADA. VORREI DIVERTIRMI  GIOCANDO E SCHERZANDO, GODENDOMI L’ESTATE COME OGNI ANNO. APPENA

FINITO TUTTO, MI PRECIPITERO’ CON MIA MADRE E MIA SORELLA A FARE “TRUCCO E PARRUCCO” E MI COMPRERO’ TANTI NUOVI SMALTI, VISTA LA MIA ENORME PASSIONE PER LE UNGHIE.

NON VEDO L’ORA DI RITORNARE AL BAR DI MIO PAPA’ , PER POTER FAR FESTA CON TUTTI I MIEI AMICI E VORREI  ANCHE CHE LA MIA FAMIGLIA RITORNASSE A LAVORARE.

MA VORREI ANCHE RITORNARE AL PIÙ PRESTO A DEDICARMI AI MIEI DUE HOBBY PREFERITI, IL TIRO CON L’ARCO E IL BOWLING.

QUESTI MIEI PROGETTI MI AIUTANO A FAR PASSARE LE ATTUALI INTERMINABILI GIORNATE.

IN QUESTI GIORNI SONO UN PO’ SFIDUCIATA, PERCHE’ TUTTI NOI GIOVANI ABBIAMO PAURA DEL FUTURO E NON SAPPIAMO ANCORA IN CHE MODO TORNEREMO ALLA NORMALITA’

                                                                                                       MICHELLE  BARATTI,
1AI, ITIS Cardano

Un brindisi

Questo è un momento difficile per tutti, grandi e piccini. Noi ragazzi stiamo soffrendo certamente la lontananza dagli amici, dai parenti e, perché no, anche dalla scuola.

Secondo me ci sono però persone che soffrono decisamente più di un ragazzo costretto in casa: i medici, gli infermieri, il personale sanitario, senza contare tutte quelle persone che hanno subito una perdita e che magari non hanno neanche potuto salutare i propri defunti.

Quando tutto questo sarà finito… non oso immaginare quale felicità possa scoppiare in ognuno di noi quando finalmente potremo tornare alla vita di sempre. Non si comprende mai quanto si è fortunati a possedere una cosa fino a quando ce la portano via, figuriamoci se questa ‘cosa’ è la libertà! Credo che ci saranno delle feste in tutto il nostro Paese, durante le quali la gente finalmente potrà incontrarsi di nuovo, riabbracciarsi e baciarsi. Si faranno tanti brindisi alla fine della quarantena: penso a tante persone ubriache in giro per le strade che canteranno felici 😊!

Io personalmente credo che passerò lunghe giornate con i miei migliori amici, anche facendo solo delle passeggiate insieme al parco, lungo il fiume. Adesso penso a quando, prima di questa pandemia, alcune volte magari ero anche svogliato nell’uscire con i miei amici, magari per rimanere in casa da solo a giocare con la playstation…

Credo che molte volte le calamità possono far cambiare la prospettiva con cui si affronta la vita; questo forse è quello che succederà anche a me. Penso che passerò del tempo anche con i miei parenti che non sto vedendo da più di un mese, la mia nonnina e i miei cuginetti e tutti i miei zii.

Non pensavo di doverlo mai dire, ma anche la scuola mi manca e nonostante tutti gli insegnanti si stiano impegnando per proseguire le lezioni, a me manca stare insieme ai miei compagni, sentire le loro vere voci (senza problemi di interruzioni causa connessione scadente), scherzare con loro, parlare anche quando non si potrebbe e quindi farsi sgridare dall’insegnante. Tutte queste situazioni ed emozioni sembrano scontate e non ci pensiamo mai nei momenti in cui le viviamo, ma è solo quando ne sentiamo la mancanza che capiamo davvero cosa significano.

Concludo condividendo un episodio: mio fratello frequenta l’università e come me sta seguendo le lezioni online. Durante la sua primissima lezione a distanza il suo insegnante ha detto queste parole rivolte a tutti i 250 partecipanti: “Siate forti! Siete la nostra migliore risorsa”. Ci sono persone che sono in grado di trasmetterti coraggio e forza d’animo, che possono sorprenderti e contagiarti (questa volta in modo benevolo) con le loro emozioni. È in questi momenti che tutte le migliori qualità delle persone emergono. L’Italia combatterà il virus e ritornerà più forte e più bella di quanto non lo sia mai stata.

                                                                                          Marco Ragni,
1 AI, ITIS Cardano

All’aria pura

Durante questo periodo di “quarantena”, forzata e obbligatoria, le mie giornate sono noiose e ripetitive. Mi sveglio la mattina presto, seguo le numerose lezioni online, dopo pranzo svolgo i compiti assegnati durante le mattine e infine la sera, con quel poco di tempo che resta, mi rilasso a mio modo.

Premetto che tutti i giorni trovo il tempo, il modo e lo spazio per allenarmi e tenermi in forma per lo sport, anche se purtroppo posso solo svolgere esercizi fisici a corpo libero, non potendo giocare e allenarmi a basket a causa del poco spazio e soprattutto del tempo che mi rimane a disposizione.

Non vedo l’ora che venga emanato il decreto che ci dia di nuovo la possibilità di uscire, di respirare aria fresca, ma soprattutto di essere e di sentirsi  liberi; ancora di più non vedo l’ora che questo stato di malattia persistente cessi, non solo in Italia ma in tutti i paesi del Mondo. Quel giorno da me tanto atteso spero arrivi presto!

Sinceramente, sto già immaginando come passerò quel giorno. Ho in mente un sacco di idee, ma so che saranno attività all’aria aperta e con amici e parenti; infatti vorrei tanto fare una grigliata con tutta la mia famiglia e andare al campetto a giocare a basket con gli amici, ritrovarli e passare del tempo insieme, tutto quel tempo che  ci è stato tolto a causa di questo grave virus.

Quel giorno, per prima cosa ciò che non mancherà sarà il sorriso e la voglia dell’aria pura del mattino, infatti con il mio papà farò una lunga passeggiata con lo scopo finale di andare a ritirare la mia moto dal meccanico e tornare felice a casa. Mi immago di tornare a casa, scendere dalla moto, togliermi il casco e trovare lì tutti i miei parenti pronti a gustarsi una prelibata grigliata di carne preparata dal mio magnifico papà, che, aiutato dalla mamma e da mia sorella, riesce sempre a sorprenderci e a soddisfare i nostri palati. Sarò già molto contento se questo si potrà realizzare!

Dopo l’abbuffata, enorme e deliziosa, immagino che sicuramente il mio primo pensiero sarà quello di andare, insieme ai miei amici, al campetto per fare una bella partitella di basket, match che sarà assolutamente intervallato da numerose chiacchiere riguardanti il periodo in casa e commenti scherzosi sul nostro “peggioramento” in ambito sportivo a causa dello scarso allenamento…

Di solito al campetto passiamo tra le due e le tre ore, ma quel giorno sarà diverso: la voglia di stare a contatto con le persone, ma soprattutto divertirsi insieme e non davanti a uno schermo, farà sì che passeremo l’intero pomeriggio insieme, e perché no, magari anche la sera! Inviterò sicuramente i miei amici al secondo round di carne grigliata, per cena; spero accettino volentieri, così potremmo continuare a divertirci ancora per qualche ora. Vorrei tanto organizzare con loro una sorta di “pigiama party”, in versione maschile, cioè basket a non finire. In base al periodo e al clima potremmo anche decidere, tempo permettendo, di passare la maggior parte del tempo notturno fuori in giardino a giocare e rientrare alle luci dell’alba per una dormita.

Concludo semplicemente dicendo che non importerà realmente se farò tutto ciò che ho descritto, ma l’unica cosa realmente importante sarà per noi giovani e per tutte le persone tornare a sentirsi di nuovo liberi di fare e di spostarci, ma più di tutto di non sentir più parlare di impedimenti e/o terribili malattie che costringono le persone a casa, a volte a danno di intere famiglie e della società.

                                                                                      Samuele Curti,
1 AI, ITIS Cardano

Vicini ma lontani

“Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi”
Alessandro Baricco.

Come siamo arrivati a questo?

In molti se lo chiedono, ma non c’è una vera e propria risposta  perchè nessuno, per quanto sia possibile, potrà dare una risposta esatta.

Siamo da più di un mese in quarantena, che molti fino a poco tempo fa non sapevano nemmeno che cosa significasse. Ve lo spiego io: la quarantena è un periodo che può andare da una settimana fino a un tempo non ancora prestabilito, ed in questo periodo devi stare chiuso in casa ed evitare il contatto con altre persone.

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2020 avremmo dovuto ritrovarci chiusi in casa a domandarci i motivi della nostra nuova condizione e le modalità con cui  combattere un nemico invisibile? Un nemico che nemmeno conosciamo, a cui non abbiamo mai dichiarato guerra, un nemico del quale non sappiamo nemmeno il punto debole… o forse si?

I grandi guerrieri della storia trovavano sempre un punto debole nel nemico; ad esempio Napoleone Bonaparte, incoronato Imperatore dei Francesi nel 1804, per sconfiggere i nemici utilizzava la tecnica dello schieramento delle sue truppe a forma di freccia in modo tale da sconfiggere i nemici con più facilità.

Ma noi come possiamo sconfiggerlo il nostro nemico? La vera domanda è: lo sconfiggeremo?

Forse tra un anno o due ci dimenticheremo di tutto; forse lasceremo tutto questo alle spalle, ma io, e tutti voi che state leggendo, lo avremo superato con la consapevolezza che ci siano state persone, ancor più coraggiose del grande Napoleone Bonaparte, a combattere per noi.

Questo “sfogo” lo definirei più un diario per lasciare libero almeno per due secondi il mio cuore; lo dedico a tutti i guerrieri che stanno combattendo per noi, ma lo dedico a due in particolare, i miei genitori.

Non vi mento quando dico che sono dei veri rompiscatole quando ci si mettono, soprattutto mia mamma. La mia mamma è una vera e propria furia della natura; a volte mi chiedo come io faccia ad avere una mamma del genere, una donna che riesce sempre a stupire e mai è banale.

Credo di aver preso proprio da lei tutta questa follia e questa voglia di vivere il momento, qualunque esso sia. Vi starete domandando che cosa c’entri mia madre in tutto questo: diciamo che lei è uno di quei guerrieri che combattono silenziosi, una battaglia anche troppo difficile per una persona sola. Combatte contro la voglia di mettersi in un angolo a piangere e la voglia di rompere tutto, combatte contro il nemico invisibile e combatte anche al fianco di pazienti, o meglio dire persone più deboli che non hanno saputo sconfiggere il nemico da soli, ma hanno avuto bisogno di cure in più per non mollare. Ecco, la mia mamma lotta anche per loro e con loro.  Lei è l’angelo, quello che apre le braccia in modo da poterti tenere al sicuro, nonostante rischi lei stessa, per quel nemico invisibile.

Il mio papà, invece, è colui che fa rispettare le regole imposte dal governo, per non far ammalare altre persone. Entrambi i miei genitori non hanno ruoli facili, il mio papà può passare per cattivo perchè cerca di salvare persone stupide che escono di casa pensando: “Tanto colpisce solo i vecchi”, cosa che non è vera visto che colpisce e può colpire tutti. Mentre la mia mamma è colei che sta al fronte salvando le persone da questo nemico invisibile, che un nome e un cognome li ha, si chiama Coronavirus, o per gli amici Covid-19.

Ecco, i miei genitori combattono contro di lui e su di lui sanno davvero poche cose. Ma combattono comunque, perchè ci credono davvero, credono davvero che se staremo vicini, ma lontani, riusciremo a sconfiggerlo. Penso di non aver mai detto ai miei genitori quanto io sia fiera di loro, o quanto sia felice di avere delle persone del genere come genitori, perchè forse prima non gli davo così peso, o forse perchè credevo che nessuno o niente ci avrebbe mai divisi. Ma mi sbagliavo, adesso vorrei solo un abbraccio della mia mamma, per sentirmi protetta, ma non può. Deve stare attenta a non starmi troppo vicino, perchè c’è il rischio che possa passarmi questo nemico, senza accorgersene poichè nemmeno lei sa di averlo magari.

Sapete una cosa? Questa quarantena non è solo un periodo di tempo in cui si sta soli a casa, è un periodo di tempo in cui ci si può studiare nel profondo per capire davvero cosa si vorrà alla fine. Perchè una volta che tutto questo sarà finito, usciremo dalla porta di casa e saremo delle persone nuove. Forse ci accorgeremo del nuovo taglio di capelli della nostra amica o fidanzata, forse ci accorgeremo di star amando la persona sbagliata o di star amando proprio la persona giusta, la persona della vita; forse ci accorgeremo che amiamo il nostro migliore amico o la nostra migliore amica o che forse amiamo ancora il nostro o la nostra ex, e che non importa cosa ci possa dividere. Questo tempo ci aiuterà a maturare e a capire cosa vogliamo fare della nostra vita, perchè tutto quello che era monotono e banale, forse diventerà la nostra rinascita, il nostro punto di partenza per ripartire, vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e che non importa tutto quello che di bello o di brutto possa succedere, noi lo sconfiggeremo sempre, perchè noi saremo più forti.

Vorrei dire una cosa ai miei genitori: vi amo, vi amo perchè anche in questo momento così difficile voi non vi siete mai tirati indietro; vi amo perchè mi fate capire il significato vero delle parole, CORAGGIO e SACRIFICIO; vi amo perchè voi nonostante questo momento mi state dando, anche da lontano, tutto l’affetto di cui ho bisogno, sia a me che a mio fratello; vi amo perchè nonostante questo momento difficile non crollate mai; ed infine, vi amo perchè mettereste la vostra vita in pericolo per salvare, ogni giorno, delle persone che nemmeno conoscete.

Mi avete sempre detto “Fai del bene e dimenticalo, fai del male e ricordatelo”, io spero che ogni persona capisca il sacrificio che state facendo ogni giorno, per il vostro lavoro e per persone più deboli. Siete il mio esempio, e spero di rendervi fieri, almeno quanto io sono fiera di avere una mamma infermiere e un padre in divisa.

Gaia Mongillo,
4 CLS, ITIS Cardano

 

La vita ai tempi del corona virus

Le prime notizie sul corona virus ci sono arrivate dalla Cina, più precisamente da una zona poco conosciuta della Cina stessa, Wuhan. Sembrava essere una forma di epidemia locale. Poi, improvvisamente, ci siamo resi conto che Wuhan è una megalopoli di undici milioni di abitanti, alcuni milioni in più della nostra Lombardia. Per circa un mese, comunque, nonostante le notizie di espansione progressiva dei contagi tra la popolazione della regione di Wuhan, compresi anche un numero di decessi, le notizie  ci sono arrivate  come la cronaca di eventi lontani.

Poi, piano piano, abbiamo sapito di casi di malattia fuori dalla Cina, nei paesi confinanti, in particolare in Corea del Sud. Nel giro di poche settimane, pur celate dalla censura, i casi si erano estesi anche all’Iran.

Altrettanto improvvisamente ed inaspettato, il primo caso italiano. Dove? A Codogno, nella bassa pianura lodigiana, a  trenta chilometri da Pavia.

Perché proprio a Codogno? Per il momento ci sono solo ipotesi. La realtà è che, da Codogno e dai luoghi circostanti, l’infezione si è rapidamente estesa a tutta la Lombardia, al Veneto ed Emilia Romagna.

Adesso tutto l’ Italia risulta blindata, in una sorta di quarantena estesa a tutta la popolazione. Le scuole sono chiuse; ci sono limitazioni di accesso a locali pubblici; gli spostamenti sono vivamente sconsigliati e, soprattutto, ci viene chiesto di limitare all’indispensabile i rapporti personali diretti.

Facciamo fatica a comprendere tutto questo allarme, anche perché non vi sono segnali premonitori dell’infezione. Il virus è invisibile, colpisce tutti senza alcuna differenza, sesso e condizione sociale.

Questa malattia sta davvero sconvolgendo la nostra quotidianità; personalmente la cosa che più è cambiata è la chiusura delle scuole, perché andare a scuola scandiva tutte le mie giornate ed era ormai un’abitudine talmente consolidata che non mi sarei mai potuta immaginare una situazione del genere.

Siamo fortunati però, perché,  avendo a disposizione sofisticati mezzi di comunicazione, si riescono a mantenere i contatti con le altre persone; le lezioni scolasti vengono trasmesse via web; in alcuni casi si può utilizzare il telelavoro e gli amici si incontrano in chat. Per il momento i sacrifici sono di gran lunga inferiori ai rischi che potremmo correre se non rispettassimo le precauzioni che ci hanno raccomandato.

Abbiamo scoperto come una malattia infettiva possa notevolmente limitare tutte le nostre attività, in un mondo dove viaggiare, incontrare persone, spostare merci sembrava non conoscere limiti. Ci si incontrava a tutte le ore per lavoro, sport e divertimenti vari. Adesso, improvvisamente, dobbiamo giustificare anche la nostre uscite fuori casa, consentite solo per motivazioni ben precise di lavoro e necessità.

Molte persone non riescono a rispettare le limitazioni emanate dal governo per trattenere il contagio; sono la prima a dire che non sia facile perché viviamo in una società in cui siamo abituati a poter fare qualsiasi cosa quando vogliamo, come ad esempio prendere la macchina e andare al mare, o decidere all’ultimo di cenare fuori o semplicemente uscire per vedere un amico.

Questa è la cosa più difficile: il non poter decidere a causa di forze maggiori; siamo abituati a poter controllare tutto e a poter decidere e, quando ci viene imposto qualcosa che non è una nostra scelta. ci sentiamo frustrati e ci innervosiamo. Ma dobbiamo tutti capire che queste norme non sono privazioni della nostra libertà, ma sono precauzioni che possono davvero salvarci la vita.

È vero che abbiamo ospedali con tecnologie avanzate e medici competenti, ma se non conteniamo il contagio il numero dei malati potrebbe e sta diventando talmente alto da far collassare il sistema sanitario. E questo non è colpa ne dei medici né del governo, ma dei cittadini che non rispettano ciò che gli viene chiesto per la sua stessa salute.

La nostra fragilità, dimenticata dalla presunzione di poter dominare tutto con la tecnologia, con  il denaro ed il successo, è tornata ad affermarsi  nel giro di poche settimane!

Tutto finirà come sono finite le altre epidemie nel passato. Ci dimenticheremo anche di questa; ma spero che la presente esperienza ci porti ad affrontare la vita con più disponibilità verso gli altri, come stanno dimostrando tutte le persone che lavorano negli ospedali: medici, infermieri, addetti al trasporto di malati, addetti alla disinfezioni dei locali, Protezione Civile  ed, in generale, tutti coloro che stanno dando il proprio contributo per superare la crisi.

Carlotta Cosio,
3 DLS, ITIS Cardano

Coronavirus vs pianeta Terra

DRIIIIIN! Sono in ritardo, la sveglia segna le 6:10 di mattina e dovrei già essere lavata, vestita, profumata e lucidata… se non fosse che oggi non si va a scuola! Eh sì, proprio così: nonostante Carnevale sia già passato da un po’, noi ragazzi italiani siamo ancora a casa. Tutta colpa del Coronavirus! Inizialmente, quando la notizia di questa epidemia si è sparsa anche in Occidente, non ero particolarmente preoccupata, ma vedendo i numeri dei contagi lievitare mi sono sentita più coinvolta nella vicenda. Inizialmente, a mia impressione, l’Italia pareva molto indifferente nei confronti di questo virus, contagioso e non da sottovalutare, quasi estranea alla situazione. Ma quando al telegiornale è stato annunciato il primo caso accertato di Coronavirus nel nostro Paese, il panico è dilagato in modo incontrollato.

Ho vissuto questi giorni in balia della confusione, sembrava la scena di un film apocalittico: le mascherine ricercate come fossero oro, mentre le persone impazzivano per aggiudicarsi l’ultimo flacone di Amuchina rimasto sullo scaffale del supermercato. Questa novità è piombata nelle nostre vite, sconvolgendole in poco tempo. Da un giorno all’altro, mentre nuovi casi venivano scovati e il centralino del 112 veniva intasato di chiamate per paura di aver contratto il virus, abbiamo visto le persone barricarsi nelle proprie abitazioni, gli allenamenti sportivi sospesi, e infine anche la scuola, chiusa fino al 3 aprile…per ora.

Da tanti giorni ormai in televisione passano solo notizie e nuove sul virus, mentre in casa non si fa altro che preoccuparsi, forse anche eccessivamente. Intanto, per non restare indietro con lo studio, le scuole hanno organizzato cicli di videoconferenza online, così da rimanere al passo con lo svolgimento regolare del programma, anche solo poche ore al giorno. Questa novità si è rivelata piacevole, nonostante inizialmente fossi un po’ scettica…cosa sono arrivata a pensare pur di combattere la noia!

La noia è proprio il fattore che percepisco di più in questo periodo, nonostante sia impegnata con i compiti e lo studio. Sono così in costante ricerca di qualche attività che mi aiuti ad ingannare il tempo, e ci riesco spesso grazie ai miei amici, che ora come ora vedo quasi quotidianamente. Non credevo che comunque, a causa di una pericolosa malattia, il mio legame con alcune persone potesse rafforzarsi, e invece è proprio quello che sta succedendo: sono pochi i temerari che escono di questi tempi, forse un po’ per pigrizia o per paura, ma io e i miei amici, fintanto che i paesi non sono ancora stati messi in quarantena, ne approfittiamo per passare insieme le ore libere a nostra disposizione, spesso trascorrendole in campagna, lontani dalla confusione cittadina. Raccontarsi storie all’ombra di qualche albero, bighellonare scherzando fra i campi e stando insieme ritroviamo un po’ la voglia di andare avanti e di uscire vincenti da questa situazione.

Una cosa che mi fa un po’ ridere amaramente e riflettere è il fatto che tutto questo derivi anche dalla sottovalutazione di un problema serio e reale, che non è stato affrontato, almeno nel periodo iniziale, con le giuste precauzioni. Si scherzava, sui social e fra gli amici, su questo Coronavirus, che adesso mette in ginocchio il mondo, che ora dopo ora strappa alle persone la vita. Si discriminavano i cinesi, li si isolava, quando adesso siamo noi italiani ad essere trattati con sdegno e repulsione: siamo gli stessi italiani che un mese fa affermavano di essere al sicuro e di disporre di dispositivi e strutture sanitarie efficienti e in grado di fronteggiare un nemico che si muove più rapido del previsto, invisibile, portando attualmente gli ospedali sull’orlo del collasso.

Basta davvero poco per mettere in crisi il mondo del XXI secolo, così all’avanguardia, eh? “Tutta colpa di un virus scappato da una provetta, in qualche laboratorio del mondo!” mi ha detto un paio di giorni fa mio fratello, 9 anni, che vede tutta questa situazione con gli occhi di un bambino, forse incapace di spiegarsi il perché, come mai i suoi amici non si vedano più in giro e la mamma non lo porti più a curiosare nel suo negozio preferito alla ricerca di un nuovo Lego.

Mi ha fatto riflettere la sua ingenuità, perché ha fronteggiato una possibile verità: a Wuhan si trova un grande centro epidemiologico per lo studio delle più spietate malattie virali finora conosciute; si seguono prassi specifiche per evitare che un qualsiasi virus sfugga agli scienziati, ma se questa volta qualcosa fosse andato storto? In ogni caso, qualsiasi cosa sia successa, ormai tutti siamo coinvolti, anche indirettamente…

Il pensiero diffuso fra noi giovani è quello che anche se dovessimo ammalarci, il nostro corpo reagirebbe meglio rispetto a quello dei più anziani, che purtroppo sono i più a rischio (a causa delle patologie preesistente alle quali il virus si sovrappone). Dobbiamo però comunque sforzarci a rispettare le norme imposte dal Governo, perché se malauguratamente dovessimo avere bisogno di supporto medico, gli ospedali potrebbero non riuscire ad assisterci tutti.

Così, in questo frenetico affastellarsi di avvenimenti, io spero che tutto si risolva presto, anche se sono consapevole sarà una lunga scalata…

Sono convinta che riusciremo a cavarcela e tra qualche anno di quest’esperienza resterà un’indelebile cicatrice per alcuni, mentre per altri semplicemente un ricordo che, in ogni caso, passerà alla storia e mai dimenticato. Com’è giusto che sia.

Silvia Rizzardi,
3DLS, ITIS Cardano

W il WEB

È ormai evidente che questo 2020, vecchio di soli tre mesi, non è e non sarà un anno normale. L’epidemia di Corona Virus,  nata probabilmente tra il novembre e il dicembre scorsi in Cina, ora si è abbattuta sul resto del mondo. In base alle statistiche, l’Italia è seconda dopo il “paese del dragone” per contagiati – al 15 marzo erano oltre 24.000 le persone risultate positive al virus e, considerando la percentuale di coloro che necessitano di un ricovero ospedaliero, la situazione è decisamente allarmante. È importante quindi prestare la massima attenzione alle disposizioni del governo per fermare la diffusione del COVID-19 e per evitare il collasso del sistema sanitario nazionale, riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per la capacità di assistenza capillare, le tecniche, i macchinari all’avanguardia.

L’estensione della zona rossa a tutta la nazione è l’ultimo provvedimento presente nel decreto emanato dal governo che ci obbliga a restare rinchiusi nelle nostre abitazioni. In questa situazione dai molti aspetti negativi, la nazione ha cercato di trovare diverse soluzioni per tentare di non fermare il lavoro, le attività economiche e quelle didattiche che riguardano tutti noi.

 Il web si è dimostrato un valido supporto per sperimentare nuove forme di studio e di lavoro. Tali nuove modalità, che solo qualche mese fa parevano impensabili, almeno in una loro applicazione diffusa, sembra che stiano funzionando sotto tutti i punti di vista. Sicuramente ne sta traendo giovamento l’ambiente. Proprio per l’obbligo di non uscire di casa, il traffico si è ridotto notevolmente e quindi anche  l’inquinamento e l’emissione di polveri sottili che tanto hanno tormentato le città negli scorsi mesi.

