TUTOR4GIUNTO

L’ITIS G. Cardano: una scuola costruita dagli studenti per gli studenti.
Ogni tanto esce un articolo che ne descrive i lati peggiori: risse, atti di vandalismo…cose che succedono anche in altre scuole di Pavia e del mondo, ma che sembrano gravare più sulle nostre spalle che su quelle di altri istituti.
Vista da fuori: muri grigi, il cancello, il giardino davanti alla Centrale e il parcheggio dei motorini davanti alla Succursale.
Vissuta dall’interno: un’enorme massa di ragazzi che girano per i corridoi con gli zaini sulle spalle, che ridono e parlano mentre cambiano aula, i professori che si muovono tra di loro con le borse piene di verifiche da correggere e progetti da mostrare agli studenti.
Quasi duemila anime le cui vene pulsano a un unico ritmo.
Perché dopo un po’ che passi le tue giornate all’ITIS G. Cardano, non puoi più percepirla solo come la tua scuola. Diventa la tua patria, un posto in cui studiare sì, ma anche divertirsi e crescere…il TUO posto.
Si sviluppa una sorta di legame, come se fossimo una grande squadra unita per affrontare qualsiasi partita, e anche se non ci conosciamo tutti, perché siamo davvero tanti, non possiamo fare a meno di pensarci come un NOI, quelli del Cardano.
Ma diciamolo, siamo un po’ stufi di essere percepiti come la scuola dei “teppisti”.
Abbiamo le nostre pecche, un paio di cose qua e là che andrebbero sistemate non mancano di sicuro, ma siamo, e parlo per esperienza, una delle scuole più belle e preparate della provincia. Bisogna pensarci come una sorta di organismo vivente, formato da più organi che cooperano tutti al funzionamento generale.
Meccanici, Chimici, Informatici, Liceali, Elettrotecnici e professori…ognuno è un ingranaggio che permette a questa complessa macchina di funzionare.
Si, anche gli studenti partecipano a rendere il Cardano la scuola che è: c’è chi lo fa in modo negativo, ma sono molti di più quelli a metterci il cuore, che cercano di contribuire alla crescita del posto in cui passano la maggior parte delle loro giornate.
Un esempio di questa collaborazione sono proprio i ragazzi della 5AI che hanno elaborato un programma che permette agli studenti di tutte le classi di prenotare lezioni di ripetizione in caso di difficoltà nelle varie materie.
Un gruppo di studenti chiamati tutor, infatti, si mette a disposizione ogni anno per aiutare i compagni che fanno più fatica a studiare alcuni argomenti (tutee).
C’è chi è più portato per la fisica, chi più per la storia o l’informatica, così ci diamo una mano per affrontare l’anno scolastico e “passarlo” con i migliori risultati possibili.
Il sistema di tutoraggio elaborato dalla 5AI è semplice da usare (comprende un manuale d’uso che spiega brevemente e in maniera chiara tutte le funzioni del sito) e consente ai ragazzi di organizzarsi con efficacia, con la supervisione dei professori.
Ci si deve registrare, ognuno con i propri dati del registro elettronico Classeviva, per evitare che persone non appartenenti alla scuola entrino nel sito; dopodiché si accede a un’interfaccia in cui è possibile sia prenotare lezioni, scegliendo tra i vari tutor e orari disponibili, sia, per chi accede con le credenziali del tutor, dichiarare i giorni di disponibilità, la materia di cui ci si vuole occupare e, in caso di imprevisti, disdire gli accordi presi con gli studenti prenotati.
Un lavoro di squadra formidabile che ha coinvolto tutta la classe. Un vero e proprio team, ciascuno con mansioni differenti, il quale ha poi presentato il frutto del duro lavoro alla preside e alla vicepreside. Le espressioni soddisfatte dei docenti e dei ragazzi, la cui esperienza è servita per crescere a livello tecnico e di cooperazione, sono il simbolo di una scuola unita a cui la 5AI, che ha ormai finito il suo percorso, ha voluto lasciare un’eredità.

Giulia Faccini 3 DLS, Itis Cardano, Indirizzo Scienze Applicate

UN EVENTO… PARTICOLARE

Il giorno venerdì 10 maggio 2019 due classi dell’istituto ITIS Cardano, la 1DLS e la 5CI, hanno partecipato all’evento conclusivo del progetto “Conosco il bullo”, organizzato dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Pavia in collaborazione con i Carabinieri. La manifestazione si è tenuta al Palatreves, in via Treves a Pavia.
Il ritrovo si è tenuto alle 8:30 direttamente nel cortile del palazzo dello sport. Nel giardino erano rappresentati tutti i reparti dei Carabinieri attualmente in attività. In un angolo due poliziotti a cavallo con delle sciabole sulla sella che, come detto da loro, operavano nei parchi di Milano e nel Parco di Monza. Subito accanto un carabiniere teneva al guinzaglio un cane antidroga, un bel pastore tedesco dal manto scuro che, nonostante la sua espressione spaventosa, si lasciava accarezzare da tutti i bambini presenti, oltre che dai ragazzi delle medie e delle superiori. Il vialetto di fronte all’ingresso della palestra era inoltre occupato da auto e moto dell’Arma, sia quelle storiche, e ormai da collezione, che quelle più recenti.

