INSPIRE A GENERATION

Una giornata con i giornalisti del Corriere per diventare cittadini attivi e consapevoli
(link al sito Osservatorio Giovani Editori)

Il giorno 24/10/2019, presso il Liceo Massimo D’Azeglio di Torino, si è tenuta la prima delle cinque giornate del ciclo “Inspire a generation” per l’anno scolastico 2019/2020, a cui hanno partecipato diverse classi di scuola secondaria, giornate che sono promosse dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori.

Abbiamo avuto l’onore di parteciparvi, assistendo alla conferenza di alcuni rilevanti giornalisti dei quotidiani maggiormente letti dagli italiani, come “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della Sera”.

Marco Castelnuovo, attuale direttore del “Corriere della Sera” di Torino, ha posto il problema della disinformazione provocata dalle fake news, facendoci ragionare su quante poche persone attualmente leggano i giornali, preferendo informarsi sulla rete.

Le fake news (letteralmente false informazioni) si diffondono spesso proprio in rete e in modo incontrollato, divenendo virali: più queste notizie acquistano popolarità, più in fretta vengono diffuse!

Dopo la prima parte introduttiva, Marco Castelnuovo ha presentato il progetto “Technology-Digital literacy”, che ha come finalità quella di estendere all’ambito digitale la riflessione sul significato di cittadinanza attiva e responsabile.

Rallenta!
Fermati e valuta!
Analizza e rifletti!
Sono queste le regole d’oro del “pensiero consapevole” a cui,  secondo il noto giornalista, dobbiamo ispirarci.
Infatti anche oggi, nella società delle immagini, il pensiero rappresenta lo strumento primario per interagire con il mondo e per non incorrere nel pericolo di diventare vittime passive. Ognuno deve essere capace di acquisire competenze e comprendere i propri diritti e doveri nel mondo virtuale, ma soprattutto conoscere i meccanismi di funzionamento del mondo della rete.

Inoltre il relatore ha sottolineato il fatto che la digital-literacy non è semplicemente la capacità di utilizzare il computer, il tablet o lo smartphone, ma consiste nel saper utilizzare questi strumenti in maniera consapevole, conoscendone le potenzialità e i rischi; in una parola, bisogna saper utilizzare la rete in modo strategico, responsabile e creativo. A questo proposito, fondamentale risulta “pensare” prima di cliccare, digitare, condividere.

È importante saper distinguere le notizie e le fonti attendibili da quelle non attendibili.

Le notizie false esistono da quando l’uomo ha imparato a comunicare; nella storia vari sono gli esempi di fake news: Castelnuovo ha citato l’episodio del cavallo di Troia che risulta essere il primo esempio di notizia falsa. Con l’avvento di Internet, il fenomeno però si è amplificato perché sul web le informazioni si spostano velocemente con un ritmo incalzante ed è sempre più difficile trovare il tempo per risalire alla verità dei fatti. Qualcosa però, ultimamente, sta cambiando perché sia Google, motore di ricerca, che Facebook, noto social network, si stanno attivando per introdurre dei filtri al fine di stanare pagine e profili in cui vengono pubblicate notizie false e inattendibili.

Si tratta di una piccola trasformazione in corso; ma il vero cambio di rotta dipende dalla responsabilizzazione delle persone, di chi scrive, di chi legge, di chi gestisce i mezzi di comunicazione. Per non cadere vittime delle fake news non esiste una ricetta unica e immediata! Ma certamente l’approfondire con curiosità e impegno, il domandarsi se chi sta fornendo quella notizia può trarne un vantaggio, costituiscono passi rilevanti verso il pensiero critico e l’autonomia di giudizio.

La conferenza è continuata con l’intervento di Marco Ferrando, responsabile della sezione Finanza&Mercati de Il Sole 24 ore, portavoce del progetto Young Factor, il quale ha aperto una discussione con noi ragazzi presenti, proiettando una slide comprendente tre parole-chiave: economia, potere, futuro.  Ferrando ha coinvolto direttamente la platea, ponendo domande di vario genere, fino ad arrivare alla domanda più importante, con la quale chiedeva chi di noi, nell’ultimo periodo, avesse esercitato potere in base alle proprie scelte. Il giornalista ci ha invitato a riflettere sul fatto che è fondamentale sviluppare una maggiore consapevolezza per affrontare meglio le scelte che riguardano il nostro futuro, per diventare cittadini più responsabili, più consapevoli e quindi più liberi. Ha inoltre sottolineato il fatto che i giovani devono imparare a “leggere”  attentamente la realtà e ad avere un approccio  critico e maturo rivolto al futuro.

A conclusione dell’incontro c’è stato l’intervento di Gian Antonio Stella, noto giornalista de Il Corriere della Sera e scrittore, che ha ripreso il tema delle fake news in chiave ironica. Stella ci ha proposto un esempio significativo di come le fake news possano diffondersi e influenzare le persone con la notizia del “tacchino di Walmart”. Una donna, su un forum di cucina, il giorno del Ringraziamento (nota festa americana in cui è tradizione ritrovarsi in famiglia per condividere un pranzo a base di tacchino ripieno), sosteneva che i suoi familiari si fossero sentiti male dopo aver acquistato e mangiato un tacchino al supermercato Walmart. In poche ore il messaggio è stato postato su Twitter da migliaia di account, molte persone si sono spaventate e non hanno voluto più comprare o mangiare tacchini di Walmart. In realtà nessuna donna aveva postato quel commento, ma era un falso studiato e postato dalla cosiddetta “Fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica americana.

Una delle prime fake news della storia potrebbe essere stata, secondo il giornalista, quella inerente a Marco Polo e al suo viaggio nell’arcipelago indiano delle Andamane: i suoi abitanti venivano descritti come bestie dal capo di cane, naso e denti di mastino. Questa notizia si sparse rapidamente creando scalpore, nonostante fosse un espediente per indicare una popolazione con cultura differente dalla propria.

Altra fake news ricordata da Stella è la falsa Donazione di Costantino, che per secoli fu utilizzata per giustificare la proprietà di terre della Chiesa; secondo quel documento  era stato l’imperatore Costantino stesso a concederla in dono al Papa. In realtà, Lorenzo Valla, studioso del XV secolo, scoprì incongruenze fra il latino usato per la stesura del manoscritto e quello realmente utilizzato nel IV secolo dall’imperatore, dimostrandone la falsità.

Stella ha quindi concluso il discorso sottolineando come sia importante sviluppare un proprio pensiero in grado di valutare le informazioni diffuse dai media, che possono modificare la realtà in base ai loro interessi. Per cui, ragazzi, occhio alle fake!

                                                           Greco Lorenzo, Cosio Carlotta,
Galli Alessandro, Penso Filippo 3^DLS

 

INCONTRO… SPAZIALE

Il giorno 10 ottobre 2019 gli studenti delle seconde A, B, C e D del liceo si sono recati nell’Aula Magna dell’istituto Copernico per partecipare all’incontro “Nello spazio non c’è spazio” in presenza dell’astronauta Umberto Guidoni e di Andrea Volante, che ha fatto da moderatore.

All’incontro erano presenti anche molti alunni di ogni grado di scuola, dalla primaria fino alle superiori. Dopo che tutti si sono accomodati, il dirigente scolastico del Copernico, il professore Mauro Casella, ha fatto un discorso di presentazione e ringraziamento per Guidoni e tutti i presenti e poi ha lasciato il posto al cosmonauta e a Volante.
Nell’aula è stato proiettato un video che illustrava il suo viaggio verso la base spaziale: la partenza sullo Space Shuttle, dopo una settimana di isolamento (per prevenire infezioni) e di preparazione, lo sgancio dei razzi e del serbatoio dopo l’abbandono dell’atmosfera e il complicato aggancio alla base spaziale internazionale alla velocità di 28.000 km/h attorno alla Terra per contrastare la gravità terrestre.

Sono stati  mostrati altri filmati sulla base spaziale, una struttura estesa come un campo da calcio che da vent’anni gira attorno alla Terra a una distanza di 400 km dal suolo. In questi filmati veniva illustrato il modo in cui vivono gli astronauti: come si spostano, come e cosa mangiano, dove dormono, come passano le giornate… mentre Guidoni ci spiegava il tutto. Ad esempio, per andare da una stanza all’altra ci si sposta aggrappandosi ad alcuni ganci presenti sulle pareti delle navicelle, oppure per svolgere qualche lavoro esistono delle “cinture” sul pavimento in cui infilare i piedi per non fluttuare ovunque mentre si svolge l’attività desiderata, o, ancora, per dormire esistono dei sacchi a pelo fissati alle pareti per non rischiare di finire contro vari oggetti durante il sonno. Per quanto riguarda il cibo, invece, gli astronauti possono mangiare solo alimenti sottovuoto e senza fluidi; solo quando arriva la navicella con le scorte possono permettersi di mangiare frutta, verdura e altri cibi contenenti acqua.

Dopodiché Umberto Guidoni ha presentato alla platea attenta diverse riprese della Terra vista dalla base spaziale che raffiguravano fenomeni naturali, oceani, foreste, oppure le città di notte: un insieme di piccoli puntini luminosi che ricopriva il terreno buio.

Infine, Guidoni ha illustrato alcuni progetti che diverse aziende vorrebbero realizzare, come per esempio le navicelle “turistiche”, oppure un sistema di atterraggio in acqua o sul suolo con paracadute, e le intenzioni della NASA, ovvero quelle di raggiungere la Luna e Marte.

L’ultima parte dell’incontro è stata riservata alle domande degli studenti, alcune più serie e altre più buffe e imbarazzanti. L’incontro si è concluso alle 11.00 con un saluto e un ringraziamento generale da parte di Umberto Guidoni e Andrea Volante e gli alunni sono rientrati in istituto, soddisfatti e più “vicini allo spazio”.

Venco Giulia, 2DLS
Con la collaborazione di Sponziello Chiara (2DLS) e Panetta Giulia (2DLS)

Winter is not coming

Quando abbiamo lasciato la stazione e siamo emersi dal sottosuolo, le nostre orecchie sono state riempite da un tonante boato. Per un attimo, mentre salivo le scale, mi sono sentita come i pugili dei film quando percorrono il tunnel che li conduce al ring, acclamati da un pubblico che ancora non riescono a vedere. Ma il secondo successivo mi sono resa conto di non essere in uno stadio e tantomento di essere una wrestler: abbiamo capito tutti cosa fossero le urla che sentivamo, abbiamo sorriso e indicato agli altri sopra le nostre teste, come se fossero i cherubini della Cappella Sistina.

Eravamo a Milano, bellezza ovattata dal grigiore dello smog padano, e la strada era invasa da adolescenti.

Era venerdì 27 settembre.

Annunciare così questa data può sembrare un po’ eccessivo, ma la verità è che questa giornata è stata vissuta da tutti in modo diverso. E’ persino superfluo dire che cosa sia successo lo scorso venerdì, ma a chi si sia scollegato dal mondo nel corso dell’ultimo anno, basti sapere che il 27 settembre è stato indetto il terzo “Fridays For Future”, sciopero globale per il clima.

Perchè il clima si sta lasciando andare nell’ultimo periodo – ci accorgiamo tutti che i 30 gradi ottobrini suonano un po’ altisonanti – e la colpa viene imputata all’uomo, anzi, più propriamente, all’innalzamento spropositato dell’anidride carbonica nell’aria che l’uomo causa.

Anche noi siamo andati a Milano ma in modo diverso: all’interno dei Giardini Montanelli avvolti da una coperta di voci giovanili, la lunga sfilata a fare da sciarpa a zona Porta Venezia, si è svolta “MEETmeTONIGHT”, due giorni di divulgazione scientifica organizzata dalla Notte Europea dei Ricercatori. 46 stand divisi per tematiche (ambiente, cultura e società, patrimonio culturale, salute, scienza e tecnologia), film, spettacoli, incontri con ricercatori e laboratori aperti, il tutto all’insegna della scienza.

Ma è ciò a cui abbiamo preso parte anche noi del Cardano a rendere così particolare questa iniziativa: il
Playdecide. All’interno di un capannone sono state disposte dodici tavole rotonde, ciascuna delle quali ha ospitato undici cavalieri dalla mente brillante, di cui facevano parte due prodi studenti e un valoroso insegnante dell’ITIS. A ogni partecipante sono state distribuite due carte dei fatti (per presentare dati), una carta delle storie (per dimostrare l’effetto dei numeri sulla vita reale) e due carte dei problemi (per mettere in discussione); ciascuna trattava argomenti inerenti al tema del tavolo. Quest’anno si è scelto di unificare l’oggetto della discussione e parlare di ambiente e cambiamento climatico, in onore alla manifestazione in corso.

 Ancora? Sì, ancora. Se ne sta parlando tanto in questi giorni, così tanto che rischia di essere troppo. 

L’importante non dovrebbe essere la quantità di volte che un argomento così vitale e centrale per tutti noi viene ripetuto ma, come per ogni cosa, la qualità. E credo che con Playdecide questo obbiettivo sia stato centrato.Che cos’altro ci sarà da aggiungere in merito al riscaldamento globale che non sia ancora stato detto? Venerdì abbiamo scoperto che:

  • esistono metodi per aspirare l’anidride carbonica dall’aria e immagazzinarla sotto il fondale marino;
  •  è stato messo a punto un progetto per eliminare gli uragani.

Queste idee sono spesso di difficile realizzazione perchè troppo costose o semplicemente troppo complicate.
La comodità è bella, così semplice, lineare e sicura. La comodità è comoda. E se la nostra pigrizia viene sempre di più alimentata, maggiore sarà la difficoltà nel cambiare e muoversi, decidere di fare qualcosa. Serve uno scossone, una sveglia. La mattina la sveglia grida, no? È questo che le manifestazioni del 27 settembre hanno provato a fare, gridare appelli di protesta per svegliare le persone. MeetMeTonight è un modo per tenerle attive una volta che si sono messe in piedi e, devo dire, funziona.

Gli stand presentati sono stati tanti e spaziavano dai computer alla microbiologia, dall’astrofisica ai laboratori per bambini con vestiti a tema, e non bisogna dimenticare che il tutto si è svolto in uno dei luoghi più belli di Milano, almeno per quanto mi riguarda.
E proprio sotto un salice dei Giardini Montanelli, dopo aver combattuto con un po’ d’ansia, abbiamo tenuto un’intervista in inglese per JoVE, una rivista scientifica peer-reviewed (per i meno anglofoni: che pubblica articoli riletti e corretti da personale qualificato esterno allo staff editoriale) che divulga metodi sperimentali in formato video.

Ci è stato chiesto di descrivere l’attività di Playdecide e di dare il nostro parere a proposito dell’apprendimento tramite contenuti multimediali.
L’intervista sarà presto disponibile sul sito web della rivista.

Quando siamo usciti dai giardini ci siamo sentiti decisamente stanchi, ma soddisfatti: poter discutere per così tanto tempo con ricercatori veri, professionisti esterni alla nostra solita cerchia di conoscenti, ci ha fatto capire che anche noi ingenui e sprovveduti adolescenti possiamo combinare qualcosa. Anzi, le nostre idee sono state ascoltate attentamente, a dimostrazione che anche i veri scienziati hanno così tanta sete di conoscenza da raccogliere con smania anche la più piccola e sussurrata opinione.

La voglia di sapere dovrebbe far parte di ciascuno di noi. Forse, se fosse stato così, non saremmo arrivati ad ammirare il nostro meraviglioso Monte Bianco sciogliersi come un cubetto di ghiaccio davanti ai nostri occhi.