Il web ci ha permesso anche di valicare i muri delle nostre case, facendoci sentire come una collettività unita nella battaglia contro il nemico comune costituito dal Coronavirus; sono infatti molti i cosiddetti flash-mob condivisi sui social media e che raccolgono sempre altissimi livelli di adesione. Si pensi a quello che invitava, ad un orario prestabilito, a diffondere ad altissimo volume da ogni casa, l’Inno d’Italia oppure a quello che chiedeva un applauso collettivo per ringraziare i medici, gli infermieri e i vari operatori sanitari che stanno lavorando senza sosta, notte e giorno, per salvare vite e combattere l’epidemia.

Certo, questo periodo di reclusione forzata per noi ragazzi è anche un sacrificio. Cadere nella noia è facile e i giorni si susseguono l’uno dopo l’altro in un ritmo monotono. Le mattinate sono scandite dalle video lezioni con le quali possiamo parlare con i compagni di scuola e confrontarci con gli insegnanti; di pomeriggio il tempo è invece dedicato ai compiti. Ognuno poi cerca di svagarsi come può o leggendo un libro, o guardando le serie preferite in tv oppure, per chi ha la fortuna di avere un giardino o un cortile, con un po’ di attività all’aria aperta. La cosa strana e non affatto piacevole è che i weekend sono molto simili ai giorni feriali. Neanche lo sport preferito dalla maggior parte degli italiani, il calcio, ci viene in aiuto visto che l’epidemia ha portato anche alla sospensione di tutti le partite a livello nazionale e dilettantistico.

E’ proprio vero che la mancanza di libertà ne fa apprezzare maggiormente il valore. La voglia di tornare ad una vita “normale” si fa sempre più impellente: ma se i cittadini continueranno a trasgredire le restrizioni disposte dal governo (sono migliaia le persone denunciate), ciò non potrà avvenire in tempi brevi.

L’unico modo per uscire da questa situazione è affrontarla tutti insieme responsabilmente. Il rispetto delle regole, seppur limiti la nostra libertà, è più che necessario per il bene comune e per far ripartire il Paese al più presto.

Intanto possiamo sbizzarrirci a raggiungere luoghi esotici e diversi, i cari amici, i parenti vicini e lontani, navigando sul web e nei social. E questa volta, nè mamma nè papà, nè tanto meno i professori, potranno dirci qualcosa!

Riccardo Zacchetti,
3DLS, ITIS Cardano

La mia vita nell’era del Covid

Centinaia, forse migliaia di ore, ad attendere novità, ad occupare il tempo che in giorni normali avremmo passato a scuola o a lavorare. E soprattutto: ore su ore a pensare al destino che ci aspetta; come finirà tutto ciò? Stravolgerà il nostro equilibrio o sarà soltanto uno dei tanti ricordi da raccontare allegramente in una cena in famiglia?

Cerchiamo di dedicarci ad altro, di spostarci da una stanza all’altra della casa (chi ha un giardino è davvero fortunato!) ci agitiamo, perché finché ci muoviamo abbiamo l’illusione di non stare fermi. Ma in realtà non stiamo andando avanti, stiamo andando indietro: persone allarmate che svuotano i banconi dei supermercati e chi, senza preoccupazioni, svolge le sue abitudini in assoluta tranquillità. “Muoiono solo gli anziani o quelli già malati” dicono, allora perché tutto questo caos? Perché chiudere le scuole e i centri commerciali nel week end? Per una “comune influenza”? No, di certo!

L’oggetto dei pensieri della maggior parte delle persone nel mondo è chiamato “coronavirus”, dal termine latino “corona” che significa “corona” o “aureola”. Ciò si riferisce all’aspetto caratteristico del virus visibile al microscopio, che crea un’immagine che ricorda una corona reale o la corona solare. Nell’uomo provoca infezioni respiratorie, spesso di lieve entità come il raffreddore comune, ma in alcuni casi diventa  letale con polmoniti e bronchiti.

La prima volta che ho avuto notizia del “virus cinese” ero a tavola con la mia famiglia, quel gennaio dell’anno 2020 che sembra esser già così lontano, ad ascoltare come ogni giorno il telegiornale; ho banalmente pensato che la questione non potesse toccarmi, “è lontano migliaia di chilometri, non c’è da preoccuparsi” mi son detta…grande sbaglio. Ho trascurato il dettaglio che la grandissima potenza economica della Cina ha rapporti diretti con tutto il mondo, dunque il contagio era inevitabile.

Ma la situazione non è mai diventata più seria di come quando il governo ha deciso di chiudere tutte le scuole della mia regione, essendo focolaio, e po di tutta Italia.

Brividi, preoccupazione, paura.

Paura di perdere i propri cari, paura di una malattia che non si conosce, perché il problema di fondo è proprio questo, il “non conoscere” che conduce solamente a due strade: l’allarmismo o la sottovalutazione del problema stesso, entrambe sbagliate.

Mi tempesto di domande, morendo dalla voglia di trovare le risposte; ma solo il tempo sarà in grado di soddisfare tutti i miei interrogativi.

Per colmare le ore di scuola che stiamo perdendo, i professori, attraverso videoconferenze, spiegano il programma rimanente e si organizzano per valutare la nostra preparazione nonostante la lontananza, “classi virtuali” o “didattica a distanza” viene chiamato.

Dal punto di vista di una adolescente nata nell’era digitale, posso affermare che è comunque strano non potere avere un contatto diretto con l’insegnante che spiega, o con i compagni che seguono (o no) la lezione. Personalmente preferisco svegliarmi presto al mattino ma aver la possibilità di parlare, ridere o scherzare direttamente con i miei amici, perché la scuola è certamente un luogo di apprendimento e di istruzione, ma è anche un luogo in cui si impara a convivere e socializzare con le persone, chi più e chi meno.

Sarei scorretta a non dire che, però, è molto più comodo svegliarsi al mattino senza avere il timore di  perdere l’autobus o e di arrivare tardi alle lezioni.

La situazione generale di stallo ha permesso a me e a molti altri ragazzi di dedicare molto più tempo a  se stessi. Personalmente, infatti, ho potuto dedicarmi all’esercizio fisico e alla mia famiglia, con cui ho sperimentato hobby come cucinare torte o semplicemente dipingere paesaggi alla luce del sole.

Vivendo in un piccolo paesino, la quotidianità non è granché mutata.

La cosa che più mette i brividi, però, è vedere emblemi d’Italia, come il Colosseo e la Piazza del Duomo a  Milano, privi di turisti e senza lunghe  file di persone; per non parlare delle metropolitane e i mezzi in generale, su cui ormai pochi hanno il coraggio di salire.

A dimostrazione di ciò, il 16 marzo io e la mia classe avevamo in programma una gita in Provenza, ma purtroppo è stata cancellata come tutte le altre gite d’Italia; personalmente è una cosa che mi ha colpito particolarmente perché sarebbe stata il mio primo viaggio scolastico della durata di una settimana.

Negli ultimi giorni di febbraio, un gruppo di persone di nazionalità francese ha creato uno spot offensivo e inappropriato che mostra l’immagine di una pizza sulla quale è presente una macchia verde (riconducibile al muco), uscita poco prima dal naso di un uomo, dopo aver starnutito; in conclusione vi è una scritta: “pizza italiana al coronavirus”. Non ho la minima idea del perché ciò sia stato fatto; ma, secondo il mio parere, umiliare e deridere un paese in difficoltà è un gesto spietato e poco rispettoso. Ed è paradossale ripensarci ora, perchè appare chiaro che il virus non sta risparmiando nessuno stato.

In conclusione,  spero che la vita torni al più presto normale, per me  e per tutte le persone, senza provocare irrimediabili danni alla popolazione e all’economia italiana.  Ognuno merita di vivere la propria vita sino alla vecchiaia e  non vedere perdere chi ama davanti ai propri occhi!

“Negli anni ’80 anche dell’AIDS si aveva paura e si moriva, oggi lo si può curare. Un’epidemia si può controllare” sostiene Roberto Burioni. E non è il solo.

Elsa Maccarone,
3 DLS,  ITIS Cardano

Socrate e Platone ai tempi del coronavirus

Socrate e Platone ai tempi del coronavirusovvero in che modo un po’ di filosofia ci può aiutare a gestire l’emergenza.

Il Covid-19 è ormai presente in buona parte dei continenti, l’emergenza sanitaria è palpabile e opprimente, la paura e i danni della disinformazione, ma soprattutto della cattiva ed eccessiva informazione spargono il panico ovunque con una rapidità forse maggiore del virus stesso. 

Il mondo pre-epidemia era un luogo in cui la globalizzazione aveva creato sia squilibri sia grandi vantaggi. Le persone potevano muoversi in sicurezza da un continente all’altro, i giovani potevano con serenità scegliere di trascorrere periodi di studio all’estero, era possibile il contatto e la conoscenza di culture lontane e differenti in modo accessibile e semplice come mai era successo nella storia dell’umanità.   

Ora la paura del contagio ha spinto molte nazioni a chiudere le proprie frontiere verso quei paesi che, per loro sfortuna, sono più colpiti di altri da questa malattia, annullare voli, respingere turisti e viaggiatori, sconsigliare i contatti diretti, ogni tipo di relazione, a volte persino il commercio. In parole povere a rinchiudersi in se stessi. 

Tuttavia è proprio in un momento come questo, in cui la solidarietà umana sembra vacillare, che ci dobbiamo ricordare della lezione di Socrate, e imparare dalla sua filosofia come migliorare la nostra condizione spirituale di fronte alle difficoltà. Per Socrate gli esseri umani sono tali solo quando riescono a stabilire un vero dialogo, un contatto sincero e proficuo con gli altri. Il rapporto con gli altri è un aspetto fondamentale della nostra natura, il senso ultimo del nostro essere uomini. Con il suo modo di concepire la Filosofia, Socrate ha sempre sostenuto che l’incontro, il dialogo, la collaborazione e la ricerca comune sono valori imprescindibili che servono per elevare la nostra natura e raggiungere la verità, per realizzare il bene comune della società. Attualmente, invece, sembra prevalgano le divisioni, l’isolamento e la diffidenza, non certo il dialogo e il confronto. 

Tuttavia solo ripristinando la solidarietà e la condivisione, ci saranno più possibilità per tutti di uscire da questo periodo difficile, condividendo le scoperte scientifiche in campo medico così come il sostegno alle situazioni più fragili, perché mai come ora lo spezzarsi dell’anello più debole può portare alla rovina di tutta la catena. E questo vale sia nei rapporti fra singoli Stati come nei rapporti fra le persone della stessa nazionalità. E non ha nessun senso lo scontro fra poteri locali e potere centrale cui abbiamo assistito per l’emergenza nel nostro paese.
E anche per questo ambito Socrate può esserci di aiuto. Egli sosteneva che tutti i cittadini si devono impegnare per il buon funzionamento dello stato, ognuno è tenuto a fare la sua parte e a rispettare le leggi fino in fondo. E la sua fedeltà a questo principio l’ha dimostrata accettando con coraggio l’ingiusta condanna a morte che gli era stata inflitta, dimostrando che il rispetto della legge è un valore assoluto a cui non ci si deve mai sottrarre. L’insegnamento socratico deve essere tenuto bene a mente da tutti noi, specialmente ora, in un momento in cui lo Stato ci impone regole dure, difficili da accettare per molti, che ci impongono sacrifici, come ad esempio le restrizioni degli abitanti delle zone rosse, o le chiusure di esercizi commerciali, scuole, divieti di mobilità o quarantene. Secondo Socrate anche quando tali regole ci appaiono eccessive o troppo dure devono comunque essere rispettate perché, se così non fosse, crollerebbe lo stesso ordine sociale, cioè la possibilità di convivere con altre persone in modo pacifico e proficuo per tutti. 

Anche Platone, discepolo di Socrate, concepiva lo stato come un organismo costituito da diverse classi, con diverse mansioni in cui l’equilibrio e il benessere si raggiungevano solo con la solidarietà e l’impegno di ciascuna classe nell’adempiere al proprio compito. Il fine ultimo e condiviso era sempre la giustizia. Solo in questo modo si poteva raggiungere la virtù massima ovvero il bene.  

Anche noi quindi dobbiamo impegnarci in questo momento difficile nei nostri compiti per il bene della società. Forse da una situazione di difficoltà si possono comunque trovare dei lati positivi, forse potremmo apprezzare di più ciò che abbiamo e che diamo per scontato tutti i giorni, senza farci intimorire dalla paura della malattia e della morte. Noi che siamo giovani ci sentiamo ovviamente più vicini al concetto di vita che non di morte; tuttavia non possiamo negare che questo virus possa colpire tutti senza riguardo per l’età e per noi è una situazione completamente nuova. Dobbiamo trovare un modo per accettare l’idea della morte senza che questo limiti le nostre vite e la nostra vera natura. 

Platone sosteneva che la morte fosse una tappa attraverso cui l’anima si liberava del fardello del corpo mortale per iniziare un viaggio che aveva come meta il mondo delle idee o Iperuranio, in cui essa avrebbe potuto finalmente contemplare la verità, la totalità delle idee al cui apice si trova il bene. Tale teoria implicava quindi che una parte del nostro essere, l’anima appunto, non cessasse di esistere con la morte. Un simile punto di vista rende l’idea della fine non solo meno spaventosa, ma quasi interessante. Ovviamente per chi è credente questo non è un concetto nuovo, ma credo che potrebbe avere una certa attrattiva anche per coloro che non condividono tale spiritualità. La morte può non essere la fine di tutto anche per chi è ateo, ma sente di esser vissuto in modo virtuoso e di aver lasciato sulla Terra un buon insegnamento, buone azioni, un lascito positivo in qualunque modo, per contribuire così alla vita universale dopo la sua scomparsa. 

Si tratta sempre di un invito ad un comportamento virtuoso che mai come in questo difficile periodo può essere condiviso da tutti!

                                                                                   Braga Camilla, 3 ALS

 

CORONAVIRUS, IL MIO PENSIERO

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.”

Queste sono le parole con cui si apre il capitolo 31 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, che tratta la diffusione della peste nel 1630 a Milano.

In quelle pagine si descrive nel dettaglio la pericolosità degli stranieri, la confusione creata dalle varie fazioni del governo, la folle ricerca del paziente zero, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria; eppure a me sembrano parole estrapolate dai giornali di oggi. 

 Questa opera di Manzoni e forse ancora più il Decameron del Boccaccio, che ha come tema predominante la peste del 1348, mi fanno capire come una malattia contagiosa diventi un “nemico invisibile” che  avvelena la vita sociale e l’atteggiamento verso il prossimo.

Oggi l’epidemia non è più la peste, ma il Coronavirus, ovvero una sorta di “sindrome influenzale” che coinvolge soprattutto l’apparato respiratorio. 

I notiziari affermano che la diffusione di questo virus è partita fra novembre e dicembre 2019 in Cina, in particolare nella zona di Wuhan, ma che il governo cinese l’abbia nascosta con l’intento di non allarmare precocemente le altre nazioni. Questa epidemia si è inevitabilmente espansa ed è arrivata fino a noi.

Ciò che maggiormente mi colpisce di questa situazione, sono le ostilità fra i vari Paesi coinvolti. Di fronte a una simile emergenza tutti gli Stati dovrebbero essere uniti e sostenersi a vicenda per risolvere l’emergenza il prima possibile. Invece negli ultimi giorni sono emersi sui social, video discriminatori che sembrano far apparire l’Italia come l’unico Paese di “appestati”. In realtà dovremmo essere fieri di aver effettuato il maggior numero di controlli, anche se questo ha significato dover dichiarare il maggiore numero di contagi.

Il problema del Coronavirus non è però solamente legato all’ambito medico-sanitario, bensì coinvolge anche la sfera emotiva e psicologica delle persone. La cosiddetta “psicosi” è una conseguenza naturale della repentina trasformazione delle nostre vite, ma non deve essere anteposta ad un approccio razionale.

Le nostre abitudini sono state indubbiamente stravolte. La chiusura di scuole, bar , palestre, cinema  non rientra certamente nel protocollo quotidiano; ma soprattutto è “l’auto segregazione” che ognuno di noi sta cercando di esercitare al fine di limitare il più possibile il contagio che fa soffrire. Queste necessarie misure di prevenzione saranno la causa di quello che molti definiscono un “tracollo economico” del Paese perché avranno un effetto su acquisti, commerci e produzione.

 Ritengo che al momento la priorità sia la nostra salute, ma mi auguro anche che lo Stato sappia farsi carico delle problematiche che dovranno affrontare molti lavoratori. Penso che il miglior comportamento da adottare al momento sia quello di non perdere la lucidità, attuando tutte le misure di protezione che ci vengono consigliate. Ma soprattutto è necessario che sappiamo essere solidali fra noi e che lasciamo da parte i pregiudizi e le cattiverie. Nessun essere umano può essere immune da questo virus, pertanto nessuno si arroghi il diritto di trovare un capro espiatorio.

 “L’unione fa la forza” e anche questa emergenza lo dimostrerà!

                                                           Anna Rancati, 3DLS 

Uno sguardo attorno a me

Nelle ultime settimane l’argomento principale, oramai sulla bocca di tutti, è proprio quello del coronavirus, un genere di virus a RNA appartenente alla sottofamiglia delle Orthocoronavirinae, della famiglia Coronaviridae.

Focolai iniziali di questa epidemia scoppiata circa nell’ultima settimana di febbraio sono Codogno, comune in provincia di Lodi, e Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, oggi messi in quarantena dalle autorità. Anche se giorno dopo giorno la diffusione si sta allargando a zone sempre più vaste.

Ovvia misura dello Stato volta a contrastare la diffusione del COVID-19 è stata la chiusura delle scuole di ogni ordine e delle università, per cercare di contenere i contagi.

Ecco perchè molti studenti si sono ritrovati chiusi in casa con la paura di uscire all’esterno anche per andare a prendere un semplice caffè al bar, e proprio da questo fatto sorge spontanea una domanda: come  noi ragazzi stiamo vivendo un’ esperienza fuori dalla normalità?

Personalmente questo periodo di stallo generale può essere visto come un’ opportunità per osservare al meglio ciò che ci circonda; infatti, grazie al maggiore tempo libero a disposizione per me stesso, mi sto  dedicando al benessere dell’intera famiglia, allo studio, ma sopratutto allo svago personale: ad esempio sperimentando nuove conoscenze culinarie con amici, preparando dolci e biscotti per tutti i famigliari, dedicandomi all’esercizio fisico e principalmente alla mia passione per la fotografia, immortalando ogni giorno l’ambiente che mi circonda cercando di scattare una bella foto da postare online sui social.

In alcuni periodi della giornata cerco di ritagliarmi dei momenti privati nei quali, grazie alle cuffie e alla musica, riesco a “purificare la mia mente” da tutti i brutti pensieri nella mia testa, facendo emergere dal profondo quelli spensierati e limpidi, per me simbolo di libertà e determinazione.

Novità molto importante, piombata nella mia vita nel corso dell’ultima settimana, è quella delle video lezioni, un metodo usato dai professori per continuare il programma scolastico nonostante la temporanea chiusura delle scuole. Tramite alcune applicazioni che ci permettono di stare in contatto con la webcam, i docenti possono svolgere la loro regolare lezione ogni giorno, proprio come nelle ore scolastiche.

Questo nuovo modo di istruire noi ragazzi non è una vera e propria didattica a distanza, ma un rimedio per dare continuità al lavoro interrotto dall’epidemia.

Secondo il mio parere questa è una modalità molto valida per continuare il programma didattico: essa infatti non risulta essere per niente invasiva, né stressante; anzi, può essere anche vista come una attività carina e coinvolgente per svolgere un po’ di sano studio giornaliero e per tenere sul pezzo noi ragazzi, che, grazie al maggiore riposo, riusciamo ad essere anche più produttivi in ambito scolastico.

Per quanto riguarda tutte le attività comuni che si svolgono all’aperto, come lo shopping, la spesa, o anche una semplice uscita con amici, devo dire che non sono molto attivo sotto questo punto di vista, un po’ per paura di poter contrarre il virus ma un po’ anche per pigrizia, uno dei miei principali punti deboli. Anche nelle case la preoccupazione causata dal corona virus ha portato alcune mancanze di affetto reciproco, come baci, abbracci e carezze, per fare in modo di stare a 1/2 metri di distanza per precauzione: una situazione davvero spiacevole nella quale i  famigliari hanno anche timore di dimostrare il loro affetto .

Lasciando da parte come io passi le giornate, continuiamo col parlare della situazione in cui è stata catapultata l’Italia e i poveri cittadini di ogni regione ma anche di cosa io  pensi dell’atmosfera satura di paura che oramai regna sovrana tra di noi. Il mio pensiero si potrebbe riassumere in una frase: “allarmismo sì, ma il giusto”. Infatti nell’ultimo periodo la parola allarmismo è stata utilizzata da molte persone per descrivere ciò che i telegiornali e le testate dei più importanti quotidiani italiani stanno facendo, creando involontariamente o meno un clima di preoccupazione e paura. 

Personalmente credo che l’Italia sia di fronte ad una grave situazione dal punto di vista sanitario, come dicono alcuni giornali, ma soprattutto ad una pericolosa  situazione nel settore economico e turistico.

Infatti, parlando in primis dell’economia, molti lavoratori dipendenti rischiano di essere lasciati a casa, gli imprenditori di alcune ditte hanno sospeso la produzione o chiuso le aziende e questo sta influendo negativamente sulla produzione italiana. Invece il turismo ha subito una calo delle entrate dovuto al fatto che i turisti stranieri sono terrorizzati dall’idea di contrarre il virus.

Sicuramente mi ricorderò di questo spiacevole momento per tutta la vita; spero che tutto finisca presto, che tutte le persone ammalate possano guarire velocemente, tornando ad abbracciarsi senza alcun timore, e che soprattutto tutte le persone in quarantena possano essere libere di uscire dalle proprie case e sentire il sole sulla pelle.

Gabriele Bernareggi, 3^DLS,

Il corona virus visto con gli occhi di un adolescente

Sono le 18:50 del 5 marzo 2020, e se qualcuno, ignaro della situazione che il mondo sta vivendo, mi guardasse in questo preciso istante, non noterebbe niente di anomalo. Soltanto un ragazzo al computer, chiuso nella sua stanza tappezzata di poster raffiguranti calciatori e rockstar.

Però  ora che ci penso qualcosa di anomalo c’è. A quest’ora dovrei essere al campo per allenarmi ormai da un’ora abbondante.

“Ma come mai non ci sei andato ?”, si chiederebbe la persona che mi sta osservando.

Beh per rispondere alla domanda bisogna fare un preambolo, tornando indietro di un paio di mesi. Eravamo all’inizio di gennaio quando il governo cinese diffuse la notizia del primo decesso causato dal “Covid-19” noto a tutti come “corona virus”; con due settimane di ritardo dal primo contagio. Mentirei se dicessi di aver dato importanza alla notizia quel giorno, era solo una delle tante che il tg stava dando quella sera.

Passarono i giorni, quando il 30 gennaio, il telegiornale diede la notizia del primo contagio in Italia. A questo punto iniziai ad informarmi e a formulare delle ipotesi. Appresi che il virus era una sorta di sindrome influenzale, e che i morti erano anziani che spesso soffrivano di patologie preesistenti. Quindi mi tranquillizzai e mi sentii al sicuro da questa “minaccia”. Peccato che cose andarono diversamente. In due settimane scattò l’allarme per le emergenze. Scuole chiuse, eventi sportivi (e non) annullati, divieti di socializzare e identificazione delle zone rosse.

Ecco, questi sono in breve gli avvenimenti dello scorso periodo. Sono due settimane che il paese si è praticamente bloccato, che vedo gente camminare con le mascherine, improvvisamente  preoccupata dell’igiene in modo maniacale; che non si può più andare in discoteca la sera e nemmeno frequentare luoghi troppo affollati.

Personalmente io vivo questa situazione con una certa leggerezza: esco, passo le giornate con gli amici a giocare a calcio e le serate a suonare la chitarra a Po, mentre gli altri cantano stonati in coro. La prima settimana specialmente è stata molto simile a una vacanza, dato che non si erano ancora presi dei provvedimenti in ambito scolastico.

 

L’attuale settimana invece mi sta riportando con la testa sulla scuola, con i professori che si sono mossi per cercare di riprendere una sorta di regolarità nella didattica.

Sinceramente spero che il governo riesca a trovare un modo efficace per arginare l’ “emergenza”, anche perché finora è stata gestita talmente male che la portata ne è stata solo amplificata. In questo il virus non è l’unico colpevole; il fattore che accresce maggiormente la situazione di difficoltà siamo noi con il nostro allarmismo e la nostra irrazionalità, che invece di farci stare “in guardia” ci rende schiavi delle emozioni e delle paure.

 

Marchetti Alessio 3DLS

Gioielli in un gioiello

Così definisce la senatrice Liliana Segre gli studenti pavesi

Nella giornata di lunedì 3 febbraio si è tenuta al teatro Fraschini di Pavia la cerimonia di consegna da parte del sindaco Fabrizio Fracassi della Benemerenza di San Siro alla Senatrice a vita Liliana Segre. Presenti anche lo scrittore pavese Mino Milani, il  Direttore  de Il Giorno  dott. Sandro Neri ed alcune Autorità pavesi.

Prima della cerimonia c’è stato un omaggio musicale dei giovanissimi 100 Cellos, alla guida del Maestro Sollima con l’esecuzione di alcuni brani, in particolare Israeli song in onore della Senatrice, a voler sottolineare che memoria e arte in tutte le sue declinazioni si fondono per rendere migliore l’uomo.