 

 

Il particolare che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la simulazione della scena di un crimine: un manichino giaceva sulla sedia nei pressi del tavolino di un bar, ferito al petto da alcuni colpi di pistola. L’arma del delitto era a terra, intorno alcuni bossoli, delle orme e una scarpa poco più lontano. L’area del delitto delimitata da nastri gialli, all’interno dei quali al lavoro raccoglievano prove due uomini della scientifica con tute, guanti e mascherine. Il capo della squadra omicidi ha spiegato come opera la scientifica in un caso come quello, mentre gli esperti dietro di lui eseguivano tutte le procedure previste.
Verso le 9:40 tutti i ragazzi sono entrati in palestra per l’evento centrale: una partita di calcio tra gli studenti dell’istituto Cossa e i Carabinieri. Prima dell’incontro la presentazione delle squadre, accompagnate dalla banda ufficiale dei Carabinieri che ha suonato diversi brani, tra cui la sigla di Indiana Jones.
L’incontro è durato quasi un’ora, dalle 10:12 alle 11:07, intervallato da tre pause, durante una delle quali si sono esibite le Cheerleader dell’associazione “Here you can”. 
La partita è stata molto agguerrita: spintoni, falli, cadute (anche un po’ ironiche), ma alla fine, anche se con un ferito della squadra dei carabinieri, ci si è divertiti e non ci si è fatti troppo male. La competizione è finita con una vittoria schiacciante da parte dei ragazzi, che hanno battuto gli avversari 4 a 1. Durante una pausa del match, abbiamo conosciuto Alessandro Calvi, carabiniere che ha fatto parte della squadra nazionale italiana di nuoto ed ha partecipato anche ai mondiali e ai giochi olimpici di Atene. Incuriositi e ammirati gli abbiamo chiesto: “Come ti sentivi quando hai gareggiato?”, ci ha risposto: “Non è semplice da esprimere a parole, la concentrazione è sempre fondamentale, ma ogni volta è un’emozione nuova e unica” e alla domanda se avesse nostalgia dei vecchi tempi ci ha risposto: “Sono tempi che mi hanno dato tanto e che mi hanno insegnato che impegno, costanza e concentrazione sono alla base di qualsiasi attività, anche in quella che svolgo ogni giorno”.
Dopo la premiazione, gli organizzatori dell’evento hanno ringraziato tutti per la partecipazione e alle 12:00 la manifestazione si è conclusa.

Giulia Venco
1DLS

Buon compleanno Giunto!

Quest’anno l’Istituto Cardano festeggia un compleanno molto importante: il nostro “Giunto” compie quarant’anni!Ebbene sì, quella scultura davanti alla quale gli studenti passano tutti i giorni, prima di iniziare le lezioni, fu realizzata ben quarant’anni fa, nel 1979, dallo scultore pavese Carlo Mo.
Ecco perché ci pare importante far conoscere la storia di quest’opera, tanto cara al nostro istituto, e del suo scultore.
Per ottenere delle informazioni più accurate e per scoprire i segreti di un’artista, abbiamo chiesto aiuto alla figlia dello scultore: Paola Mo.
Essa ci ha ospitato nel luogo in cui la maggior parte dei capolavori del padre furono realizzati, ossia il parco e l’officina dietro casa, e ci ha parlato del lavoro e della vita del padre, non mancando di raccontare qualche aneddoto.L’idea per questa scultura nacque da una curiosità che Mo aveva sviluppato per Gerolamo Cardano e per la sua vita travagliata, decidendo così di realizzare e dedicare a lui la scultura.
“Giunto” in realtà è solo un soprannome, che gli è stato dato nel corso degli anni, il suo nome originale è Contrasto. Il termine scelto come nome della scultura, “contrasto”, è un riferimento alla vita del medico pavese e appartiene molto a Mo: la sua scultura rappresenta sempre il contrasto tra pieni e vuoti, tra materia e spazio, tra l’uomo e la vita, creando un effetto di movimento e dinamismo.La scultura si compone di due parti identiche, incastrate tra loro con precisione millimetrica, composte di lamine di acciaio inox scatolato e saldato, ed ha dimensioni imponenti: 4 m di altezza per 4 m di larghezza.

Le due parti della scultura non si sovrastano l’una con l’altra; come si può notare, infatti, sono incastrate una a fianco dell’altra creando un’idea di dinamicità, di movimento, di energia, di una continua lotta, facendo sì che le due parti si fondano completandosi a vicenda.

Il cortile del nostro istituto ha la grande fortuna di ospitare una delle opere più imponenti e rappresentative di Carlo Mo, uno degli artisti pavesi con la maggiore fama internazionale.

Lo scultore pavese nacque a Piovene Rocchette nel 1923 ma trascorse l’infanzia a Genova dove iniziò gli studi e alla quale rimase sempre molto legato, tanto da testimoniare questo rapporto con l’opera Paganini, le cui superfici satinate e smerigliate richiamano il mare di Boccadasse. Nel 1942 si trasferì poi a Pavia dove proseguì gli studi universitari.

Da ragazzo, nel secondo dopoguerra, partì per l’Africa decidendo di seguire il padre (Rwanda e Madagascar); in questo periodo prese ispirazione dall’arte africana e ne rimase profondamente influenzato. È in questo periodo che si collocano i suoi primi lavori: varie sculture realizzate in filo di rame. Questa tecnica permette di realizzare sculture dinamiche, di “disegnare nell’aria”, plasmando lo spazio creando un contrasto di pieni e vuoti, lasciando al nostro   occhio e all’aria il compito di ricostruire la massa.
Nel ‘53 tornò poi in Italia esponendo le sue opere in varie mostre a Milano, Roma, Messina e poi alla triennale di Milano. Dal ‘64 al ‘68 riscosse grande successo internazionale curando le scenografie di concerti e opere teatrali alla Certosa di Pavia.
Nel ‘69 gli fu affidato dal governo del Madagascar l’incarico per la realizzazione di un monumento al Portatore Malgascio, che sarà collocato l’anno successivo ad Andapa. Tra il ‘70 e ‘80 partecipò a molte mostre in varie città italiane ed estere come Venezia, Milano, Bologna, Basilea, Bruxelles e Amsterdam. Alcune sue opere entrarono in collezioni sia pubbliche sia private come quella del Museo Hirshon di Washington e quella privata di Betty Parson.
Nella lunga carriera dell’artista non va trascurato il suo interesse per il disegno per il quale fu molto portato, e la realizzazione di varie opere pittoriche.
Lo scultore si dedicò a indagare lo spazio, la luce, il contrasto di volumi, e alla ricerca di un equilibrio di forme: tanto da esser considerato dalla critica un “costruttivista”. Una delle sue più grandi doti fu la sua capacità di lavorare con le proporzioni, le sue sculture interagiscono con lo spazio circostante perfettamente, indipendentemente dalle loro dimensioni, per questo fu definito “lo scultore dei grandi spazi”. Utilizzò spesso solidi o richiami geometrici nelle sue sculture, e fu sempre alla ricerca dell’equilibrio. Mo era solito dire “Se devi disegnare qualcosa, devi confinare lo spazio poiché il primo tratto già limita qualcosa di geometrico, lo spazio”.