                                                                   Roberta Basile
4 DLS

Rivoluzione ambientale al Cardano

Lunedì 23 settembre Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ha attirato l’attenzione di grandi politici e giovani studenti, ha tenuto un discorso al Palazzo di Vetro dell’ONU con lo scopo di spingere i governi a prendere posizione a favore della tutela dell’ambiente.
“Come osate?” ha ripetuto più volte tra le lacrime, convincendo 65 Paesi a compiere un primo passo verso il cambiamento, ad impegnarsi a dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 e addirittura ad azzerarle entro il 2050. Come traguardo sembra molto promettente, ma quali saranno effettivamente le trasformazioni nei prossimi anni?

E mentre i grandi si interrogano sul futuro del pianeta, noi, nel nostro piccolo, ci siamo chiesti come sia cambiato e come cambierà l’ITIS Cardano dal punto di vista dell’ attenzione all’ambiente. Muovendoci e osservando tra i vari indirizzi del nostro istituto abbiamo raccolto diverse interessanti informazioni.

La professoressa Stoppini, dell’Indirizzo Chimico, ci ha informato che nel corso Chimici  l’attenzione rivolta verso l’ambiente è consolidata: i docenti delle materie di indirizzo approfondiscono, nelle loro lezioni,  tematiche di Chimica ambientale e danno maggiore importanza alle biotecnologie, alla sicurezza ambientale nelle produzioni aziendali, al recupero dei gas nocivi, al trattamento delle acque e alle fonti di energia rinnovabili. Particolare attenzione viene riservata alla risorsa acqua. Infatti gli studenti delle Classi quinte con i docenti di Chimica Analitica due volte l’anno si recano sul fiume Ticino per prelevare campioni di acqua, al fine di analizzarli in laboratorio; in particolare nel 2019, il 22 marzo, gli studenti hanno presentato i risultati al Convegno tenutosi a Pavia in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua. Riguardo l’energia pulita, invece, è stato introdotto lo studio di nuove fonti: le biomasse, gli scarti di produzioni agricole e gli oli alimentari che vengono lavorati nelle bioraffinerie ottenendo biogas, biometano, bioetanolo, biodiesel; anche l’idrogeno potrebbe essere uno dei vettori energetici del futuro poiché, quando bruciato, non emette CO2 ma acqua. La tecnologia a idrogeno ha però un  limite: per la produzione di tale gas occorrono in ogni caso petrolio o biomasse.

La professoressa ci ha inoltre voluto parlare di  un chimico italiano, precursore della ricerca di fonti alternative, che già nel periodo della Prima Guerra Mondiale cercava un’alternativa ai combustibili fossili, Giacomo Ciamician che, nel 1912, all’VIII Congresso Internazionale di Chimica Applicata a New York, presentò una relazione intitolata La Fotochimica dell’Avvenire, di cui riportiamo alcuni frammenti: “La civiltà moderna è figlia del carbon fossile; la terra ne possiede ancora enormi giacimenti: ma essi non sono inesauribili.
Non potrà mai apparire conveniente il produrre energia solo  con le relative piccole riserve di carbone che le passate epoche geologiche ci hanno dato in retaggio”.Il professor Colombo, invece, dell’ Indirizzo di Meccanica ci ha messo al corrente del fatto che l’anno scorso è stata richiesta al Ministero l’introduzione di una novità nell’Offerta Formativa, che verrà forse presa in considerazione: un nuovo indirizzo di Meccanica Energetica. Comunque, già oggi, l’istituto è dotato di attrezzature che sfruttano l’energia ricavata da pannelli fotovoltaici e piccoli impianti idroelettrici.

Ci siamo rivolti anche alla professoressa Ricotti, insegnante di Scienze Naturali dell’Indirizzo Liceale, molto interessata al tema dell’ambiente, molto rilevante nel suo programma didattico. Come la professoressa Stoppini, crede nell’importanza del riutilizzo degli scarti, anche se, a suo parere, sarebbe ancora meglio non usare la plastica, piuttosto che riciclarla. Le sue lezioni si aprono spesso con “la notizia del giorno”, in genere a tema ambientale: una di esse si è focalizzata sul consumo energetico di Internet, molto più grande di quanto si immagini. Infatti, inviando solo otto e-mail si inquinerebbe, a livello di CO2, quanto percorrendo 1 chilometro in auto. In un’altra occasione, la professoressa ci ha parlato del giorno senza automobili a Bruxelles, che avrebbe portato alla diminuzione di emissioni di diossido di carbonio del 70% in una sola giornata. Ha quindi concluso spiegandoci che, per salvare il pianeta dall’intervento dell’uomo, sarebbe necessario per tutti noi cambiare stile di vita: usare i mezzi pubblici (o meglio ancora la bicicletta), limitare il consumo di carne e l’acquisto di bottiglie di plastica.

La professoressa Malvani, anche lei insegnante di Scienze Naturali dell’Indirizzo Liceale, il 27 settembre era  presente alla manifestazione di “Fridays For Future” al Castello Visconteo di Pavia. La docente ha accompagnato la classe 5aC-LS che ha realizzato dei cartelloni sul tema dei cambiamenti climatici, poi appesi agli alberi del giardino del castello e illustrati ai passanti. La professoressa in passato aveva anche avviato un progetto nel giardino della scuola, in cui i suoi studenti potevano prendersi cura di un piccolo orto e fare esperienza pratica. Dopo due anni, però, è stata costretta ad arrestare l’attività, perché l’orto veniva maltrattato e il sistema d’irrigazione distrutto; perciò spera di poter riproporre l’iniziativa approfittando del maggior interesse per l’ambiente riscontrabile negli ultimi tempi.

Ma torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio: è vero che alcuni cambiamenti ci sono sicuramente stati, ma crediamo che la scuola potrebbe promuovere più iniziative, sensibilizzare i ragazzi, imporre regole più severe per quanto riguarda la cura di giardino e cortile e il riciclo della spazzatura, a partire dal ridurre al minimo il consumo di plastica. Noi studenti, invece, dovremmo trattare con più riguardo l’ambiente scolastico, le attrezzature, le aule e rispettare la raccolta differenziata, dal momento che, come purtroppo abbiamo notato, spesso e volentieri nei cestini non vengono gettati i rifiuti corretti.

 Paolo Milasi, Claudio Clerici, Pietro Reali
classe 4 DLS 

Pavia con Greta per il pianeta

Chi avrebbe mai pensato di dover chiedere il permesso per avere un futuro? Eppure un’intera generazione si trova di fronte a questo dramma.
Il “Come osate?” di Greta Thunberg non è un grido isolato, 
chiuso nelle quattro mura dell’auditorium nella sede dell’Onu in cui ha avuto luogo il Climate Summit.

Non è certo un grido che ha genere, etnia, nazionalità o estrazione sociale. E’ l’appello di una generazione. Una generazione che chiede un cambiamento alle precedenti generazioni affinché possano essercene altre in futuro.

L’appello parte anche dalle strade di Pavia, dove il 27 settembre centinaia di giovani sono scesi in piazza in occasione del “Friday for Future”, con le idee ben chiare, per far sentire la loro voce.
Stiamo vivendo una crisi ambientale che minaccia il futuro della vita sulla terra e le attività umane sono la principale causa di questa crisi.

E’ necessaria un’azione urgente, è essenziale una massiccia riduzione delle emissioni di CO2 e dei livelli di inquinamento. 

Un’intera generazione si è risvegliata alla partecipazione politica in prima persona, affinché il futuro dell’umanità e del pianeta non sia lasciato in balia della “mano invisibile” del mercato e delle multinazionali che, pur di massimizzare i profitti e sbaragliare la concorrenza, infrangerebbero qualsiasi normativa.
Sul tema ambientale si è espresso un sentimento forte, di frustrazione individuale, legata all’incertezza sul proprio futuro, e collettiva verso un sistema incapace di risolvere i problemi fondamentali per la sopravvivenza. Questo sentimento si sta ora traducendo in tutto il mondo in fiducia nella forza collettiva.

Le proposte, che più che proposte ormai, hanno sempre più il tono del “se sceglierete di deluderci, non vi perdoneremo mai” di Greta, avanzano ovunque inesorabilmente, senza più pazienza né flessibilità.

Per quanto riguarda la nostra città, le proposte avanzate dal movimento “Fridays for Future Pavia”, definiscono un obiettivo primario: nel prossimo decennio la città deve saper sviluppare la visione di una comunità che vuole affermarsi come eccellenza della sostenibilità, ispirandosi ad altre città che hanno aperto la strada all’innovazione sostenibile.

Il mondo di oggi è un insieme di città. Sempre più le comunità urbane condizionano i processi politico-economici, orientano i valori, si fanno modelli e creatori di tendenze. Il cambiamento deve partire proprio dalle città: solo se le città sapranno cambiare per diventare protagoniste di uno sviluppo sostenibile, tutto il mondo ne trarrà giovamento e imboccherà la strada di un futuro possibile.

Beatrice Pestoni e Francesca Manara,
di 5 DLS

Pronti, partenza…via!

SEMS 2019 – Settimana Europea della Mobilità Sostenibile: il Cardano c’era

20 allievi dell’Istituto Tecnico Industriale Gerolamo Cardano di Pavia, guidati da Edoardo Castelnuovo, studente dell’istituto stesso e membro dell’Associazione Giovanile “Le Torri”, hanno rimesso a nuovo trenta biciclette di proprietà della loro scuola. Il tutto è stato reso possibile grazie ad un laboratorio di Ciclofficina offerto annualmente agli studenti delle scuole superiori della città dal progetto Scienza Under 18 e finanziato dal comune in collaborazione con FIABPavia.

Durante il corso i ragazzi hanno imparato a mantenere, riparare ed utilizzare al meglio un mezzo molto versatile, semplice ed economico come possono essere le due ruote a pedali. Dalle riparazioni più semplici come aggiustare una camera d’aria bucata, a operazioni più complesse come la sostituzione dell’intero movimento centrale (la parte interna al telaio che permette il regolare funzionamento dei pedali) di una bicicletta, i giovani ciclo-meccanici si sono impegnati durante diversi pomeriggi di apprendimento fino al completamento del corso che si è concluso con il test su strada: una “biciclettata” svoltasi venerdì 20 settembre tra le vie del centro storico. Gli studenti sono partiti dal loro istituto per giungere davanti al palazzo del Broletto, cuore della città, durante la settimana della mobilità sostenibile. Lì si è tenuto l’incontro celebrativo con il sindaco Fabrizio Fracassi, gli altri membri dell’Associazione Le Torri e i cicloamatori del corpo docenti del Cardano; durante l’evento, gli studenti che hanno partecipato al corso hanno tenuto una breve lezione di ciclofficina aperta alla cittadinanza.

La preside del Cardano, prof.ssa Gatti Comini, orgogliosa dell’innovativo progetto, ha già offerto la disponibilità ad ospitare anche per il prossimo anno i futuri partecipanti dell’iniziativa oltre a programmare, con la collaborazione dei docenti di Scienze Motorie, una serie di uscite per promuovere l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto ecologico.

Edoardo Castelnuovo e Silvia Rizzardi
 4BLS e 3DLS

Un viaggio nella medicina.

Uomo e donna: “antitetici complementari”

 

Mercoledì 19 Giugno alcuni studenti dell’ITIS G. Cardano delle classi 2BLS, 3DLS e 4DLS si sono recati presso la Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” e sono stati accolti nell’Aula Didattica 2 del DEA dove hanno potuto assistere a una conferenza incentrata sui temi della gravidanza e della fertilità.

La professoressa Rossella Nappi ha dato avvio all’incontro con un discorso assai interessante che ha aperto gli occhi ai ragazzi sulle diversità biologiche che coinvolgono sia soggetti femminili che maschili dei giorni nostri, rispetto a quelli di un passato più vicino di quanto ci aspetteremmo.

Quante volte ci è stato detto dai nostri genitori “ai miei tempi le cose erano molto diverse” e tutti, sicuramente almeno una volta,  abbiamo alzato gli occhi al cielo chiedendoci quanto mai le cose possano essere cambiate in così pochi anni per poi guardarci intorno il giorno dopo e percepire il costante flusso di cambiamento che circola trasparente come l’aria fino a travolgerci inaspettatamente.

Ebbene la lezione tenuta il 19 giugno dalla professoressa Nappi e dalla dottoressa  Coccini ha avuto lo stesso effetto: quella sensazione che si prova quando si apre per la prima volta un libro e sembra di  trovarsi davanti a una voragine, uno spazio vuoto e nuovo tutto da riempire di informazioni.

Perché in questi pochi anni, non solo è avvenuto un cambiamento a livello sociale e culturale nella popolazione, ma anche un profondo cambiamento biologico che ha influenzato la natura umana. Un esempio è il numero medio di figli per ogni coppia, notevolmente diminuito se pensiamo ai nostri nonni e ai loro fratelli e sorelle: quelle che una volta erano normalissime famiglie, oggi, ai nostri occhi appaiono come nuclei famigliari molto numerosi, impensabili per la vita corrente che vede un numero massimo di 2 figli per coppia. Tutto ciò sicuramente influenzato dai cambiamenti avvenuti nella società, negli orari e nella disponibilità del lavoro.

Presi in considerazione questi dati, la professoressa si è poi soffermata sulla tardività dei parti: sempre più donne arrivano infatti a chiedere la fecondazione artificiale realizzata con l’aiuto di esperti in laboratorio, perché ostacolate, data l’età sempre più avanzata, a concepire un figlio naturalmente. Da qui, la relatrice ha aggiunto tutti i fattori di rischio e le controindicazioni legati alle gravidanze dai quarant’anni e oltre per poi passare la parola, dopo questo interessante discorso, alla coordinatrice delle ostetriche dottoressa Giovanna Coccini che ha approfondito ulteriormente, addentrandosi nei particolari medici, argomenti ancora più vicini a noi ragazzi, per quanto questo possa sembrare ad alcuni precoce: ha introdotto la descrizione di alcune malattie sessualmente trasmissibili, ponendo l’accento sulla prevenzione e sulle modalità per attuarla, con tanto di pro e contro, fino al corretto metodo di igiene, raccomandando vivamente di eseguire controlli e di prestare sempre attenzione alle prescrizioni dei medici.

Perché l’ambito della medicina è un mondo sconfinato, e noi, come piccoli astronauti che vanno sulla luna, pensiamo di poter sapere tutto ciò che ci occorre su quel nuovo mondo, ma non ci rendiamo conto della vastità della sua superficie.

                                                                          Giulia Faccini  3 DLS

 

“Antitetici complementari” così Rossella Nappi, professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università degli Studi di Pavia nonché esperta di procreazione medicalmente assistita dell’IRCCS Fondazione San Matteo, definisce l’uomo e la donna dal punto di vista biologico. Uomo e donna, due entità separate e perfettamente plasmate dalla natura secondo un preciso programma, entrambi destinati ad incontrarsi per dare origine al più affascinate dei fenomeni, la vita, a partire da due microscopiche cellule: lo spermatozoo e la cellula uovo.

Durante l’incontro tenutosi presso l’aula 2 del DEA San Matteo di Pavia in data 19 giugno viene ribadita l’importanza di una corretta educazione sessuale e soprattutto di una quanto più meticolosa informazione tra i giovani riguardo la progettazione di un futuro genitoriale. Le ormai sempre più innovative tecniche di procreazione medicalmente assistita devono, e sottolinea devono, essere utilizzate solamente in casi patologici in cui il concepimento naturale non sia possibile, causa infertilità o altre patologie in uno dei due partner. La progettazione di un futuro da mamma e papà deve interessare già intorno ai 20 anni, così come era solito accadere fino a qualche decennio fa, soprattutto a causa della sempre più elevata frequenza di infertilità maschile, che può portare ad un quasi totale azzeramento della funzionalità degli spermatozoi, oppure della fisiologica perdita di potenzialità evolutive della cellula uovo nella donna, a partire già dai 35-40 anni. Una gravidanza a 42 anni, ad esempio, consiste già in “un’eccezione”, una forzatura della natura, che predispone l’organismo femminile alla gravidanza in un ben determinato range di età. La disinformazione nei giovani porta, soprattutto in età adolescenziale, a non interessarsi a tale tematica, lasciando così passare gli anni e ritrovandosi in età matura, almeno dal punto di vista sessuale, ad apprendere le problematiche e gli ostacoli che si potrebbero incontrare lungo il loro percorso per diventare genitori.