Siete gioielli incastonati in un gioiello”, queste le prime  parole    della senatrice a vita che si è vista accogliere dagli applausi di tutti i partecipanti, in particolare da  più di 600 studenti che hanno riempito l’intero teatro, “La presenza della Senatrice è un onore” ha poi sottolineato il Sindaco di Pavia Fabrizio Fracassi.

Gli studenti della consulta provinciale e il Presidente dell’Ordine dei giornalisti dott. Galimberti hanno posto l’accento sull’importanza dello studio della storia, che deve rimanere come monito per evitare il ripetersi degli errori del passato e di eventi terribili come quelli di cui la Senatrice Segre ha reso testimonianza.

Forte il richiamo al presente in cui il ruolo dei giovani deve essere di cittadinanza attiva e responsabilità nella costruzione di un’etica della tolleranza e del reciproco rispetto, rifuggendo odio e prevaricazione.
Dopo la premiazione è salito sul palco lo scrittore pavese Mino Milani, che proprio quel giorno festeggiava i suoi 92 anni.
Con l’intervento del direttore de “Il Giorno”  Sandro Neri sono state poi rivolte una serie di domande ai due ospiti.

Come primo quesito il direttore ha chiesto alla senatrice di parlare della scuola e delle leggi razziali e di quando le fu comunicato che non avrebbe più potuto frequentare la sua  scuola, diventando invisibile agli occhi degli altri.

Le sue parole sono state forti: “Non voltate la faccia dall’altra parte se qualcosa non va. Reagite all’indifferenza”, affinché nessuno debba più subire il crudele gioco per cui si diventa invisibili e privi di consistenza agli occhi del mondo.

La senatrice è poi passata a parlare dell’importanza di non provare odio per non porsi sullo stesso piano dei propri persecutori.

In seguito Mino Milani ha rimarcato l’importanza della memoria ma soprattutto della capacità di andare avanti e vivere. Proprio il desiderio della vita è ciò che ci deve motivare, così la marcia della morte a cui fu costretta la senatrice diventò per lei la marcia della vita, che le avrebbe poi permesso di tornare a casa.

Tornata a Milano, la signora Segre riuscì, nonostante le difficoltà, a costruirsi una famiglia e per più di 45 anni decise di non raccontare la sua storia, nemmeno ai suoi figli; solamente diventata nonna comprese che il suo silenzio era un errore e così decise che da quel momento in poi si sarebbe impegnata per far conoscere la sua storia ai giovani, come gli studenti presenti all’evento che lei definisce “miei nipoti ideali“.

Concludendo la Senatrice ha ricordato un disegno visto nel campo di concentramento e il messaggio affidato a quella raffigurazione “Noi siamo farfalle e voliamo sopra il filo spinato e dobbiamo essere liberi di scegliere”.

La cerimonia si è conclusa con la consegna di un mazzo di fiori e con la dedica scritta  dalla senatrice sul libro degli ospiti illustri: “In ricordo di un bellissimo incontro con i giovani di Pavia ai quali auguro un avvenire ricco di tutto ciò che la bella Pavia permetterà loro con il suo patrimonio culturale, umano e artistico“.

Classe 5^CLS,
Itis Cardano

La decarbonizzazione

Gli studenti incontrano il Prof. Cazzini della Facoltà di Geologia di Pavia

Who cares? Why talk about something so boring? Nobody listens  anyways, so it’s just a waste of time… or is it? Actually, we should care, us teenagers who give more importance to the wrong things; we think that it is better to spend two hours playing video games instead of paying attention for two hours to a guy who is dedicating his time to warn us that our world is falling to pieces and the only ones who should raise their voices to save the planet are us.

A few classes of this school had the chance to take part in a conference held by a professor of the University of Pavia, department of Geology, who is an expert on fossil fuels and has a clear view of what’s happening to the planet. As Mr. Cazzini told us, he is old and probably won’t be here when will have to face problems a lot worse than the ones we are worrying about these days. We will pay the consequences of things that our parents did, of course that doesn’t make our parents criminals because they weren’t aware of what they were causing. The worst thing about our generation is that we never take anything seriously, but laughing about everything won’t take us anywhere.

Most of us know Greta Thunberg more for the memes on her and for her Asperger syndrome, but she’s way more than that. She has guts and fights for what she believes in. Instead of laughing at her, we should admire what she’s doing and stand up for what we believe in to live in the future we all dream about. However, the change that we are talking about has to be gradual. We can’t just stop using any polluting machine from one day to another, we have to get used to tapping into renewable energy and let it sink in the society, so that it becomes the ordinary.

But how can we prove the denyers that global warming is real? The IPCC has been measuring Earth’s temperature every year since 1800 and NASA since 1900 and found that Earth’s temperature has drastically increased in time. As denyers correctly state, the Earth’s temperature has always changed, but the difference is that since the 1980s there has been a dramatic increase of temperature caused by the greenhouse effect.

The greenhouse effect is caused because by the CO2 in the atmosphere, which prevents the sunrays from going back to space. Denyers are right when they say that in the atmosphere there is only 0.03% of CO2, but that is enough to cause the greenhouse effect. The funny fact is that there is a solution to these problems but there are too many people that need CO2 production to stay rich and live their life at their best. They don’t care if their children will have to face enormous problems in the future.

I belive that everyone can make a change in this world if they really want it, we just have to try a little harder and get out of our comfort zone. If we don’t do anythin,g the change will never happen.

Efrem Vietti,
4^ DLS, ITIS Cardano

MEMORIA DELEBILE

GIORNATA DELLA MEMORIA

In occasione della Giornata della Memoria, nella mattinata del 27 gennaio 2020, la classe 4BLS del Cardano ha partecipato all’evento tenutosi nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri di Pavia. La necessità di ricordare è sempre più imponente nella società odierna, in cui gli avvenimenti che si continuano a menzionare risuonano nella mente come informazioni già apprese, ma non riescono a superare la barriera che divide l’apprendimento dalla consapevolezza. Gli organizzatori di questa iniziativa hanno cercato di aggirare tale barriera presentando agli spettatori l’argomento con una varietà di mezzi di comunicazione, probabilmente per far immergere l’ascoltatore non solo mentalmente, ma anche fisicamente, nel flusso di memoria e sofferenza che troppo spesso viene osservato con distacco. L’evento, infatti, si componeva di interventi variegati che si avvalevano spesso della letteratura e a volte della poesia, intervallati da intermezzi musicali per cercare di coinvolgere maggiormente il pubblico.

Il quartetto di clarinetti dell’indirizzo musicale del liceo A. Cairoli ha aperto la strada a questo percorso. Ascoltata l’introduzione del presidente della Consulta Provinciale Studentesca, Alice Piscioneri, e del vicepresidente, Federico Crivellari, che sono intervenuti anche successivamente per la presentazione degli ospiti, si è passati al discorso del Sindaco, che ha ribadito l’importanza del “ricordare per non ripetere” e dell’affidarsi alla storia, alla letteratura e anche alla musica per non dimenticare”.

Vittorio Poma, presidente della Provincia di Pavia, aiutandosi con le parole di “Schindler’s List”, ha presentato il Ricordare come “il dare voce a chi ha subìto per farli vincere per sempre” e la Memoria come “patrimonio collettivo e garanzia di libertà che aiuta a dare continuità alla storia”. Poma, confrontando la scuola tra prima e dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938, ha presentato la rigidità e l’imposizione di nuovi divieti come la “proibizione di utilizzare libri di testo con autori di razza ebraica” e ha portato esempi di avvenimenti locali come la storia di Gino Corinaldi, professore dell’Istituto Bordoni, sospeso dall’esercizio della sua professione e successivamente deportato al campo di Auschwitz, dal quale non fece più ritorno. L’allontanamento di chi poteva sviluppare nei giovani il senso critico risulta essere un tassello importante per il feroce puzzle che si andava delineando in quegli anni. Oppure l’esempio di Dino Provenzal, preside nel Liceo Severino Grattoni (attuale liceo Galilei) di Voghera che fu costretto a lasciare la scuola, ma che continuò a scrivere e pubblicare utilizzando pseudonimi e che solo dopo la liberazione riprese il suo ruolo di preside fino al pensionamento. Vittorio Poma ha terminato il suo discorso denunciando l’indifferenza e riponendo la sua speranza nel “ricordare ogni giorno, e non solo una volta l’anno”.

Claudio Sala, con la partecipazione degli studenti dell’Istituto Volta, ha poi eseguito una sua canzone intitolata “Binario 21”.
Guido Magenes, figlio dell’ex deportato Enrico Magenes, ha delineato tre figure della deportazione: Teresio Olivelli, Ferruccio Parri e Liliana Segre, delle quali ha sottolineato la forza dell’animo umano, necessaria per affrontare l’ingiustizia evitando di aggiungere violenza ad altra violenza.

La visione di scatti della città di Praga, testimonianza del viaggio della 4TC dell’Istituto Bordoni, ha avvicinato una realtà distante, fisicamente e concettualmente, da quella che respiriamo quotidianamente. Gli scatti riguardavano il cimitero ebraico e si fa fatica ad esprimere a parole quelle tombe accatastate, quei disegni di bambini deportati e i nomi impressi nella Sinagoga: 86 274 sterminati, in sedici anni.

La melodia della colonna sonora di ‘Schindler’s List’ ha introdotto le letture ufficiali a cura degli studenti della Consulta, che hanno riaperto il flusso di parole da poco sospeso. Benedetta Bona ha recitato dei brani, mentre Giovanni Stivella ha sottolineato: “la normalizzazione della Giornata della Memoria la svuota”. La commemorazione sarebbe infatti riduttiva ai suoi occhi. Lo studio della Storia, invece, è da lui visto come insegnamento fondamentale per il futuro.

L’attore Davide Ferrari ha proposto alcune letture sull’Olocausto. Ha presentato il pensiero di Adorno, che definisce lo scrivere poesie dopo Auschwitz come barbaro, in contrapposizione all’idea di Levi, che sottolinea il bisogno di scrivere poesie su Auschwitz. Ferrari ha presentato tre poesie: “Fa’ o Signore” di Liana Millu; “La Farfalla” di Pavel Friedman; la poesia che apre “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Sarebbe fondamentale leggere per intero ogni brano citato in questo evento, ma non è semplice. Ritengo, però, che le poesie recitate da Ferrari possano essere acquisite personalmente da ciascuno di noi, non avendo la possibilità di passare per l’interpretazione di un oratore.

Fa’ o Signore
che io non divenga fumo
che si disperde. Fumo
in questo cielo straniero
ma riposare io possa laggiù
nel mio piccolo cimitero
sotto la terra della mia terra.
il mare mi cullerà
il vento mi porterà
i profumi delle riviere
e sarà la pace.

Liana Millu (Pisa 1914 – Genova 2005)

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedman, Praga 1921 – Auschwitz 1944)

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Il prefetto Silvana Tizzano ha espresso il suo apprezzamento per il protagonismo dei giovani e ha manifestato l’esigenza di tramandare la memoria. Significativo il momento finale della cerimonia, durante il quale il Prefetto ha consegnato le Medaglie d’Onore ai famigliari di sei ex deportati.
Hanno chiuso l’evento i ringraziamenti del Sindaco e la lode al coraggio di Liliana Segre, che sarà presente al teatro Fraschini il 3 febbraio per ricevere l‘onorificenza di San Siro, precedendo l’ultimo momento musicale con l’esecuzione della colonna sonore di “La vita è bella”.

L’intero evento ha battuto chiodi già percossi, cercando un approccio diverso. È apprezzabile l’intento e ci si augura che mai nessuno si stanchi di parlare, di raccontare e di cercare nuovi modi per comunicare. Riprendendo i concetti più sentiti nell’arco della mattinata: “La Memoria è un filo che lega passato a presente e influenza il futuro”. Primo Levi disse che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”; inoltre non dobbiamo mai dimenticare che “ciò che è accaduto è figlio della società”, frutto di uomini e donne come noi. Per questa ragione dovremmo sentire queste tematiche più aderenti alla nostra vita, se non percepiamo questa aderenza, che dovrebbe essere un’aderenza scomoda, quasi soffocante, significa che non comprendiamo a pieno ciò che è accaduto anche se ne conosciamo i luoghi e le date di cui abbiamo sentito parlare per tutta la nostra esistenza.

Liliana Segre in un’intervista del 26 gennaio 2020 esprime un’idea che sottolinea essere realista e non pessimista: “Nel fondo di me stessa sento che il tempo è terribile, cancella tutto, cancella le persone, cancella la memoria.”. Come già accennato, la società odierna sente distanti le realtà che le vengono descritte, realtà che si assimilano più a storie di fantasia che ad eventi realmente accaduti solo alcuni decenni fa nei luoghi in cui viviamo. La luce della memoria si affievolisce col tempo, sta a ognuno di noi non permettere la cancellazione di questa memoria delebile.

L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria

P. Levi.

Silvia Riggi,
4BLS, Itis Cardano

FFF PER LA GIUSTIZIA CLIMATICA

Articolo pubblicato sulla ” PROVINCIA DEI RAGAZZI”

Il 29 novembre in concomitanza con il Black Friday il movimento ambientalista Fridays For Future ha organizzato la giornata per la giustizia climatica.

In mattinata nella città di Pavia molti giovani sono scesi in piazza e si sono riunti in un corteo pacifico che ha marciato per le strade del centro storico gridando slogan, cantando e bloccando il traffico per rivendicare il diritto al futuro. La manifestazione è servita a lanciare la protesta pomeridiana a Sannazaro de’ Burgondi dove si trova una delle più grandi raffinerie d’Europa gestita da ENI. Alle 15:30 i ragazzi di Fridays For Future di Pavia, Alessandria e altri da tutta la regione insieme ad enti locali come Legambiente, il comitato No Discarica e il comitato No Raffineria si sono trovati davanti alla stazione di Sannazzaro per poi raggiungere in corteo la raffineria lanciando cori.

Una volta giunti di fronte all’ingresso principale della raffineria, ci sono stati alcuni interventi spontanei da parte di molti ragazzi che hanno criticato le politiche di greenwashing che ENI sta conducendo.

Dopo la manifestazione di venerdì, infatti, ENI ha pubblicamente ribadito di aver puntato su progetti di decarbonizzazione e di aver collocato l’azienda “sulla nuova frontiera”. Promette la creazione di bioraffinerie per produrre “energia pulita” e promette la neutralità carbonica entro il 2030, di sviluppare l’uso del metano italiano e degli oli esausti per ottenere energia.

Soluzioni perfette, se avessimo dato cinquant’anni fa l’avvio alla transizione verso l’energia pulita, per non cambiare drasticamente il sistema economico e sociale in cui viviamo. Ma ENI sta investendo nel biodiesel, olio esausto o olio di palma, trattato e bruciato. Sta investendo nel gas naturale, considerandolo una valida alternativa all’energia pulita. Il metano, in effetti, durante la combustione, emette il 20% in meno della CO2 rispetto al petrolio a parità di energia prodotta, ma questo vantaggio viene quasi totalmente vanificato dalle perdite e fughe di metano fisiologiche che avvengono durante il trasporto. Sostituire il carbone con il gas chiaramente non può essere un’opzione, in quanto ridurrebbe il surriscaldamento globale solo di circa 0,1 gradi. ENI continua a investire sulla ricerca di nuove fonti fossili, nonostante gli accordi di Parigi chiedano una svolta immediata verso l’energia rinnovabile.

Il movimento FFF ricorda che non è sufficiente che solo le grandi multinazionali si occupino della transizione energetica. Servono decisioni politiche che tolgano i sussidi al carbone, al petrolio ma anche al gas naturale e al biodiesel.

Elena Emmanueli 5DLS Itis Cardano,
Marianna Bertotti 5D Liceo Scientifico Taramelli,
esponenti di FFF Pavia

DOMANDE SU MAFIA E LEGALITÀ

Nella giornata del 19 Dicembre, nell’aula magna del nostro istituto, abbiamo incontrato Enzo Ciconte, docente di storia delle mafie dell’Università di Pavia e di Roma Tre.

Il professore ha iniziato la conferenza introducendoci al tema delle mafie e a tutto quello che ad esse si collega: droga, criminalità organizzata, giustizia e ingiustizia, mettendo in luce come questi argomenti siano conosciuti da tutti, ma solo da pochi  presi in considerazione.

Il docente universitario ha sottolineato quanto l’intera Italia sia caratterizzata dalla presenza della mafia. Che la mafia sia  presente solo nel sud della penisola è un luogo comune in quanto essa è presente ovunque ci sia ricchezza. Le sue parole ci hanno riportato con la mente in una Italia del passato dove si era appena compiuto il Risorgimento e i cittadini cattolici erano obbligati a non partecipare alla vita del nuovo regno; a quei tempi, in quell’Italia meridionale che non capiva le imposizioni del nuovo regno accusato di “piemontizzare” terre in cui consuetudini diverse erano radicate nella società, gli “uomini d’onore” manifestavano l’adesione piena ai riti  e al cerimoniale della Chiesa.

Un tale ritorno al passato ci ha fatto capire come determinate figure potessero controllare la vita di cittadini liberi e questo accade ancora oggi perché, nonostante il fenomeno della mafia ci sembri tanto lontano dalla nostra vita quotidiana, in realtà è quasi parte di noi.

In questo ambito il professore ha voluto soffermarsi sulle droghe e su come esse siano controllate dalla mafia; infatti secondo la sua opinione, le droghe leggere, a differenza di quelle pesanti, potrebbero essere legalizzate per evitare che ragazzi della nostra età possano finire nella mani sbagliate.

Dopo questo prima introduzione il professore ha voluto continuare la conferenza basandosi sulle domande degli studenti e in particolar modo facendoci capire quanto sia importante conoscere queste tematiche non solo studiandole dai libri di scuola, ma cercando altri mezzi di informazione. Solo ascoltando i telegiornali oppure leggendo  dei pezzi di carta, non potremo mai capire quanto la mafia si sia innestata come un parassita in un organismo ospite, crescendo e replicandosi indisturbata alle nostre spalle.

                                                                     Gabriele Lamberti, 5 DLS

Giovedì 19 dicembre  alle ore 9.30 nell’Aula Magna dell’Itis Cardano, 290 studenti delle classi dell’Indirizzo Tecnico e del Liceo delle Scienze Applicate hanno incontrato il professore Enzo Ciconte, esperto di storia delle mafie, professore dell’Università di Pavia e dell’Università Roma Tre. 

Lo studioso si è reso disponibile a rispondere alle domande dei ragazzi, nell’ambito dell’iniziativa “Domande su mafie e legalità”, per stimolare il loro interesse e le loro riflessioni sul confronto tra azione dello Stato e diffusione della criminalità organizzata. In questo modo tutti i partecipanti,  sono stati coinvolti nel dialogo, finalizzato a costruire un percorso comune di cittadinanza consapevole e responsabile.

Prima di lasciare la parola agli studenti, l’ex deputato ha introdotto il discorso raccontando del suo libro “’Ndrangheta Padana” scritto nel 1992, prima del tragico attentato a Falcone e Borsellino, per confutare la diffusissima credenza che la mafia sia un fenomeno strettamente legato al Sud Italia. Infatti è stato proprio l’atteggiamento di cecità, spesso assunto dagli uomini del Nord, a impedire per molto tempo di vedere la realtà dei fatti: la mafia è un fenomeno nazionale, non soltanto meridionale; un’organizzazione criminale che consegue interessi privati e di arricchimento a danno degli interessi pubblici.
Gli studenti presenti hanno proposto domande d’impegno, ad esempio quale fosse l’opinione del professore in merito alla legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. Ciconte ha risposto che un tale provvedimento  potrebbe essere applicato per evitare  che i ragazzi entrino in contatto con gli spacciatori e quindi col mondo criminale. 

Un altro tema dibattuto durante la mattinata ha riguardato il rapporto tra mafia e religione, cambiato nel corso degli anni a partire dall’Ottocento fino ai giorni odierni; ha sottolineato come oggi la Chiesa condanni apertamente le organizzazioni mafiose e come alcuni sacerdoti operino concretamente nei  quartieri a rischio, mettendo in pericolo la loro stessa vita.

Ciconte ha spiegato che i rituali mafiosi  hanno radici molto antiche, provenienti persino dalla Cina (Triadi cinesi ) e dal Giappone (Yacuza giapponese ); si è soffermato per esempio sui tatuaggi come simbolo di appartenenza alle “sette d’élite”, successivamente aboliti nel  momento in cui le forze dell’ordine hanno scoperto metodi identificativi. In seguito ha analizzato l’uso attuale dei social, che rappresentano un’arma a doppio taglio per gli uomini d’onore, in quanto oggetto di intercettazioni; infatti il tentativo di reclutare giovani online tramite messaggi provocatori o immagini di oggetti e luoghi lussuosi, e quindi desiderabili, può sia attirare l’attenzione dei ragazzi sia portare all’essere rintracciati dallo Stato. Infine, un aspetto particolarmente importante sul quale il professore ha posto la sua attenzione è il “linguaggio mafioso” che, proprio per la sua incomprensibilità, suscita il fascino degli aspiranti membri e contribuisce a reclutamento ed affiliazione  ai clan.

In conclusione possiamo considerare interessante l’incontro con il prof. Ciconte;  gli studenti presenti possono affermare di conoscere qualcosa in più di un’organizzazione illegale che da tempo ostacola il regolare funzionamento dello Stato e della società civile.

                                                                                   Chiara Cantù,
5 DLS, Itis Cardano

SPORT E SCUOLA, UN CONNUBIO POSSIBILE

Premio Panatlhon ” Vittorio” per lo studente atleta 2018-19

L’Istituto Cardano si è sempre impegnato a partecipare a manifestazioni sportive scolastiche ed ha ottenuto grandi risultati grazie all’impegno dei propri studenti.

In particolare vogliamo celebrare l’alunno Andrea Biassoni della 4^CLS, già campione provinciale nelle gare di Snowboard, nelle Specialità Slalom, lo scorso 26 febbraio ai Piani di Bobbio. Questo successo si è rivelato utile al nostro ragazzo, in quanto di recente è stato premiato dall’Associazione Panathlon International Pavese per aver ottenuto degli ottimi risultati sia a livello scolastico che sportivo. La premiazione si è tenuta presso l’Apolf di Pavia il 16 novembre scorso alle ore 10 e, oltre ai rappresentanti del Panathlon, erano presenti la preside dell’Apolf e i docenti rappresentanti dei vari istituti pavesi.

Oltre a questo riconoscimento sportivo in rappresentanza del Cardano, Andrea ha ottenuto altri importanti risultati extrascolastici: si è classificato terzo al Campionato Italiano U18 di Arrampicata nella specialità Speed, ha vinto la Coppa Italia Giovanile ed è arrivato terzo assoluto nella Combinata (ovvero l’insieme delle tre discipline dell’Arrampicata: Lead, Boulder e Speed). Nella sfida di Arrampicata Andrea è riuscito a superare gli avversari in una gara di velocità: la prova, infatti, consisteva nel salire nel minor tempo possibile una parete di 16 metri. Gli atleti hanno avuto a disposizione due tentativi per far registrare il miglior tempo e qualificarsi alle fasi finali. Successivamente sono stati disputati gli ottavi di finale in cui sono stati selezionati i sedici migliori atleti e, a partire dai quarti, si è passati allo scontro diretto tra partecipanti, che per superare il turno avrebbero dovuto arrivare primi dell’avversario.

Proprio con questa disciplina, nella quale si è classificato terzo, Andrea si è guadagnato la convocazione in Coppa Europa con la Nazionale.  Il nostro atleta ha dichiarato che, per prepararsi all’evento, ha dovuto allenarsi intensamente e perciò si è visto privato di tanto tempo da dedicare allo studio, pur riuscendo a conciliare al meglio le due attività attraverso disciplina e determinazione.
La Coppa Europa si è disputata in due tappe, il 18 maggio a Mezzolombardo e il 20 luglio a Tarnòw in Polonia, e si è rivelata una competizione molto difficile per Andrea che ha dovuto confrontarsi con avversari di alto livello. Inizialmente l’emozione non gli ha permesso di dare il massimo di sé; ma dopo qualche consiglio da parte dell’allenatore della  Nazionale, per il nostro ragazzo sono arrivati anche i risultati: la settima posizione nella classifica finale. Egli stesso ha dichiarato: «Mi sentivo teso prima della gara, ma alla fine ho provato una grande soddisfazione per il risultato positivo».
Con questa ottima performance, Andrea si è assicurato la qualificazione ai prossimi Campionati Europei e, dati gli eccellenti risultati conseguiti, siamo certi che potremo parlare ancora di lui, delle sue future  competizioni e dei suoi successi.

Gaia Mongillo e Federico Lecce,
4 CLS, ITIS CARDANO

Vecchie mura, nuove emozioni.

La scuola è imparare quello che non sapevi nemmeno di non sapere

9 novembre 2019: eccomi, davanti al cancello della Scuola Media Cesare Angelini pronta a presentare l’Istituto Cardano nella giornata dedicata all’orientamento. Con me un piccolo gruppo di altri studenti dell’ITIS.

Mi fermo ad osservare l’edificio, il giardino, la recinzione e intanto mi perdo nei ricordi. Per un attimo mi sembra di fare un tuffo nel passato. Appena varco la soglia del cancello della mia vecchia scuola noto un’aria diversa; quel luogo che mi era stato così familiare ha subito un cambiamento, non chiaramente decifrabile alla vista.
Prendono avvio le l’attività di orientamento e io svolgo gli incarichi a me affidati con una strana sensazione che mi opprime. Ripercorrendo i corridoi e le aule che mi hanno vista crescere per tre lunghi anni, non riesco a trovare la risposta a quelle strane emozioni. Nonostante tutto sia al proprio posto, la segreteria, le aule, il laboratorio di arte e persino le cattedre dei bidelli, mi pare tutto così estraneo, lontano dalla mia vita.