Carlo Mo fu un maestro anche nella cultura dei materiali e nella loro scelta: per scegliere le lamine di acciaio inox, materiale molto utilizzato dall’artista, guardava la loro venatura in modo da scegliere le lamine più adatte al progetto da realizzare e in modo che stessero insieme una volta saldate. La figlia, Paola Mo, lo definiva in modo affettuoso “l’antico fabbro dogon” per la cura e la passione che riservava a ciascuno dei suoi lavori.
Mo inoltre fu solito abbinare all’acciaio altri due elementi: il marmo nero e il corten, un metallo che si arrugginisce ma senza perdere le proprie caratteristiche, L’Attesa è la prima scultura che raccoglie questi materiali. Il materiale per uno scultore è molto importante: di volta in volta bisogna scegliere il materiale e le tecniche più adeguate alla realizzazione di una scultura, il materiale è uno degli alfabeti dello scultore.
Nel ‘85 rappresentò la scultura italiana a Tokio e l’anno successivo partecipò alla quadriennale di Roma. Per un decennio tenne la Cattedra di scultura alla Nuova

Accademia di Milano la cui Aula Magna fu intitolata a lui.

Tra il 1987 e il 1998 realizzò una grossa scultura per una nave da crociera americana e quattro sculture per Pavia: Alboino e Teodolinda re Longobardi, interamente di acciaio inox saldato e scatolato. L’idea di realizzare un’opera dedicata ai longobardi girava nella testa di Mo da anni, infatti il suo primo re longobardo risale al 1951.

Alboino e Teodolinda

Il lavoro di Mo per la realizzazione di una scultura si componeva di più tappe: come prima cosa realizzava dei disegni, cosa che gli riusciva particolarmente bene, per iniziare lo studio del progetto. Poi realizzava dei bozzetti di legno o metallo, ciò aiutava lo scultore nello studio della composizione e nello studio delle forme. “Non è vero che il genio è sregolatezza” – dice la figlia Paola Mo – “Bisogna essere precisi e ordinati, saper scegliere i materiali e le tecniche giuste è importante.”
“Dopo di che iniziava la realizzazione dell’opera e tutto viaggiava più in fretta” – continua la figlia – “dietro ad ogni scultura c’è un grande lavoro di fabbro e a volte capitava che, per le opere di dimensioni maggiori, dovesse appoggiarsi a delle officine esterne.”
Ciò è capitato nel caso di Contrasto che fu realizzata con l’appoggio di un’officina di Mantova a causa delle sue imponenti dimensioni, le quali impedirono di realizzarla nell’officina dietro casa.
Alla base di ogni scultura Mo impiegava diverso tempo nello studio del materiale da utilizzare, delle proporzioni e delle misure, poiché anche i millimetri sono decisivi per la realizzazione perfetta della scultura.
Mo era, infatti, un perfezionista e continuava a lavorare a un progetto finché non lo riteneva assolutamente perfetto in ogni suo aspetto.
Questi procedimenti furono seguiti anche per la realizzazione di Contrasto, la quale non fu realizzata in un tempo prestabilito, non esiste infatti un tempo prestabilito per realizzare una scultura.
La creazione di Contrasto è partita con la realizzazione di vari disegni progettuali e dallo studio di due cunei sovrapposti. In seguito il tutto fu sviluppato tramite modellini di legno e di metallo pieno, arrivando infine alla realizzazione della scultura composta in acciaio inox saldato e scatolato, come molte delle sue sculture. Questo tipo di acciaio fu particolarmente amato e utilizzato dall’artista perché è “capace di bloccare la luce” e di rendere dinamica la materia e lo spazio attorno e dentro di essa.
“Dopo che la statua fu terminata” – ci racconta Paola Mo – “Doveva essere spostata nel nostro giardino, per fare ciò è stata necessaria una gru e una squadra di operai, data la mole dell’opera una volta completata. L’idea di mio padre era di mettere il primo pezzo a terra così da poter incastrare l’altro e poi girarla nella posizione nella quale l’aveva immaginata, come nei modellini. Il procedimento era facile soltanto in teoria, poiché la seconda parte andava sistemata con una precisione millimetrica per ottenere l’effetto immaginato da mio padre. I lavori per la posa stavano procedendo bene, finché non si ruppe una delle cinghie che sorreggeva il secondo pezzo, ancora sospeso in aria, facendolo precipitare sopra l’altro con un grosso schianto. Ci siamo tutti coperti gli occhi per non guardare, dagli addetti ai lavori al fotografo, più di tutti mio padre temendo che l’opera si fosse distrutta, invece s’incastrò nell’esatta posizione che aveva progettato facendoci tirare un sospiro di sollievo.”
Dopo qualche tempo fu spostata dal giardino della famiglia Mo e fu posta in piazza Leonardo Da Vinci, di fronte all’università, per volontà condivisa del sindaco e di Carlo Mo. L’università però non gradiva l’idea di ospitare la scultura, infatti, non fu apprezzata e chiesero più volte di spostarla.
“Quando studiavo all’università, sapendo che ero la figlia di Carlo Mo, mi dissero più volte di chiedere a mio padre di spostare la statua, che a loro non piaceva” – ci racconta sorridendo la figlia.
La loro richiesta fu accontentata quando spostarono la scultura nella sua sede attuale, il nostro istituto. Lo scultore però non fu scontentato: Mo amava i giovani e fu, infatti, molto contento di quella scelta.
Non a molti è nota la storia che si cela dietro a quella scultura che ogni giorno ci da il benvenuto a scuola, alla quale ci diamo appuntamento con i nostri amici e alla quale nessuno osa avvicinarsi più di tanto per paura di salire sul suo basamento e di “essere bocciato”. Questa scultura, anche se dopo qualche tempo si dà per scontata, continua ad affascinare tutti i ragazzi che la vedono per la prima volta iniziando la loro avventura alle superiori. Negli anni è divenuta il simbolo del nostro istituto e, in qualche modo, fa molto più che rappresentarci e distinguerci tra le altre scuole pavesi. Il suo nome, Contrasto, si accosta bene a tutti gli studenti della nostra scuola, sia per la quantità di studenti, che porta a contatto persone diversissime tra loro, talvolta facendo nascere nuove amicizie, sia perché il periodo della vita in cui si affrontano le scuole superiori è uno dei più contrastanti nella vita di una persona, sotto vari aspetti: da quelli scolastici, a quelli riguardanti i rapporti con nostri amici e familiari, fino a quelli sentimentali.
In occasione del suo quarantesimo compleanno vogliamo ricordare e rendere omaggio al nostro “Giunto” e al suo scultore Carlo Mo, infatti non dobbiamo dare per scontato ciò che ci circonda, anche se siamo abituati a vederlo, perché i capolavori si nascondono dove meno ce lo aspettiamo.
Che compleanno sarebbe, però, senza una festa?
Insieme alla Dirigente Scolastica, all’insegnante di storia dell’arte e alla nostra classe stiamo pensando di organizzare una “festa di compleanno” all’inizio del prossimo anno scolastico, alla quale, ovviamente, sarete tutti invitati!