L’invito della professoressa Nappi e della dottoressa Coccini, coordinatrice ostetrica intervenuta successivamente, è quindi mirato ad una maggiore sensibilizzazione, attraverso una più completa e corretta conoscenza del proprio “io intimo”, verso le problematiche annesse e connesse alla procreazione.

Andrea Villani, Alessandro Vai, Luca Gentina, Andrea Cirmi
4DLS ITIS “G.CARDANO”

TUTOR4GIUNTO

L’ITIS G. Cardano: una scuola costruita dagli studenti per gli studenti.
Ogni tanto esce un articolo che ne descrive i lati peggiori: risse, atti di vandalismo…cose che succedono anche in altre scuole di Pavia e del mondo, ma che sembrano gravare più sulle nostre spalle che su quelle di altri istituti.
Vista da fuori: muri grigi, il cancello, il giardino davanti alla Centrale e il parcheggio dei motorini davanti alla Succursale.
Vissuta dall’interno: un’enorme massa di ragazzi che girano per i corridoi con gli zaini sulle spalle, che ridono e parlano mentre cambiano aula, i professori che si muovono tra di loro con le borse piene di verifiche da correggere e progetti da mostrare agli studenti.
Quasi duemila anime le cui vene pulsano a un unico ritmo.
Perché dopo un po’ che passi le tue giornate all’ITIS G. Cardano, non puoi più percepirla solo come la tua scuola. Diventa la tua patria, un posto in cui studiare sì, ma anche divertirsi e crescere…il TUO posto.
Si sviluppa una sorta di legame, come se fossimo una grande squadra unita per affrontare qualsiasi partita, e anche se non ci conosciamo tutti, perché siamo davvero tanti, non possiamo fare a meno di pensarci come un NOI, quelli del Cardano.
Ma diciamolo, siamo un po’ stufi di essere percepiti come la scuola dei “teppisti”.
Abbiamo le nostre pecche, un paio di cose qua e là che andrebbero sistemate non mancano di sicuro, ma siamo, e parlo per esperienza, una delle scuole più belle e preparate della provincia. Bisogna pensarci come una sorta di organismo vivente, formato da più organi che cooperano tutti al funzionamento generale.
Meccanici, Chimici, Informatici, Liceali, Elettrotecnici e professori…ognuno è un ingranaggio che permette a questa complessa macchina di funzionare.
Si, anche gli studenti partecipano a rendere il Cardano la scuola che è: c’è chi lo fa in modo negativo, ma sono molti di più quelli a metterci il cuore, che cercano di contribuire alla crescita del posto in cui passano la maggior parte delle loro giornate.
Un esempio di questa collaborazione sono proprio i ragazzi della 5AI che hanno elaborato un programma che permette agli studenti di tutte le classi di prenotare lezioni di ripetizione in caso di difficoltà nelle varie materie.
Un gruppo di studenti chiamati tutor, infatti, si mette a disposizione ogni anno per aiutare i compagni che fanno più fatica a studiare alcuni argomenti (tutee).
C’è chi è più portato per la fisica, chi più per la storia o l’informatica, così ci diamo una mano per affrontare l’anno scolastico e “passarlo” con i migliori risultati possibili.
Il sistema di tutoraggio elaborato dalla 5AI è semplice da usare (comprende un manuale d’uso che spiega brevemente e in maniera chiara tutte le funzioni del sito) e consente ai ragazzi di organizzarsi con efficacia, con la supervisione dei professori.
Ci si deve registrare, ognuno con i propri dati del registro elettronico Classeviva, per evitare che persone non appartenenti alla scuola entrino nel sito; dopodiché si accede a un’interfaccia in cui è possibile sia prenotare lezioni, scegliendo tra i vari tutor e orari disponibili, sia, per chi accede con le credenziali del tutor, dichiarare i giorni di disponibilità, la materia di cui ci si vuole occupare e, in caso di imprevisti, disdire gli accordi presi con gli studenti prenotati.
Un lavoro di squadra formidabile che ha coinvolto tutta la classe. Un vero e proprio team, ciascuno con mansioni differenti, il quale ha poi presentato il frutto del duro lavoro alla preside e alla vicepreside. Le espressioni soddisfatte dei docenti e dei ragazzi, la cui esperienza è servita per crescere a livello tecnico e di cooperazione, sono il simbolo di una scuola unita a cui la 5AI, che ha ormai finito il suo percorso, ha voluto lasciare un’eredità.

Giulia Faccini 3 DLS, Itis Cardano, Indirizzo Scienze Applicate

da Venezia… (marzo 2019)

guarda il POSTER1

guarda il POSTER2

Il trampoliere dell’Adriatico

Come Atlantide, la città sommersa, si staglia imponente sui fondali dell’oceano, Venezia si erge maestosa sul filo delle acque del mar Adriatico, come per magia, agli occhi di chi 

sbarca sui suoi confini. In realtà l’esistenza degli edifici tanto ammirati dai turisti, dei numerosi vicoli e dei canali che rendono unica Venezia permettendo ai gondolieri di far serpeggiare i visitatori nel cuore stesso dell’intrico urbano è dovuta solamente alla geniale struttura subacquea che sorregge l’intera città: centinaia e centinaia di possenti pali uniti gli uni 

con gli altri attraverso strati di sedimenti formano la punta nascosta dell’iceberg, costituendo uno spettacolo tanto affascinante quanto quello esposto alla luce del sole.

La Serenissima, infatti, fu eretta utilizzando la stessa tecnica riservata alla costruzione di edifici nelle paludi, un sistema chiamato a fondazione indiretta, per cui la zona veniva dapprima solidificata piantando, appunto, dei corti pali appuntiti (in larice o rovere) che arrivavano a raggiungere un strato particolarmente duro e compatto d’argilla detto caranto, situato a una decina di metri sotto lo strato superficiale della laguna.

Questi pali venivano infissi seguendo un andamento multiplo lungo la striscia di terreno sopra la quale si ergevano i muri perimetrali e di spina, sui cui poggiava gran parte del peso dell’edificio; dopodiché, sopra di essi venivano fissati due strati di spesse tavole di legno tra loro incrociate per consentire maggiore stabilità. Infine, su questa struttura venivano poi erette le vere e proprie fondamenta degli edifici costituite da un muro a plinto (con le pareti leggermente inclinate) e da enormi blocchi di pietra d’Istria, fino a superare il livello dell’acqua. In tal modo, solo la parte costituita da questo tipo impermeabile di pietra rimane a contatto con l’acqua salata, mentre la struttura in legno rimane ricoperta dal fango e con il passare del tempo subisce un processo di calcificazione che rende l’intera struttura ancora più stabile.

Ecco quindi perché possiamo definire i pali come la struttura ossea di Venezia, una magnifica sovrana che non si limita a farsi sostenere da queste ossa di legno, ma le usa anche come soldati, per proteggere il suo fluido regno.

Essi infatti fungono anche da segnaletica per le barche che si aggirano nei dintorni della città, in questo caso vengono chiamati briccole.

In ambito lagunare una briccola è generalmente formata da più pali uniti tra di loro all’estremità che fuoriesce dall’acqua per formare una sorta di triangolo; il suo scopo è quello di segnalare alle imbarcazioni il limite della parte più profonda della laguna e delimitare le “strade” per evitare che si arenino o che si verifichino incidenti. Si differenziano da queste, le paline, costituite invece da un unico palo che funge da punto di attracco per i mezzi di navigazione.

Chi va a visitare Venezia non può quindi fare a meno di vedere pali ovunque poggi il suo sguardo: pali, pali, pali, e milioni di pali.

Purtroppo però questi soldatini di legno non potranno nulla contro l’innalzamento del livello delle acque che minaccia sfacciatamente Venezia di farle raggiungere la sua mitologica rivale.

Frutto del riscaldamento globale a sua volta causato dall’aumentare della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, l’aumento del livello dei mari è un fenomeno che minaccia non solo Venezia, ma le terre dell’intero pianeta:

le radiazioni che arrivano a interagire con le acque infatti fanno aumentare la temperatura interna del sistema e l’acqua, scaldandosi, aumenta di volume e di conseguenza occupa più spazio, espandendosi e rischiando così di arrivare a sommergere progressivamente una buona parte delle terre.

Uno scontro epocale che vede da un lato l’incredibile forza della natura e dall’altro un’opera d’arte che domina le acque del golfo veneto. Mentre sopra questi due eserciti pronti a scontrarsi, come un burattinaio, l’uomo osserva il progredire degli eventi e detiene il potere di scegliere se intervenire o lasciare andare tutto alla deriva.

Giulia Faccini, Ludovica Riccio, Sara Filippini 3 DLS

 

Venezia: l’arte del vetro

La produzione vetraria veneziana affonda le sue radici nella storia più antica: un’arte che tocca il suo apice tra il XV e il XIX secolo per poi giungere fino ai giorni nostri. Essa si rifà direttamente a quella già florida di origine romana e bizantina; a dimostrarlo sono le fornaci con frammenti di vetro e tessere di mosaico rinvenute a Torcello in un contesto archeologico risalente al 600-650 d.C. Grazie alla Bolla d’Oro del 1082 dell’ Imperatore Alessio I di Bisanzio sui diritti commerciali di Venezia in Oriente, inizia l’espansione commerciale della Serenissima che la vedrà protagonista negli scambi tra l’Europa continentale, il Mediterraneo e il Medio Oriente. Fondachi e ambascerie permanenti saranno presenti nel Reame di Granada, nel Marocco degli Almoravidi, nell’Egitto fatimide e mamelucco e negli Emirati selgiuchidi del sud-est dell’Anatolia. Agli inizi del XV secolo, in seguito alla caduta della Siria e alla presa di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani nel 1453, e soprattutto grazie alle nuove conquiste della marineria spagnola e portoghese e alla scoperta del continente americano, le rotte commerciali cambiano radicalmente. Il Golfo di Guinea diventa il nuovo polo commerciale dove le navi lusitane prima e poi spagnole, olandesi e inglesi sbarcano le loro merci. Tra queste, le perle di vetro veneziane assunsero una vera e propria funzione di “moneta”: magica, pratica e incorruttibile.

È a questo punto che Venezia diventa la capitale mondiale della produzione e della diffusione di questi preziosi, un monopolio che conserverà per oltre tre secoli.

Eredi dell’arte vetraria alessandrina e romana, gli artigiani della Serenissima non ebbero alcuna difficoltà ad offrire perle di vetro che riproponevano i motivi taumaturgici contenuti in quelle mediorientali che, da secoli, venivano trasportate e commercializzate dalle carovane sahariane provenienti da Egitto, Siria, Persia e, attraverso le vie della seta e dell’ ambra, dall’Estremo Oriente. L’uso di queste decorazioni magiche e misteriose a protezione delle persone affonda le sue radici in una tradizione molto antica, che risale al II millennio a.C. in Mesopotamia per poi arrivare fino ai giorni nostri nonostante la rigida posizione nei confronti degli amuleti da parte delle religioni monoteiste. In Africa, principalmente, l’uso di tali oggetti è talmente radicato da aver dato vita ad un fiorente mercato dove essi sono stati scambiati per secoli con avorio, oro, olio di palma, legname e persino schiavi.

Attualmente questo traffico è ancora piuttosto vivace e poichè i prodotti veneziani risultano troppo costosi, altri Paesi come la Cina, l’India e l’Indonesia hanno raccolto il testimone e stanno riproponendo a costi molto vantaggiosi archetipi veneziani: oggetti che si rifanno a originali islamici, debitori a loro volta di amuleti alessandrini, fenici e mesopotamici.

Inizialmente le vetrerie sorgevano nel nucleo centrale della città; ma, a partire dal 1291, per prevenire i rischi di incendi nel centro di Venezia, le fornaci per la lavorazione del vetro vennero trasferite a Murano, dove la tradizione persiste ancora oggi. Con l’editto dogale promulgato dal doge Tiepolo, l’isola di Murano fu dichiarata vera e propria area industriale e divenne ben presto anche la capitale della produzione vetraria mondiale. A Murano quest’attività si concentrò lungo il Rio dei Vetrai dove tutt’ora sorgono le fornaci più antiche. Ogni anno milioni di turisti visitano l’isola del vetro, affascinati dallo spettacolo di un maestro vetraio che trasforma sotto i loro occhi sabbia, silicio e ossidi di metallo in forme di vetro dai riflessi cangianti e quasi magici.

Dietro questa eterea bellezza, però, c’è il duro lavoro dell’artista che modella il vetro in forme e dimensioni diverse utilizzando varie tecniche, ottenendo colori, incisioni, satinature e quant’altro possa essere realizzato. Sulle tecniche utilizzate è mantenuto il più assoluto segreto, infatti la Serenissima tutelava i propri artigiani vietando l’importazione di vetri stranieri e imponeva agli addetti delle fornaci di non rendere note le procedure di lavorazione e produzione. I maestri vetrai di Murano erano insigniti di un titolo nobiliare e iscritti nel Libro d’Oro delle famiglie patrizie veneziane. Molte opere manifatturiere sono esposte nel Museo del Vetro di Murano, ospitato a Palazzo Giustinian, che illustra egregiamente l’alta specializzazione dell’arte vetraria nel corso del tempo.

Queste tecniche sono tramandate particolare per particolare in modo tale che il vetraio sia un vero e proprio maestro del vetro: è questo il caso di Sandro che, ospitandoci nella sua fornace, ha trasformato davanti ai nostri occhi  l’informe massa incandescente in un cavallo rampante impiegando solo un paio minuti.

L’immagine delle prestigiose vetrerie e dei laboratori artigianali ci restituisce il significato più autentico dell’arte vetraria veneziana: arte antica, con i suoi segreti gelosamente custoditi, unica nella sua perfezione, che ha saputo attraversare i secoli grazie al tramandarsi, di padre in figlio, di metodi e processi.

Marco Di Silvio, Leonardo Larocca, Dario Palmitelli 3DLS

L’artigianato delle maschere

Venezia è conosciuta da tutti come “città sull’acqua”, per la sua totale assenza di mezzi di trasporto terrestri e per la sua storia di capitale marittima; ma dietro a questa “maschera” se ne nascondono altre, di cartapesta e decorate con gemme, tessuti e nastri.

Ne abbiamo notizie dal 1268, anno in cui cominciò la parte documentata della trasgressiva storia delle maschere: fu, infatti, l’anno della prima legge scritta che proibiva ai “mattaccini” mascherati di lanciare uova alle dame.

Negli anni il loro utilizzo ebbe una crescita verticale tanto che gli artigiani, detti “mascherieri”, entrarono in possesso di uno statuto dal 1436 e aprirono le loro botteghe di maschere. Questa produzione manifatturiera può apparire modesta se accostata alla magnifica fabbrica di vetro di Murano, ma a queste dodici botteghe vanno aggiunte le numerose produzioni in nero.

Ci sono due tipi di maschere veneziane: la bauta e la moretta.