Com’è possibile che quella realtà che mi aveva accolto per sei ore al giorno, cinque giorni a settimana per tre anni, non abbia più nulla da trasmettermi?

Mi rendo conto che seppur la scatola sia uguale, stessi ricami e decorazioni, ciò che contiene è cambiato.
Probabilmente ciò che rendeva quell’ambiente cosi spensierato e stimolante, direi amabile, eravamo noi: insegnanti e ragazzi; ci consideravamo una grande famiglia, in quanto il rapporto che si era instaurato andava al di là della semplice relazione professionale.
Purtroppo non ho avuto l’occasione di rivedere i miei vecchi professori a differenza degli altri compagni dell’Itis presenti, anche loro ex alunni della Scuola Media Angelini. Ciò che mi ha stupito di più è stato assistere al caloroso incontro con quelli che erano stati i loro insegnanti: con un solo semplice sguardo e qualche parola hanno ripreso la complicità e l’intesa di un tempo.

Questo avvenimento mi ha fatto riflettere profondamente su come dei professori, casualmente assegnati ad una classe, possano assumere un ruolo fondamentale nel percorso di crescita degli alunni. Nostalgia penso sia il termine più corretto per esprimere ciò che ho provato nella mattina del 9 novembre, ho sentito la mancanza della piccola grande famiglia che si era creata per caso.

Gli alunni della scuola Media Angelini presenti all’open day avevano uno sguardo desideroso di cambiamento, mi sono parsi curiosi di scoprire cosa li potrebbe attendere fra un anno senza aver la consapevolezza che stanno per concludere un percorso importante che ha inciso sulla loro vita. Purtroppo, anch’io ero occupata a pensare al dopo piuttosto che a godermi quell’ultimo anno…ma penso sia plausibile come atteggiamento! Tuttavia, durante la mattinata del 9 novembre dedicata all’orientamento dei ragazzini che si apprestano a scegliere la scuola superiore, tra una presentazione e l’altra di discipline, orari e programmi, mi è sembrato giusto ripetere loro svariate volte: “vivete fino in fondo questa realtà perché non tornerà più!”

Anna Rancati,
3DLS, ITIS Cardano

Il lavoro di cercarsi un lavoro

vademecum per introdursi nel mondo lavorativo

Analizzare se stessi, informarsi e conoscere il mercato, rilevare le esigenze delle aziende, utilizzare forme di comunicazione efficaci. Di questo si è parlato nella mattinata del 21 novembre 2019, presso l’Istituto ITIS Cardano di Pavia, durante un incontro fra alcuni studenti degli indirizzi di Meccanica e Chimica e Manpower Group, multinazionale leader nella gestione delle risorse umane che fa da tramite tra aziende e lavoratori per creare il “perfetto incastro” tra chi offre e chi dà lavoro.

Grazie alla convenzione firmata oggi, saranno promossi percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento al lavoro, tra l’Istituto e Manpower. In sostanza gli studenti di classe quinta, attraverso lezioni e laboratori, acquisiranno le abilità necessarie per orientarsi nel complesso mercato del lavoro. Ma torniamo alla domanda iniziale: cosa significa “il lavoro di cercarsi un lavoro”? Con questa frase ci si riferisce all’abilità di analizzare se stessi e individuare le esigenze dell’azienda, ma soprattutto informarsi ed acquisire gli strumenti del mestiere tramite alcuni punti fondamentali: Personal branding, colloquio, Curriculum Vitae e valutazione. Per Personal Branding ci si riferisce alla capacità di mostrare la propria personalità e soprattutto le proprie competenze, in modo da spiccare rispetto ad altri candidati. Rilevante è perciò la scrittura di un buon Curriculum che deve precisare la formazione scolastica ricevuta e gli attestati di eccellenza come la conoscenza fluente dell’inglese, ma anche i possibili hobby o le attività di volontariato svolte. E’ importante insomma evidenziare la propria unicità che può fare la differenza. Riguardo ai colloqui ci è stato detto che è fondamentale avere risposte pronte e dirette, essere sicuri di sé, descrivere le proprie abilità lavorative e anche l’ambiente di lavoro desiderato.

Spetterà poi all’azienda di selezione del personale, come Manpower, eseguire la valutazione del candidato, leggendo il Curriculum Vitae, che, se crea interesse, porta al contatto e ad un successivo colloquio. In conclusione si è rivelato interessante vedere come funziona la selezione dei candidati nel mercato del lavoro e i suggerimenti dati ci saranno sicuramente utili in un breve futuro.
L’incontro si è concluso con l’ottimismo dello slogan “Da un errore si può solo imparare” che ogni giovane deve tenere bene a mente nell’affrontare le molteplici prove scolastiche e lavorative che lo aspettano.

Riccardo Pellavio, Alessio D’Amato,Salvatore Spinnato,
5^ CM, ITIS Cardano

INSPIRE A GENERATION

Una giornata con i giornalisti del Corriere per diventare cittadini attivi e consapevoli
(link al sito Osservatorio Giovani Editori)

Il giorno 24/10/2019, presso il Liceo Massimo D’Azeglio di Torino, si è tenuta la prima delle cinque giornate del ciclo “Inspire a generation” per l’anno scolastico 2019/2020, a cui hanno partecipato diverse classi di scuola secondaria, giornate che sono promosse dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori.

Abbiamo avuto l’onore di parteciparvi, assistendo alla conferenza di alcuni rilevanti giornalisti dei quotidiani maggiormente letti dagli italiani, come “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della Sera”.

Marco Castelnuovo, attuale direttore del “Corriere della Sera” di Torino, ha posto il problema della disinformazione provocata dalle fake news, facendoci ragionare su quante poche persone attualmente leggano i giornali, preferendo informarsi sulla rete.

Le fake news (letteralmente false informazioni) si diffondono spesso proprio in rete e in modo incontrollato, divenendo virali: più queste notizie acquistano popolarità, più in fretta vengono diffuse!

Dopo la prima parte introduttiva, Marco Castelnuovo ha presentato il progetto “Technology-Digital literacy”, che ha come finalità quella di estendere all’ambito digitale la riflessione sul significato di cittadinanza attiva e responsabile.

Rallenta!
Fermati e valuta!
Analizza e rifletti!
Sono queste le regole d’oro del “pensiero consapevole” a cui,  secondo il noto giornalista, dobbiamo ispirarci.
Infatti anche oggi, nella società delle immagini, il pensiero rappresenta lo strumento primario per interagire con il mondo e per non incorrere nel pericolo di diventare vittime passive. Ognuno deve essere capace di acquisire competenze e comprendere i propri diritti e doveri nel mondo virtuale, ma soprattutto conoscere i meccanismi di funzionamento del mondo della rete.

Inoltre il relatore ha sottolineato il fatto che la digital-literacy non è semplicemente la capacità di utilizzare il computer, il tablet o lo smartphone, ma consiste nel saper utilizzare questi strumenti in maniera consapevole, conoscendone le potenzialità e i rischi; in una parola, bisogna saper utilizzare la rete in modo strategico, responsabile e creativo. A questo proposito, fondamentale risulta “pensare” prima di cliccare, digitare, condividere.

È importante saper distinguere le notizie e le fonti attendibili da quelle non attendibili.

Le notizie false esistono da quando l’uomo ha imparato a comunicare; nella storia vari sono gli esempi di fake news: Castelnuovo ha citato l’episodio del cavallo di Troia che risulta essere il primo esempio di notizia falsa. Con l’avvento di Internet, il fenomeno però si è amplificato perché sul web le informazioni si spostano velocemente con un ritmo incalzante ed è sempre più difficile trovare il tempo per risalire alla verità dei fatti. Qualcosa però, ultimamente, sta cambiando perché sia Google, motore di ricerca, che Facebook, noto social network, si stanno attivando per introdurre dei filtri al fine di stanare pagine e profili in cui vengono pubblicate notizie false e inattendibili.

Si tratta di una piccola trasformazione in corso; ma il vero cambio di rotta dipende dalla responsabilizzazione delle persone, di chi scrive, di chi legge, di chi gestisce i mezzi di comunicazione. Per non cadere vittime delle fake news non esiste una ricetta unica e immediata! Ma certamente l’approfondire con curiosità e impegno, il domandarsi se chi sta fornendo quella notizia può trarne un vantaggio, costituiscono passi rilevanti verso il pensiero critico e l’autonomia di giudizio.

La conferenza è continuata con l’intervento di Marco Ferrando, responsabile della sezione Finanza&Mercati de Il Sole 24 ore, portavoce del progetto Young Factor, il quale ha aperto una discussione con noi ragazzi presenti, proiettando una slide comprendente tre parole-chiave: economia, potere, futuro.  Ferrando ha coinvolto direttamente la platea, ponendo domande di vario genere, fino ad arrivare alla domanda più importante, con la quale chiedeva chi di noi, nell’ultimo periodo, avesse esercitato potere in base alle proprie scelte. Il giornalista ci ha invitato a riflettere sul fatto che è fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza per affrontare meglio le scelte che riguardano il nostro futuro, per diventare cittadini più responsabili, più consapevoli e quindi più liberi. Ha inoltre sottolineato il fatto che i giovani devono imparare a “leggere”  attentamente la realtà e ad avere un approccio  critico e maturo rivolto al futuro.

A conclusione dell’incontro c’è stato l’intervento di Gian Antonio Stella, noto giornalista de Il Corriere della Sera e scrittore, che ha ripreso il tema delle fake news in chiave ironica. Stella ci ha proposto un esempio significativo di come le fake news possano diffondersi e influenzare le persone con la notizia del “tacchino di Walmart”. Una donna, su un forum di cucina, il giorno del Ringraziamento (nota festa americana in cui è tradizione ritrovarsi in famiglia per condividere un pranzo a base di tacchino ripieno), sosteneva che i suoi familiari si fossero sentiti male dopo aver acquistato e mangiato un tacchino al supermercato Walmart. In poche ore il messaggio è stato postato su Twitter da migliaia di account, molte persone si sono spaventate e non hanno voluto più comprare o mangiare tacchini di Walmart. In realtà nessuna donna aveva postato quel commento, ma era un falso studiato e postato dalla cosiddetta “Fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica americana.

Una delle prime fake news della storia potrebbe essere stata, secondo il giornalista, quella inerente a Marco Polo e al suo viaggio nell’arcipelago indiano delle Andamane: i suoi abitanti venivano descritti come bestie dal capo di cane, naso e denti di mastino. Questa notizia si sparse rapidamente creando scalpore, nonostante fosse un espediente per indicare una popolazione con cultura differente dalla propria.

Altra fake news ricordata da Stella è la falsa Donazione di Costantino, che per secoli fu utilizzata per giustificare la proprietà di terre della Chiesa; secondo quel documento  era stato l’imperatore Costantino stesso a concederla in dono al Papa. In realtà, Lorenzo Valla, studioso del XV secolo, scoprì incongruenze fra il latino usato per la stesura del manoscritto e quello realmente utilizzato nel IV secolo dall’imperatore, dimostrandone la falsità.

Stella ha quindi concluso il discorso sottolineando come sia importante sviluppare un proprio pensiero in grado di valutare le informazioni diffuse dai media, che possono modificare la realtà in base ai loro interessi. Per cui, ragazzi, occhio alle fake!

                                                           Greco Lorenzo, Cosio Carlotta,
Galli Alessandro, Penso Filippo 3^DLS

 

INCONTRO… SPAZIALE

Il giorno 10 ottobre 2019 gli studenti delle seconde A, B, C e D del liceo si sono recati nell’Aula Magna dell’istituto Copernico per partecipare all’incontro “Nello spazio non c’è spazio” in presenza dell’astronauta Umberto Guidoni e di Andrea Volante, che ha fatto da moderatore.

All’incontro erano presenti anche molti alunni di ogni grado di scuola, dalla primaria fino alle superiori. Dopo che tutti si sono accomodati, il dirigente scolastico del Copernico, il professore Mauro Casella, ha fatto un discorso di presentazione e ringraziamento per Guidoni e tutti i presenti e poi ha lasciato il posto al cosmonauta e a Volante.
Nell’aula è stato proiettato un video che illustrava il suo viaggio verso la base spaziale: la partenza sullo Space Shuttle, dopo una settimana di isolamento (per prevenire infezioni) e di preparazione, lo sgancio dei razzi e del serbatoio dopo l’abbandono dell’atmosfera e il complicato aggancio alla base spaziale internazionale alla velocità di 28.000 km/h attorno alla Terra per contrastare la gravità terrestre.

Sono stati  mostrati altri filmati sulla base spaziale, una struttura estesa come un campo da calcio che da vent’anni gira attorno alla Terra a una distanza di 400 km dal suolo. In questi filmati veniva illustrato il modo in cui vivono gli astronauti: come si spostano, come e cosa mangiano, dove dormono, come passano le giornate… mentre Guidoni ci spiegava il tutto. Ad esempio, per andare da una stanza all’altra ci si sposta aggrappandosi ad alcuni ganci presenti sulle pareti delle navicelle, oppure per svolgere qualche lavoro esistono delle “cinture” sul pavimento in cui infilare i piedi per non fluttuare ovunque mentre si svolge l’attività desiderata, o, ancora, per dormire esistono dei sacchi a pelo fissati alle pareti per non rischiare di finire contro vari oggetti durante il sonno. Per quanto riguarda il cibo, invece, gli astronauti possono mangiare solo alimenti sottovuoto e senza fluidi; solo quando arriva la navicella con le scorte possono permettersi di mangiare frutta, verdura e altri cibi contenenti acqua.

Dopodiché Umberto Guidoni ha presentato alla platea attenta diverse riprese della Terra vista dalla base spaziale che raffiguravano fenomeni naturali, oceani, foreste, oppure le città di notte: un insieme di piccoli puntini luminosi che ricopriva il terreno buio.

Infine, Guidoni ha illustrato alcuni progetti che diverse aziende vorrebbero realizzare, come per esempio le navicelle “turistiche”, oppure un sistema di atterraggio in acqua o sul suolo con paracadute, e le intenzioni della NASA, ovvero quelle di raggiungere la Luna e Marte.

L’ultima parte dell’incontro è stata riservata alle domande degli studenti, alcune più serie e altre più buffe e imbarazzanti. L’incontro si è concluso alle 11.00 con un saluto e un ringraziamento generale da parte di Umberto Guidoni e Andrea Volante e gli alunni sono rientrati in istituto, soddisfatti e più “vicini allo spazio”.

Venco Giulia, 2DLS
Con la collaborazione di Sponziello Chiara (2DLS) e Panetta Giulia (2DLS)

Winter is not coming

Quando abbiamo lasciato la stazione e siamo emersi dal sottosuolo, le nostre orecchie sono state riempite da un tonante boato. Per un attimo, mentre salivo le scale, mi sono sentita come i pugili dei film quando percorrono il tunnel che li conduce al ring, acclamati da un pubblico che ancora non riescono a vedere. Ma il secondo successivo mi sono resa conto di non essere in uno stadio e tantomento di essere una wrestler: abbiamo capito tutti cosa fossero le urla che sentivamo, abbiamo sorriso e indicato agli altri sopra le nostre teste, come se fossero i cherubini della Cappella Sistina.

Eravamo a Milano, bellezza ovattata dal grigiore dello smog padano, e la strada era invasa da adolescenti.

Era venerdì 27 settembre.

Annunciare così questa data può sembrare un po’ eccessivo, ma la verità è che questa giornata è stata vissuta da tutti in modo diverso. E’ persino superfluo dire che cosa sia successo lo scorso venerdì, ma a chi si sia scollegato dal mondo nel corso dell’ultimo anno, basti sapere che il 27 settembre è stato indetto il terzo “Fridays For Future”, sciopero globale per il clima.

Perchè il clima si sta lasciando andare nell’ultimo periodo – ci accorgiamo tutti che i 30 gradi ottobrini suonano un po’ altisonanti – e la colpa viene imputata all’uomo, anzi, più propriamente, all’innalzamento spropositato dell’anidride carbonica nell’aria che l’uomo causa.

Anche noi siamo andati a Milano ma in modo diverso: all’interno dei Giardini Montanelli avvolti da una coperta di voci giovanili, la lunga sfilata a fare da sciarpa a zona Porta Venezia, si è svolta “MEETmeTONIGHT”, due giorni di divulgazione scientifica organizzata dalla Notte Europea dei Ricercatori. 46 stand divisi per tematiche (ambiente, cultura e società, patrimonio culturale, salute, scienza e tecnologia), film, spettacoli, incontri con ricercatori e laboratori aperti, il tutto all’insegna della scienza.

Ma è ciò a cui abbiamo preso parte anche noi del Cardano a rendere così particolare questa iniziativa: il
Playdecide. All’interno di un capannone sono state disposte dodici tavole rotonde, ciascuna delle quali ha ospitato undici cavalieri dalla mente brillante, di cui facevano parte due prodi studenti e un valoroso insegnante dell’ITIS. A ogni partecipante sono state distribuite due carte dei fatti (per presentare dati), una carta delle storie (per dimostrare l’effetto dei numeri sulla vita reale) e due carte dei problemi (per mettere in discussione); ciascuna trattava argomenti inerenti al tema del tavolo. Quest’anno si è scelto di unificare l’oggetto della discussione e parlare di ambiente e cambiamento climatico, in onore alla manifestazione in corso.

 Ancora? Sì, ancora. Se ne sta parlando tanto in questi giorni, così tanto che rischia di essere troppo. 

L’importante non dovrebbe essere la quantità di volte che un argomento così vitale e centrale per tutti noi viene ripetuto ma, come per ogni cosa, la qualità. E credo che con Playdecide questo obbiettivo sia stato centrato.Che cos’altro ci sarà da aggiungere in merito al riscaldamento globale che non sia ancora stato detto? Venerdì abbiamo scoperto che:

  • esistono metodi per aspirare l’anidride carbonica dall’aria e immagazzinarla sotto il fondale marino;
  •  è stato messo a punto un progetto per eliminare gli uragani.

Queste idee sono spesso di difficile realizzazione perchè troppo costose o semplicemente troppo complicate.
La comodità è bella, così semplice, lineare e sicura. La comodità è comoda. E se la nostra pigrizia viene sempre di più alimentata, maggiore sarà la difficoltà nel cambiare e muoversi, decidere di fare qualcosa. Serve uno scossone, una sveglia. La mattina la sveglia grida, no? È questo che le manifestazioni del 27 settembre hanno provato a fare, gridare appelli di protesta per svegliare le persone. MeetMeTonight è un modo per tenerle attive una volta che si sono messe in piedi e, devo dire, funziona.

Gli stand presentati sono stati tanti e spaziavano dai computer alla microbiologia, dall’astrofisica ai laboratori per bambini con vestiti a tema, e non bisogna dimenticare che il tutto si è svolto in uno dei luoghi più belli di Milano, almeno per quanto mi riguarda.
E proprio sotto un salice dei Giardini Montanelli, dopo aver combattuto con un po’ d’ansia, abbiamo tenuto un’intervista in inglese per JoVE, una rivista scientifica peer-reviewed (per i meno anglofoni: che pubblica articoli riletti e corretti da personale qualificato esterno allo staff editoriale) che divulga metodi sperimentali in formato video.

Ci è stato chiesto di descrivere l’attività di Playdecide e di dare il nostro parere a proposito dell’apprendimento tramite contenuti multimediali.
L’intervista sarà presto disponibile sul sito web della rivista.

Quando siamo usciti dai giardini ci siamo sentiti decisamente stanchi, ma soddisfatti: poter discutere per così tanto tempo con ricercatori veri, professionisti esterni alla nostra solita cerchia di conoscenti, ci ha fatto capire che anche noi ingenui e sprovveduti adolescenti possiamo combinare qualcosa. Anzi, le nostre idee sono state ascoltate attentamente, a dimostrazione che anche i veri scienziati hanno così tanta sete di conoscenza da raccogliere con smania anche la più piccola e sussurrata opinione.

La voglia di sapere dovrebbe far parte di ciascuno di noi. Forse, se fosse stato così, non saremmo arrivati ad ammirare il nostro meraviglioso Monte Bianco sciogliersi come un cubetto di ghiaccio davanti ai nostri occhi.

                                                                   Roberta Basile
4 DLS

Rivoluzione ambientale al Cardano

Lunedì 23 settembre Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ha attirato l’attenzione di grandi politici e giovani studenti, ha tenuto un discorso al Palazzo di Vetro dell’ONU con lo scopo di spingere i governi a prendere posizione a favore della tutela dell’ambiente.
“Come osate?” ha ripetuto più volte tra le lacrime, convincendo 65 Paesi a compiere un primo passo verso il cambiamento, ad impegnarsi a dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 e addirittura ad azzerarle entro il 2050. Come traguardo sembra molto promettente, ma quali saranno effettivamente le trasformazioni nei prossimi anni?

E mentre i grandi si interrogano sul futuro del pianeta, noi, nel nostro piccolo, ci siamo chiesti come sia cambiato e come cambierà l’ITIS Cardano dal punto di vista dell’ attenzione all’ambiente. Muovendoci e osservando tra i vari indirizzi del nostro istituto abbiamo raccolto diverse interessanti informazioni.

La professoressa Stoppini, dell’Indirizzo Chimico, ci ha informato che nel corso Chimici  l’attenzione rivolta verso l’ambiente è consolidata: i docenti delle materie di indirizzo approfondiscono, nelle loro lezioni,  tematiche di Chimica ambientale e danno maggiore importanza alle biotecnologie, alla sicurezza ambientale nelle produzioni aziendali, al recupero dei gas nocivi, al trattamento delle acque e alle fonti di energia rinnovabili. Particolare attenzione viene riservata alla risorsa acqua. Infatti gli studenti delle Classi quinte con i docenti di Chimica Analitica due volte l’anno si recano sul fiume Ticino per prelevare campioni di acqua, al fine di analizzarli in laboratorio; in particolare nel 2019, il 22 marzo, gli studenti hanno presentato i risultati al Convegno tenutosi a Pavia in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua. Riguardo l’energia pulita, invece, è stato introdotto lo studio di nuove fonti: le biomasse, gli scarti di produzioni agricole e gli oli alimentari che vengono lavorati nelle bioraffinerie ottenendo biogas, biometano, bioetanolo, biodiesel; anche l’idrogeno potrebbe essere uno dei vettori energetici del futuro poiché, quando bruciato, non emette CO2 ma acqua. La tecnologia a idrogeno ha però un  limite: per la produzione di tale gas occorrono in ogni caso petrolio o biomasse.

La professoressa ci ha inoltre voluto parlare di  un chimico italiano, precursore della ricerca di fonti alternative, che già nel periodo della Prima Guerra Mondiale cercava un’alternativa ai combustibili fossili, Giacomo Ciamician che, nel 1912, all’VIII Congresso Internazionale di Chimica Applicata a New York, presentò una relazione intitolata La Fotochimica dell’Avvenire, di cui riportiamo alcuni frammenti: “La civiltà moderna è figlia del carbon fossile; la terra ne possiede ancora enormi giacimenti: ma essi non sono inesauribili.
Non potrà mai apparire conveniente il produrre energia solo  con le relative piccole riserve di carbone che le passate epoche geologiche ci hanno dato in retaggio”.Il professor Colombo, invece, dell’ Indirizzo di Meccanica ci ha messo al corrente del fatto che l’anno scorso è stata richiesta al Ministero l’introduzione di una novità nell’Offerta Formativa, che verrà forse presa in considerazione: un nuovo indirizzo di Meccanica Energetica. Comunque, già oggi, l’istituto è dotato di attrezzature che sfruttano l’energia ricavata da pannelli fotovoltaici e piccoli impianti idroelettrici.

Ci siamo rivolti anche alla professoressa Ricotti, insegnante di Scienze Naturali dell’Indirizzo Liceale, molto interessata al tema dell’ambiente, molto rilevante nel suo programma didattico. Come la professoressa Stoppini, crede nell’importanza del riutilizzo degli scarti, anche se, a suo parere, sarebbe ancora meglio non usare la plastica, piuttosto che riciclarla. Le sue lezioni si aprono spesso con “la notizia del giorno”, in genere a tema ambientale: una di esse si è focalizzata sul consumo energetico di Internet, molto più grande di quanto si immagini. Infatti, inviando solo otto e-mail si inquinerebbe, a livello di CO2, quanto percorrendo 1 chilometro in auto. In un’altra occasione, la professoressa ci ha parlato del giorno senza automobili a Bruxelles, che avrebbe portato alla diminuzione di emissioni di diossido di carbonio del 70% in una sola giornata. Ha quindi concluso spiegandoci che, per salvare il pianeta dall’intervento dell’uomo, sarebbe necessario per tutti noi cambiare stile di vita: usare i mezzi pubblici (o meglio ancora la bicicletta), limitare il consumo di carne e l’acquisto di bottiglie di plastica.

La professoressa Malvani, anche lei insegnante di Scienze Naturali dell’Indirizzo Liceale, il 27 settembre era  presente alla manifestazione di “Fridays For Future” al Castello Visconteo di Pavia. La docente ha accompagnato la classe 5aC-LS che ha realizzato dei cartelloni sul tema dei cambiamenti climatici, poi appesi agli alberi del giardino del castello e illustrati ai passanti. La professoressa in passato aveva anche avviato un progetto nel giardino della scuola, in cui i suoi studenti potevano prendersi cura di un piccolo orto e fare esperienza pratica. Dopo due anni, però, è stata costretta ad arrestare l’attività, perché l’orto veniva maltrattato e il sistema d’irrigazione distrutto; perciò spera di poter riproporre l’iniziativa approfittando del maggior interesse per l’ambiente riscontrabile negli ultimi tempi.