Giulia Rampazi 4^Cls , Alberto Vassena 4^Cls

28 gennaio 2019: al Politeama va in scena TREBLINKA

Impersonare un personaggio non è affatto facile, possiamo immaginarlo, ma doversi calare nei panni di un deportato in un campo di concentramento è sicuramente un’impresa ardua che richiede impegno e molta bravura. Per poterci riuscire occorre “vivere l’esperienza”, diventare un tutt’uno con la parte che si è chiamati a rappresentare e venire catapultati, per un momento, nel lontano 1942, anno in cui il campo di sterminio di Treblinka entrò in funzione.Le luci della sala si abbassano e una musica tombale rimbomba tra le pareti. Entrano in scena i cinque protagonisti che, senza preavviso, si esibiscono in una sorta di “coreografia di presentazione” che ha lo scopo di “caratterizzare” i personaggi ed il loro ruolo nella rappresentazione: una ragazza a cui viene tolta la libertà di parola, una donna che deve dire addio al suo sogno di attrice e una giovanissima appassionata di ballo alla quale vengono tarpate le ali fin troppo presto. Il militare delle SS Stangle, direttore del campo, invece, a dispetto della grande carica che ricopre, è combattuto tra la condizione lavorativa che lo costringe a rimanere in quel macabro luogo ed il suo desiderio nascosto di poter tornare a camminare tra le strade della città. L’ultimo personaggio, il nuovo direttore, è un giovane uomo che si dimostra subito consapevole dell’importante compito che gli è stato affidato, dal momento che procede subito con l’ordinare la costruzione di nuove camere a gas. Il “sadico bambolotto” ha anche in mente di far costruire una finta infermeria, in modo che i prigionieri credano di poter ricevere cura e assistenze sanitarie invece che andare incontro, come scopriranno, alla morte certa.

Durante lo spettacolo vengono messi in luce gli aspetti più brutali che caratterizzano la vita dei prigionieri nel campo. In primo luogo vi sono le sofferenze corporee causate dalla scarsità del cibo offerto, come nella scena in cui vengono lanciate a terra delle patate che le ragazze si affrettano a mangiare. La brutalità delle SS può essere invece ritrovata nel non aver nemmeno permesso a queste ultime di poter consumare quel misero pasto che sono state costrette a restituire. Altri aspetti che manifestano la ferocia a cui sono subordinati i prigionieri sono ad esempio lo sfruttamento della condizione femminile, dal momento che le ragazze non solo sono sottoposte ai lavori forzati, ma sono anche costrette a fungere da prostitute

 per le SS.

Durante la rappresentazione, le prigioniere vengono anche a conoscenza della sorte che toccherà loro: Treblinka non è un semplice campo di concentramento, è privo della consueta selezione tra abili e inabili al lavoro: una volta scesi dal treno, la direzione è sempre e solo la morte, e l’unico motivo per il quale alcuni gruppi di prigionieri sono tenuti in vita è il fabbisogno di manodopera per la costruzione di nuove camere a gas.

 

Durante la reclusione, le sofferenze delle prigioniere sono descritte come atroci, insopportabili e sadiche, questo perché gli attori si sono ispirati alla preziosissima testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti allo sterminio di Treblinka, Yankel Yakov Wiernik, che nel suo libro “Un Anno a Treblinka” scrive:
«Gli abitanti di Wòlka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l’intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende,  penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell’anima […] Tre, quattro volte al giorno …»

È con queste stesse parole che l’oppositrice politica descrive la disumana condizione nella quale “vivono” i reclusi. Costretti a patire pene degne dell’inferno, la morte provocata dall’emissione del monossido di carbonio, più lenta e dolorosa rispetto a quella causata dal più diffuso e famigerato Zyklon B. L’utilizzo del già citato gas è inserito al termine dello spettacolo, nella scena in cui la giovane ragazza ebrea va incontro alla sua amara fine.