La bauta veniva utilizzata da uomini e donne in svariate occasioni, come il Carnevale, Santo Stefano e il Martedì Grasso. Un tabarro nero, bianco o turchino copriva le spalle all’indossatore, mentre una maschera bianca, detta “larva”, cioè fantasma, copriva il volto; ma era fatta in modo da permettere di mangiare e bere mantenendo l’ anonimato. La moretta veniva usata dalle donne. Essa era contornata da veli, velette e cappellini a larghe falde. Veniva indossata grazie a un perno tenuto in bocca, quindi rendeva muta la dama e, di conseguenza, era gradita agli uomini.

All’inizio vigeva la legge “a Carnevale ogni scherzo vale”, quindi i cittadini mascherati potevano agire liberamente, anche contro le leggi o la morale. Alcune volte, però, si oltrepassava il limite e molti furono colti con armi nascoste nel tabarro o, come nei casi delle prostitute, le maschere venivano indossate irregolarmente, nei giorni non festivi. Vennero introdotte multe e sanzioni, anche corporali per i trasgressori.

Si proseguì in questo modo, tra sregolatezza e nuove imposizioni, fino all’epoca della dominazione austriaca, quando le maschere furono ammesse solo in feste private e non più al Carnevale. Un divieto che non poté convivere con l’essenza della città, che, al tempo, viveva ogni giorno con leggerezza, come se fosse un Carnevale.

Ora Venezia avrebbe bisogno di reintrodurre quella gioiosa serenità, perché aiuterebbe gli abitanti a ritornare ad amare la propria città, sia con tanti, che con pochi turisti.

Claudio Clerici, Francesco Trespidi, Donald Koueteu 3 DLS

 

SPRITZ MAFIA E MANDOLINO

Qando si parla di mafia, è di solito l’immagine del buon vecchio Marlon Brando a venirci in mente, con i suoi tipici baffetti, il fiore nel taschino e un gatto sulle ginocchia: il collegamento stereotipato che il nostro cervello fa è mafia uguale Sud Italia, quindi grandi clan dall’accento siculo-partenopeo che ostentano il proprio potere esibendo pacchiani beni di lusso.

E se questo ambiente dal sapore di friarielli e panelle venisse accompagnato da un retrogusto di spritz?

Ebbene sì: persino Venezia, così cristallina, idilliaca, la classica “città cartolina”, non è racchiusa in una sfera di cristallo.

Un segnale lampante di tutto ciò l’abbiamo visto persino durante una semplice gita scolastica: appeso a un balcone affacciato sul Canal Grande, poco prima del Ponte di Rialto, uno striscione citava la scritta “STOP MAFIA VENEZIA E SACRA”.

Dopo qualche ricerca, abbiamo scoperto che lo slogan si trova lì dal 2014, anno dello scandalo Orsoni: dopo l’accusa per corruzione nell’ambito MOSE e nella campagna elettorale del 2010, insieme al sospetto di collusione mafiosa e l’arresto ai domiciliari, il sindaco Giorgio Orsoni era stato scagionato e aveva ripreso possesso del suo studio in Municipio, per poi rassegnare le dimissioni poco dopo.

Del resto, il Veneto non è certo nuovo a realtà di criminalità organizzata: gettando uno sguardo sul passato, piú precisamente al ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso delle regioni dell’Italia nord-orientale era composto da bande coinvolte perlopiù in azioni di microcriminalità.

A Venezia questo ambiente era sviluppato al pari delle altre grandi città italiane e si basava sul contrabbando in particolare di sigarette; dalla metà degli anni ’70 il ben più lucroso traffico di droga cominciò a diventare l’attività principale.

L’arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud.

Verso la fine degli anni settanta si formò, tra le province di Padova e Venezia, una piccola banda dedita principalmente a furti di generi alimentari, di bestiame e di pellame capitanata da Felice Maniero, detto Faccia d’angelo. Inoltre, Maniero strinse alleanze con altre bande venete, come quella dei fratelli Maritan a San Donà di Piave o dei fratelli Rizzi a Venezia. Le attività delinquenziali del gruppo spaziavano dai sequestri di persona alle rapine, dal traffico di sostanze stupefacenti a quello d’armi, dal controllo di bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia al riciclaggio di denaro, fino ad arrivare agli omicidi.

Sviluppatasi negli stessi anni e negli stessi contesti criminali da cui nacquero a Roma la banda della Magliana e a Milano la banda della Comasina, si distinse dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni: è considerata da taluni una vera e propria mafia e per questo è anche soprannominata la quinta Mafia.

Ma la domanda che sorge spontanea è: perché, dopo cinque anni, quello striscione è ancora lì? Il capitolo della mafia veneziana può dire essersi chiuso alla fine degli anni ‘90, nonostante molti arresti siano stati effettuati nel corso del Nuovo Millennio. Quindi, forse, si è deciso di lasciarlo come simbolo, il monito di una triste realtà che, probabilmente, corrode ancora le fragili fondamenta della ormai ben poco Serenissima.

Roberta Basile, Davide Invernizzi , Pietro Reali 3 DLS

 

Corte seconda del “Milion”: quattro passi nell’antico quartiere dei Polo

Marco Polo

Marco Polo nacque a Venezia nel 1254; fu un famoso viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante italiano. La sua famiglia fu un importante membro del patriziato veneziano. Insieme al padre e allo zio viaggiò a lungo in Asia percorrendo la Via della seta e attraversando tutto il continente asiatico fino a raggiungere la Cina. Raccolte sotto il titolo di Divisament dou Monde, le sue memorie di viaggio divennero note, in seguito, come “Il Milione” e ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo. Egli morì nella sua casa veneziana nel 1324.

La corte

A poca distanza daPonte di Rialto abbiamo potuto visitare la Corte seconda del Milion, uno slargo tra le case intorno alla “vera da pozzo”, accompagnati da una guida turistica. L’unico accesso alla corte è il basso sotoportego, così come è solito nelle corti veneziane. Le case cinquecentesche che la circondano sorgono sulle antiche fondamenta di quelle della famiglia Polo, le quali erano solite essere affittate ai mercanti. La Vera da Pozzo è disposta sull’antico pozzo veneziano, eseguito con l’argilla che isolava da infiltrazioni di acqua salmastra e sabbia. Le vere da pozzo avevano funzione di cisterne, così da favorire la raccolta dell’acqua piovana e garantire alla città una riserva d’acqua potabile.

La guida ci ha raccontato che il soprannome di Marco Polo e del sestiere appartenuto alla sua ricchissima famiglia, deriverebbero però non dal libro, ma dal fatto che quando finalmente riuscì a tornare a Venezia, nel 1295, davanti ai parenti increduli, tagliò i suoi vecchi vestiti e ne trasse molti diamanti e pietre preziose. Egli, inoltre, raccontava continuamente ai concittadini le meraviglie che aveva veduto e l’immensa ricchezza del Gran Can, pari a dieci forse quindici milioni in oro. Grazie a questo immenso patrimonio, i veneziani gli posero per cognome messer Marco Milioni.

Paolo Milasi, Filippo Palmeroni , Fabio Piacentini, Matteo Sangermano 3DLS

Il ponte di Calatrava

Venezia è sicuramente una tra le più belle e conosciute città al mondo grazie alla sua unicità dovuta al fatto che è costruita sull’acqua. Sono circa 120 le isolette, sorrette da pali in legno o cemento armato, che costituiscono la base su cui poggia la città; tutte collegate mediante diversi ponti i quali, per un motivo o per l’altro, sono spesso oggetto di critiche da parte di abitanti e turisti. Tra questi il più discusso negli ultimi anni è il ponte di Calatrava, situato nei pressi della stazione di Santa Lucia, il più recente dei quattro ponti che collegano le due sponde del Canal Grande.

Il quarto ponte sul Canal Grande era ritenuto da tempo necessario come collegamento fra piazzale Roma – il capolinea di auto e mezzi pubblici – e la stazione Santa Lucia. La mancanza di un ponte in quella zona della città era evidente da anni, poiché non esisteva un percorso comodo in grado di sostenere l’arrivo giornaliero in città di decina di migliaia di persone, fra turisti, lavoratori e pendolari. 

Il ponte fu progettato alla fine degli anni Novanta dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava, autore di importanti opere in tutto il mondo. Nel 1997 Calatrava donò il suo progetto alla città di Venezia; ma i problemi del ponte iniziarono già in fase di studio preliminare, quando diversi esperti misero in guardia da possibili problemi di staticità. L’approvazione definitiva da parte del comune di Venezia arrivò nel 2001; ma nel 2003, quando iniziò la costruzione, i problemi si ripresentarono. La ditta, incaricata dei lavori, effettuò una verifica del progetto e notò la presenza di alcuni difetti per i quali richiese assistenza allo studio di Calatrava, dando inizio così alla dilatazione dei tempi di costruzione. 

Il ponte fu inaugurato l’11 settembre 2008, dopo sei anni di lavori, a seguito di vari rinvii, dubbi sulla stabilità e polemiche sulla lievitazione dei costi. Esso è chiamato anche Ponte della Costituzione poiché inaugurato nel sessantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione italiana.

Il piano di lavoro mostra un ponte dalla forma arcuata con una campata di 81 metri, larghezza di 6 alla base e 9 al centro per un’altezza di 10 metri al culmine; la struttura è in acciaio e i pavimenti, originariamente in vetro e pietra d’Istria, sono stati in parte sostituiti con lastre in trachite per trovare una soluzione definitiva alle problematiche legate al rischio di inciampo e scivolamento sulle parti vetrate, specie nelle giornate particolarmente umide e piovose.

L’intero progetto, a fine cantiere, è costato circa 11 milioni di euro a cui vanno inoltre aggiunti 1.8 milioni di euro per la realizzazione dell’ovovia per il trasporto disabili che, come spesso purtroppo accade in Italia, non è mai entrata in servizio. Queste spese folli hanno poi spinto la Corte dei Conti ad aprire un’inchiesta conclusasi nel 2015 dato che il giudice “non ha ravvisato colpe gravi”. Sempre la Corte dei Conti ha archiviato anche il processo per presunto danno erariale relativo all’installazione dell’ovovia, dando così il “nullaosta tecnico” per la sua rimozione.

Nonostante l’archiviazione dell’inchiesta ancora oggi il ponte rimane un esempio eclatante di inefficienza e di spreco del denaro pubblico. Come l’ovovia, molte altre opere in Italia, dopo aver ricevuto ingenti finanziamenti, rimangono inutilizzate o addirittura incompiute.

Spesso, inoltre, le problematiche strutturali legate alle infrastrutture emergono alla luce del sole solamente in seguito a fatti gravi: l’esempio più recente è quello del Ponte Morandi il cui crollo ha causato la morte di 43 persone. Insomma, in Italia è sempre la solita solfa: troppe pratiche burocratiche, tangenti, corruzione e a rimetterci sono sempre gli italiani, quelli onesti.

Riccardo Basso, Andrea Bigioggero, Nicolò Di Paola 3 DLS

Celebrazione bicentenario dell’Infinito

Durante la giornata di Martedì 28 Maggio L’infinito di Leopardi ha ripreso vita; celebrato dagli studenti di tutta Italia che, coinvolti in un flash mob nazionale, hanno recitato i versi del componimento. In tale occasione alcune classi dell’I.T.I.S. G.Cardano si sono riunite dinnanzi alla statua di don Enzo Boschetti, presso le sponde del Ticino, per celebrare la ricorrenza dei duecento anni trascorsi dalla realizzazione di uno dei capolavori della letteratura italiana.

Alle 11:30 la classe 2AI ha omaggiato il poeta scomponendo la poesia e scrivendone le parti su più fogli, poi disposti in modo caotico e disordinato così da poter consentire agli alunni appartenenti ad altre classi di riordinarle. Al termine dell’operazione gli studenti si sono cimentati all’unisono in una recitazione dei celebri versi. Tale evento ha permesso ai giovani di avvicinarsi ad uno dei maggiori esponenti della cultura italiana che, con il suo componimento, ha inteso fornire un esempio di vita. L’Infinito che si prospetta oltre la siepe diventa più di un semplice emblema che rappresenta la poesia in tutta la sua spiritualità; esso diviene simbolo del presente. Applicato al contesto moderno Leopardi ci insegna a non soffermarci sulle apparenze, ovvero la siepe, bensì ad andare oltre ricercando ciò che è sconosciuto all’essere umano, ovvero l’infinito.

Come ha affermato il Ministro Marco Bussetti gli studenti hanno il dovere di testimoniare la modernità e l’importanza dell’opera di Leopardi per  il pensiero moderno. La poesia non è un mero esercizio spirituale, ma è una delle forme più potenti con cui l’uomo tenta di dare senso e valore alla vita. La poesia è necessaria, è una delle manifestazioni dello spirito, e la scuola può diventare una sorta di “convivio poetico” in cui il dialogo tra tutte le varie forme della cultura contribuisce alla formazione dei ragazzi.

È in questo modo che il Cardano di Pavia ha voluto omaggiare il ricordo di Giacomo Leopardi fornendo un’occasione ai suoi studenti per avvicinarsi ad una testo capace di segnare nel profondo l’animo umano.

Marco Lossani 4 DLS

Con gli occhi di Leonardo

L’arte è fatta per disturbare, la scienza per rassicurare.”
-Salvador Dalì

Il senso principale utilizzato dall’uomo è la vista; gli occhi non ci permettono solo di vedere il mondo che ci circonda ma anche di comunicare, mostrare le nostre emozioni. Lo sguardo è prettamente umano, il principale mezzo di comunicazione tra intelletto e sensi: capita spesso di riuscire a parlare con una persona senza aprire bocca, con un semplice movimento delle ciglia.L’arte è ciò che più sollecita questa percezione, suscitando sensazioni che non sarebbe possibile provare altrimenti. Ma la scienza, a pensarci bene, è strettamente collegata a questa materia: entrambe si basano sull’interazione con il mondo che ci circonda, su qualcosa di estremamente tangibile che diventa pura astrazione.

Il connubio tra queste due discipline risulta evidente: la Gioconda, bellezza nata dallo studio sperimentale e osservazionale.

Nella celebrazione dell’anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci,  “Percorsi tra Scienza e Arte”, tema di fondo anche della XVI edizione pavese di Scienza Under 18, mai come oggi  ben si adatta a rendere omaggio proprio al grande genio fiorentino. L’8, 9 e 10 maggio 2019 il Castello Visconteo di Pavia si è riempito degli studenti delle scuole della provincia per dare vita a uno degli eventi più amati e di successo che si tengono in città, anche grazie alle piccole attività che ci ruotano attorno, come il teatro scientifico e le numerose mostre tecnologiche e artistiche.

Estrazione di DNA, luci stroboscopiche, cambiamenti climatici e tantissimi altri sono gli argomenti che hanno dato vita all’edizione di quest’anno, insieme all’immancabile sfilata di moda e a qualche piccola novità, come la giornaliera dimostrazione di volo di droni. Tutti i progetti presentati erano, in qualche modo, legati al mondo dell’arte e hanno mostrato quanto questa materia influenzi la vita di tutti i giorni.

Tra i capisaldi della manifestazione non si può dimenticare la redazione del giornalino di SU18, in cui i ragazzi delle scuole ITIS Cardano, IIS Cairoli di Pavia e IC Dalla Chiesa di San Genesio si sono dati da fare per raccontare in tempo reale l’iniziativa, intervistando gli scienziati in erba e cimentandosi nei tanti esperimenti che sono stati proposti, scoprendo quanto riuscire a tenere il ritmo di un notiziario sia spossante.

Ma parlando di Scienza Under 18 ci si riferisce anche a Scienza Under 14, la mostra per i più giovani eredi di Einstein, che spesso sorprendono anche più dei propri colleghi delle scuole superiori. Quadri di sassi, patate che fungono da batterie, camera oscura: le piccole reclute non si fanno mancare davvero nulla!