Ma torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio: è vero che alcuni cambiamenti ci sono sicuramente stati, ma crediamo che la scuola potrebbe promuovere più iniziative, sensibilizzare i ragazzi, imporre regole più severe per quanto riguarda la cura di giardino e cortile e il riciclo della spazzatura, a partire dal ridurre al minimo il consumo di plastica. Noi studenti, invece, dovremmo trattare con più riguardo l’ambiente scolastico, le attrezzature, le aule e rispettare la raccolta differenziata, dal momento che, come purtroppo abbiamo notato, spesso e volentieri nei cestini non vengono gettati i rifiuti corretti.

 Paolo Milasi, Claudio Clerici, Pietro Reali
classe 4 DLS 

Pavia con Greta per il pianeta

Chi avrebbe mai pensato di dover chiedere il permesso per avere un futuro? Eppure un’intera generazione si trova di fronte a questo dramma.
Il “Come osate?” di Greta Thunberg non è un grido isolato, 
chiuso nelle quattro mura dell’auditorium nella sede dell’Onu in cui ha avuto luogo il Climate Summit.

Non è certo un grido che ha genere, etnia, nazionalità o estrazione sociale. E’ l’appello di una generazione. Una generazione che chiede un cambiamento alle precedenti generazioni affinché possano essercene altre in futuro.

L’appello parte anche dalle strade di Pavia, dove il 27 settembre centinaia di giovani sono scesi in piazza in occasione del “Friday for Future”, con le idee ben chiare, per far sentire la loro voce.
Stiamo vivendo una crisi ambientale che minaccia il futuro della vita sulla terra e le attività umane sono la principale causa di questa crisi.

E’ necessaria un’azione urgente, è essenziale una massiccia riduzione delle emissioni di CO2 e dei livelli di inquinamento. 

Un’intera generazione si è risvegliata alla partecipazione politica in prima persona, affinché il futuro dell’umanità e del pianeta non sia lasciato in balia della “mano invisibile” del mercato e delle multinazionali che, pur di massimizzare i profitti e sbaragliare la concorrenza, infrangerebbero qualsiasi normativa.
Sul tema ambientale si è espresso un sentimento forte, di frustrazione individuale, legata all’incertezza sul proprio futuro, e collettiva verso un sistema incapace di risolvere i problemi fondamentali per la sopravvivenza. Questo sentimento si sta ora traducendo in tutto il mondo in fiducia nella forza collettiva.

Le proposte, che più che proposte ormai, hanno sempre più il tono del “se sceglierete di deluderci, non vi perdoneremo mai” di Greta, avanzano ovunque inesorabilmente, senza più pazienza né flessibilità.

Per quanto riguarda la nostra città, le proposte avanzate dal movimento “Fridays for Future Pavia”, definiscono un obiettivo primario: nel prossimo decennio la città deve saper sviluppare la visione di una comunità che vuole affermarsi come eccellenza della sostenibilità, ispirandosi ad altre città che hanno aperto la strada all’innovazione sostenibile.

Il mondo di oggi è un insieme di città. Sempre più le comunità urbane condizionano i processi politico-economici, orientano i valori, si fanno modelli e creatori di tendenze. Il cambiamento deve partire proprio dalle città: solo se le città sapranno cambiare per diventare protagoniste di uno sviluppo sostenibile, tutto il mondo ne trarrà giovamento e imboccherà la strada di un futuro possibile.

Beatrice Pestoni e Francesca Manara,
di 5 DLS

Pronti, partenza…via!

SEMS 2019 – Settimana Europea della Mobilità Sostenibile: il Cardano c’era

20 allievi dell’Istituto Tecnico Industriale Gerolamo Cardano di Pavia, guidati da Edoardo Castelnuovo, studente dell’istituto stesso e membro dell’Associazione Giovanile “Le Torri”, hanno rimesso a nuovo trenta biciclette di proprietà della loro scuola. Il tutto è stato reso possibile grazie ad un laboratorio di Ciclofficina offerto annualmente agli studenti delle scuole superiori della città dal progetto Scienza Under 18 e finanziato dal comune in collaborazione con FIABPavia.

Durante il corso i ragazzi hanno imparato a mantenere, riparare ed utilizzare al meglio un mezzo molto versatile, semplice ed economico come possono essere le due ruote a pedali. Dalle riparazioni più semplici come aggiustare una camera d’aria bucata, a operazioni più complesse come la sostituzione dell’intero movimento centrale (la parte interna al telaio che permette il regolare funzionamento dei pedali) di una bicicletta, i giovani ciclo-meccanici si sono impegnati durante diversi pomeriggi di apprendimento fino al completamento del corso che si è concluso con il test su strada: una “biciclettata” svoltasi venerdì 20 settembre tra le vie del centro storico. Gli studenti sono partiti dal loro istituto per giungere davanti al palazzo del Broletto, cuore della città, durante la settimana della mobilità sostenibile. Lì si è tenuto l’incontro celebrativo con il sindaco Fabrizio Fracassi, gli altri membri dell’Associazione Le Torri e i cicloamatori del corpo docenti del Cardano; durante l’evento, gli studenti che hanno partecipato al corso hanno tenuto una breve lezione di ciclofficina aperta alla cittadinanza.

La preside del Cardano, prof.ssa Gatti Comini, orgogliosa dell’innovativo progetto, ha già offerto la disponibilità ad ospitare anche per il prossimo anno i futuri partecipanti dell’iniziativa oltre a programmare, con la collaborazione dei docenti di Scienze Motorie, una serie di uscite per promuovere l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto ecologico.

Edoardo Castelnuovo e Silvia Rizzardi
 4BLS e 3DLS

Un viaggio nella medicina.

Uomo e donna: “antitetici complementari”

 

Mercoledì 19 Giugno alcuni studenti dell’ITIS G. Cardano delle classi 2BLS, 3DLS e 4DLS si sono recati presso la Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” e sono stati accolti nell’Aula Didattica 2 del DEA dove hanno potuto assistere a una conferenza incentrata sui temi della gravidanza e della fertilità.

La professoressa Rossella Nappi ha dato avvio all’incontro con un discorso assai interessante che ha aperto gli occhi ai ragazzi sulle diversità biologiche che coinvolgono sia soggetti femminili che maschili dei giorni nostri, rispetto a quelli di un passato più vicino di quanto ci aspetteremmo.

Quante volte ci è stato detto dai nostri genitori “ai miei tempi le cose erano molto diverse” e tutti, sicuramente almeno una volta,  abbiamo alzato gli occhi al cielo chiedendoci quanto mai le cose possano essere cambiate in così pochi anni per poi guardarci intorno il giorno dopo e percepire il costante flusso di cambiamento che circola trasparente come l’aria fino a travolgerci inaspettatamente.

Ebbene la lezione tenuta il 19 giugno dalla professoressa Nappi e dalla dottoressa  Coccini ha avuto lo stesso effetto: quella sensazione che si prova quando si apre per la prima volta un libro e sembra di  trovarsi davanti a una voragine, uno spazio vuoto e nuovo tutto da riempire di informazioni.

Perché in questi pochi anni, non solo è avvenuto un cambiamento a livello sociale e culturale nella popolazione, ma anche un profondo cambiamento biologico che ha influenzato la natura umana. Un esempio è il numero medio di figli per ogni coppia, notevolmente diminuito se pensiamo ai nostri nonni e ai loro fratelli e sorelle: quelle che una volta erano normalissime famiglie, oggi, ai nostri occhi appaiono come nuclei famigliari molto numerosi, impensabili per la vita corrente che vede un numero massimo di 2 figli per coppia. Tutto ciò sicuramente influenzato dai cambiamenti avvenuti nella società, negli orari e nella disponibilità del lavoro.

Presi in considerazione questi dati, la professoressa si è poi soffermata sulla tardività dei parti: sempre più donne arrivano infatti a chiedere la fecondazione artificiale realizzata con l’aiuto di esperti in laboratorio, perché ostacolate, data l’età sempre più avanzata, a concepire un figlio naturalmente. Da qui, la relatrice ha aggiunto tutti i fattori di rischio e le controindicazioni legati alle gravidanze dai quarant’anni e oltre per poi passare la parola, dopo questo interessante discorso, alla coordinatrice delle ostetriche dottoressa Giovanna Coccini che ha approfondito ulteriormente, addentrandosi nei particolari medici, argomenti ancora più vicini a noi ragazzi, per quanto questo possa sembrare ad alcuni precoce: ha introdotto la descrizione di alcune malattie sessualmente trasmissibili, ponendo l’accento sulla prevenzione e sulle modalità per attuarla, con tanto di pro e contro, fino al corretto metodo di igiene, raccomandando vivamente di eseguire controlli e di prestare sempre attenzione alle prescrizioni dei medici.

Perché l’ambito della medicina è un mondo sconfinato, e noi, come piccoli astronauti che vanno sulla luna, pensiamo di poter sapere tutto ciò che ci occorre su quel nuovo mondo, ma non ci rendiamo conto della vastità della sua superficie.

                                                                          Giulia Faccini  3 DLS

 

“Antitetici complementari” così Rossella Nappi, professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università degli Studi di Pavia nonché esperta di procreazione medicalmente assistita dell’IRCCS Fondazione San Matteo, definisce l’uomo e la donna dal punto di vista biologico. Uomo e donna, due entità separate e perfettamente plasmate dalla natura secondo un preciso programma, entrambi destinati ad incontrarsi per dare origine al più affascinate dei fenomeni, la vita, a partire da due microscopiche cellule: lo spermatozoo e la cellula uovo.

Durante l’incontro tenutosi presso l’aula 2 del DEA San Matteo di Pavia in data 19 giugno viene ribadita l’importanza di una corretta educazione sessuale e soprattutto di una quanto più meticolosa informazione tra i giovani riguardo la progettazione di un futuro genitoriale. Le ormai sempre più innovative tecniche di procreazione medicalmente assistita devono, e sottolinea devono, essere utilizzate solamente in casi patologici in cui il concepimento naturale non sia possibile, causa infertilità o altre patologie in uno dei due partner. La progettazione di un futuro da mamma e papà deve interessare già intorno ai 20 anni, così come era solito accadere fino a qualche decennio fa, soprattutto a causa della sempre più elevata frequenza di infertilità maschile, che può portare ad un quasi totale azzeramento della funzionalità degli spermatozoi, oppure della fisiologica perdita di potenzialità evolutive della cellula uovo nella donna, a partire già dai 35-40 anni. Una gravidanza a 42 anni, ad esempio, consiste già in “un’eccezione”, una forzatura della natura, che predispone l’organismo femminile alla gravidanza in un ben determinato range di età. La disinformazione nei giovani porta, soprattutto in età adolescenziale, a non interessarsi a tale tematica, lasciando così passare gli anni e ritrovandosi in età matura, almeno dal punto di vista sessuale, ad apprendere le problematiche e gli ostacoli che si potrebbero incontrare lungo il loro percorso per diventare genitori.

L’invito della professoressa Nappi e della dottoressa Coccini, coordinatrice ostetrica intervenuta successivamente, è quindi mirato ad una maggiore sensibilizzazione, attraverso una più completa e corretta conoscenza del proprio “io intimo”, verso le problematiche annesse e connesse alla procreazione.

Andrea Villani, Alessandro Vai, Luca Gentina, Andrea Cirmi
4DLS ITIS “G.CARDANO”

TUTOR4GIUNTO

L’ITIS G. Cardano: una scuola costruita dagli studenti per gli studenti.
Ogni tanto esce un articolo che ne descrive i lati peggiori: risse, atti di vandalismo…cose che succedono anche in altre scuole di Pavia e del mondo, ma che sembrano gravare più sulle nostre spalle che su quelle di altri istituti.
Vista da fuori: muri grigi, il cancello, il giardino davanti alla Centrale e il parcheggio dei motorini davanti alla Succursale.
Vissuta dall’interno: un’enorme massa di ragazzi che girano per i corridoi con gli zaini sulle spalle, che ridono e parlano mentre cambiano aula, i professori che si muovono tra di loro con le borse piene di verifiche da correggere e progetti da mostrare agli studenti.
Quasi duemila anime le cui vene pulsano a un unico ritmo.
Perché dopo un po’ che passi le tue giornate all’ITIS G. Cardano, non puoi più percepirla solo come la tua scuola. Diventa la tua patria, un posto in cui studiare sì, ma anche divertirsi e crescere…il TUO posto.
Si sviluppa una sorta di legame, come se fossimo una grande squadra unita per affrontare qualsiasi partita, e anche se non ci conosciamo tutti, perché siamo davvero tanti, non possiamo fare a meno di pensarci come un NOI, quelli del Cardano.
Ma diciamolo, siamo un po’ stufi di essere percepiti come la scuola dei “teppisti”.
Abbiamo le nostre pecche, un paio di cose qua e là che andrebbero sistemate non mancano di sicuro, ma siamo, e parlo per esperienza, una delle scuole più belle e preparate della provincia. Bisogna pensarci come una sorta di organismo vivente, formato da più organi che cooperano tutti al funzionamento generale.
Meccanici, Chimici, Informatici, Liceali, Elettrotecnici e professori…ognuno è un ingranaggio che permette a questa complessa macchina di funzionare.
Si, anche gli studenti partecipano a rendere il Cardano la scuola che è: c’è chi lo fa in modo negativo, ma sono molti di più quelli a metterci il cuore, che cercano di contribuire alla crescita del posto in cui passano la maggior parte delle loro giornate.
Un esempio di questa collaborazione sono proprio i ragazzi della 5AI che hanno elaborato un programma che permette agli studenti di tutte le classi di prenotare lezioni di ripetizione in caso di difficoltà nelle varie materie.
Un gruppo di studenti chiamati tutor, infatti, si mette a disposizione ogni anno per aiutare i compagni che fanno più fatica a studiare alcuni argomenti (tutee).
C’è chi è più portato per la fisica, chi più per la storia o l’informatica, così ci diamo una mano per affrontare l’anno scolastico e “passarlo” con i migliori risultati possibili.
Il sistema di tutoraggio elaborato dalla 5AI è semplice da usare (comprende un manuale d’uso che spiega brevemente e in maniera chiara tutte le funzioni del sito) e consente ai ragazzi di organizzarsi con efficacia, con la supervisione dei professori.
Ci si deve registrare, ognuno con i propri dati del registro elettronico Classeviva, per evitare che persone non appartenenti alla scuola entrino nel sito; dopodiché si accede a un’interfaccia in cui è possibile sia prenotare lezioni, scegliendo tra i vari tutor e orari disponibili, sia, per chi accede con le credenziali del tutor, dichiarare i giorni di disponibilità, la materia di cui ci si vuole occupare e, in caso di imprevisti, disdire gli accordi presi con gli studenti prenotati.
Un lavoro di squadra formidabile che ha coinvolto tutta la classe. Un vero e proprio team, ciascuno con mansioni differenti, il quale ha poi presentato il frutto del duro lavoro alla preside e alla vicepreside. Le espressioni soddisfatte dei docenti e dei ragazzi, la cui esperienza è servita per crescere a livello tecnico e di cooperazione, sono il simbolo di una scuola unita a cui la 5AI, che ha ormai finito il suo percorso, ha voluto lasciare un’eredità.

Giulia Faccini 3 DLS, Itis Cardano, Indirizzo Scienze Applicate

da Venezia… (marzo 2019)

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Il trampoliere dell’Adriatico

Come Atlantide, la città sommersa, si staglia imponente sui fondali dell’oceano, Venezia si erge maestosa sul filo delle acque del mar Adriatico, come per magia, agli occhi di chi 

sbarca sui suoi confini. In realtà l’esistenza degli edifici tanto ammirati dai turisti, dei numerosi vicoli e dei canali che rendono unica Venezia permettendo ai gondolieri di far serpeggiare i visitatori nel cuore stesso dell’intrico urbano è dovuta solamente alla geniale struttura subacquea che sorregge l’intera città: centinaia e centinaia di possenti pali uniti gli uni 

con gli altri attraverso strati di sedimenti formano la punta nascosta dell’iceberg, costituendo uno spettacolo tanto affascinante quanto quello esposto alla luce del sole.

La Serenissima, infatti, fu eretta utilizzando la stessa tecnica riservata alla costruzione di edifici nelle paludi, un sistema chiamato a fondazione indiretta, per cui la zona veniva dapprima solidificata piantando, appunto, dei corti pali appuntiti (in larice o rovere) che arrivavano a raggiungere un strato particolarmente duro e compatto d’argilla detto caranto, situato a una decina di metri sotto lo strato superficiale della laguna.

Questi pali venivano infissi seguendo un andamento multiplo lungo la striscia di terreno sopra la quale si ergevano i muri perimetrali e di spina, sui cui poggiava gran parte del peso dell’edificio; dopodiché, sopra di essi venivano fissati due strati di spesse tavole di legno tra loro incrociate per consentire maggiore stabilità. Infine, su questa struttura venivano poi erette le vere e proprie fondamenta degli edifici costituite da un muro a plinto (con le pareti leggermente inclinate) e da enormi blocchi di pietra d’Istria, fino a superare il livello dell’acqua. In tal modo, solo la parte costituita da questo tipo impermeabile di pietra rimane a contatto con l’acqua salata, mentre la struttura in legno rimane ricoperta dal fango e con il passare del tempo subisce un processo di calcificazione che rende l’intera struttura ancora più stabile.

Ecco quindi perché possiamo definire i pali come la struttura ossea di Venezia, una magnifica sovrana che non si limita a farsi sostenere da queste ossa di legno, ma le usa anche come soldati, per proteggere il suo fluido regno.

Essi infatti fungono anche da segnaletica per le barche che si aggirano nei dintorni della città, in questo caso vengono chiamati briccole.

In ambito lagunare una briccola è generalmente formata da più pali uniti tra di loro all’estremità che fuoriesce dall’acqua per formare una sorta di triangolo; il suo scopo è quello di segnalare alle imbarcazioni il limite della parte più profonda della laguna e delimitare le “strade” per evitare che si arenino o che si verifichino incidenti. Si differenziano da queste, le paline, costituite invece da un unico palo che funge da punto di attracco per i mezzi di navigazione.

Chi va a visitare Venezia non può quindi fare a meno di vedere pali ovunque poggi il suo sguardo: pali, pali, pali, e milioni di pali.

Purtroppo però questi soldatini di legno non potranno nulla contro l’innalzamento del livello delle acque che minaccia sfacciatamente Venezia di farle raggiungere la sua mitologica rivale.

Frutto del riscaldamento globale a sua volta causato dall’aumentare della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, l’aumento del livello dei mari è un fenomeno che minaccia non solo Venezia, ma le terre dell’intero pianeta:

le radiazioni che arrivano a interagire con le acque infatti fanno aumentare la temperatura interna del sistema e l’acqua, scaldandosi, aumenta di volume e di conseguenza occupa più spazio, espandendosi e rischiando così di arrivare a sommergere progressivamente una buona parte delle terre.

Uno scontro epocale che vede da un lato l’incredibile forza della natura e dall’altro un’opera d’arte che domina le acque del golfo veneto. Mentre sopra questi due eserciti pronti a scontrarsi, come un burattinaio, l’uomo osserva il progredire degli eventi e detiene il potere di scegliere se intervenire o lasciare andare tutto alla deriva.

Giulia Faccini, Ludovica Riccio, Sara Filippini 3 DLS

 

Venezia: l’arte del vetro

La produzione vetraria veneziana affonda le sue radici nella storia più antica: un’arte che tocca il suo apice tra il XV e il XIX secolo per poi giungere fino ai giorni nostri. Essa si rifà direttamente a quella già florida di origine romana e bizantina; a dimostrarlo sono le fornaci con frammenti di vetro e tessere di mosaico rinvenute a Torcello in un contesto archeologico risalente al 600-650 d.C. Grazie alla Bolla d’Oro del 1082 dell’ Imperatore Alessio I di Bisanzio sui diritti commerciali di Venezia in Oriente, inizia l’espansione commerciale della Serenissima che la vedrà protagonista negli scambi tra l’Europa continentale, il Mediterraneo e il Medio Oriente. Fondachi e ambascerie permanenti saranno presenti nel Reame di Granada, nel Marocco degli Almoravidi, nell’Egitto fatimide e mamelucco e negli Emirati selgiuchidi del sud-est dell’Anatolia. Agli inizi del XV secolo, in seguito alla caduta della Siria e alla presa di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani nel 1453, e soprattutto grazie alle nuove conquiste della marineria spagnola e portoghese e alla scoperta del continente americano, le rotte commerciali cambiano radicalmente. Il Golfo di Guinea diventa il nuovo polo commerciale dove le navi lusitane prima e poi spagnole, olandesi e inglesi sbarcano le loro merci. Tra queste, le perle di vetro veneziane assunsero una vera e propria funzione di “moneta”: magica, pratica e incorruttibile.

È a questo punto che Venezia diventa la capitale mondiale della produzione e della diffusione di questi preziosi, un monopolio che conserverà per oltre tre secoli.

Eredi dell’arte vetraria alessandrina e romana, gli artigiani della Serenissima non ebbero alcuna difficoltà ad offrire perle di vetro che riproponevano i motivi taumaturgici contenuti in quelle mediorientali che, da secoli, venivano trasportate e commercializzate dalle carovane sahariane provenienti da Egitto, Siria, Persia e, attraverso le vie della seta e dell’ ambra, dall’Estremo Oriente. L’uso di queste decorazioni magiche e misteriose a protezione delle persone affonda le sue radici in una tradizione molto antica, che risale al II millennio a.C. in Mesopotamia per poi arrivare fino ai giorni nostri nonostante la rigida posizione nei confronti degli amuleti da parte delle religioni monoteiste. In Africa, principalmente, l’uso di tali oggetti è talmente radicato da aver dato vita ad un fiorente mercato dove essi sono stati scambiati per secoli con avorio, oro, olio di palma, legname e persino schiavi.

Attualmente questo traffico è ancora piuttosto vivace e poichè i prodotti veneziani risultano troppo costosi, altri Paesi come la Cina, l’India e l’Indonesia hanno raccolto il testimone e stanno riproponendo a costi molto vantaggiosi archetipi veneziani: oggetti che si rifanno a originali islamici, debitori a loro volta di amuleti alessandrini, fenici e mesopotamici.

Inizialmente le vetrerie sorgevano nel nucleo centrale della città; ma, a partire dal 1291, per prevenire i rischi di incendi nel centro di Venezia, le fornaci per la lavorazione del vetro vennero trasferite a Murano, dove la tradizione persiste ancora oggi. Con l’editto dogale promulgato dal doge Tiepolo, l’isola di Murano fu dichiarata vera e propria area industriale e divenne ben presto anche la capitale della produzione vetraria mondiale. A Murano quest’attività si concentrò lungo il Rio dei Vetrai dove tutt’ora sorgono le fornaci più antiche. Ogni anno milioni di turisti visitano l’isola del vetro, affascinati dallo spettacolo di un maestro vetraio che trasforma sotto i loro occhi sabbia, silicio e ossidi di metallo in forme di vetro dai riflessi cangianti e quasi magici.

Dietro questa eterea bellezza, però, c’è il duro lavoro dell’artista che modella il vetro in forme e dimensioni diverse utilizzando varie tecniche, ottenendo colori, incisioni, satinature e quant’altro possa essere realizzato. Sulle tecniche utilizzate è mantenuto il più assoluto segreto, infatti la Serenissima tutelava i propri artigiani vietando l’importazione di vetri stranieri e imponeva agli addetti delle fornaci di non rendere note le procedure di lavorazione e produzione. I maestri vetrai di Murano erano insigniti di un titolo nobiliare e iscritti nel Libro d’Oro delle famiglie patrizie veneziane. Molte opere manifatturiere sono esposte nel Museo del Vetro di Murano, ospitato a Palazzo Giustinian, che illustra egregiamente l’alta specializzazione dell’arte vetraria nel corso del tempo.

Queste tecniche sono tramandate particolare per particolare in modo tale che il vetraio sia un vero e proprio maestro del vetro: è questo il caso di Sandro che, ospitandoci nella sua fornace, ha trasformato davanti ai nostri occhi  l’informe massa incandescente in un cavallo rampante impiegando solo un paio minuti.

L’immagine delle prestigiose vetrerie e dei laboratori artigianali ci restituisce il significato più autentico dell’arte vetraria veneziana: arte antica, con i suoi segreti gelosamente custoditi, unica nella sua perfezione, che ha saputo attraversare i secoli grazie al tramandarsi, di padre in figlio, di metodi e processi.

Marco Di Silvio, Leonardo Larocca, Dario Palmitelli 3DLS

L’artigianato delle maschere

Venezia è conosciuta da tutti come “città sull’acqua”, per la sua totale assenza di mezzi di trasporto terrestri e per la sua storia di capitale marittima; ma dietro a questa “maschera” se ne nascondono altre, di cartapesta e decorate con gemme, tessuti e nastri.

Ne abbiamo notizie dal 1268, anno in cui cominciò la parte documentata della trasgressiva storia delle maschere: fu, infatti, l’anno della prima legge scritta che proibiva ai “mattaccini” mascherati di lanciare uova alle dame.

Negli anni il loro utilizzo ebbe una crescita verticale tanto che gli artigiani, detti “mascherieri”, entrarono in possesso di uno statuto dal 1436 e aprirono le loro botteghe di maschere. Questa produzione manifatturiera può apparire modesta se accostata alla magnifica fabbrica di vetro di Murano, ma a queste dodici botteghe vanno aggiunte le numerose produzioni in nero.

Ci sono due tipi di maschere veneziane: la bauta e la moretta.

La bauta veniva utilizzata da uomini e donne in svariate occasioni, come il Carnevale, Santo Stefano e il Martedì Grasso. Un tabarro nero, bianco o turchino copriva le spalle all’indossatore, mentre una maschera bianca, detta “larva”, cioè fantasma, copriva il volto; ma era fatta in modo da permettere di mangiare e bere mantenendo l’ anonimato. La moretta veniva usata dalle donne. Essa era contornata da veli, velette e cappellini a larghe falde. Veniva indossata grazie a un perno tenuto in bocca, quindi rendeva muta la dama e, di conseguenza, era gradita agli uomini.