Nonostante l’altissimo tasso di mortalità del lager di Treblinka, esso non risulta tra i più tristemente famosi, questo perché i sopravvissuti furono più unici che rari, così come le testimonianze in merito alle atrocità commesse. Si stima che le vittime siano state tra le 700.000 e le 900.000 persone, un numero veramente elevatissimo se si considera che il campo rimase in funzione solo per 16 mesi.

A questo punto rimane da domandarsi se le cose raccontate in questa mattinata al cinema Politeama siano vere oppure false. Sicuramente di fronte a certe barbarie risulta più semplice chiudere un occhio e fingere che non sia mai accaduto nulla, ma così facendo dimenticheremmo tutto ciò che la storia ci ha insegnato e, posto che essa si ripeta sempre, almeno in merito ad alcuni avvenimenti faremmo bene ad aver imparato qualcosa.

Perciò, cosa c’era di vero?

Credo che l’unico modo per rispondere sia che tutto ciò che accade in teatro è finto, ma niente è falso.

Chiara Cantù  4 ^ DLS

Inciampare per ricordare

Pavia, 24 Gennaio 2019. Per commemorare la Shoah e le atrocità commesse dal Terzo Reichcontro gli ebrei, è stato rappresentato lo spettacolo ”Inciampare per ricordare”.

Nel suggestivo Salone Teresiano della Biblioteca dell’ Università della nostra città, nomi volti storie di donne e uomini deportati sono diventati inconsapevoli simboli di quello sterminio e a loro hanno reso omaggio Lucia Ferrati e Giuliano Del Sorbo: la prima con la potenza delle parole, il secondo con l’emozione della pittura. L’attrice ha letto testimonianze e documenti storici, recitato prose e poesie di Calamandrei, Calvino, Kolmar, Matacotta, Levi e Ungaretti; il pittore ha realizzato dipinti dal vivo per rievocare le presenze dei protagonisti del nostro passato.
Tra le numerose lettere molto toccanti, scritte nei campi di concentramento dai deportati, ha emozionato ricordare quelle di Clotilde Giannini, nata a Tornaco il 24 dicembre 1903. La donna, oramai consapevole del suo destino, scrisse al marito di non sperare in un possibile ritorno a casa e chiedeva di prendersi cura dei figli; ringraziava infine il marito per l’affetto ricevuto. Durante la narrazione, venivano proiettate fotografie della vittima e messaggi di solidarietà di amici e parenti, spesso toccanti.
Un altro argomento trattato durante la serata è stato la posa delle pietre d’inciampo dedicate a Max Herbert e Sigismondo Bick di cui sono state lette delle testimonianze. Erano arrivati a Landriano il 14 settembre 1941, decidendo di trasferirsi nella campagna pavese perché vicina a Milano, luogo dove avevano vissuto dal 1935 al 1938 e di cui avevano conservato un buon ricordo. Max e Sigmund, o Sigismondo, come era stato ribattezzato dalla gente del posto, erano due fratelli ebrei nati a Monaco, ma che arrivarono a Landriano direttamente dal campo di internamento di Ferramonti, a Tarsia, in provincia di Cosenza. Si trovavano lì perché internati un anno prima per ordine del regime fascista e destinati al soggiorno obbligato nella provincia di Pavia, in quanto non considerati «soggetti particolarmente pericolosi». I fratelli erano dei pittori di professione e lavorarono alla chiesa di San Vittore a Landriano. La sera del 30 novembre 1943 sparirono misteriosamente, all’insaputa di tutti. Si è certi che vennero arrestati e messi su un treno diretto al campo di concentramento di Auschwitz e da Auschwitz i fratelli non fecero più ritorno.
In seguito la narratrice ha ricordato un uomo forte e tenace, che non ha mai mollato: il suo nome era Carlo Pietra. Nato a Torre de’ Negri il 3 marzo 1923 , morì il 14 marzo 2010. Egli si battè contro i nazifascisti militando nella Brigata “Paride” sino a che, nel 1944, fu catturato. Liberatosi, egli tornò nel suo paese e divenne partigiano della Brigata Garibaldi, un simbolo della lotta contro il nazifascismo. Il fratello del partigiano ricorda ancora quando, nel 1945, la speranza di rivedere Carlo sembrava oramai svanita. Ma una notte accadde l’impensabile: sentì un rumore provenire dalle scale; si affacciò, lo vide e scoppiò in lacrime con un’emozione indescrivibile. “Per mio padre è stata davvero dura” dice la figlia di Carlo Pietra, Eralda, che racconta di come il padre sia sopravvissuto alla prigionia grazie ad un operaio della Lancia di cui sappiamo ben poco.
Una cosa però è certa: era sicuramente un uomo di cuore.
Lo spettacolo del 24 gennaio si è concluso infine con l’emozionante pittura dal vivo di Giuliano Del Sorbo che, in pochi attimi e con maestria, davanti agli occhi curiosi degli spettatori, ha dato vita a una gruppo di figure umane, vere e proprie personificazioni della sofferenza e del sacrificio. Partendo da un disegno preparatorio, aggiungendo prima il colore e poi sottraendolo con gesto sicuro e vigoroso, ha fatto emergere dalla materia un’opera d’arte.
L’intenso battere delle mani all’unisono di tutti i presenti concludeva uno spettacolo toccante e nello stesso tempo potente, nell’intento di ricordare a gran voce che ciò che è stato non dovrà mai più accadere!