Il breve percorso tra gli stand delle scuole medie ed elementari è davvero coinvolgente, ricco di entusiasmo e di amore per la scienza; l’unico problema è riuscire a destreggiarsi tra la folla di piccoli inventori.

Così, a malincuore, anche quest’anno si è conclusa la tre giorni di Pavia all’insegna della conoscenza: un ringraziamento particolare va ai ragazzi della sicurezza e accoglienza, ai professori che permettono ai propri studenti di partecipare a un’attività così stimolante come SU18 e al comune di Pavia, che ogni anno apre le porte del simbolo della città, il magnifico Castello Visconteo, per un connubio tra passato, presente e futuro.

Roberta Basile, 3 DLS

UN EVENTO… PARTICOLARE

Il giorno venerdì 10 maggio 2019 due classi dell’istituto ITIS Cardano, la 1DLS e la 5CI, hanno partecipato all’evento conclusivo del progetto “Conosco il bullo”, organizzato dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Pavia in collaborazione con i Carabinieri. La manifestazione si è tenuta al Palatreves, in via Treves a Pavia.
Il ritrovo si è tenuto alle 8:30 direttamente nel cortile del palazzo dello sport. Nel giardino erano rappresentati tutti i reparti dei Carabinieri attualmente in attività. In un angolo due poliziotti a cavallo con delle sciabole sulla sella che, come detto da loro, operavano nei parchi di Milano e nel Parco di Monza. Subito accanto un carabiniere teneva al guinzaglio un cane antidroga, un bel pastore tedesco dal manto scuro che, nonostante la sua espressione spaventosa, si lasciava accarezzare da tutti i bambini presenti, oltre che dai ragazzi delle medie e delle superiori. Il vialetto di fronte all’ingresso della palestra era inoltre occupato da auto e moto dell’Arma, sia quelle storiche, e ormai da collezione, che quelle più recenti.

 

 

Il particolare che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la simulazione della scena di un crimine: un manichino giaceva sulla sedia nei pressi del tavolino di un bar, ferito al petto da alcuni colpi di pistola. L’arma del delitto era a terra, intorno alcuni bossoli, delle orme e una scarpa poco più lontano. L’area del delitto delimitata da nastri gialli, all’interno dei quali al lavoro raccoglievano prove due uomini della scientifica con tute, guanti e mascherine. Il capo della squadra omicidi ha spiegato come opera la scientifica in un caso come quello, mentre gli esperti dietro di lui eseguivano tutte le procedure previste.
Verso le 9:40 tutti i ragazzi sono entrati in palestra per l’evento centrale: una partita di calcio tra gli studenti dell’istituto Cossa e i Carabinieri. Prima dell’incontro la presentazione delle squadre, accompagnate dalla banda ufficiale dei Carabinieri che ha suonato diversi brani, tra cui la sigla di Indiana Jones.
L’incontro è durato quasi un’ora, dalle 10:12 alle 11:07, intervallato da tre pause, durante una delle quali si sono esibite le Cheerleader dell’associazione “Here you can”. 
La partita è stata molto agguerrita: spintoni, falli, cadute (anche un po’ ironiche), ma alla fine, anche se con un ferito della squadra dei carabinieri, ci si è divertiti e non ci si è fatti troppo male. La competizione è finita con una vittoria schiacciante da parte dei ragazzi, che hanno battuto gli avversari 4 a 1. Durante una pausa del match, abbiamo conosciuto Alessandro Calvi, carabiniere che ha fatto parte della squadra nazionale italiana di nuoto ed ha partecipato anche ai mondiali e ai giochi olimpici di Atene. Incuriositi e ammirati gli abbiamo chiesto: “Come ti sentivi quando hai gareggiato?”, ci ha risposto: “Non è semplice da esprimere a parole, la concentrazione è sempre fondamentale, ma ogni volta è un’emozione nuova e unica” e alla domanda se avesse nostalgia dei vecchi tempi ci ha risposto: “Sono tempi che mi hanno dato tanto e che mi hanno insegnato che impegno, costanza e concentrazione sono alla base di qualsiasi attività, anche in quella che svolgo ogni giorno”.
Dopo la premiazione, gli organizzatori dell’evento hanno ringraziato tutti per la partecipazione e alle 12:00 la manifestazione si è conclusa.

Giulia Venco
1DLS

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA – 2019

Tre generazioni, quella nata nel periodo del “boom economico”, raccontata dal Presidente della Provincia dott. Vittorio Poma e dal Sindaco di Pavia Prof. De Paoli,  la generazione dei giovani studenti delle scuole superiori  e quella dei piccoli della scuola materna di Siziano,  unite da un’unica idea : l’acqua come bene comune da preservare, non consumare e da condividere fra le persone.  La Giornata mondiale dell’acqua, che si è celebrata il 22 marzo, è stata occasione di incontro, presso la Sala dell’Annunciata, fra autorità, esperti e studenti delle scuole della Provincia di Pavia per parlare di questa importantissima risorsa. Gli interventi degli esperti hanno focalizzato l’attenzione sull’acqua nelle sue diverse peculiarità: alimento essenziale per tutte le età , come è stato illustrato dal Pediatra dr. Fasani, una risorsa che viene prelevata e restituita al territorio attraverso un ciclo integrato che ne preserva la qualità come è stato illustrato dall’ing. Ferrandini, Direttore tecnico della società Pavia Acque.
Una risorsa che deve però essere controllata per evitare che diventi veicolo di sostanze nocive o microrganismi, come ampiamente illustrato  dalla prof. Pastoris.
Dopo gli interventi degli esperti la parola è passata agli studenti delle scuole superiori della Provincia.
Anche i piccoli studenti della scuola dell’Infanzia di Siziano hanno partecipato all’evento. La loro esibizione con una canzone sull’acqua è stato per la platea un momento di grande coinvolgimento.
Nella seconda parte dell’evento si sono alternati sul palco gli studenti delle scuole superiori.
Per l’Istituto Cardano sono intervenuti gli studenti delle classi quinte del corso Chimici che hanno presentato i dati relativi alle analisi delle acque del Ticino e gli studenti delle classi quarte e seconde del Liceo che hanno illustrato alcune caratteristiche delle acque minerali.

ANALISI SULLE ACQUE SUPERFICIALI

Lavoro presentato da
BASSINI MICHELE, FERRARESI ANGELO, LACQUANITI LORENZO, MAGGI ANTONIO, PAOLELLA SALVATORE e PARENTI FEDERICO
Classi quinte del corso Chimici
ITIS G. CARDANO PAVIA

Scarica la nostra presentazione

Ogni anno gli studenti delle classi quinte del corso Chimici eseguono delle analisi sui parametri riguardanti la qualità delle acque superficiali, in particolare del fiume Ticino che scorre a fianco alla nostra scuola. Vengono effettuate analisi in due momenti diversi in modo da poter confrontare i risultati e capire se le condizioni climatiche influenzino le caratteristiche del fiume.
Con i professori ci siamo recati all’area CUS (zona adiacente ai nostri laboratori) dove abbiamo eseguito il campionamento. Questo procedimento è soggetto ad alcune regole per la buona riuscita delle successive analisi quali la rappresentatività, la stabilità e la casualità.
In loco abbiamo misurato tre parametri fondamentali per capire la salute del fiume; il pH, la temperatura e la conducibilità.
Inoltre, sempre sul luogo del campionamento, abbiamo fissato l’ossigeno disciolto in modo tale da poterlo analizzare successivamente in laboratorio; questo parametro è molto importante perché dalla quantità di Opresente dipende la vita in acqua.
In laboratorio abbiamo simulato il consumo di ossigeno che si verifica normalmente in un’acqua superficiale attraverso due parametri il BOD5 (richiesta biochimica di ossigeno) e il COD. Il primo esprime la quantità di O2 che viene utilizzata in 5 giorni dai microorganismi aerobi, mentre il COD indica la quantità di ossigeno richiesta per la totale ossidazione delle sostanze chimiche presenti in acqua.
Altri parametri presi in considerazione sono la concentrazione di ammonio, nitrati, nitriti e ioni metallici tutti indicatori di inquinamento del fiume.
I risultati così ottenuti sono stati confrontati con le indicazioni contenute nella normativa di riferimento, che classifica le acque superficiali in 5 categorie, dalla categoria 1 che indica scarso inquinamento, alla 5, sintomo di un corso molto inquinato.

Parametro Livello 1 Livello 2 Livello 3 Livello 4 Livello 5
BOD5 (O2 mg/L) <2,5 <  4 < 8 <  15 > 15
COD (O2 mg/L) < 5 <  10 <  15 < 25 > 25
NH4 (N mg/L) < 0,03 < 0,10 <  0,50 < 1,50 > 1,50
NO3 (N mg/L) < 0,3 < 1,5 < 5,0 < 10,0 > 10,0
Fosforo totale (P mg/L) < 0,07 <0,15 < 0,30 <  0,60 > 0,60

I dati ottenuti dalle analisi effettuate sono stati abbastanza soddisfacenti, a partire dalla elevata presenza di ossigeno nel fiume ed alla totale assenza di cromo . Mentre per quanto riguarda i nitrati ed i fosfati se ne riscontra una bassa concentrazione probabilmente legata all’attività agricole.

Parametri Analizzati  Risultato analitico
pH 7,94
Temperatura (°C) 18,1
Conduciblità (μS/cm 20°C) 259
Ossigeno disciolto (O2 mg/L) 12,70
Ossigeno (% saturazione) 123,5
BOD5  (O2 mg/L) 1,68
COD  (O2 mg/L) 12,78
Ossidabilità secondo Kubel (O2 mol/L) 2,48
Ammonio  (NH4+ mg/L) 0,25
Nitrati  (NO3 mg/L) 1,50
Nitriti  (NO2 mg/L)
Ortofosfati (PO43- mg/L) 0,15
Cr (mg/L)
Zn (mg/L) 0,03
Fe (mg/L) 0,05
Cu (mg/L) 0,01
Mn (mg/L) 0,01

 

In conclusione i dati da noi ottenuti  fanno pensare che il fiume goda di discreta salute!

Angelo Ferraresi e Federico Parenti  5^ CC

 

Giornata Mondiale dell’Acqua

venerdi ore 8.00: appuntamento in piazza Petrarca con la nostra insegnante di scienze, prof.ssa O. Malvani. E’ ancora presto, la sala dell’Annunciata aprirà fra un’ora ma noi dobbiamo avere il tempo per ripassare e concordare gli ultimi dettagli; così, con tutte le nostre borse, andiamo al bar più vicino.

Alle 9 in punto riattraversiamo la piazza e cominciamo ad allestire il nostro tavolo.

Abbiamo qualche decina di bottiglie d’acqua, minerale e del rubinetto e siamo attrezzati per misurarne la conducibilità elettrica onde determinare il contenuto salino. Inoltre abbiamo dei bicchieri per la degustazione delle diverse acque.

E’ nostra intenzione far comprendere che non sempre l’acqua che comperiamo al supermercato è realmente migliore, per il nostro benessere, dell’acqua che esce dal rubinetto. Inoltre se usassimo le borracce d’alluminio, invece delle onnipresenti bottigliette di plastica, potremmo evitare inutili sprechi e limitare l’inquinamento.

Alla fine della mattinata saliamo sul palco ed esponiamo le nostre idee.

È’ l’una passata quando lasciamo la sala. Sarà la tensione, sarà l’ora, siamo stanchi e affamati (non assetati, chè di acqua ne avevamo quanta ne volevamo!), ma andiamo via soddisfatti di aver dato il nostro contributo per celebrare una giornata così importante.

Greta Benzoni  e Luca Miraldi 2^ ALS
Davide Ferrari e Mauro Artale 2^ Bls
Roberta Mazza e veronica Manzi 4^Als

Buon compleanno Giunto!

Quest’anno l’Istituto Cardano festeggia un compleanno molto importante: il nostro “Giunto” compie quarant’anni!Ebbene sì, quella scultura davanti alla quale gli studenti passano tutti i giorni, prima di iniziare le lezioni, fu realizzata ben quarant’anni fa, nel 1979, dallo scultore pavese Carlo Mo.
Ecco perché ci pare importante far conoscere la storia di quest’opera, tanto cara al nostro istituto, e del suo scultore.
Per ottenere delle informazioni più accurate e per scoprire i segreti di un’artista, abbiamo chiesto aiuto alla figlia dello scultore: Paola Mo.
Essa ci ha ospitato nel luogo in cui la maggior parte dei capolavori del padre furono realizzati, ossia il parco e l’officina dietro casa, e ci ha parlato del lavoro e della vita del padre, non mancando di raccontare qualche aneddoto.L’idea per questa scultura nacque da una curiosità che Mo aveva sviluppato per Gerolamo Cardano e per la sua vita travagliata, decidendo così di realizzare e dedicare a lui la scultura.
“Giunto” in realtà è solo un soprannome, che gli è stato dato nel corso degli anni, il suo nome originale è Contrasto. Il termine scelto come nome della scultura, “contrasto”, è un riferimento alla vita del medico pavese e appartiene molto a Mo: la sua scultura rappresenta sempre il contrasto tra pieni e vuoti, tra materia e spazio, tra l’uomo e la vita, creando un effetto di movimento e dinamismo.La scultura si compone di due parti identiche, incastrate tra loro con precisione millimetrica, composte di lamine di acciaio inox scatolato e saldato, ed ha dimensioni imponenti: 4 m di altezza per 4 m di larghezza.

Le due parti della scultura non si sovrastano l’una con l’altra; come si può notare, infatti, sono incastrate una a fianco dell’altra creando un’idea di dinamicità, di movimento, di energia, di una continua lotta, facendo sì che le due parti si fondano completandosi a vicenda.

Il cortile del nostro istituto ha la grande fortuna di ospitare una delle opere più imponenti e rappresentative di Carlo Mo, uno degli artisti pavesi con la maggiore fama internazionale.

Lo scultore pavese nacque a Piovene Rocchette nel 1923 ma trascorse l’infanzia a Genova dove iniziò gli studi e alla quale rimase sempre molto legato, tanto da testimoniare questo rapporto con l’opera Paganini, le cui superfici satinate e smerigliate richiamano il mare di Boccadasse. Nel 1942 si trasferì poi a Pavia dove proseguì gli studi universitari.

Da ragazzo, nel secondo dopoguerra, partì per l’Africa decidendo di seguire il padre (Rwanda e Madagascar); in questo periodo prese ispirazione dall’arte africana e ne rimase profondamente influenzato. È in questo periodo che si collocano i suoi primi lavori: varie sculture realizzate in filo di rame. Questa tecnica permette di realizzare sculture dinamiche, di “disegnare nell’aria”, plasmando lo spazio creando un contrasto di pieni e vuoti, lasciando al nostro   occhio e all’aria il compito di ricostruire la massa.
Nel ‘53 tornò poi in Italia esponendo le sue opere in varie mostre a Milano, Roma, Messina e poi alla triennale di Milano. Dal ‘64 al ‘68 riscosse grande successo internazionale curando le scenografie di concerti e opere teatrali alla Certosa di Pavia.
Nel ‘69 gli fu affidato dal governo del Madagascar l’incarico per la realizzazione di un monumento al Portatore Malgascio, che sarà collocato l’anno successivo ad Andapa. Tra il ‘70 e ‘80 partecipò a molte mostre in varie città italiane ed estere come Venezia, Milano, Bologna, Basilea, Bruxelles e Amsterdam. Alcune sue opere entrarono in collezioni sia pubbliche sia private come quella del Museo Hirshon di Washington e quella privata di Betty Parson.
Nella lunga carriera dell’artista non va trascurato il suo interesse per il disegno per il quale fu molto portato, e la realizzazione di varie opere pittoriche.
Lo scultore si dedicò a indagare lo spazio, la luce, il contrasto di volumi, e alla ricerca di un equilibrio di forme: tanto da esser considerato dalla critica un “costruttivista”. Una delle sue più grandi doti fu la sua capacità di lavorare con le proporzioni, le sue sculture interagiscono con lo spazio circostante perfettamente, indipendentemente dalle loro dimensioni, per questo fu definito “lo scultore dei grandi spazi”. Utilizzò spesso solidi o richiami geometrici nelle sue sculture, e fu sempre alla ricerca dell’equilibrio. Mo era solito dire “Se devi disegnare qualcosa, devi confinare lo spazio poiché il primo tratto già limita qualcosa di geometrico, lo spazio”.