All’inizio vigeva la legge “a Carnevale ogni scherzo vale”, quindi i cittadini mascherati potevano agire liberamente, anche contro le leggi o la morale. Alcune volte, però, si oltrepassava il limite e molti furono colti con armi nascoste nel tabarro o, come nei casi delle prostitute, le maschere venivano indossate irregolarmente, nei giorni non festivi. Vennero introdotte multe e sanzioni, anche corporali per i trasgressori.

Si proseguì in questo modo, tra sregolatezza e nuove imposizioni, fino all’epoca della dominazione austriaca, quando le maschere furono ammesse solo in feste private e non più al Carnevale. Un divieto che non poté convivere con l’essenza della città, che, al tempo, viveva ogni giorno con leggerezza, come se fosse un Carnevale.

Ora Venezia avrebbe bisogno di reintrodurre quella gioiosa serenità, perché aiuterebbe gli abitanti a ritornare ad amare la propria città, sia con tanti, che con pochi turisti.

Claudio Clerici, Francesco Trespidi, Donald Koueteu 3 DLS

 

SPRITZ MAFIA E MANDOLINO

Qando si parla di mafia, è di solito l’immagine del buon vecchio Marlon Brando a venirci in mente, con i suoi tipici baffetti, il fiore nel taschino e un gatto sulle ginocchia: il collegamento stereotipato che il nostro cervello fa è mafia uguale Sud Italia, quindi grandi clan dall’accento siculo-partenopeo che ostentano il proprio potere esibendo pacchiani beni di lusso.

E se questo ambiente dal sapore di friarielli e panelle venisse accompagnato da un retrogusto di spritz?

Ebbene sì: persino Venezia, così cristallina, idilliaca, la classica “città cartolina”, non è racchiusa in una sfera di cristallo.

Un segnale lampante di tutto ciò l’abbiamo visto persino durante una semplice gita scolastica: appeso a un balcone affacciato sul Canal Grande, poco prima del Ponte di Rialto, uno striscione citava la scritta “STOP MAFIA VENEZIA E SACRA”.

Dopo qualche ricerca, abbiamo scoperto che lo slogan si trova lì dal 2014, anno dello scandalo Orsoni: dopo l’accusa per corruzione nell’ambito MOSE e nella campagna elettorale del 2010, insieme al sospetto di collusione mafiosa e l’arresto ai domiciliari, il sindaco Giorgio Orsoni era stato scagionato e aveva ripreso possesso del suo studio in Municipio, per poi rassegnare le dimissioni poco dopo.

Del resto, il Veneto non è certo nuovo a realtà di criminalità organizzata: gettando uno sguardo sul passato, piú precisamente al ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso delle regioni dell’Italia nord-orientale era composto da bande coinvolte perlopiù in azioni di microcriminalità.

A Venezia questo ambiente era sviluppato al pari delle altre grandi città italiane e si basava sul contrabbando in particolare di sigarette; dalla metà degli anni ’70 il ben più lucroso traffico di droga cominciò a diventare l’attività principale.

L’arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud.

Verso la fine degli anni settanta si formò, tra le province di Padova e Venezia, una piccola banda dedita principalmente a furti di generi alimentari, di bestiame e di pellame capitanata da Felice Maniero, detto Faccia d’angelo. Inoltre, Maniero strinse alleanze con altre bande venete, come quella dei fratelli Maritan a San Donà di Piave o dei fratelli Rizzi a Venezia. Le attività delinquenziali del gruppo spaziavano dai sequestri di persona alle rapine, dal traffico di sostanze stupefacenti a quello d’armi, dal controllo di bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia al riciclaggio di denaro, fino ad arrivare agli omicidi.

Sviluppatasi negli stessi anni e negli stessi contesti criminali da cui nacquero a Roma la banda della Magliana e a Milano la banda della Comasina, si distinse dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni: è considerata da taluni una vera e propria mafia e per questo è anche soprannominata la quinta Mafia.

Ma la domanda che sorge spontanea è: perché, dopo cinque anni, quello striscione è ancora lì? Il capitolo della mafia veneziana può dire essersi chiuso alla fine degli anni ‘90, nonostante molti arresti siano stati effettuati nel corso del Nuovo Millennio. Quindi, forse, si è deciso di lasciarlo come simbolo, il monito di una triste realtà che, probabilmente, corrode ancora le fragili fondamenta della ormai ben poco Serenissima.

Roberta Basile, Davide Invernizzi , Pietro Reali 3 DLS

 

Corte seconda del “Milion”: quattro passi nell’antico quartiere dei Polo

Marco Polo

Marco Polo nacque a Venezia nel 1254; fu un famoso viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante italiano. La sua famiglia fu un importante membro del patriziato veneziano. Insieme al padre e allo zio viaggiò a lungo in Asia percorrendo la Via della seta e attraversando tutto il continente asiatico fino a raggiungere la Cina. Raccolte sotto il titolo di Divisament dou Monde, le sue memorie di viaggio divennero note, in seguito, come “Il Milione” e ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo. Egli morì nella sua casa veneziana nel 1324.

La corte

A poca distanza daPonte di Rialto abbiamo potuto visitare la Corte seconda del Milion, uno slargo tra le case intorno alla “vera da pozzo”, accompagnati da una guida turistica. L’unico accesso alla corte è il basso sotoportego, così come è solito nelle corti veneziane. Le case cinquecentesche che la circondano sorgono sulle antiche fondamenta di quelle della famiglia Polo, le quali erano solite essere affittate ai mercanti. La Vera da Pozzo è disposta sull’antico pozzo veneziano, eseguito con l’argilla che isolava da infiltrazioni di acqua salmastra e sabbia. Le vere da pozzo avevano funzione di cisterne, così da favorire la raccolta dell’acqua piovana e garantire alla città una riserva d’acqua potabile.

La guida ci ha raccontato che il soprannome di Marco Polo e del sestiere appartenuto alla sua ricchissima famiglia, deriverebbero però non dal libro, ma dal fatto che quando finalmente riuscì a tornare a Venezia, nel 1295, davanti ai parenti increduli, tagliò i suoi vecchi vestiti e ne trasse molti diamanti e pietre preziose. Egli, inoltre, raccontava continuamente ai concittadini le meraviglie che aveva veduto e l’immensa ricchezza del Gran Can, pari a dieci forse quindici milioni in oro. Grazie a questo immenso patrimonio, i veneziani gli posero per cognome messer Marco Milioni.

Paolo Milasi, Filippo Palmeroni , Fabio Piacentini, Matteo Sangermano 3DLS

Il ponte di Calatrava

Venezia è sicuramente una tra le più belle e conosciute città al mondo grazie alla sua unicità dovuta al fatto che è costruita sull’acqua. Sono circa 120 le isolette, sorrette da pali in legno o cemento armato, che costituiscono la base su cui poggia la città; tutte collegate mediante diversi ponti i quali, per un motivo o per l’altro, sono spesso oggetto di critiche da parte di abitanti e turisti. Tra questi il più discusso negli ultimi anni è il ponte di Calatrava, situato nei pressi della stazione di Santa Lucia, il più recente dei quattro ponti che collegano le due sponde del Canal Grande.

Il quarto ponte sul Canal Grande era ritenuto da tempo necessario come collegamento fra piazzale Roma – il capolinea di auto e mezzi pubblici – e la stazione Santa Lucia. La mancanza di un ponte in quella zona della città era evidente da anni, poiché non esisteva un percorso comodo in grado di sostenere l’arrivo giornaliero in città di decina di migliaia di persone, fra turisti, lavoratori e pendolari. 

Il ponte fu progettato alla fine degli anni Novanta dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava, autore di importanti opere in tutto il mondo. Nel 1997 Calatrava donò il suo progetto alla città di Venezia; ma i problemi del ponte iniziarono già in fase di studio preliminare, quando diversi esperti misero in guardia da possibili problemi di staticità. L’approvazione definitiva da parte del comune di Venezia arrivò nel 2001; ma nel 2003, quando iniziò la costruzione, i problemi si ripresentarono. La ditta, incaricata dei lavori, effettuò una verifica del progetto e notò la presenza di alcuni difetti per i quali richiese assistenza allo studio di Calatrava, dando inizio così alla dilatazione dei tempi di costruzione. 

Il ponte fu inaugurato l’11 settembre 2008, dopo sei anni di lavori, a seguito di vari rinvii, dubbi sulla stabilità e polemiche sulla lievitazione dei costi. Esso è chiamato anche Ponte della Costituzione poiché inaugurato nel sessantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione italiana.

Il piano di lavoro mostra un ponte dalla forma arcuata con una campata di 81 metri, larghezza di 6 alla base e 9 al centro per un’altezza di 10 metri al culmine; la struttura è in acciaio e i pavimenti, originariamente in vetro e pietra d’Istria, sono stati in parte sostituiti con lastre in trachite per trovare una soluzione definitiva alle problematiche legate al rischio di inciampo e scivolamento sulle parti vetrate, specie nelle giornate particolarmente umide e piovose.

L’intero progetto, a fine cantiere, è costato circa 11 milioni di euro a cui vanno inoltre aggiunti 1.8 milioni di euro per la realizzazione dell’ovovia per il trasporto disabili che, come spesso purtroppo accade in Italia, non è mai entrata in servizio. Queste spese folli hanno poi spinto la Corte dei Conti ad aprire un’inchiesta conclusasi nel 2015 dato che il giudice “non ha ravvisato colpe gravi”. Sempre la Corte dei Conti ha archiviato anche il processo per presunto danno erariale relativo all’installazione dell’ovovia, dando così il “nullaosta tecnico” per la sua rimozione.

Nonostante l’archiviazione dell’inchiesta ancora oggi il ponte rimane un esempio eclatante di inefficienza e di spreco del denaro pubblico. Come l’ovovia, molte altre opere in Italia, dopo aver ricevuto ingenti finanziamenti, rimangono inutilizzate o addirittura incompiute.

Spesso, inoltre, le problematiche strutturali legate alle infrastrutture emergono alla luce del sole solamente in seguito a fatti gravi: l’esempio più recente è quello del Ponte Morandi il cui crollo ha causato la morte di 43 persone. Insomma, in Italia è sempre la solita solfa: troppe pratiche burocratiche, tangenti, corruzione e a rimetterci sono sempre gli italiani, quelli onesti.

Riccardo Basso, Andrea Bigioggero, Nicolò Di Paola 3 DLS

Celebrazione bicentenario dell’Infinito

Durante la giornata di Martedì 28 Maggio L’infinito di Leopardi ha ripreso vita; celebrato dagli studenti di tutta Italia che, coinvolti in un flash mob nazionale, hanno recitato i versi del componimento. In tale occasione alcune classi dell’I.T.I.S. G.Cardano si sono riunite dinnanzi alla statua di don Enzo Boschetti, presso le sponde del Ticino, per celebrare la ricorrenza dei duecento anni trascorsi dalla realizzazione di uno dei capolavori della letteratura italiana.

Alle 11:30 la classe 2AI ha omaggiato il poeta scomponendo la poesia e scrivendone le parti su più fogli, poi disposti in modo caotico e disordinato così da poter consentire agli alunni appartenenti ad altre classi di riordinarle. Al termine dell’operazione gli studenti si sono cimentati all’unisono in una recitazione dei celebri versi. Tale evento ha permesso ai giovani di avvicinarsi ad uno dei maggiori esponenti della cultura italiana che, con il suo componimento, ha inteso fornire un esempio di vita. L’Infinito che si prospetta oltre la siepe diventa più di un semplice emblema che rappresenta la poesia in tutta la sua spiritualità; esso diviene simbolo del presente. Applicato al contesto moderno Leopardi ci insegna a non soffermarci sulle apparenze, ovvero la siepe, bensì ad andare oltre ricercando ciò che è sconosciuto all’essere umano, ovvero l’infinito.

Come ha affermato il Ministro Marco Bussetti gli studenti hanno il dovere di testimoniare la modernità e l’importanza dell’opera di Leopardi per  il pensiero moderno. La poesia non è un mero esercizio spirituale, ma è una delle forme più potenti con cui l’uomo tenta di dare senso e valore alla vita. La poesia è necessaria, è una delle manifestazioni dello spirito, e la scuola può diventare una sorta di “convivio poetico” in cui il dialogo tra tutte le varie forme della cultura contribuisce alla formazione dei ragazzi.

È in questo modo che il Cardano di Pavia ha voluto omaggiare il ricordo di Giacomo Leopardi fornendo un’occasione ai suoi studenti per avvicinarsi ad una testo capace di segnare nel profondo l’animo umano.

Marco Lossani 4 DLS

Con gli occhi di Leonardo

L’arte è fatta per disturbare, la scienza per rassicurare.”
-Salvador Dalì

Il senso principale utilizzato dall’uomo è la vista; gli occhi non ci permettono solo di vedere il mondo che ci circonda ma anche di comunicare, mostrare le nostre emozioni. Lo sguardo è prettamente umano, il principale mezzo di comunicazione tra intelletto e sensi: capita spesso di riuscire a parlare con una persona senza aprire bocca, con un semplice movimento delle ciglia.L’arte è ciò che più sollecita questa percezione, suscitando sensazioni che non sarebbe possibile provare altrimenti. Ma la scienza, a pensarci bene, è strettamente collegata a questa materia: entrambe si basano sull’interazione con il mondo che ci circonda, su qualcosa di estremamente tangibile che diventa pura astrazione.

Il connubio tra queste due discipline risulta evidente: la Gioconda, bellezza nata dallo studio sperimentale e osservazionale.

Nella celebrazione dell’anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci,  “Percorsi tra Scienza e Arte”, tema di fondo anche della XVI edizione pavese di Scienza Under 18, mai come oggi  ben si adatta a rendere omaggio proprio al grande genio fiorentino. L’8, 9 e 10 maggio 2019 il Castello Visconteo di Pavia si è riempito degli studenti delle scuole della provincia per dare vita a uno degli eventi più amati e di successo che si tengono in città, anche grazie alle piccole attività che ci ruotano attorno, come il teatro scientifico e le numerose mostre tecnologiche e artistiche.

Estrazione di DNA, luci stroboscopiche, cambiamenti climatici e tantissimi altri sono gli argomenti che hanno dato vita all’edizione di quest’anno, insieme all’immancabile sfilata di moda e a qualche piccola novità, come la giornaliera dimostrazione di volo di droni. Tutti i progetti presentati erano, in qualche modo, legati al mondo dell’arte e hanno mostrato quanto questa materia influenzi la vita di tutti i giorni.

Tra i capisaldi della manifestazione non si può dimenticare la redazione del giornalino di SU18, in cui i ragazzi delle scuole ITIS Cardano, IIS Cairoli di Pavia e IC Dalla Chiesa di San Genesio si sono dati da fare per raccontare in tempo reale l’iniziativa, intervistando gli scienziati in erba e cimentandosi nei tanti esperimenti che sono stati proposti, scoprendo quanto riuscire a tenere il ritmo di un notiziario sia spossante.

Ma parlando di Scienza Under 18 ci si riferisce anche a Scienza Under 14, la mostra per i più giovani eredi di Einstein, che spesso sorprendono anche più dei propri colleghi delle scuole superiori. Quadri di sassi, patate che fungono da batterie, camera oscura: le piccole reclute non si fanno mancare davvero nulla!

Il breve percorso tra gli stand delle scuole medie ed elementari è davvero coinvolgente, ricco di entusiasmo e di amore per la scienza; l’unico problema è riuscire a destreggiarsi tra la folla di piccoli inventori.

Così, a malincuore, anche quest’anno si è conclusa la tre giorni di Pavia all’insegna della conoscenza: un ringraziamento particolare va ai ragazzi della sicurezza e accoglienza, ai professori che permettono ai propri studenti di partecipare a un’attività così stimolante come SU18 e al comune di Pavia, che ogni anno apre le porte del simbolo della città, il magnifico Castello Visconteo, per un connubio tra passato, presente e futuro.

Roberta Basile, 3 DLS

UN EVENTO… PARTICOLARE

Il giorno venerdì 10 maggio 2019 due classi dell’istituto ITIS Cardano, la 1DLS e la 5CI, hanno partecipato all’evento conclusivo del progetto “Conosco il bullo”, organizzato dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Pavia in collaborazione con i Carabinieri. La manifestazione si è tenuta al Palatreves, in via Treves a Pavia.
Il ritrovo si è tenuto alle 8:30 direttamente nel cortile del palazzo dello sport. Nel giardino erano rappresentati tutti i reparti dei Carabinieri attualmente in attività. In un angolo due poliziotti a cavallo con delle sciabole sulla sella che, come detto da loro, operavano nei parchi di Milano e nel Parco di Monza. Subito accanto un carabiniere teneva al guinzaglio un cane antidroga, un bel pastore tedesco dal manto scuro che, nonostante la sua espressione spaventosa, si lasciava accarezzare da tutti i bambini presenti, oltre che dai ragazzi delle medie e delle superiori. Il vialetto di fronte all’ingresso della palestra era inoltre occupato da auto e moto dell’Arma, sia quelle storiche, e ormai da collezione, che quelle più recenti.

 

 

Il particolare che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la simulazione della scena di un crimine: un manichino giaceva sulla sedia nei pressi del tavolino di un bar, ferito al petto da alcuni colpi di pistola. L’arma del delitto era a terra, intorno alcuni bossoli, delle orme e una scarpa poco più lontano. L’area del delitto delimitata da nastri gialli, all’interno dei quali al lavoro raccoglievano prove due uomini della scientifica con tute, guanti e mascherine. Il capo della squadra omicidi ha spiegato come opera la scientifica in un caso come quello, mentre gli esperti dietro di lui eseguivano tutte le procedure previste.
Verso le 9:40 tutti i ragazzi sono entrati in palestra per l’evento centrale: una partita di calcio tra gli studenti dell’istituto Cossa e i Carabinieri. Prima dell’incontro la presentazione delle squadre, accompagnate dalla banda ufficiale dei Carabinieri che ha suonato diversi brani, tra cui la sigla di Indiana Jones.
L’incontro è durato quasi un’ora, dalle 10:12 alle 11:07, intervallato da tre pause, durante una delle quali si sono esibite le Cheerleader dell’associazione “Here you can”. 
La partita è stata molto agguerrita: spintoni, falli, cadute (anche un po’ ironiche), ma alla fine, anche se con un ferito della squadra dei carabinieri, ci si è divertiti e non ci si è fatti troppo male. La competizione è finita con una vittoria schiacciante da parte dei ragazzi, che hanno battuto gli avversari 4 a 1. Durante una pausa del match, abbiamo conosciuto Alessandro Calvi, carabiniere che ha fatto parte della squadra nazionale italiana di nuoto ed ha partecipato anche ai mondiali e ai giochi olimpici di Atene. Incuriositi e ammirati gli abbiamo chiesto: “Come ti sentivi quando hai gareggiato?”, ci ha risposto: “Non è semplice da esprimere a parole, la concentrazione è sempre fondamentale, ma ogni volta è un’emozione nuova e unica” e alla domanda se avesse nostalgia dei vecchi tempi ci ha risposto: “Sono tempi che mi hanno dato tanto e che mi hanno insegnato che impegno, costanza e concentrazione sono alla base di qualsiasi attività, anche in quella che svolgo ogni giorno”.
Dopo la premiazione, gli organizzatori dell’evento hanno ringraziato tutti per la partecipazione e alle 12:00 la manifestazione si è conclusa.

Giulia Venco
1DLS

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA – 2019

Tre generazioni, quella nata nel periodo del “boom economico”, raccontata dal Presidente della Provincia dott. Vittorio Poma e dal Sindaco di Pavia Prof. De Paoli,  la generazione dei giovani studenti delle scuole superiori  e quella dei piccoli della scuola materna di Siziano,  unite da un’unica idea : l’acqua come bene comune da preservare, non consumare e da condividere fra le persone.  La Giornata mondiale dell’acqua, che si è celebrata il 22 marzo, è stata occasione di incontro, presso la Sala dell’Annunciata, fra autorità, esperti e studenti delle scuole della Provincia di Pavia per parlare di questa importantissima risorsa. Gli interventi degli esperti hanno focalizzato l’attenzione sull’acqua nelle sue diverse peculiarità: alimento essenziale per tutte le età , come è stato illustrato dal Pediatra dr. Fasani, una risorsa che viene prelevata e restituita al territorio attraverso un ciclo integrato che ne preserva la qualità come è stato illustrato dall’ing. Ferrandini, Direttore tecnico della società Pavia Acque.
Una risorsa che deve però essere controllata per evitare che diventi veicolo di sostanze nocive o microrganismi, come ampiamente illustrato  dalla prof. Pastoris.
Dopo gli interventi degli esperti la parola è passata agli studenti delle scuole superiori della Provincia.
Anche i piccoli studenti della scuola dell’Infanzia di Siziano hanno partecipato all’evento. La loro esibizione con una canzone sull’acqua è stato per la platea un momento di grande coinvolgimento.
Nella seconda parte dell’evento si sono alternati sul palco gli studenti delle scuole superiori.
Per l’Istituto Cardano sono intervenuti gli studenti delle classi quinte del corso Chimici che hanno presentato i dati relativi alle analisi delle acque del Ticino e gli studenti delle classi quarte e seconde del Liceo che hanno illustrato alcune caratteristiche delle acque minerali.

ANALISI SULLE ACQUE SUPERFICIALI

Lavoro presentato da
BASSINI MICHELE, FERRARESI ANGELO, LACQUANITI LORENZO, MAGGI ANTONIO, PAOLELLA SALVATORE e PARENTI FEDERICO
Classi quinte del corso Chimici
ITIS G. CARDANO PAVIA

Scarica la nostra presentazione

Ogni anno gli studenti delle classi quinte del corso Chimici eseguono delle analisi sui parametri riguardanti la qualità delle acque superficiali, in particolare del fiume Ticino che scorre a fianco alla nostra scuola. Vengono effettuate analisi in due momenti diversi in modo da poter confrontare i risultati e capire se le condizioni climatiche influenzino le caratteristiche del fiume.
Con i professori ci siamo recati all’area CUS (zona adiacente ai nostri laboratori) dove abbiamo eseguito il campionamento. Questo procedimento è soggetto ad alcune regole per la buona riuscita delle successive analisi quali la rappresentatività, la stabilità e la casualità.
In loco abbiamo misurato tre parametri fondamentali per capire la salute del fiume; il pH, la temperatura e la conducibilità.
Inoltre, sempre sul luogo del campionamento, abbiamo fissato l’ossigeno disciolto in modo tale da poterlo analizzare successivamente in laboratorio; questo parametro è molto importante perché dalla quantità di Opresente dipende la vita in acqua.
In laboratorio abbiamo simulato il consumo di ossigeno che si verifica normalmente in un’acqua superficiale attraverso due parametri il BOD5 (richiesta biochimica di ossigeno) e il COD. Il primo esprime la quantità di O2 che viene utilizzata in 5 giorni dai microorganismi aerobi, mentre il COD indica la quantità di ossigeno richiesta per la totale ossidazione delle sostanze chimiche presenti in acqua.
Altri parametri presi in considerazione sono la concentrazione di ammonio, nitrati, nitriti e ioni metallici tutti indicatori di inquinamento del fiume.
I risultati così ottenuti sono stati confrontati con le indicazioni contenute nella normativa di riferimento, che classifica le acque superficiali in 5 categorie, dalla categoria 1 che indica scarso inquinamento, alla 5, sintomo di un corso molto inquinato.

Parametro Livello 1 Livello 2 Livello 3 Livello 4 Livello 5
BOD5 (O2 mg/L) <2,5 <  4 < 8 <  15 > 15
COD (O2 mg/L) < 5 <  10 <  15 < 25 > 25
NH4 (N mg/L) < 0,03 < 0,10 <  0,50 < 1,50 > 1,50
NO3 (N mg/L) < 0,3 < 1,5 < 5,0 < 10,0 > 10,0
Fosforo totale (P mg/L) < 0,07 <0,15 < 0,30 <  0,60 > 0,60

I dati ottenuti dalle analisi effettuate sono stati abbastanza soddisfacenti, a partire dalla elevata presenza di ossigeno nel fiume ed alla totale assenza di cromo . Mentre per quanto riguarda i nitrati ed i fosfati se ne riscontra una bassa concentrazione probabilmente legata all’attività agricole.

Parametri Analizzati  Risultato analitico
pH 7,94
Temperatura (°C) 18,1
Conduciblità (μS/cm 20°C) 259
Ossigeno disciolto (O2 mg/L) 12,70
Ossigeno (% saturazione) 123,5
BOD5  (O2 mg/L) 1,68
COD  (O2 mg/L) 12,78
Ossidabilità secondo Kubel (O2 mol/L) 2,48
Ammonio  (NH4+ mg/L) 0,25
Nitrati  (NO3 mg/L) 1,50
Nitriti  (NO2 mg/L)
Ortofosfati (PO43- mg/L) 0,15
Cr (mg/L)
Zn (mg/L) 0,03
Fe (mg/L) 0,05
Cu (mg/L) 0,01
Mn (mg/L) 0,01

 

In conclusione i dati da noi ottenuti  fanno pensare che il fiume goda di discreta salute!

Angelo Ferraresi e Federico Parenti  5^ CC

 

Giornata Mondiale dell’Acqua

venerdi ore 8.00: appuntamento in piazza Petrarca con la nostra insegnante di scienze, prof.ssa O. Malvani. E’ ancora presto, la sala dell’Annunciata aprirà fra un’ora ma noi dobbiamo avere il tempo per ripassare e concordare gli ultimi dettagli; così, con tutte le nostre borse, andiamo al bar più vicino.

Alle 9 in punto riattraversiamo la piazza e cominciamo ad allestire il nostro tavolo.