Lorenzo Tavazzani e Yuri De Santis classe 2^ DLS

IL FUTURO SIAMO NOI

Palestra, fine della seconda ora.

Andiamo negli spogliatoi, ridiamo, alcuni sono nervosi per la verifica che ci attende tra poco.

Improvvisamente, sento gli occhi bruciare. Sarà l’allergia, penso. Ma anche la gola pizzica. Mi guardo intorno e vedo le mie compagne tossire, un paio piangono. Non riesco più a respirare. Qualcuna si è precipitata verso la porta, sta trafficando con il chiavistello, la spalanca: siamo libere.

Anche i ragazzi escono dal loro spogliatoio di corsa.

Per qualche secondo, mi balenano in testa le immagini del film che ho visto ieri sera: un’epidemia, la fine del mondo. Sono troppo fantasiosa, lo so, ma una mia amica sta piangendo e, senza sapere perché, altri urlano per la confusione e io non so più cosa pensare. I bidelli spalancano le porte che danno sul giardino e usciamo. Ho paura di quello che potrebbe attenderci fuori (un’invasione? o siamo solo il divertimento di sadici extraterrestri come nel romanzo di King?); ma quando sento il vento freddo sferzarmi il viso, mi ricredo.

Siamo ancora qui, a Pavia. La mia amata scuola, l’ITIS “G.Cardano”, non è presa d’assedio da un gruppo di alieni. E allora, cos’è successo?

– Peperoncino! – sento urlare.

Come ho fatto a non pensarci prima? Tre giorni fa, ad Ancona, in una discoteca è stato spruzzato dello spray al peperoncino. Grida e panico in un locale che conteneva più gente di quanta avrebbe potuto. Sono morte sei persone, schiacciate dalla massa. Ricordo un video: una folla agitata, la balaustra cede, tutti cadono.

In effetti potrebbe sembrare la scena di un film apocalittico, la gente spaventata a morte, le città che si ribellano ai loro stessi creatori. E invece no. È la realtà.

Sento delle sirene e mi accorgo che sono arrivate delle ambulanze.

– Perché? – chiedo ai miei compagni. – Si è fatto male qualcuno?

– Tre ragazzi sono in codice giallo, ma credo che ne porteranno via un po’. Ma chi è che ha spruzzato lo spray?!

Già, chi?

Un medico mi dice che preferisce portarmi in ospedale, mi vede scossa.

Le porte dell’ambulanza si chiudono e io riesco solo a pensare: chi?

Si dice che la nostra sia una generazione persa, senza ideali. Io non credo. Persino Pasolini ha descritto i giovani della sua epoca come indifferenti, “bruciati”.

Si sentono gli adulti parlare della crisi, della politica indaffarata e affarista, intanto il modo migliore per affrontare questi problemi è non affrontarli, divertirsi finché c’è ancora tempo, proprio come, poco prima della fine del mondo, si cerca di collezionare il maggior numero di ricordi felici possibile per andarsene senza rimpianti. Ma è proprio questo il punto: pensare che le persone siano sull’orlo del baratro e quindi oltrepassare il limite, lasciarsi al degrado per indolenza, contribuire alla decadenza perché rimettere insieme i cocci è difficile, ci si può tagliare.

Per fortuna, non siamo tutti così. E lo dico perché, in quanto adolescente, so di cosa sto parlando.

Come in ogni epoca, anche questa ha i suoi anarchici, ma è ovvio che se a esserlo è un adolescente si punti il dito su qualcosa di nuovo e i cui effetti sono incerti, come i social.

Gli adolescenti sono incollati ai cellulari, vogliono solo i like, si dice. Io non conosco molti ragazzi così. Certo, il cellulare è importante e essenziale oggi; ma, prima di definirli come una sorta di piaga della società, credo ci si debba soffermare un attimo. Anche la TV, all’inizio, era considerato un mezzo di distrazione invece ha contribuito a insegnare e, persino, ad alfabetizzare.

È ovvio che al giorno d’oggi l’emulazione sia ‘su più larga scala’, perché con la televisione e Internet si arriva a conoscenza di più notizie, ma non è mai accaduto che un ragazzo compisse una bravata per imitare qualcuno?

I social, però, contribuiscono a far rimbalzare la notizia da una parte all’altra del globo, e per questo si corre il rischio di credere che gli adolescenti compiano gesti di questo tipo solo per popolarità. Tuttavia, anche se alcuni lo fanno, la maggior parte non si rende neanche conto del peso delle proprie azioni e non pensa minimamente che un tale gesto possa destare tanto scalpore.

Per questo, voglio lanciare un appello ai miei coetanei: se conoscete il responsabile di una qualunque bravata, anche se è un vostro amico o un compagno di classe, denunciatelo.

Non lasciamo che la nostra generazione venga considerata omertosa, additata come la feccia della società. Siamo noi il futuro: gridiamolo.

Roberta Basile classe 3 DLS

Cara scuola ti scrivo…

Quando gli impegni, universitari e non, me lo consentono, torno sempre volentieri in quella che è stata la mia scuola superiore. È una sorta di viaggio nel tempo, per quanto sia impossibile condensare nell’intervallo di un paio d’ore un ventaglio di emozioni che abbraccia cinque lunghi anni.

Dal ragazzino, il primo giorno di scuola, con la camicia a quadretti, seduto al primo banco e già inquadrato dai suoi compagni al primo istante, al maturo studente, con una camicia più seria, che varca l’uscita, per l’ultima volta.