Carlo Mo fu un maestro anche nella cultura dei materiali e nella loro scelta: per scegliere le lamine di acciaio inox, materiale molto utilizzato dall’artista, guardava la loro venatura in modo da scegliere le lamine più adatte al progetto da realizzare e in modo che stessero insieme una volta saldate. La figlia, Paola Mo, lo definiva in modo affettuoso “l’antico fabbro dogon” per la cura e la passione che riservava a ciascuno dei suoi lavori.
Mo inoltre fu solito abbinare all’acciaio altri due elementi: il marmo nero e il corten, un metallo che si arrugginisce ma senza perdere le proprie caratteristiche, L’Attesa è la prima scultura che raccoglie questi materiali. Il materiale per uno scultore è molto importante: di volta in volta bisogna scegliere il materiale e le tecniche più adeguate alla realizzazione di una scultura, il materiale è uno degli alfabeti dello scultore.
Nel ‘85 rappresentò la scultura italiana a Tokio e l’anno successivo partecipò alla quadriennale di Roma. Per un decennio tenne la Cattedra di scultura alla Nuova

Accademia di Milano la cui Aula Magna fu intitolata a lui.

Tra il 1987 e il 1998 realizzò una grossa scultura per una nave da crociera americana e quattro sculture per Pavia: Alboino e Teodolinda re Longobardi, interamente di acciaio inox saldato e scatolato. L’idea di realizzare un’opera dedicata ai longobardi girava nella testa di Mo da anni, infatti il suo primo re longobardo risale al 1951.

Alboino e Teodolinda

Il lavoro di Mo per la realizzazione di una scultura si componeva di più tappe: come prima cosa realizzava dei disegni, cosa che gli riusciva particolarmente bene, per iniziare lo studio del progetto. Poi realizzava dei bozzetti di legno o metallo, ciò aiutava lo scultore nello studio della composizione e nello studio delle forme. “Non è vero che il genio è sregolatezza” – dice la figlia Paola Mo – “Bisogna essere precisi e ordinati, saper scegliere i materiali e le tecniche giuste è importante.”
“Dopo di che iniziava la realizzazione dell’opera e tutto viaggiava più in fretta” – continua la figlia – “dietro ad ogni scultura c’è un grande lavoro di fabbro e a volte capitava che, per le opere di dimensioni maggiori, dovesse appoggiarsi a delle officine esterne.”
Ciò è capitato nel caso di Contrasto che fu realizzata con l’appoggio di un’officina di Mantova a causa delle sue imponenti dimensioni, le quali impedirono di realizzarla nell’officina dietro casa.
Alla base di ogni scultura Mo impiegava diverso tempo nello studio del materiale da utilizzare, delle proporzioni e delle misure, poiché anche i millimetri sono decisivi per la realizzazione perfetta della scultura.
Mo era, infatti, un perfezionista e continuava a lavorare a un progetto finché non lo riteneva assolutamente perfetto in ogni suo aspetto.
Questi procedimenti furono seguiti anche per la realizzazione di Contrasto, la quale non fu realizzata in un tempo prestabilito, non esiste infatti un tempo prestabilito per realizzare una scultura.
La creazione di Contrasto è partita con la realizzazione di vari disegni progettuali e dallo studio di due cunei sovrapposti. In seguito il tutto fu sviluppato tramite modellini di legno e di metallo pieno, arrivando infine alla realizzazione della scultura composta in acciaio inox saldato e scatolato, come molte delle sue sculture. Questo tipo di acciaio fu particolarmente amato e utilizzato dall’artista perché è “capace di bloccare la luce” e di rendere dinamica la materia e lo spazio attorno e dentro di essa.
“Dopo che la statua fu terminata” – ci racconta Paola Mo – “Doveva essere spostata nel nostro giardino, per fare ciò è stata necessaria una gru e una squadra di operai, data la mole dell’opera una volta completata. L’idea di mio padre era di mettere il primo pezzo a terra così da poter incastrare l’altro e poi girarla nella posizione nella quale l’aveva immaginata, come nei modellini. Il procedimento era facile soltanto in teoria, poiché la seconda parte andava sistemata con una precisione millimetrica per ottenere l’effetto immaginato da mio padre. I lavori per la posa stavano procedendo bene, finché non si ruppe una delle cinghie che sorreggeva il secondo pezzo, ancora sospeso in aria, facendolo precipitare sopra l’altro con un grosso schianto. Ci siamo tutti coperti gli occhi per non guardare, dagli addetti ai lavori al fotografo, più di tutti mio padre temendo che l’opera si fosse distrutta, invece s’incastrò nell’esatta posizione che aveva progettato facendoci tirare un sospiro di sollievo.”
Dopo qualche tempo fu spostata dal giardino della famiglia Mo e fu posta in piazza Leonardo Da Vinci, di fronte all’università, per volontà condivisa del sindaco e di Carlo Mo. L’università però non gradiva l’idea di ospitare la scultura, infatti, non fu apprezzata e chiesero più volte di spostarla.
“Quando studiavo all’università, sapendo che ero la figlia di Carlo Mo, mi dissero più volte di chiedere a mio padre di spostare la statua, che a loro non piaceva” – ci racconta sorridendo la figlia.
La loro richiesta fu accontentata quando spostarono la scultura nella sua sede attuale, il nostro istituto. Lo scultore però non fu scontentato: Mo amava i giovani e fu, infatti, molto contento di quella scelta.
Non a molti è nota la storia che si cela dietro a quella scultura che ogni giorno ci da il benvenuto a scuola, alla quale ci diamo appuntamento con i nostri amici e alla quale nessuno osa avvicinarsi più di tanto per paura di salire sul suo basamento e di “essere bocciato”. Questa scultura, anche se dopo qualche tempo si dà per scontata, continua ad affascinare tutti i ragazzi che la vedono per la prima volta iniziando la loro avventura alle superiori. Negli anni è divenuta il simbolo del nostro istituto e, in qualche modo, fa molto più che rappresentarci e distinguerci tra le altre scuole pavesi. Il suo nome, Contrasto, si accosta bene a tutti gli studenti della nostra scuola, sia per la quantità di studenti, che porta a contatto persone diversissime tra loro, talvolta facendo nascere nuove amicizie, sia perché il periodo della vita in cui si affrontano le scuole superiori è uno dei più contrastanti nella vita di una persona, sotto vari aspetti: da quelli scolastici, a quelli riguardanti i rapporti con nostri amici e familiari, fino a quelli sentimentali.
In occasione del suo quarantesimo compleanno vogliamo ricordare e rendere omaggio al nostro “Giunto” e al suo scultore Carlo Mo, infatti non dobbiamo dare per scontato ciò che ci circonda, anche se siamo abituati a vederlo, perché i capolavori si nascondono dove meno ce lo aspettiamo.
Che compleanno sarebbe, però, senza una festa?
Insieme alla Dirigente Scolastica, all’insegnante di storia dell’arte e alla nostra classe stiamo pensando di organizzare una “festa di compleanno” all’inizio del prossimo anno scolastico, alla quale, ovviamente, sarete tutti invitati!

Giulia Rampazi 4^Cls , Alberto Vassena 4^Cls

Torino: città ricca di storia e arte

Siete mai stati a Torino? Se non lo avete fatto, vi conviene sbrigarvi. Perché? Perché è una città molto interessante sia dal punto di vista storico, dal momento che è stata la nostra prima capitale, sia culturale, perché ricca di monumenti.

Il 10 aprile 2019 la classe 1DLS si è recata, insieme alla 2 DLS e alla 2BLS, a Torino. Arrivati a destinazione, per prima cosa ci si è soffermati ad ammirare Piazza Castello e subito dopo il Palazzo Madama. Nella Piazza Castello, il centro dove si trovano tutti questi palazzi, vi imbatterete in diverse epoche storiche: si parte dall’ingresso dell’antico castrum romano per arrivare allo splendido Palazzo Madama, così chiamato in onore delle grandi duchesse.

Subito osserviamo con l’aiuto delle nostre insegnanti che durante il Medioevo, la porta romana subisce il suo primo cambiamento e diventa difesa della città: vengono chiusi gli archi romani, aperto un nuovo passaggio ed eretto un fortilizio a ridosso delle torri. Nei primi decenni del 1300 la struttura fortificata si trasforma in un castello per mano di Filippo I d’Acaja. Il castello assume l’aspetto che ora coincide con uno dei volti del Palazzo Madama: quattro torri angolari, scale di collegamento tra i

vari piani e, all’interno, una corte circondata da portico. L’occhio del turista viene inoltre catturato, in questo viaggio nel tempo, da tre grandi statue che raffigurano soldati del grande conflitto mondiale che troneggiano davanti all’edificio. 

Camminando attorno a questo meraviglioso palazzo, le classi in posizione centrale hanno potuto ammirare in lontananza la mole Antonelliana, ex sinagoga, attuale sede del museo del cinema, alta 167,5 metri. 

Si è passati poi alla metà del ‘600 godendo la vista di Palazzo Reale, realizzato in tre stili differenti, simbolo della regalità monarchica, ma non è finita qui e immediatamente la nostra attenzione viene attirata da una costruzione risalente all’epoca fascista: la Torre Littoria, palazzo rosso che si trova affiancato a questi meravigliosi edifici. Ancora una volta si ha la sensazione di poter ammirare in un “sol colpo” tante fasi della storia artistica del nostro paese.

Il nostro tour è poi proseguito con la visita alla Real Chiesa di San Lorenzo, opera di Guarino Guarini che presenta una facciata differente rispetto a un santuario classico,

colpisce oltre che per i suoi meravigliosi marmi policromi, utilizzati all’interno, anche perché luogo che ospitò celebri letterati come Torquato Tasso.

Nel primo pomeriggio, la comitiva si è spostata verso Venaria Reale per la visita alla reggia, ciascun gruppo era accompagnato da una guida, che ne spiegava e descriveva accuratamente la storia. Residenza estiva dei Savoia, è diventata oggi uno dei progetti di restauro più grandi d’Europa: dopo un periodo di abbandono di ben 137 anni, le razzie risalenti al periodo napoleonico e gli attacchi dei soldati durante le “grandi guerre” è stata restituita ai cittadini e ai turisti.

La visita ha avuto inizio nella ex limonaia, che ospita un allestimento costituito da una serie di ritratti, non tutti dal vivo, dei vari membri di casa Savoia, secondo quanto la nostra guida competente e accattivante ha sottolineato, la più antica d’Europa. 

Tutto in questa reggia richiama l’idea della caccia, che era un vero e proprio rito: al mattino, c’era l’assemblea del re che serviva a decidere l’animale da cacciare e terminava con un’altra riunione per dividere la preda. Tutto ricorda la caccia come gli arazzi che rappresentavano Diana e Apollo, i quadri e gli affreschi. Le camere private della principessa Ludovica (14 anni) , le stanze del Re

e della Regina e poi il “capolavoro” della Reggia : un corridoio lungo 81 metri (il più lungo d’Europa) che collega le stanze del Re a quelle del Principe composto da 44 finestre e caratterizzato dal colore bianco. Luogo di passeggiate per i nobili nelle giornate in cui i i giardini, simili a quelli di Versailles , non fossero stati fruibili, oggi viene adoperato per feste ed eventi . 

Nella reggia non poteva infine mancare una Cappella reale, dedicata a S. Urto 

protettore della caccia, firmata dall’architetto Juvarra come dimostrano le diverse conchiglie che costituiscono la sua firma personale; vi si celebra oggi una sola funzione all’anno in occasione della festa del santo a cui è dedicata, durante la quale ad essere benedetti non sono solo i cristiani, ma anche i cani. 

 

 

Per noi ragazzi è stata un’esperienza interessante e coinvolgente che sentiamo di consigliare a chiunque abbia voglia di apprezzare le bellezze storico–artistiche che il nostro paese ci offre e che sono in effetti la nostra vera ricchezza. 

 

Chiara Sponziello 1^DLS
Giulia Dal Bello 1^DLS
Ph: Nicolò Anzivino 2^DLS

GLI STUDENTI APRONO LE PORTE AL FRASCHINI E AI SUOI SEGRETI

Come sarebbe se dei ragazzi delle superiori prendessero il posto delle solite guide in un teatro?
Tre scuole di Pavia, Cardano Bordoni e Volta, ci hanno provato e si sono messe in gioco in tre giornate differenti, nei primi week end di aprile.
L’ iniziativa ha visto l’impegno degli alunni in orari extrascolastici, con lezioni e sopralluoghi in teatro. Queste ore risultano conteggiate nei percorsi di alternanza scuola-lavoro.
L’organizzazione delle tre giornate è avvenuta in modo autonomo e ogni scuola ha dato un “taglio” differente alla presentazione.
La prima giornata, anche favorita dalle condizioni metereologiche, ha permesso ai nostri compagni di presentare la facciata del teatro dal marciapiede antistante, sollecitando così la curiosità dei passanti, invogliati a unirsi alla

 visita. Gli studenti del Cardano e del Volta, nelle loro spiegazioni, si sono soffermati maggiormente sulla parte architettonica e storica del teatro; mentre gli studenti del Bordoni hanno messo in rilievo soprattutto gli aspetti biografici dei fondatori, i quattro cavalieri, e alcune curiosità che hanno visto il teatro protagonista anche dei secoli scorsi.
Durante le giornate abbiamo intervistato molti visitatori, raccogliendo pareri e sensazioni. Tutti hanno espresso opinioni positive sull’esperienza e sull’iniziativa di trasformare gli studenti in ciceroni.
Pochi conoscevano la storia del teatro o perché non erano pavesi o in quanto non avevano mai avuto occasione di entrare al Fraschini. È stato da tutti apprezzato l’impegno degli studenti; qualcuno ha sottolineato la freschezza espositiva dei ragazzi che, pur non avendo la preparazione e la professionalità di una guida turistica, hanno avuto

 la capacità di relazionarsi con il pubblico in modo disinvolto. Sono stati parecchi i complimenti ricevuti dalle giovani guide anche da un gruppo di turisti provenienti da Como, che si sono detti particolarmente stupiti dalla struttura mobile del palcoscenico. Grande stupore ha suscitato in alcuni visitatori stranieri l’accoglienza e il 

racconto del teatro in lingua inglese. Molti ci sono sembrati i dettagli impressi nella mente dei visitatori e nel complesso questo contribuirà ad avvicinare maggiormente le persone di tutte le età al teatro.
Abbiamo avuto il privilegio di intervistare due personaggi d’eccezione, legati alla vita e alla storia del teatro.
Giuseppe Soggetti, responsabile della segreteria artistica del Fraschini, durante il nostro colloquio ha messo in evidenza due parole chiave: NECESSITÀ e CURIOSITÀ.