Abbiamo qualche decina di bottiglie d’acqua, minerale e del rubinetto e siamo attrezzati per misurarne la conducibilità elettrica onde determinare il contenuto salino. Inoltre abbiamo dei bicchieri per la degustazione delle diverse acque.

E’ nostra intenzione far comprendere che non sempre l’acqua che comperiamo al supermercato è realmente migliore, per il nostro benessere, dell’acqua che esce dal rubinetto. Inoltre se usassimo le borracce d’alluminio, invece delle onnipresenti bottigliette di plastica, potremmo evitare inutili sprechi e limitare l’inquinamento.

Alla fine della mattinata saliamo sul palco ed esponiamo le nostre idee.

È’ l’una passata quando lasciamo la sala. Sarà la tensione, sarà l’ora, siamo stanchi e affamati (non assetati, chè di acqua ne avevamo quanta ne volevamo!), ma andiamo via soddisfatti di aver dato il nostro contributo per celebrare una giornata così importante.

Greta Benzoni  e Luca Miraldi 2^ ALS
Davide Ferrari e Mauro Artale 2^ Bls
Roberta Mazza e veronica Manzi 4^Als

Buon compleanno Giunto!

Quest’anno l’Istituto Cardano festeggia un compleanno molto importante: il nostro “Giunto” compie quarant’anni!Ebbene sì, quella scultura davanti alla quale gli studenti passano tutti i giorni, prima di iniziare le lezioni, fu realizzata ben quarant’anni fa, nel 1979, dallo scultore pavese Carlo Mo.
Ecco perché ci pare importante far conoscere la storia di quest’opera, tanto cara al nostro istituto, e del suo scultore.
Per ottenere delle informazioni più accurate e per scoprire i segreti di un’artista, abbiamo chiesto aiuto alla figlia dello scultore: Paola Mo.
Essa ci ha ospitato nel luogo in cui la maggior parte dei capolavori del padre furono realizzati, ossia il parco e l’officina dietro casa, e ci ha parlato del lavoro e della vita del padre, non mancando di raccontare qualche aneddoto.L’idea per questa scultura nacque da una curiosità che Mo aveva sviluppato per Gerolamo Cardano e per la sua vita travagliata, decidendo così di realizzare e dedicare a lui la scultura.
“Giunto” in realtà è solo un soprannome, che gli è stato dato nel corso degli anni, il suo nome originale è Contrasto. Il termine scelto come nome della scultura, “contrasto”, è un riferimento alla vita del medico pavese e appartiene molto a Mo: la sua scultura rappresenta sempre il contrasto tra pieni e vuoti, tra materia e spazio, tra l’uomo e la vita, creando un effetto di movimento e dinamismo.La scultura si compone di due parti identiche, incastrate tra loro con precisione millimetrica, composte di lamine di acciaio inox scatolato e saldato, ed ha dimensioni imponenti: 4 m di altezza per 4 m di larghezza.

Le due parti della scultura non si sovrastano l’una con l’altra; come si può notare, infatti, sono incastrate una a fianco dell’altra creando un’idea di dinamicità, di movimento, di energia, di una continua lotta, facendo sì che le due parti si fondano completandosi a vicenda.

Il cortile del nostro istituto ha la grande fortuna di ospitare una delle opere più imponenti e rappresentative di Carlo Mo, uno degli artisti pavesi con la maggiore fama internazionale.

Lo scultore pavese nacque a Piovene Rocchette nel 1923 ma trascorse l’infanzia a Genova dove iniziò gli studi e alla quale rimase sempre molto legato, tanto da testimoniare questo rapporto con l’opera Paganini, le cui superfici satinate e smerigliate richiamano il mare di Boccadasse. Nel 1942 si trasferì poi a Pavia dove proseguì gli studi universitari.

Da ragazzo, nel secondo dopoguerra, partì per l’Africa decidendo di seguire il padre (Rwanda e Madagascar); in questo periodo prese ispirazione dall’arte africana e ne rimase profondamente influenzato. È in questo periodo che si collocano i suoi primi lavori: varie sculture realizzate in filo di rame. Questa tecnica permette di realizzare sculture dinamiche, di “disegnare nell’aria”, plasmando lo spazio creando un contrasto di pieni e vuoti, lasciando al nostro   occhio e all’aria il compito di ricostruire la massa.
Nel ‘53 tornò poi in Italia esponendo le sue opere in varie mostre a Milano, Roma, Messina e poi alla triennale di Milano. Dal ‘64 al ‘68 riscosse grande successo internazionale curando le scenografie di concerti e opere teatrali alla Certosa di Pavia.
Nel ‘69 gli fu affidato dal governo del Madagascar l’incarico per la realizzazione di un monumento al Portatore Malgascio, che sarà collocato l’anno successivo ad Andapa. Tra il ‘70 e ‘80 partecipò a molte mostre in varie città italiane ed estere come Venezia, Milano, Bologna, Basilea, Bruxelles e Amsterdam. Alcune sue opere entrarono in collezioni sia pubbliche sia private come quella del Museo Hirshon di Washington e quella privata di Betty Parson.
Nella lunga carriera dell’artista non va trascurato il suo interesse per il disegno per il quale fu molto portato, e la realizzazione di varie opere pittoriche.
Lo scultore si dedicò a indagare lo spazio, la luce, il contrasto di volumi, e alla ricerca di un equilibrio di forme: tanto da esser considerato dalla critica un “costruttivista”. Una delle sue più grandi doti fu la sua capacità di lavorare con le proporzioni, le sue sculture interagiscono con lo spazio circostante perfettamente, indipendentemente dalle loro dimensioni, per questo fu definito “lo scultore dei grandi spazi”. Utilizzò spesso solidi o richiami geometrici nelle sue sculture, e fu sempre alla ricerca dell’equilibrio. Mo era solito dire “Se devi disegnare qualcosa, devi confinare lo spazio poiché il primo tratto già limita qualcosa di geometrico, lo spazio”.

Carlo Mo fu un maestro anche nella cultura dei materiali e nella loro scelta: per scegliere le lamine di acciaio inox, materiale molto utilizzato dall’artista, guardava la loro venatura in modo da scegliere le lamine più adatte al progetto da realizzare e in modo che stessero insieme una volta saldate. La figlia, Paola Mo, lo definiva in modo affettuoso “l’antico fabbro dogon” per la cura e la passione che riservava a ciascuno dei suoi lavori.
Mo inoltre fu solito abbinare all’acciaio altri due elementi: il marmo nero e il corten, un metallo che si arrugginisce ma senza perdere le proprie caratteristiche, L’Attesa è la prima scultura che raccoglie questi materiali. Il materiale per uno scultore è molto importante: di volta in volta bisogna scegliere il materiale e le tecniche più adeguate alla realizzazione di una scultura, il materiale è uno degli alfabeti dello scultore.
Nel ‘85 rappresentò la scultura italiana a Tokio e l’anno successivo partecipò alla quadriennale di Roma. Per un decennio tenne la Cattedra di scultura alla Nuova

Accademia di Milano la cui Aula Magna fu intitolata a lui.

Tra il 1987 e il 1998 realizzò una grossa scultura per una nave da crociera americana e quattro sculture per Pavia: Alboino e Teodolinda re Longobardi, interamente di acciaio inox saldato e scatolato. L’idea di realizzare un’opera dedicata ai longobardi girava nella testa di Mo da anni, infatti il suo primo re longobardo risale al 1951.

Alboino e Teodolinda

Il lavoro di Mo per la realizzazione di una scultura si componeva di più tappe: come prima cosa realizzava dei disegni, cosa che gli riusciva particolarmente bene, per iniziare lo studio del progetto. Poi realizzava dei bozzetti di legno o metallo, ciò aiutava lo scultore nello studio della composizione e nello studio delle forme. “Non è vero che il genio è sregolatezza” – dice la figlia Paola Mo – “Bisogna essere precisi e ordinati, saper scegliere i materiali e le tecniche giuste è importante.”
“Dopo di che iniziava la realizzazione dell’opera e tutto viaggiava più in fretta” – continua la figlia – “dietro ad ogni scultura c’è un grande lavoro di fabbro e a volte capitava che, per le opere di dimensioni maggiori, dovesse appoggiarsi a delle officine esterne.”
Ciò è capitato nel caso di Contrasto che fu realizzata con l’appoggio di un’officina di Mantova a causa delle sue imponenti dimensioni, le quali impedirono di realizzarla nell’officina dietro casa.
Alla base di ogni scultura Mo impiegava diverso tempo nello studio del materiale da utilizzare, delle proporzioni e delle misure, poiché anche i millimetri sono decisivi per la realizzazione perfetta della scultura.
Mo era, infatti, un perfezionista e continuava a lavorare a un progetto finché non lo riteneva assolutamente perfetto in ogni suo aspetto.
Questi procedimenti furono seguiti anche per la realizzazione di Contrasto, la quale non fu realizzata in un tempo prestabilito, non esiste infatti un tempo prestabilito per realizzare una scultura.
La creazione di Contrasto è partita con la realizzazione di vari disegni progettuali e dallo studio di due cunei sovrapposti. In seguito il tutto fu sviluppato tramite modellini di legno e di metallo pieno, arrivando infine alla realizzazione della scultura composta in acciaio inox saldato e scatolato, come molte delle sue sculture. Questo tipo di acciaio fu particolarmente amato e utilizzato dall’artista perché è “capace di bloccare la luce” e di rendere dinamica la materia e lo spazio attorno e dentro di essa.
“Dopo che la statua fu terminata” – ci racconta Paola Mo – “Doveva essere spostata nel nostro giardino, per fare ciò è stata necessaria una gru e una squadra di operai, data la mole dell’opera una volta completata. L’idea di mio padre era di mettere il primo pezzo a terra così da poter incastrare l’altro e poi girarla nella posizione nella quale l’aveva immaginata, come nei modellini. Il procedimento era facile soltanto in teoria, poiché la seconda parte andava sistemata con una precisione millimetrica per ottenere l’effetto immaginato da mio padre. I lavori per la posa stavano procedendo bene, finché non si ruppe una delle cinghie che sorreggeva il secondo pezzo, ancora sospeso in aria, facendolo precipitare sopra l’altro con un grosso schianto. Ci siamo tutti coperti gli occhi per non guardare, dagli addetti ai lavori al fotografo, più di tutti mio padre temendo che l’opera si fosse distrutta, invece s’incastrò nell’esatta posizione che aveva progettato facendoci tirare un sospiro di sollievo.”
Dopo qualche tempo fu spostata dal giardino della famiglia Mo e fu posta in piazza Leonardo Da Vinci, di fronte all’università, per volontà condivisa del sindaco e di Carlo Mo. L’università però non gradiva l’idea di ospitare la scultura, infatti, non fu apprezzata e chiesero più volte di spostarla.
“Quando studiavo all’università, sapendo che ero la figlia di Carlo Mo, mi dissero più volte di chiedere a mio padre di spostare la statua, che a loro non piaceva” – ci racconta sorridendo la figlia.
La loro richiesta fu accontentata quando spostarono la scultura nella sua sede attuale, il nostro istituto. Lo scultore però non fu scontentato: Mo amava i giovani e fu, infatti, molto contento di quella scelta.
Non a molti è nota la storia che si cela dietro a quella scultura che ogni giorno ci da il benvenuto a scuola, alla quale ci diamo appuntamento con i nostri amici e alla quale nessuno osa avvicinarsi più di tanto per paura di salire sul suo basamento e di “essere bocciato”. Questa scultura, anche se dopo qualche tempo si dà per scontata, continua ad affascinare tutti i ragazzi che la vedono per la prima volta iniziando la loro avventura alle superiori. Negli anni è divenuta il simbolo del nostro istituto e, in qualche modo, fa molto più che rappresentarci e distinguerci tra le altre scuole pavesi. Il suo nome, Contrasto, si accosta bene a tutti gli studenti della nostra scuola, sia per la quantità di studenti, che porta a contatto persone diversissime tra loro, talvolta facendo nascere nuove amicizie, sia perché il periodo della vita in cui si affrontano le scuole superiori è uno dei più contrastanti nella vita di una persona, sotto vari aspetti: da quelli scolastici, a quelli riguardanti i rapporti con nostri amici e familiari, fino a quelli sentimentali.
In occasione del suo quarantesimo compleanno vogliamo ricordare e rendere omaggio al nostro “Giunto” e al suo scultore Carlo Mo, infatti non dobbiamo dare per scontato ciò che ci circonda, anche se siamo abituati a vederlo, perché i capolavori si nascondono dove meno ce lo aspettiamo.
Che compleanno sarebbe, però, senza una festa?
Insieme alla Dirigente Scolastica, all’insegnante di storia dell’arte e alla nostra classe stiamo pensando di organizzare una “festa di compleanno” all’inizio del prossimo anno scolastico, alla quale, ovviamente, sarete tutti invitati!

Giulia Rampazi 4^Cls , Alberto Vassena 4^Cls

Torino: città ricca di storia e arte

Siete mai stati a Torino? Se non lo avete fatto, vi conviene sbrigarvi. Perché? Perché è una città molto interessante sia dal punto di vista storico, dal momento che è stata la nostra prima capitale, sia culturale, perché ricca di monumenti.

Il 10 aprile 2019 la classe 1DLS si è recata, insieme alla 2 DLS e alla 2BLS, a Torino. Arrivati a destinazione, per prima cosa ci si è soffermati ad ammirare Piazza Castello e subito dopo il Palazzo Madama. Nella Piazza Castello, il centro dove si trovano tutti questi palazzi, vi imbatterete in diverse epoche storiche: si parte dall’ingresso dell’antico castrum romano per arrivare allo splendido Palazzo Madama, così chiamato in onore delle grandi duchesse.

Subito osserviamo con l’aiuto delle nostre insegnanti che durante il Medioevo, la porta romana subisce il suo primo cambiamento e diventa difesa della città: vengono chiusi gli archi romani, aperto un nuovo passaggio ed eretto un fortilizio a ridosso delle torri. Nei primi decenni del 1300 la struttura fortificata si trasforma in un castello per mano di Filippo I d’Acaja. Il castello assume l’aspetto che ora coincide con uno dei volti del Palazzo Madama: quattro torri angolari, scale di collegamento tra i

vari piani e, all’interno, una corte circondata da portico. L’occhio del turista viene inoltre catturato, in questo viaggio nel tempo, da tre grandi statue che raffigurano soldati del grande conflitto mondiale che troneggiano davanti all’edificio. 

Camminando attorno a questo meraviglioso palazzo, le classi in posizione centrale hanno potuto ammirare in lontananza la mole Antonelliana, ex sinagoga, attuale sede del museo del cinema, alta 167,5 metri. 

Si è passati poi alla metà del ‘600 godendo la vista di Palazzo Reale, realizzato in tre stili differenti, simbolo della regalità monarchica, ma non è finita qui e immediatamente la nostra attenzione viene attirata da una costruzione risalente all’epoca fascista: la Torre Littoria, palazzo rosso che si trova affiancato a questi meravigliosi edifici. Ancora una volta si ha la sensazione di poter ammirare in un “sol colpo” tante fasi della storia artistica del nostro paese.

Il nostro tour è poi proseguito con la visita alla Real Chiesa di San Lorenzo, opera di Guarino Guarini che presenta una facciata differente rispetto a un santuario classico,

colpisce oltre che per i suoi meravigliosi marmi policromi, utilizzati all’interno, anche perché luogo che ospitò celebri letterati come Torquato Tasso.

Nel primo pomeriggio, la comitiva si è spostata verso Venaria Reale per la visita alla reggia, ciascun gruppo era accompagnato da una guida, che ne spiegava e descriveva accuratamente la storia. Residenza estiva dei Savoia, è diventata oggi uno dei progetti di restauro più grandi d’Europa: dopo un periodo di abbandono di ben 137 anni, le razzie risalenti al periodo napoleonico e gli attacchi dei soldati durante le “grandi guerre” è stata restituita ai cittadini e ai turisti.

La visita ha avuto inizio nella ex limonaia, che ospita un allestimento costituito da una serie di ritratti, non tutti dal vivo, dei vari membri di casa Savoia, secondo quanto la nostra guida competente e accattivante ha sottolineato, la più antica d’Europa. 

Tutto in questa reggia richiama l’idea della caccia, che era un vero e proprio rito: al mattino, c’era l’assemblea del re che serviva a decidere l’animale da cacciare e terminava con un’altra riunione per dividere la preda. Tutto ricorda la caccia come gli arazzi che rappresentavano Diana e Apollo, i quadri e gli affreschi. Le camere private della principessa Ludovica (14 anni) , le stanze del Re

e della Regina e poi il “capolavoro” della Reggia : un corridoio lungo 81 metri (il più lungo d’Europa) che collega le stanze del Re a quelle del Principe composto da 44 finestre e caratterizzato dal colore bianco. Luogo di passeggiate per i nobili nelle giornate in cui i i giardini, simili a quelli di Versailles , non fossero stati fruibili, oggi viene adoperato per feste ed eventi . 

Nella reggia non poteva infine mancare una Cappella reale, dedicata a S. Urto 

protettore della caccia, firmata dall’architetto Juvarra come dimostrano le diverse conchiglie che costituiscono la sua firma personale; vi si celebra oggi una sola funzione all’anno in occasione della festa del santo a cui è dedicata, durante la quale ad essere benedetti non sono solo i cristiani, ma anche i cani. 

 

 

Per noi ragazzi è stata un’esperienza interessante e coinvolgente che sentiamo di consigliare a chiunque abbia voglia di apprezzare le bellezze storico–artistiche che il nostro paese ci offre e che sono in effetti la nostra vera ricchezza. 

 

Chiara Sponziello 1^DLS
Giulia Dal Bello 1^DLS
Ph: Nicolò Anzivino 2^DLS

GLI STUDENTI APRONO LE PORTE AL FRASCHINI E AI SUOI SEGRETI

Come sarebbe se dei ragazzi delle superiori prendessero il posto delle solite guide in un teatro?
Tre scuole di Pavia, Cardano Bordoni e Volta, ci hanno provato e si sono messe in gioco in tre giornate differenti, nei primi week end di aprile.
L’ iniziativa ha visto l’impegno degli alunni in orari extrascolastici, con lezioni e sopralluoghi in teatro. Queste ore risultano conteggiate nei percorsi di alternanza scuola-lavoro.
L’organizzazione delle tre giornate è avvenuta in modo autonomo e ogni scuola ha dato un “taglio” differente alla presentazione.
La prima giornata, anche favorita dalle condizioni metereologiche, ha permesso ai nostri compagni di presentare la facciata del teatro dal marciapiede antistante, sollecitando così la curiosità dei passanti, invogliati a unirsi alla

 visita. Gli studenti del Cardano e del Volta, nelle loro spiegazioni, si sono soffermati maggiormente sulla parte architettonica e storica del teatro; mentre gli studenti del Bordoni hanno messo in rilievo soprattutto gli aspetti biografici dei fondatori, i quattro cavalieri, e alcune curiosità che hanno visto il teatro protagonista anche dei secoli scorsi.
Durante le giornate abbiamo intervistato molti visitatori, raccogliendo pareri e sensazioni. Tutti hanno espresso opinioni positive sull’esperienza e sull’iniziativa di trasformare gli studenti in ciceroni.
Pochi conoscevano la storia del teatro o perché non erano pavesi o in quanto non avevano mai avuto occasione di entrare al Fraschini. È stato da tutti apprezzato l’impegno degli studenti; qualcuno ha sottolineato la freschezza espositiva dei ragazzi che, pur non avendo la preparazione e la professionalità di una guida turistica, hanno avuto

 la capacità di relazionarsi con il pubblico in modo disinvolto. Sono stati parecchi i complimenti ricevuti dalle giovani guide anche da un gruppo di turisti provenienti da Como, che si sono detti particolarmente stupiti dalla struttura mobile del palcoscenico. Grande stupore ha suscitato in alcuni visitatori stranieri l’accoglienza e il 

racconto del teatro in lingua inglese. Molti ci sono sembrati i dettagli impressi nella mente dei visitatori e nel complesso questo contribuirà ad avvicinare maggiormente le persone di tutte le età al teatro.
Abbiamo avuto il privilegio di intervistare due personaggi d’eccezione, legati alla vita e alla storia del teatro.
Giuseppe Soggetti, responsabile della segreteria artistica del Fraschini, durante il nostro colloquio ha messo in evidenza due parole chiave: NECESSITÀ e CURIOSITÀ.

Qual è il significato di questi due termini? Sicuramente il bisogno di ripopolare il teatro e di dare un nuovo impulso alla sua vita e alla sua frequentazione, obiettivo che si può raggiungere solo risvegliando la curiosità nelle nuove generazioni e in ragazzi come noi. Importante e stimolante il suo giudizio per quanto riguarda la capacità dei ragazzi nel gestire lo “spazio” del teatro e nell’immedesimarsi in un ruolo per loro non consueto.

Grande protagonista dell’ultimo restauro del Fraschini, avvenuto tra il 1985 e il 1994, è stato Tullio Facchera, che a sorpresa si è presentato in veste di visitatore nel pomeriggio di sabato 6 aprile.
“Quando vengo qui mi sento a casa” ha detto, usando parole che ci hanno mostrato il suo amore per il Fraschini. Lui stesso ci ha riferito che lo scopo della sua visita è stato quello di vedere come gli studenti riuscissero a muoversi nel teatro, illustrando i particolari per cui lui stesso è legato a quella che considera “la sua casa”.
I complimenti che i nostri compagni hanno ricevuto da lui sono stati molto significativi: “Se dovessi darvi un voto non potrei darvi 10, ma sicuramente un voto da 7½ a 8”.

Federico Lecce 3^CLS
Gaia Mongillo 3^ CLS

Quattrocentosettanta “Cittadini a Teatro” scoprono il Fraschini con le visite guidate dei ragazzi dell’’ITIS Cardano

Sabato 6 aprile 2019 si è svolta l’attività “Cittadini a Teatro”, presso il Teatro Fraschini, lo storico edificio di Pavia situato in Corso Strada Nuova. Questa splendida iniziativa ha permesso a ventuno alunni, delle classi terze BLS, CLS e DLS del nostro Istituto, di diventare “guide per un giorno”, grazie anche alla solidale collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e l’Ufficio Scolastico Regionale. Questa attività è inserita tra quelle previste per l’Alternanza scuola/lavoro e consente agli studenti coinvolti di raggiungere 25 ore. Con l’aiuto delle docenti Arisi Rota Anna Paola, Bertoni Giuseppina e Nicifero Giovanna gli alunni si sono preparati, inizialmente con lezioni in classe e successivamente con dei sopralluoghi pomeridiani in teatro, al fine di conoscere l’edificio, la sua storia e le sue caratteristiche.

Nel primo pomeriggio di sabato 6 aprile ci siamo uniti a un gruppo di cittadini e abbiamo preso parte alla visita. Siamo stati ricevuti da due ragazzi, responsabili dell’accoglienza, uno dei quali, una volta raggiunto un numero sufficiente di persone, ha iniziato a illustrare l’ampia facciata del Teatro Fraschini, progettato da Antonio Galli, detto il Bibiena, edificato tra il 1771 e 1773; ci ha poi guidati lungo l’intero percorso, accompagnandoci dai compagni che ci aspettavano nelle diverse postazioni per spiegarci ciascuno una zona del teatro.

Siamo quindi entrati nell’atrio, dove altri studenti ci hanno raccontato la storia originaria del Teatro, voluto da quattro nobili cavalieri pavesi (Conte Francesco Gambarana Beccaria, Marchese Pio Bellisomi,  Marchese Luigi Bellingeri Provera, Conte Giuseppe de’ Giorgi Vistarino) i cui nomi sono riportati su una lastra in marmo. Inoltre ci hanno raccontato la sintesi dei principali restauri, fino all’ultimo intervento durato dal 1983 al 1994, che ha riportato il teatro alle vesti originale del ‘700.

In seguito siamo giunti in platea, dove i ragazzi ci hanno descritto l’architettura interna dell’edifico e  hanno sottolineato come una  rigorosa attenzione all’acustica ha portato il Bibiena a creare una cassa armonica, adattando a tal fine il pavimento e il soffitto. Guardandoci attorno, è stato impossibile non notare i tre ordini di palchi, le cui colonne sono in stile dorico per il primo, ionico per il secondo e corinzio per il terzo. Ad essi è stata aggiunta una tribuna e infine un loggione, riservato agli ascoltatori più esperti dell’epoca.

Il palcoscenico è di dimensioni notevoli e ci è stato spiegato che una parte di esso è mobile, in modo da espanderlo in caso di rappresentazioni particolari, o di abbassarlo per dare spazio alla buca dell’orchestra durante l’Opera. Nella zona dell’arco scenico sono posizionate due statue lignee settecentesche del pavese Forabosco che rappresentano la Musica e la Poesia. L’affresco del soffitto, ad opera dell’artista Bignami, ha un impatto notevole e ci ha colpito per alcuni dettagli.

Abbiamo proseguito la visita salendo le scale, dove altri studenti guide ci hanno spiegato le differenze e le funzioni dei tre ordini di palchi, in passato luoghi della vita nobiliare. Il primo ordine era diviso in palchi e retropalchi, in cui avvenivano ricevimenti e in cui si giocava d’azzardo, infatti le opere teatrali spesso diventavano di secondaria importanza. Le famiglie dimostravano la propria importanza facendo decorare, nel modo più appariscente possibile, il palchetto di loro proprietà. Osservando la planimetria del teatro posta nel corridoio, il gruppo che ci ha guidati in questa postazione ha fatto notare la forma non simmetrica e la pianta a campana usata dal Bibbiena, con una particolare forma a circonferenza unita da due ellissi.