Dall’11 settembre 2011 al 30 giugno 2016: in mezzo, la mente e il corpo che crescono, la (parziale e talvolta mal interpretata) scoperta di se stessi, qualche domanda che non si ha il coraggio di fare e la cui risposta non si ha il coraggio di dare, nemmeno nel buio della propria cameretta. È stato un viaggio lungo, scolasticamente ottimo ma non privo di ostacoli sotto mille altri punti di vista. Mi è servito, parecchio, per essere ciò che oggi sono (a voi il gudizio ultimo).

“Che scuola superiore hai frequentato?” L’ITIS, a Pavia”

Segue un ghigno…

È capitato spesso. E quando accade, difendo sempre il luogo che mi ha formato culturalmente e umanamente, non in preda ad uno slancio di amor di patria per difendere l’indifendibile, ma esponendo senza vanità alcuna i risultati che un’istruzione tecnica mi ha permesso di raggiungere. Certo, non conosco il latino, il greco, la filosofia, ma non ne disprezzo i contenuti. Non snobbo i liceali, anzi, li ammiro. La cultura e il sapere mi hanno sempre affascinato e non è escluso che possa arricchire il mio bagaglio classico più in là, nel corso della mia vita, per mio conto.

Oggi apprendo dai media che la mia scuola è su tutti i giornali. Non per aver vinto un concorso nazionale, non per un’idea che può migliorare la città. Oggi è avvenuto un fatto grave che lascerà il segno nella storia del mio vecchio istituto. Non conosco le vittime, e nemmeno chi possa aver compiuto un atto di tale indecenza (altroché “bravata”) soprattutto alla luce di quanto accaduto a Corinaldo non molte ore fa.

La tragedia che ha segnato la festa dell’Immacolata e lasciato dietro di sé una scia di morti e feriti è stata, a meno di una bizzarra coincidenza, il punto di partenza per quanto successo nella giornata di ieri al Cardano.

Sarà chi di dovere a indagare sulla questione, ad individuare i responsabili e a scegliere le dovute punizioni. Non sarà un like su Facebook, un commento su Instagram, la giustizia fai da te che si nutre di bit e che scavalca puntualmente ogni limite di indignazione o di volontà di esprimere la propria opinione. Da adolescente, da studente, da chi quella scuola l’ha frequentata nelle sue mille sfaccettature, il mio pensiero va ovviamente in primo luogo a chi si è ritrovato coinvolto, ma anche, e non in misura minore, a chi lì dentro, è uno studente, nel senso vero del termine. A chi ha scelto quell’istituto per avere subito un lavoro domani, a chi compie il proprio dovere e magari è pure ritenuto uno “sfigato” per questo.

Penso a questi ragazzi che, così come i professori che trasmettono la loro passione tra quelle mura, e ai quali porgerò la mia eterna riconoscenza, staranno nutrendo un forte sentimento di vergogna in queste ore.

Mi dispiaccio per loro e gli sono sinceramente vicino con il pensiero.

Voi (come se li avessi qui di fronte) non siete e non sarete mai colpevoli per il gesto sconsiderato di qualcuno. Se vi diplomerete con la lode, se diventerete dei bravi ingegneri, se riuscirete a trovare un lavoro che vi soddisfi, non finirete sui giornali, sappiatelo. Ma avrete la testa alta e il cuore sollevato. Chi non è dell’ambiente e segue la vicenda, giudichi pure, esprima il proprio dissenso e la propria rabbia. E’ un fatto che, anche per quanto mi riguarda, non lascia spazio a sensazioni positive. Ma per il bene di molti ragazzi, non generalizziamo. Mai.

Cristian Malinverno
ex studente del Cardano indirizzo Elettrotecnica, ora studente di Ingegneria

Hackathon-Rispetto in Rete

Il 18 ottobre in molte scuole superiori della regione Lombardia si è tenuta una “maratona” chiamata “Hackathon – Rispetto in Rete”, iniziativa promossa dall’Ufficio Scolastico Regionale e dalla Regione Lombardia.

ImmagineLa gara aveva come scopo quello di sensibilizzare i giovani al rispetto nell’ambito dei più comuni contesti di utilizzo della rete: Social Network, Youtube, Videogiochi, Fake News, Web Reputation.

Le squadre (composte da un massimo di quattro alunni) si sono messe in gioco per creare un pittogramma “aumentato” con slogan e/o video sul tema scelto al momento dell’iscrizione.

Noi 4 compagni della 3^AI dell’ITIS “G. Cardano” di Pavia (Lorenzo Caminotto, Ioan Chindris, Matteo Civita e Gabriel Titze) siamo stati partecipi di tale evento, gareggiando per la categoria “Fake News” e, tra piccoli litigi e parecchie risate, ne abbiamo tratto qualcosa di costruttivo. La mattina di quel giorno non sapevamo a cosa stessimo andando incontro, di certo non ci aspettavamo tutto quel lavoro! Abbiamo iniziato con parecchie idee in testa, ma alla fine abbiamo optato per un’animazione fatta al computer, producendo circa una sessantina di disegni a mano con la tavoletta grafica e poi montando il tutto con Premiére. Nonostante il prodotto finale duri solo venticinque secondi, abbiamo impiegato ben nove ore e mezza delle dieci disponibili per portare a termine il lavoro.

Per le prime sei ore lavorare e coordinarsi è stato relativamente semplice ma, dopo tutto quel tempo e senza nulla nello stomaco, la situazione ha cominciato a farsi pesante: per fortuna la prof.ssa Gabutti e il professor Muto ci hanno fatto una sorpresa portandoci qualcosa da mettere sotto i denti!

Ne11l nostro gruppo, però, permaneva un clima teso che ha generato anche alcuni litigi. Quando poi siamo arrivati agli sgoccioli del tempo disponibile, il gruppo si è riunito: abbiamo continuato a lavorare con tutte le nostre forze, sia fisiche che mentali e verso le 17:30 abbiamo finalmente consegnato il prodotto finito che i nostri professori (anzi i dream coaches come sono stati chiamati dagli organizzatori) hanno caricato su drive.