Qual è il significato di questi due termini? Sicuramente il bisogno di ripopolare il teatro e di dare un nuovo impulso alla sua vita e alla sua frequentazione, obiettivo che si può raggiungere solo risvegliando la curiosità nelle nuove generazioni e in ragazzi come noi. Importante e stimolante il suo giudizio per quanto riguarda la capacità dei ragazzi nel gestire lo “spazio” del teatro e nell’immedesimarsi in un ruolo per loro non consueto.

Grande protagonista dell’ultimo restauro del Fraschini, avvenuto tra il 1985 e il 1994, è stato Tullio Facchera, che a sorpresa si è presentato in veste di visitatore nel pomeriggio di sabato 6 aprile.
“Quando vengo qui mi sento a casa” ha detto, usando parole che ci hanno mostrato il suo amore per il Fraschini. Lui stesso ci ha riferito che lo scopo della sua visita è stato quello di vedere come gli studenti riuscissero a muoversi nel teatro, illustrando i particolari per cui lui stesso è legato a quella che considera “la sua casa”.
I complimenti che i nostri compagni hanno ricevuto da lui sono stati molto significativi: “Se dovessi darvi un voto non potrei darvi 10, ma sicuramente un voto da 7½ a 8”.

Federico Lecce 3^CLS
Gaia Mongillo 3^ CLS

Quattrocentosettanta “Cittadini a Teatro” scoprono il Fraschini con le visite guidate dei ragazzi dell’’ITIS Cardano

Sabato 6 aprile 2019 si è svolta l’attività “Cittadini a Teatro”, presso il Teatro Fraschini, lo storico edificio di Pavia situato in Corso Strada Nuova. Questa splendida iniziativa ha permesso a ventuno alunni, delle classi terze BLS, CLS e DLS del nostro Istituto, di diventare “guide per un giorno”, grazie anche alla solidale collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e l’Ufficio Scolastico Regionale. Questa attività è inserita tra quelle previste per l’Alternanza scuola/lavoro e consente agli studenti coinvolti di raggiungere 25 ore. Con l’aiuto delle docenti Arisi Rota Anna Paola, Bertoni Giuseppina e Nicifero Giovanna gli alunni si sono preparati, inizialmente con lezioni in classe e successivamente con dei sopralluoghi pomeridiani in teatro, al fine di conoscere l’edificio, la sua storia e le sue caratteristiche.

Nel primo pomeriggio di sabato 6 aprile ci siamo uniti a un gruppo di cittadini e abbiamo preso parte alla visita. Siamo stati ricevuti da due ragazzi, responsabili dell’accoglienza, uno dei quali, una volta raggiunto un numero sufficiente di persone, ha iniziato a illustrare l’ampia facciata del Teatro Fraschini, progettato da Antonio Galli, detto il Bibiena, edificato tra il 1771 e 1773; ci ha poi guidati lungo l’intero percorso, accompagnandoci dai compagni che ci aspettavano nelle diverse postazioni per spiegarci ciascuno una zona del teatro.

Siamo quindi entrati nell’atrio, dove altri studenti ci hanno raccontato la storia originaria del Teatro, voluto da quattro nobili cavalieri pavesi (Conte Francesco Gambarana Beccaria, Marchese Pio Bellisomi,  Marchese Luigi Bellingeri Provera, Conte Giuseppe de’ Giorgi Vistarino) i cui nomi sono riportati su una lastra in marmo. Inoltre ci hanno raccontato la sintesi dei principali restauri, fino all’ultimo intervento durato dal 1983 al 1994, che ha riportato il teatro alle vesti originale del ‘700.

In seguito siamo giunti in platea, dove i ragazzi ci hanno descritto l’architettura interna dell’edifico e  hanno sottolineato come una  rigorosa attenzione all’acustica ha portato il Bibiena a creare una cassa armonica, adattando a tal fine il pavimento e il soffitto. Guardandoci attorno, è stato impossibile non notare i tre ordini di palchi, le cui colonne sono in stile dorico per il primo, ionico per il secondo e corinzio per il terzo. Ad essi è stata aggiunta una tribuna e infine un loggione, riservato agli ascoltatori più esperti dell’epoca.

Il palcoscenico è di dimensioni notevoli e ci è stato spiegato che una parte di esso è mobile, in modo da espanderlo in caso di rappresentazioni particolari, o di abbassarlo per dare spazio alla buca dell’orchestra durante l’Opera. Nella zona dell’arco scenico sono posizionate due statue lignee settecentesche del pavese Forabosco che rappresentano la Musica e la Poesia. L’affresco del soffitto, ad opera dell’artista Bignami, ha un impatto notevole e ci ha colpito per alcuni dettagli.

Abbiamo proseguito la visita salendo le scale, dove altri studenti guide ci hanno spiegato le differenze e le funzioni dei tre ordini di palchi, in passato luoghi della vita nobiliare. Il primo ordine era diviso in palchi e retropalchi, in cui avvenivano ricevimenti e in cui si giocava d’azzardo, infatti le opere teatrali spesso diventavano di secondaria importanza. Le famiglie dimostravano la propria importanza facendo decorare, nel modo più appariscente possibile, il palchetto di loro proprietà. Osservando la planimetria del teatro posta nel corridoio, il gruppo che ci ha guidati in questa postazione ha fatto notare la forma non simmetrica e la pianta a campana usata dal Bibbiena, con una particolare forma a circonferenza unita da due ellissi.

Il secondo ordine si presenta simile al primo, ma ciò che ci ha sorpreso è stata la presenza inusuale di un forno, posto in una zona nascosta del corridoio, usato all’epoca per scaldare le pietanze, in quanto le rappresentazioni duravano molte ore.

Siamo poi giunti nella sala del “ridotto”, lo spazio utilizzato ora come foyer che è stato affrescato dal Bibiena stesso. Ci meravigliano particolarmente l’importante scenografia dipinta a finte architetture e le ampie finestre, dalla quale i nobili spesso si affacciavano per mostrare la propria presenza e rilevanza.

In serata siamo stati informati che un numero sorprendente di persone, circa 470, ha preso parte all’iniziativa. Si trattava soprattutto di pavesi, ma erano presenti anche turisti provenienti da Milano e da Torino. Anche un piccolo gruppo di stranieri ha potuto vedere lo splendore di quest’edifico del’700, e ascoltare una visita guidata, che è stata proposta anche in lingua inglese.

Questa visita ci ha fatto ricordare l’emozione da noi provata lo scorso anno scolastico quando abbiamo partecipato al primo di questi eventi, la manifestazione“Cittadini a Palazzo”, che si è tenuto presso il Palazzo Malaspina. Un’esperienza entusiasmante e istruttiva come quella di sabato pomeriggio.

Infine vi ricordiamo i prossimi appuntamenti per visitare il teatro: il 13 e il 14 aprile, a cura rispettivamente degli Istituti “A. Bordoni” e “A. Volta”.

Adalgisa Perrelli e Davide Barbieri   4^CLS

CITTADINI A TEATRO

PAVIA. Presentata nella mattinata di ieri (21/03/2019) a Palazzo Mezzabarba, sede del Comune cittadino, l’iniziativa “Cittadini a Teatro”.

Nella splendida cornice della “Sala delle Feste” autorità cittadine e  rappresentanti del Teatro si sono incontrati per indicare finalità e modalità del progetto.

 

Alla conferenza erano presenti il Sindaco di Pavia, Massimo Depaoli, Giacomo Galazzo, Presidente Delegato e Francesca Bertoglio Direttore Generale della “Fondazione Teatro G. Fraschini”. Come precisato in apertura dal Presidente G. Galazzo, “l’iniziativa, svolta in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, é inserita nel quadro delle attività di alternanza scuola-lavoro ed ha la finalità di far conoscere alla comunità uno dei più importanti enti culturali del nostro territorio attraverso i racconti di quei cittadini che oggi si stanno formando: i giovani”.

Ospiti e ciceroni di eccezione, quindi, gli studenti – accompagnati da Tutor e Dirigenti – di alcune tra le più importanti istituzioni scolastiche di Pavia; I.I.S. “A. Volta”, I.T.C.T. “A. Bordoni” e I.T.I.S. “G. Cardano”.

Come sottolineato dal Sindaco M. de Paoli “il Teatro Fraschini non costituisce solo un luogo di intrattenimento ma anche un simbolo in cui la comunità si riconosce. Esso è assieme patrimonio culturale ed eredità ricevuta la cui cura deve passare di generazione in generazione: da ciò nasce l’esigenza di mettere in contatto questa importante istituzione culturale con la collettività ed in particolare con i giovani”.

Durante le visite guidate, precisa Linda Sottocorona dell’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Volta, i visitatori verranno condotti, in un percorso a tappe, lungo palchi e gallerie: qui verranno svelati particolari e segreti della storia e dell’architettura del Fraschini.

Rebecca Pari dell’Istituto tecnico commerciale turistico “A. Bordoni” sottolinea come l’iniziativa, realizzata grazie collaborazione tra istituzioni scolastiche, amministrazione comunale e Fondazione, costituisca un’importante occasione di crescita culturale, personale e professionale per coloro che volessero intraprendere un percorso lavorativo da guide turistiche.

L’appuntamento per chi volesse approfittare dell’occasione di visitare gratuitamente il nostro suggestivo teatro cittadino è fissato nei giorni:

– 6 aprile (presentazione a cura dell’I.T.I.S. “G. Cardano”);
– 13 aprile (presentazione a cura dell’I.T.C.T. “A. Bordoni”);
– 14 aprile (presentazione a cura dell’I.I.S. “A. Volta”).

Le visite seguiranno la scansione riportata in locandina con un ultimo ingresso previsto per le h. 17.00.

Ci accodiamo alle parole di Fabio Piacentini, portavoce del nostro Istituto, nel ringraziare la “Fondazione Teatro Fraschini”, l’Ufficio Scolastico Provinciale, i rappresentanti scolastici ed i Tutor per l’importante occasione di crescita che ci è stata riservata.

Nell’antichità i teatri sono stati luoghi della democrazia; in essi, attraverso commedie e tragedie, le comunità rappresentavano la realtà politica, culturale e morale del paese, interrogandosi sul loro presente e sul loro futuro.

In tempi moderni il teatro è spesso luogo dimenticato, soprattutto dai giovani ed ha perso quel ruolo fondamentale d’intrattenimento e di formazione del cittadino che tanto era caro ai Greci.

Sarà per noi l’occasione di riscoprire il valore di un simbolo cardine della società.

Pavia, 21 marzo 2019

Chiara Bignami, Leonardo Garofoli IV CLS

Dalla BICOCCA al CARDANO per l’INNOVAZIONE

“Informati per orientarti, ma soprattutto scegli chi essere”: questo è lo slogan usato dalla dott.ssa Comotti dell’università Bicocca di Milano per presentare il corso di studi “Scienza dei materiali”ai ragazzi di quarta e quinta dell’ITIS Cardano durante una conferenza tenutasi il 6 febbraio 2019. La dottoressa Comotti ha al suo attivo un’intensa attività di ricerca che si è concretizzata nella pubblicazione di ben 115 articoli sulle più importanti riviste scientifiche mondiali.

La Bicocca, l’università in cui insegna, è stata fondata nel 1998 e propone ai ragazzi diverse facoltà, sia scientifiche che umanistiche; in più offre numerose opportunità come lo studio all’estero con il progetto “Erasmus”. Viene classificata  come “ Università virtuosa” per la minor tassazione e le molteplici borse di studio offerte agli iscritti; inoltre ha introdotto il sistema dei Crediti di Merito (CM) per favorire l’impegno e premiare il successo formativo. In altre parole gli studenti con una media superiore a 27/30 ottengono dei CM, del valore di 125 euro ciascuno, da utilizzare per acquistare libri di testo e abbonamenti per i mezzi di trasporto locale, iscriversi a corsi di lingua inglese, pagare parte delle tasse universitarie. I CM, in quanto incentivi al merito, sono totalmente indipendenti dalla fascia di reddito dello studente e dalle eventuali altre borse di diritto allo studio ricevute.

Le facoltà scientifiche hanno una grande importanza in Bicocca, infatti nel campus sono presenti laboratori e aule attrezzate per la ricerca e lo studio scientifico. Rita Levi Montalcini, che ha conseguito la laurea ad honorem in Biotecnologie proprio in questa Università, disse che l’importante per uno scienziato è la passione, l’impegno e la voglia di scoprire cose nuove:  ripetendo le stesse parole la professoressa Comotti invita gli studenti a domandarsi sempre il perché qualcosa accade.

La relatrice ha presentato la facoltà in cui insegna, “Scienze dei materiali”. L’obiettivo di questa disciplina, nata dall’incontro di matematica, fisica e chimica, è quello di progettare nuovi materiali innovativi. Uno dei  vantaggi offerti da questo indirizzo è la facilità di trovare un impiego  dopo aver conseguito la laurea; infatti Scienze dei materiali vanta il 100% dei ragazzi impegnati nel lavoro poco dopo aver concluso il ciclo di studi.

Come per altre facoltà, per potersi iscrivere a questo corso di studi occorre affrontare un test e partecipare a uno dei due bandi disponibili ogni anno da cui vengono scelti gli studenti (generalmente i primi 100).

La conferenza è continuata con la presentazione di un’importante scoperta fatta proprio alla Bicocca: le finestre fotovoltaiche che permettono di catturare la luce solare grazie alle nanoparticelle di materiali fotorecettori e di riutilizzarla per produrre energia, lasciando inalterata la trasparenza del vetro. Un altro filone di ricerca è relativo alla messa a punto di sistemi idonei alla riduzione delle  emissioni di CO2; recente è la scoperta di polimeri detti “nano spugne” che sono in grado di trattenere nelle porosità le molecole di anidride carbonica, rilasciandole  solo  per effetto del calore.

Per concludere la presentazione è intervenuto Simone Bonizzoni, ex studente del Cardano, laureato in chimica presso l’Università di  Pavia e ora dottorando  alla Bicocca, nel gruppo di lavoro del prof. Mustarelli. Nel suo intervento  ci ha presentato la chimica dei materiali e, in particolare, la chimica dello stato solido, con le possibili applicazioni dei materiali nella vita quotidiana.

Simone Giri 2 DLS

Intervista ad Ugo Bardi

Ugo Bardi, chimico e accademico fiorentino, docente presso l’Università di Firenze dal 1992, è anche autore di contributi in diversi settori scientifici e divulgatore scientifico sui problemi dei cambiamenti climatici. E’ attivo su tali temi anche come blogger, conferenziere e saggista.

Si interessa di esaurimento delle risorse, di dinamica dei sistemi, di scienza del clima e di energie rinnovabili. Si è occupato del picco del petrolio pubblicando alcuni volumi su questo argomento a livello internazionale; è membro dell’associazione ASPO e fondatore della sezione italiana della stessa. Nel 2013 è stato autore del 33º Rapporto ufficiale del Club di Roma.

I contributi del Prof. Bardi si caratterizzano spesso per la ricchezza di informazioni storiche e storiografiche a supporto dell’inquadramento del contesto dei temi trattati.

Noi lo abbiamo intervistato riguardo il problema del cambiamento climatico in occasione della sua conferenza tenutasi presso l’aula del Quattrocento dell’Università di Pavia lo scorso 14 febbraio.

  1. La perdita di biodiversità è uno dei fattori più incisivi della tragica situazione globale. Per quale motivo i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza?

A mio parere i media non trattano questo argomento con la dovuta importanza perché la perdita di biodiversità non era prevista dai modelli  e perciò non se ne conoscono le conseguenze. Un’altra motivazione è che la fertilità del pianeta è in aumento ovvero il pianeta produce più vita ma allo stesso tempo perde molte specie viventi. 