Il secondo ordine si presenta simile al primo, ma ciò che ci ha sorpreso è stata la presenza inusuale di un forno, posto in una zona nascosta del corridoio, usato all’epoca per scaldare le pietanze, in quanto le rappresentazioni duravano molte ore.

Siamo poi giunti nella sala del “ridotto”, lo spazio utilizzato ora come foyer che è stato affrescato dal Bibiena stesso. Ci meravigliano particolarmente l’importante scenografia dipinta a finte architetture e le ampie finestre, dalla quale i nobili spesso si affacciavano per mostrare la propria presenza e rilevanza.

In serata siamo stati informati che un numero sorprendente di persone, circa 470, ha preso parte all’iniziativa. Si trattava soprattutto di pavesi, ma erano presenti anche turisti provenienti da Milano e da Torino. Anche un piccolo gruppo di stranieri ha potuto vedere lo splendore di quest’edifico del’700, e ascoltare una visita guidata, che è stata proposta anche in lingua inglese.

Questa visita ci ha fatto ricordare l’emozione da noi provata lo scorso anno scolastico quando abbiamo partecipato al primo di questi eventi, la manifestazione“Cittadini a Palazzo”, che si è tenuto presso il Palazzo Malaspina. Un’esperienza entusiasmante e istruttiva come quella di sabato pomeriggio.

Infine vi ricordiamo i prossimi appuntamenti per visitare il teatro: il 13 e il 14 aprile, a cura rispettivamente degli Istituti “A. Bordoni” e “A. Volta”.

Adalgisa Perrelli e Davide Barbieri   4^CLS

CITTADINI A TEATRO

PAVIA. Presentata nella mattinata di ieri (21/03/2019) a Palazzo Mezzabarba, sede del Comune cittadino, l’iniziativa “Cittadini a Teatro”.

Nella splendida cornice della “Sala delle Feste” autorità cittadine e  rappresentanti del Teatro si sono incontrati per indicare finalità e modalità del progetto.

 

Alla conferenza erano presenti il Sindaco di Pavia, Massimo Depaoli, Giacomo Galazzo, Presidente Delegato e Francesca Bertoglio Direttore Generale della “Fondazione Teatro G. Fraschini”. Come precisato in apertura dal Presidente G. Galazzo, “l’iniziativa, svolta in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, é inserita nel quadro delle attività di alternanza scuola-lavoro ed ha la finalità di far conoscere alla comunità uno dei più importanti enti culturali del nostro territorio attraverso i racconti di quei cittadini che oggi si stanno formando: i giovani”.

Ospiti e ciceroni di eccezione, quindi, gli studenti – accompagnati da Tutor e Dirigenti – di alcune tra le più importanti istituzioni scolastiche di Pavia; I.I.S. “A. Volta”, I.T.C.T. “A. Bordoni” e I.T.I.S. “G. Cardano”.

Come sottolineato dal Sindaco M. de Paoli “il Teatro Fraschini non costituisce solo un luogo di intrattenimento ma anche un simbolo in cui la comunità si riconosce. Esso è assieme patrimonio culturale ed eredità ricevuta la cui cura deve passare di generazione in generazione: da ciò nasce l’esigenza di mettere in contatto questa importante istituzione culturale con la collettività ed in particolare con i giovani”.

Durante le visite guidate, precisa Linda Sottocorona dell’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Volta, i visitatori verranno condotti, in un percorso a tappe, lungo palchi e gallerie: qui verranno svelati particolari e segreti della storia e dell’architettura del Fraschini.

Rebecca Pari dell’Istituto tecnico commerciale turistico “A. Bordoni” sottolinea come l’iniziativa, realizzata grazie collaborazione tra istituzioni scolastiche, amministrazione comunale e Fondazione, costituisca un’importante occasione di crescita culturale, personale e professionale per coloro che volessero intraprendere un percorso lavorativo da guide turistiche.

L’appuntamento per chi volesse approfittare dell’occasione di visitare gratuitamente il nostro suggestivo teatro cittadino è fissato nei giorni:

– 6 aprile (presentazione a cura dell’I.T.I.S. “G. Cardano”);
– 13 aprile (presentazione a cura dell’I.T.C.T. “A. Bordoni”);
– 14 aprile (presentazione a cura dell’I.I.S. “A. Volta”).

Le visite seguiranno la scansione riportata in locandina con un ultimo ingresso previsto per le h. 17.00.

Ci accodiamo alle parole di Fabio Piacentini, portavoce del nostro Istituto, nel ringraziare la “Fondazione Teatro Fraschini”, l’Ufficio Scolastico Provinciale, i rappresentanti scolastici ed i Tutor per l’importante occasione di crescita che ci è stata riservata.

Nell’antichità i teatri sono stati luoghi della democrazia; in essi, attraverso commedie e tragedie, le comunità rappresentavano la realtà politica, culturale e morale del paese, interrogandosi sul loro presente e sul loro futuro.

In tempi moderni il teatro è spesso luogo dimenticato, soprattutto dai giovani ed ha perso quel ruolo fondamentale d’intrattenimento e di formazione del cittadino che tanto era caro ai Greci.

Sarà per noi l’occasione di riscoprire il valore di un simbolo cardine della società.

Pavia, 21 marzo 2019

Chiara Bignami, Leonardo Garofoli IV CLS

Dalla BICOCCA al CARDANO per l’INNOVAZIONE

“Informati per orientarti, ma soprattutto scegli chi essere”: questo è lo slogan usato dalla dott.ssa Comotti dell’università Bicocca di Milano per presentare il corso di studi “Scienza dei materiali”ai ragazzi di quarta e quinta dell’ITIS Cardano durante una conferenza tenutasi il 6 febbraio 2019. La dottoressa Comotti ha al suo attivo un’intensa attività di ricerca che si è concretizzata nella pubblicazione di ben 115 articoli sulle più importanti riviste scientifiche mondiali.

La Bicocca, l’università in cui insegna, è stata fondata nel 1998 e propone ai ragazzi diverse facoltà, sia scientifiche che umanistiche; in più offre numerose opportunità come lo studio all’estero con il progetto “Erasmus”. Viene classificata  come “ Università virtuosa” per la minor tassazione e le molteplici borse di studio offerte agli iscritti; inoltre ha introdotto il sistema dei Crediti di Merito (CM) per favorire l’impegno e premiare il successo formativo. In altre parole gli studenti con una media superiore a 27/30 ottengono dei CM, del valore di 125 euro ciascuno, da utilizzare per acquistare libri di testo e abbonamenti per i mezzi di trasporto locale, iscriversi a corsi di lingua inglese, pagare parte delle tasse universitarie. I CM, in quanto incentivi al merito, sono totalmente indipendenti dalla fascia di reddito dello studente e dalle eventuali altre borse di diritto allo studio ricevute.

Le facoltà scientifiche hanno una grande importanza in Bicocca, infatti nel campus sono presenti laboratori e aule attrezzate per la ricerca e lo studio scientifico. Rita Levi Montalcini, che ha conseguito la laurea ad honorem in Biotecnologie proprio in questa Università, disse che l’importante per uno scienziato è la passione, l’impegno e la voglia di scoprire cose nuove:  ripetendo le stesse parole la professoressa Comotti invita gli studenti a domandarsi sempre il perché qualcosa accade.

La relatrice ha presentato la facoltà in cui insegna, “Scienze dei materiali”. L’obiettivo di questa disciplina, nata dall’incontro di matematica, fisica e chimica, è quello di progettare nuovi materiali innovativi. Uno dei  vantaggi offerti da questo indirizzo è la facilità di trovare un impiego  dopo aver conseguito la laurea; infatti Scienze dei materiali vanta il 100% dei ragazzi impegnati nel lavoro poco dopo aver concluso il ciclo di studi.

Come per altre facoltà, per potersi iscrivere a questo corso di studi occorre affrontare un test e partecipare a uno dei due bandi disponibili ogni anno da cui vengono scelti gli studenti (generalmente i primi 100).

La conferenza è continuata con la presentazione di un’importante scoperta fatta proprio alla Bicocca: le finestre fotovoltaiche che permettono di catturare la luce solare grazie alle nanoparticelle di materiali fotorecettori e di riutilizzarla per produrre energia, lasciando inalterata la trasparenza del vetro. Un altro filone di ricerca è relativo alla messa a punto di sistemi idonei alla riduzione delle  emissioni di CO2; recente è la scoperta di polimeri detti “nano spugne” che sono in grado di trattenere nelle porosità le molecole di anidride carbonica, rilasciandole  solo  per effetto del calore.

Per concludere la presentazione è intervenuto Simone Bonizzoni, ex studente del Cardano, laureato in chimica presso l’Università di  Pavia e ora dottorando  alla Bicocca, nel gruppo di lavoro del prof. Mustarelli. Nel suo intervento  ci ha presentato la chimica dei materiali e, in particolare, la chimica dello stato solido, con le possibili applicazioni dei materiali nella vita quotidiana.

Simone Giri 2 DLS

Intervista ad Ugo Bardi

Ugo Bardi, chimico e accademico fiorentino, docente presso l’Università di Firenze dal 1992, è anche autore di contributi in diversi settori scientifici e divulgatore scientifico sui problemi dei cambiamenti climatici. E’ attivo su tali temi anche come blogger, conferenziere e saggista.

Si interessa di esaurimento delle risorse, di dinamica dei sistemi, di scienza del clima e di energie rinnovabili. Si è occupato del picco del petrolio pubblicando alcuni volumi su questo argomento a livello internazionale; è membro dell’associazione ASPO e fondatore della sezione italiana della stessa. Nel 2013 è stato autore del 33º Rapporto ufficiale del Club di Roma.

I contributi del Prof. Bardi si caratterizzano spesso per la ricchezza di informazioni storiche e storiografiche a supporto dell’inquadramento del contesto dei temi trattati.

Noi lo abbiamo intervistato riguardo il problema del cambiamento climatico in occasione della sua conferenza tenutasi presso l’aula del Quattrocento dell’Università di Pavia lo scorso 14 febbraio.

  1. La perdita di biodiversità è uno dei fattori più incisivi della tragica situazione globale. Per quale motivo i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza?

A mio parere i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza perché la perdita di biodiversità non era prevista dai modelli  e perciò non se ne conoscono le conseguenze. Un’altra motivazione è che la fertilità del pianeta è in aumento ovvero il pianeta produce più vita ma allo stesso tempo perde molte specie viventi. 

  1. Dopo decenni dall’incontro al MIT di Boston nessuno ha provveduto ad apportare i cambiamenti necessari affinché avvenga un’ inversione di rotta; secondo Lei siamo ancora in tempo per adoperare tali cambiamenti oppure è troppo tardi?

E’ vero ! Nessuno ha apportato i cambiamenti necessari. Purtroppo la ricerca del MIT di Boston non è stata capita e di conseguenza non è stata attuata, elaborata e diffusa; anzi, è stata demonizzata. Per stabilire se abbiamo ancora un margine di intervento occorrerebbe conoscere, con una certa precisione, l’ammontare effettivo delle risorse disponibili sul pianeta.

  1. Come possiamo cambiare l’attuale atteggiamento della società secondo la quale non si può fare nulla per cambiare la situazione climatica?

Bella domanda ! Nessuno sa rispondere! Si accettano suggerimenti! Diciamo che ci vuole molta, molta pazienza perché la società mondiale cambi. Forse solo un meme di forte impatto potrebbe influenzare il pensiero delle persone perché credo che il segreto della comunicazione  non è il messaggio bensì il messaggero che deve essere davvero molto credibile. Quindi, riformulo la domanda: “Qual è il meme che può far cambiare l’atteggiamento della gente?” In anni di lavoro non è ancora stato trovato.

  1. Cosa ne pensa del movimento nato in seguito agli scioperi di Greta Thunberg? Pensa che lo sciopero studentesco del 15 marzo 2019 possa smuovere la politica verso riforme più ambientaliste?

Ecco! Greta Thunberg potrebbe essere il meme in grado far colpo sulla società, di sensibilizzarla, di farle cambiare atteggiamento, una persona capace di manipolare le idee delle persone e spingerle a lottare per degli obbiettivi precisi.
A proposito dello sciopero penso che non si debba perdere quest’ occasione e che sia assolutamente necessario scendere in piazza il 15 marzo tutti insieme!

Abbiamo posto quest’ultima domanda anche agli altri ricercatori intervenuti durante la conferenza: Yuri Galletti (biologo marino ricercatore al CNR di Pisa) e Flavio Ceravolo (docente di sociologia presso l’Università di Pavia e rettore del collegio Griziotti).

  1. Galletti: Il 15 marzo sarà una data decisiva per il nostro futuro e per questo è molto importante l’approvazione dei docenti a questo sciopero, gli insegnanti infatti avranno un ruolo determinante nell’incentivare e nel far conoscere questo evento a tutti gli studenti.
  2. Ceravolo: lo sciopero del 15 marzo è una di quelle occasioni che non devono essere sprecate. Non deve rimanere “appesa al vuoto” ma ci deve vedere, esponendoci in prima persona, protagonisti e lottare perchè potremo cosi raccogliere i frutti di questa mobilitazione che ci permetteranno avere un futuro.

Dopo questo incontro siamo ancor più convinti che sia di fondamentale importanza cambiare la società, sensibilizzare il più possibile le persone riguardo temi che riguardano tutta l’umanità senza distinzione di classe sociale, etnia, sesso e cultura; ma soprattutto riguardano noi giovani perché senza un adeguato cambiamento non avremo un futuro.

In questo caso il vecchio slogan “ WE CAN ” è più attuale che mai!

                                                           Elena Emmanueli 4^ DLS

28 gennaio 2019: al Politeama va in scena TREBLINKA

Impersonare un personaggio non è affatto facile, possiamo immaginarlo, ma doversi calare nei panni di un deportato in un campo di concentramento è sicuramente un’impresa ardua che richiede impegno e molta bravura. Per poterci riuscire occorre “vivere l’esperienza”, diventare un tutt’uno con la parte che si è chiamati a rappresentare e venire catapultati, per un momento, nel lontano 1942, anno in cui il campo di sterminio di Treblinka entrò in funzione.Le luci della sala si abbassano e una musica tombale rimbomba tra le pareti. Entrano in scena i cinque protagonisti che, senza preavviso, si esibiscono in una sorta di “coreografia di presentazione” che ha lo scopo di “caratterizzare” i personaggi ed il loro ruolo nella rappresentazione: una ragazza a cui viene tolta la libertà di parola, una donna che deve dire addio al suo sogno di attrice e una giovanissima appassionata di ballo alla quale vengono tarpate le ali fin troppo presto. Il militare delle SS Stangle, direttore del campo, invece, a dispetto della grande carica che ricopre, è combattuto tra la condizione lavorativa che lo costringe a rimanere in quel macabro luogo ed il suo desiderio nascosto di poter tornare a camminare tra le strade della città. L’ultimo personaggio, il nuovo direttore, è un giovane uomo che si dimostra subito consapevole dell’importante compito che gli è stato affidato, dal momento che procede subito con l’ordinare la costruzione di nuove camere a gas. Il “sadico bambolotto” ha anche in mente di far costruire una finta infermeria, in modo che i prigionieri credano di poter ricevere cura e assistenze sanitarie invece che andare incontro, come scopriranno, alla morte certa.

Durante lo spettacolo vengono messi in luce gli aspetti più brutali che caratterizzano la vita dei prigionieri nel campo. In primo luogo vi sono le sofferenze corporee causate dalla scarsità del cibo offerto, come nella scena in cui vengono lanciate a terra delle patate che le ragazze si affrettano a mangiare. La brutalità delle SS può essere invece ritrovata nel non aver nemmeno permesso a queste ultime di poter consumare quel misero pasto che sono state costrette a restituire. Altri aspetti che manifestano la ferocia a cui sono subordinati i prigionieri sono ad esempio lo sfruttamento della condizione femminile, dal momento che le ragazze non solo sono sottoposte ai lavori forzati, ma sono anche costrette a fungere da prostitute

 per le SS.

Durante la rappresentazione, le prigioniere vengono anche a conoscenza della sorte che toccherà loro: Treblinka non è un semplice campo di concentramento, è privo della consueta selezione tra abili e inabili al lavoro: una volta scesi dal treno, la direzione è sempre e solo la morte, e l’unico motivo per il quale alcuni gruppi di prigionieri sono tenuti in vita è il fabbisogno di manodopera per la costruzione di nuove camere a gas.

 

Durante la reclusione, le sofferenze delle prigioniere sono descritte come atroci, insopportabili e sadiche, questo perché gli attori si sono ispirati alla preziosissima testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti allo sterminio di Treblinka, Yankel Yakov Wiernik, che nel suo libro “Un Anno a Treblinka” scrive:
«Gli abitanti di Wòlka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l’intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende,  penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell’anima […] Tre, quattro volte al giorno …»

È con queste stesse parole che l’oppositrice politica descrive la disumana condizione nella quale “vivono” i reclusi. Costretti a patire pene degne dell’inferno, la morte provocata dall’emissione del monossido di carbonio, più lenta e dolorosa rispetto a quella causata dal più diffuso e famigerato Zyklon B. L’utilizzo del già citato gas è inserito al termine dello spettacolo, nella scena in cui la giovane ragazza ebrea va incontro alla sua amara fine.

Nonostante l’altissimo tasso di mortalità del lager di Treblinka, esso non risulta tra i più tristemente famosi, questo perché i sopravvissuti furono più unici che rari, così come le testimonianze in merito alle atrocità commesse. Si stima che le vittime siano state tra le 700.000 e le 900.000 persone, un numero veramente elevatissimo se si considera che il campo rimase in funzione solo per 16 mesi.

A questo punto rimane da domandarsi se le cose raccontate in questa mattinata al cinema Politeama siano vere oppure false. Sicuramente di fronte a certe barbarie risulta più semplice chiudere un occhio e fingere che non sia mai accaduto nulla, ma così facendo dimenticheremmo tutto ciò che la storia ci ha insegnato e, posto che essa si ripeta sempre, almeno in merito ad alcuni avvenimenti faremmo bene ad aver imparato qualcosa.

Perciò, cosa c’era di vero?

Credo che l’unico modo per rispondere sia che tutto ciò che accade in teatro è finto, ma niente è falso.

Chiara Cantù  4 ^ DLS

Inciampare per ricordare

Pavia, 24 Gennaio 2019. Per commemorare la Shoah e le atrocità commesse dal Terzo Reichcontro gli ebrei, è stato rappresentato lo spettacolo ”Inciampare per ricordare”.

Nel suggestivo Salone Teresiano della Biblioteca dell’ Università della nostra città, nomi volti storie di donne e uomini deportati sono diventati inconsapevoli simboli di quello sterminio e a loro hanno reso omaggio Lucia Ferrati e Giuliano Del Sorbo: la prima con la potenza delle parole, il secondo con l’emozione della pittura. L’attrice ha letto testimonianze e documenti storici, recitato prose e poesie di Calamandrei, Calvino, Kolmar, Matacotta, Levi e Ungaretti; il pittore ha realizzato dipinti dal vivo per rievocare le presenze dei protagonisti del nostro passato.
Tra le numerose lettere molto toccanti, scritte nei campi di concentramento dai deportati, ha emozionato ricordare quelle di Clotilde Giannini, nata a Tornaco il 24 dicembre 1903. La donna, oramai consapevole del suo destino, scrisse al marito di non sperare in un possibile ritorno a casa e chiedeva di prendersi cura dei figli; ringraziava infine il marito per l’affetto ricevuto. Durante la narrazione, venivano proiettate fotografie della vittima e messaggi di solidarietà di amici e parenti, spesso toccanti.
Un altro argomento trattato durante la serata è stato la posa delle pietre d’inciampo dedicate a Max Herbert e Sigismondo Bick di cui sono state lette delle testimonianze. Erano arrivati a Landriano il 14 settembre 1941, decidendo di trasferirsi nella campagna pavese perché vicina a Milano, luogo dove avevano vissuto dal 1935 al 1938 e di cui avevano conservato un buon ricordo. Max e Sigmund, o Sigismondo, come era stato ribattezzato dalla gente del posto, erano due fratelli ebrei nati a Monaco, ma che arrivarono a Landriano direttamente dal campo di internamento di Ferramonti, a Tarsia, in provincia di Cosenza. Si trovavano lì perché internati un anno prima per ordine del regime fascista e destinati al soggiorno obbligato nella provincia di Pavia, in quanto non considerati «soggetti particolarmente pericolosi». I fratelli erano dei pittori di professione e lavorarono alla chiesa di San Vittore a Landriano. La sera del 30 novembre 1943 sparirono misteriosamente, all’insaputa di tutti. Si è certi che vennero arrestati e messi su un treno diretto al campo di concentramento di Auschwitz e da Auschwitz i fratelli non fecero più ritorno.
In seguito la narratrice ha ricordato un uomo forte e tenace, che non ha mai mollato: il suo nome era Carlo Pietra. Nato a Torre de’ Negri il 3 marzo 1923 , morì il 14 marzo 2010. Egli si battè contro i nazifascisti militando nella Brigata “Paride” sino a che, nel 1944, fu catturato. Liberatosi, egli tornò nel suo paese e divenne partigiano della Brigata Garibaldi, un simbolo della lotta contro il nazifascismo. Il fratello del partigiano ricorda ancora quando, nel 1945, la speranza di rivedere Carlo sembrava oramai svanita. Ma una notte accadde l’impensabile: sentì un rumore provenire dalle scale; si affacciò, lo vide e scoppiò in lacrime con un’emozione indescrivibile. “Per mio padre è stata davvero dura” dice la figlia di Carlo Pietra, Eralda, che racconta di come il padre sia sopravvissuto alla prigionia grazie ad un operaio della Lancia di cui sappiamo ben poco.
Una cosa però è certa: era sicuramente un uomo di cuore.
Lo spettacolo del 24 gennaio si è concluso infine con l’emozionante pittura dal vivo di Giuliano Del Sorbo che, in pochi attimi e con maestria, davanti agli occhi curiosi degli spettatori, ha dato vita a una gruppo di figure umane, vere e proprie personificazioni della sofferenza e del sacrificio. Partendo da un disegno preparatorio, aggiungendo prima il colore e poi sottraendolo con gesto sicuro e vigoroso, ha fatto emergere dalla materia un’opera d’arte.
L’intenso battere delle mani all’unisono di tutti i presenti concludeva uno spettacolo toccante e nello stesso tempo potente, nell’intento di ricordare a gran voce che ciò che è stato non dovrà mai più accadere!

Lorenzo Tavazzani e Yuri De Santis classe 2^ DLS

UN MURO INTORNO AL MONDO

Nel corso della storia i muri sono stati considerati un simbolo di separazione e di chiusura, barriere innalzate a protezione dalle paure reali o presunte, o semplicemente linee di demarcazione dei propri spazi di competenza. Anche tuttora, in un mondo dove l’inclusione sembra scontata, i muri continuano ad essere costruiti per tenere lontani popoli o culture, considerati diversi.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, che divideva in due parti non solo una città ma in realtà due mondi, nel 1989, l’epoca dei muri sembrava finita. Sembrava finalmente che avesse inizio l’epoca dell’apertura e della relazione. Purtroppo però non è stato cosi; infatti, come sempre più spesso si sente raccontare, Trump, il presidente degli USA, ha intenzione di costruire una robusta barriera al confine con il Messico, per evitare il passaggio illegale di migranti. Il presidente, non avendo ottenuto i fondi dal Congresso, ha provocato lo “shutdown”, ovvero la parziale sospensione delle attività amministrative dello stato mettendo in seria difficoltà migliaia di americani.

Trump però non è l’unico politico a progettare costruzioni di muri per separare nazioni vicine solo geograficamente; infatti anche l’Ungheria sta per costruire un muro che la separi dalla Serbia, sempre per evitare il passaggio di immigrati.

D’altronde oggi, nonostante il grande sviluppo messo in atto dall’umanità, sembra che si guardi al passato non per imparare dagli errori, ma quasi per ripeterli. Difatti nell’antico impero romano, si costruivano barriere, i limes, per evitare l’arrivo di popolazioni barbariche; in Cina venne costruita la Grande Muraglia che oggi è diventata un sito turistico di grande bellezza, ma che in passato serviva per tenere lontane le popolazioni mongoliche.

Anche la Corea, a seguito di una guerra, ha costruito una barriera per separare il Nord dal Sud; ma ancora più eclatante è il muro costruito per dividere la città di Belfast tra la parte cattolica e quella protestante.

I “muri” non sono sempre stati di mattoni e di metallo; infatti possono essere anche astratti e simbolici, come quello che si sta erigendo in Gran Bretagna, che con la “brexit” si chiuderà all’interno di un muro. Oppure, senza andare lontani, la nostra Italia che vuole chiudere i porti per evitare l’arrivo di migranti che scappano dalla guerra o dalla povertà per cercare aiuto.

Il muro è stato anche scelto come protagonista di libri, film o serie TV, come in “The great wall” un film che parla della muraglia cinese come ultimo baluardo tra il nostro mondo e un mondo di mostri.

E’ anche vero, però, che il muro non è solo una barriera. Certe volte è un luogo di ritrovo e di preghiera, come il Muro del Pianto sacro per l’Ebraismo, ultima parete rimasta dell’antico tempio di Gerusalemme distrutto dall’imperatore romano Tito.

Oggi, soprattutto noi giovani, sottovalutiamo la portata e le possibili conseguenze del “proliferare” di barriere e divisioni. I motivi sono diversi: forse perchè non siamo cresciuti all’ombra del muro di Berlino e percepiamo la sua caduta come un evento lontano ed estraneo, non come una conquista; forse perché la globalizzazione con le sue connessioni e le sue reti ci ha trasformati.

Ma non dobbiamo dimenticare l’insegnamento della storia: un muro è solo una costruzione, un muro rende solo più difficile l’incontro, ma non può fermarlo.

Non lo ha mai fatto.

                                                                                                         Simone Giri 2^ DLS