  1. Dopo decenni dall’incontro al MIT di Boston nessuno ha provveduto ad apportare i cambiamenti necessari affinché avvenga un’ inversione di rotta; secondo Lei siamo ancora in tempo per adoperare tali cambiamenti oppure è troppo tardi?

E’ vero ! Nessuno ha apportato i cambiamenti necessari. Purtroppo la ricerca del MIT di Boston non è stata capita e di conseguenza non è stata attuata, elaborata e diffusa; anzi, è stata demonizzata. Per stabilire se abbiamo ancora un margine di intervento occorrerebbe conoscere, con una certa precisione, l’ammontare effettivo delle risorse disponibili sul pianeta.

  1. Come possiamo cambiare l’attuale atteggiamento della società secondo la quale non si può fare nulla per cambiare la situazione climatica?

Bella domanda ! Nessuno sa rispondere! Si accettano suggerimenti! Diciamo che ci vuole molta, molta pazienza perché la società mondiale cambi. Forse solo un meme di forte impatto potrebbe influenzare il pensiero delle persone perché credo che il segreto della comunicazione  non è il messaggio bensì il messaggero che deve essere davvero molto credibile. Quindi, riformulo la domanda: “Qual è il meme che può far cambiare l’atteggiamento della gente?” In anni di lavoro non è ancora stato trovato.

  1. Cosa ne pensa del movimento nato in seguito agli scioperi di Greta Thunberg? Pensa che lo sciopero studentesco del 15 marzo 2019 possa smuovere la politica verso riforme più ambientaliste?

Ecco! Greta Thunberg potrebbe essere il meme in grado far colpo sulla società, di sensibilizzarla, di farle cambiare atteggiamento, una persona capace di manipolare le idee delle persone e spingerle a lottare per degli obbiettivi precisi.
A proposito dello sciopero penso che non si debba perdere quest’ occasione e che sia assolutamente necessario scendere in piazza il 15 marzo tutti insieme!

Abbiamo posto quest’ultima domanda anche agli altri ricercatori intervenuti durante la conferenza: Yuri Galletti (biologo marino ricercatore al CNR di Pisa) e Flavio Ceravolo (docente di sociologia presso l’Università di Pavia e rettore del collegio Griziotti).

  1. Galletti: Il 15 marzo sarà una data decisiva per il nostro futuro e per questo è molto importante l’approvazione dei docenti a questo sciopero, gli insegnanti infatti avranno un ruolo determinante nell’incentivare e nel far conoscere questo evento a tutti gli studenti.
  2. Ceravolo: lo sciopero del 15 marzo è una di quelle occasioni che non devono essere sprecate. Non deve rimanere “appesa al vuoto” ma ci deve vedere, esponendoci in prima persona, protagonisti e lottare perchè potremo cosi raccogliere i frutti di questa mobilitazione che ci permetteranno avere un futuro.

Dopo questo incontro siamo ancor più convinti che sia di fondamentale importanza cambiare la società, sensibilizzare il più possibile le persone riguardo temi che riguardano tutta l’umanità senza distinzione di classe sociale, etnia, sesso e cultura; ma soprattutto riguardano noi giovani perché senza un adeguato cambiamento non avremo un futuro.

In questo caso il vecchio slogan “ WE CAN ” è più attuale che mai!

                                                           Elena Emmanueli 4^ DLS

28 gennaio 2019: al Politeama va in scena TREBLINKA

Impersonare un personaggio non è affatto facile, possiamo immaginarlo, ma doversi calare nei panni di un deportato in un campo di concentramento è sicuramente un’impresa ardua che richiede impegno e molta bravura. Per poterci riuscire occorre “vivere l’esperienza”, diventare un tutt’uno con la parte che si è chiamati a rappresentare e venire catapultati, per un momento, nel lontano 1942, anno in cui il campo di sterminio di Treblinka entrò in funzione.Le luci della sala si abbassano e una musica tombale rimbomba tra le pareti. Entrano in scena i cinque protagonisti che, senza preavviso, si esibiscono in una sorta di “coreografia di presentazione” che ha lo scopo di “caratterizzare” i personaggi ed il loro ruolo nella rappresentazione: una ragazza a cui viene tolta la libertà di parola, una donna che deve dire addio al suo sogno di attrice e una giovanissima appassionata di ballo alla quale vengono tarpate le ali fin troppo presto. Il militare delle SS Stangle, direttore del campo, invece, a dispetto della grande carica che ricopre, è combattuto tra la condizione lavorativa che lo costringe a rimanere in quel macabro luogo ed il suo desiderio nascosto di poter tornare a camminare tra le strade della città. L’ultimo personaggio, il nuovo direttore, è un giovane uomo che si dimostra subito consapevole dell’importante compito che gli è stato affidato, dal momento che procede subito con l’ordinare la costruzione di nuove camere a gas. Il “sadico bambolotto” ha anche in mente di far costruire una finta infermeria, in modo che i prigionieri credano di poter ricevere cura e assistenze sanitarie invece che andare incontro, come scopriranno, alla morte certa.

Durante lo spettacolo vengono messi in luce gli aspetti più brutali che caratterizzano la vita dei prigionieri nel campo. In primo luogo vi sono le sofferenze corporee causate dalla scarsità del cibo offerto, come nella scena in cui vengono lanciate a terra delle patate che le ragazze si affrettano a mangiare. La brutalità delle SS può essere invece ritrovata nel non aver nemmeno permesso a queste ultime di poter consumare quel misero pasto che sono state costrette a restituire. Altri aspetti che manifestano la ferocia a cui sono subordinati i prigionieri sono ad esempio lo sfruttamento della condizione femminile, dal momento che le ragazze non solo sono sottoposte ai lavori forzati, ma sono anche costrette a fungere da prostitute

 per le SS.

Durante la rappresentazione, le prigioniere vengono anche a conoscenza della sorte che toccherà loro: Treblinka non è un semplice campo di concentramento, è privo della consueta selezione tra abili e inabili al lavoro: una volta scesi dal treno, la direzione è sempre e solo la morte, e l’unico motivo per il quale alcuni gruppi di prigionieri sono tenuti in vita è il fabbisogno di manodopera per la costruzione di nuove camere a gas.

 

Durante la reclusione, le sofferenze delle prigioniere sono descritte come atroci, insopportabili e sadiche, questo perché gli attori si sono ispirati alla preziosissima testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti allo sterminio di Treblinka, Yankel Yakov Wiernik, che nel suo libro “Un Anno a Treblinka” scrive:
«Gli abitanti di Wòlka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l’intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende,  penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell’anima […] Tre, quattro volte al giorno …»

È con queste stesse parole che l’oppositrice politica descrive la disumana condizione nella quale “vivono” i reclusi. Costretti a patire pene degne dell’inferno, la morte provocata dall’emissione del monossido di carbonio, più lenta e dolorosa rispetto a quella causata dal più diffuso e famigerato Zyklon B. L’utilizzo del già citato gas è inserito al termine dello spettacolo, nella scena in cui la giovane ragazza ebrea va incontro alla sua amara fine.

Nonostante l’altissimo tasso di mortalità del lager di Treblinka, esso non risulta tra i più tristemente famosi, questo perché i sopravvissuti furono più unici che rari, così come le testimonianze in merito alle atrocità commesse. Si stima che le vittime siano state tra le 700.000 e le 900.000 persone, un numero veramente elevatissimo se si considera che il campo rimase in funzione solo per 16 mesi.

A questo punto rimane da domandarsi se le cose raccontate in questa mattinata al cinema Politeama siano vere oppure false. Sicuramente di fronte a certe barbarie risulta più semplice chiudere un occhio e fingere che non sia mai accaduto nulla, ma così facendo dimenticheremmo tutto ciò che la storia ci ha insegnato e, posto che essa si ripeta sempre, almeno in merito ad alcuni avvenimenti faremmo bene ad aver imparato qualcosa.

Perciò, cosa c’era di vero?

Credo che l’unico modo per rispondere sia che tutto ciò che accade in teatro è finto, ma niente è falso.

Chiara Cantù  4 ^ DLS

Inciampare per ricordare

Pavia, 24 Gennaio 2019. Per commemorare la Shoah e le atrocità commesse dal Terzo Reichcontro gli ebrei, è stato rappresentato lo spettacolo ”Inciampare per ricordare”.

Nel suggestivo Salone Teresiano della Biblioteca dell’ Università della nostra città, nomi volti storie di donne e uomini deportati sono diventati inconsapevoli simboli di quello sterminio e a loro hanno reso omaggio Lucia Ferrati e Giuliano Del Sorbo: la prima con la potenza delle parole, il secondo con l’emozione della pittura. L’attrice ha letto testimonianze e documenti storici, recitato prose e poesie di Calamandrei, Calvino, Kolmar, Matacotta, Levi e Ungaretti; il pittore ha realizzato dipinti dal vivo per rievocare le presenze dei protagonisti del nostro passato.
Tra le numerose lettere molto toccanti, scritte nei campi di concentramento dai deportati, ha emozionato ricordare quelle di Clotilde Giannini, nata a Tornaco il 24 dicembre 1903. La donna, oramai consapevole del suo destino, scrisse al marito di non sperare in un possibile ritorno a casa e chiedeva di prendersi cura dei figli; ringraziava infine il marito per l’affetto ricevuto. Durante la narrazione, venivano proiettate fotografie della vittima e messaggi di solidarietà di amici e parenti, spesso toccanti.
Un altro argomento trattato durante la serata è stato la posa delle pietre d’inciampo dedicate a Max Herbert e Sigismondo Bick di cui sono state lette delle testimonianze. Erano arrivati a Landriano il 14 settembre 1941, decidendo di trasferirsi nella campagna pavese perché vicina a Milano, luogo dove avevano vissuto dal 1935 al 1938 e di cui avevano conservato un buon ricordo. Max e Sigmund, o Sigismondo, come era stato ribattezzato dalla gente del posto, erano due fratelli ebrei nati a Monaco, ma che arrivarono a Landriano direttamente dal campo di internamento di Ferramonti, a Tarsia, in provincia di Cosenza. Si trovavano lì perché internati un anno prima per ordine del regime fascista e destinati al soggiorno obbligato nella provincia di Pavia, in quanto non considerati «soggetti particolarmente pericolosi». I fratelli erano dei pittori di professione e lavorarono alla chiesa di San Vittore a Landriano. La sera del 30 novembre 1943 sparirono misteriosamente, all’insaputa di tutti. Si è certi che vennero arrestati e messi su un treno diretto al campo di concentramento di Auschwitz e da Auschwitz i fratelli non fecero più ritorno.
In seguito la narratrice ha ricordato un uomo forte e tenace, che non ha mai mollato: il suo nome era Carlo Pietra. Nato a Torre de’ Negri il 3 marzo 1923 , morì il 14 marzo 2010. Egli si battè contro i nazifascisti militando nella Brigata “Paride” sino a che, nel 1944, fu catturato. Liberatosi, egli tornò nel suo paese e divenne partigiano della Brigata Garibaldi, un simbolo della lotta contro il nazifascismo. Il fratello del partigiano ricorda ancora quando, nel 1945, la speranza di rivedere Carlo sembrava oramai svanita. Ma una notte accadde l’impensabile: sentì un rumore provenire dalle scale; si affacciò, lo vide e scoppiò in lacrime con un’emozione indescrivibile. “Per mio padre è stata davvero dura” dice la figlia di Carlo Pietra, Eralda, che racconta di come il padre sia sopravvissuto alla prigionia grazie ad un operaio della Lancia di cui sappiamo ben poco.
Una cosa però è certa: era sicuramente un uomo di cuore.
Lo spettacolo del 24 gennaio si è concluso infine con l’emozionante pittura dal vivo di Giuliano Del Sorbo che, in pochi attimi e con maestria, davanti agli occhi curiosi degli spettatori, ha dato vita a una gruppo di figure umane, vere e proprie personificazioni della sofferenza e del sacrificio. Partendo da un disegno preparatorio, aggiungendo prima il colore e poi sottraendolo con gesto sicuro e vigoroso, ha fatto emergere dalla materia un’opera d’arte.
L’intenso battere delle mani all’unisono di tutti i presenti concludeva uno spettacolo toccante e nello stesso tempo potente, nell’intento di ricordare a gran voce che ciò che è stato non dovrà mai più accadere!

Lorenzo Tavazzani e Yuri De Santis classe 2^ DLS

UN MURO INTORNO AL MONDO

Nel corso della storia i muri sono stati considerati un simbolo di separazione e di chiusura, barriere innalzate a protezione dalle paure reali o presunte, o semplicemente linee di demarcazione dei propri spazi di competenza. Anche tuttora, in un mondo dove l’inclusione sembra scontata, i muri continuano ad essere costruiti per tenere lontani popoli o culture, considerati diversi.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, che divideva in due parti non solo una città ma in realtà due mondi, nel 1989, l’epoca dei muri sembrava finita. Sembrava finalmente che avesse inizio l’epoca dell’apertura e della relazione. Purtroppo però non è stato cosi; infatti, come sempre più spesso si sente raccontare, Trump, il presidente degli USA, ha intenzione di costruire una robusta barriera al confine con il Messico, per evitare il passaggio illegale di migranti. Il presidente, non avendo ottenuto i fondi dal Congresso, ha provocato lo “shutdown”, ovvero la parziale sospensione delle attività amministrative dello stato mettendo in seria difficoltà migliaia di americani.

Trump però non è l’unico politico a progettare costruzioni di muri per separare nazioni vicine solo geograficamente; infatti anche l’Ungheria sta per costruire un muro che la separi dalla Serbia, sempre per evitare il passaggio di immigrati.

D’altronde oggi, nonostante il grande sviluppo messo in atto dall’umanità, sembra che si guardi al passato non per imparare dagli errori, ma quasi per ripeterli. Difatti nell’antico impero romano, si costruivano barriere, i limes, per evitare l’arrivo di popolazioni barbariche; in Cina venne costruita la Grande Muraglia che oggi è diventata un sito turistico di grande bellezza, ma che in passato serviva per tenere lontane le popolazioni mongoliche.

Anche la Corea, a seguito di una guerra, ha costruito una barriera per separare il Nord dal Sud; ma ancora più eclatante è il muro costruito per dividere la città di Belfast tra la parte cattolica e quella protestante.

I “muri” non sono sempre stati di mattoni e di metallo; infatti possono essere anche astratti e simbolici, come quello che si sta erigendo in Gran Bretagna, che con la “brexit” si chiuderà all’interno di un muro. Oppure, senza andare lontani, la nostra Italia che vuole chiudere i porti per evitare l’arrivo di migranti che scappano dalla guerra o dalla povertà per cercare aiuto.

Il muro è stato anche scelto come protagonista di libri, film o serie TV, come in “The great wall” un film che parla della muraglia cinese come ultimo baluardo tra il nostro mondo e un mondo di mostri.

E’ anche vero, però, che il muro non è solo una barriera. Certe volte è un luogo di ritrovo e di preghiera, come il Muro del Pianto sacro per l’Ebraismo, ultima parete rimasta dell’antico tempio di Gerusalemme distrutto dall’imperatore romano Tito.

Oggi, soprattutto noi giovani, sottovalutiamo la portata e le possibili conseguenze del “proliferare” di barriere e divisioni. I motivi sono diversi: forse perchè non siamo cresciuti all’ombra del muro di Berlino e percepiamo la sua caduta come un evento lontano ed estraneo, non come una conquista; forse perché la globalizzazione con le sue connessioni e le sue reti ci ha trasformati.

Ma non dobbiamo dimenticare l’insegnamento della storia: un muro è solo una costruzione, un muro rende solo più difficile l’incontro, ma non può fermarlo.

Non lo ha mai fatto.

                                                                                                         Simone Giri 2^ DLS