Ripensandoci a mente lucida, concordiamo tutti e quattro che è stata un’esperienza tanto formativa quanto impegnativa, abbiamo anche “assaggiato” una comune giornata di lavoro.

Ricordando sia l’entusiasmo che la fatica, adesso stiamo attendendo le valutazioni della giuria di esperti: in tutta la Lombardia, solo due prodotti per ogni categoria verranno scelti per sfidarsi nella finale che si terrà il 14 novembre prossimo al Pirellone.

In ogni caso ci siamo divertiti e ci siamo misurati con le nostre capacità e il nostro impegno: siamo tutti impazienti di partecipare di nuovo a questo bellissimo progetto l’anno prossimo.

  Lorenzo Caminotto, Ioan Chindris, Matteo Civita, Gabriel Titze 

Classe 3°AI

Università all’estero? Un’opportunità.

Il giorno giovedì 18 ottobre Luca Seresina, ex studente del Cardano Liceo delle Scienze Applicate e ora dottorando in Danimarca presso l’Aalborg University Esbjerg, ha tenuto una conferenza nel nostro istituto.

Lo scopo dell’incontro era spiegare alle classi presenti, per lo più alunni di quarta, le caratteristiche dell’università che frequenta, descriverne aspetti positivi e negativi, delineare un confronto con la sua precedente esperienza universitaria in Italia.

Dopo una breve presentazione della città, delle strutture universitarie presenti e dei servizi offerti, Seresina si è soffermato sulla differenza nel metodo utilizzato per l’apprendimento: in Danimarca raramente si assiste passivamente alla lezione del docente; generalmente viene posto dagli insegnanti un problema a cui gli studenti, in gruppo, devono trovare una soluzione: una sorta di problem solving, insomma.Questo metodo, indicato con le lettere PBL ovvero Problem Based Learning, aiuta a perfezionare la capacità di lavorare in gruppo e di gestire eventuali tensioni e discrepanze tra punti di vista.

Seresina si è poi soffermato sugli aspetti economici dello studio all’estero: l’università danese, infatti, offre agli studenti, cittadini dell’Unione Europea, la possibilità di frequentare gratuitamente la facoltà scelta, cosa che agli occhi degli italiani può sembrare irreale, in quanto nel nostro paese l’iscrizione e lo studio universitario richiedono il pagamento di tasse più o meno alte in rapporto alle fasce di reddito di appartenenza. Anche se non al primo posto in una virtuale classifica mondiale per entità, le tariffe italiane potrebbero comunque scoraggiare, a nostro parere, una fetta di potenziali studenti.

L’agenzia d’accoglienza danese, inoltre, aiuta le matricole ad ambientarsi, seguendo e consigliando i ragazzi neo-arrivati specialmente nel primo periodo: offre un sostegno per integrarsi, per trovare casa ed anche per cercare un impiego che possa essere svolto parallelamente agli studi.

A chi ha intenzione di fare un’esperienza di studio all’estero potrebbero sorgere numerosi dubbi: “Mi ambienterò? Sarò accettato? Mi farò degli amici? Riuscirò a sostenere gli esami con profitto?”

Come ha spiegato Luca, non è difficile ambientarsi tra i danesi perché sono tolleranti e molto aperti alle differenti culture; anzi lui ha trovato semplice abituarsi al loro stile di vita in poco tempo.

Un altro dubbio comune riguarda la lingua: in Danimarca la lingua nazionale è il danese, ma nell’ambiente universitario si parla anche l’inglese, che riduce la distanza fra studenti di nazionalità diverse. La lingua inglese è comunque compresa e usata dalla maggior parte della popolazione: in parte per il fatto che film e programmi vengono trasmessi in lingua originale, in parte per la maggior vicinanza del danese all’inglese o forse anche per la diversa didattica dell’insegnamento delle lingue.

“L’Italia non è sicuramente un paese nel quale è sconsigliato studiare e laurearsi. Anche qui esistono numerose università, alcune delle quali molto prestigiose. Ma svolgere gli studi all’estero è un’opportunità da non sottovalutare!” suggerisce Seresina.

“Oltre alla formazione didattica si possono trarre benefici spendibili anche al di fuori dall’ambito scolastico: l’incontro con una nuova cultura arricchisce lo studente, migliora lo spirito di adattamento e la capacità di mediazione, competenze utili in futuro nell’ambito lavorativo”.

Rachele La Russa, Cristian Perronace, Beatrice Pestoni 4^ DLS

ITIS CARDANO, UNA SCUOLA DI TALENTI

Una sala gremita di studenti. È il 6 giugno e per i ragazzi del Cardano significa che tra soli due giorni inizieranno le vacanze estive, quindi si può ben immaginare l’atmosfera spensierata che si respira. La preside prende in mano il microfono e il brusio si acquieta mentre lei ringrazia i presenti e annuncia con orgoglio che questa giornata è dedicata interamente agli alunni. Due ore rivolte agli studenti più meritevoli, a chi si è messo in gioco dando il tutto per tutto. Insomma, a chi ha tenuto alto il nome del Cardano, anche solo partecipando a competizioni e gare.foto premiazione 2

I premiati, durante queste due ore, sono circa 150, un numero impressionante, anche se va considerato che su una totalità di 1800 studenti essi sono veramente una piccola parte.
Ci scusiamo, comunque, se non tutti i nomi verranno citati.foto premiazione 4
L’iniziativa, quindi, si apre con i fiori all’occhiello della nostra scuola: a Beatrice Affini della 4°AI, infatti, è offerta una borsa di studio per partecipare a dei corsi di alternanza scuola-lavoro in Inghilterra, mentre a Michela Ferrari della 5°BLS e a Davide Murer della 5°DI è data la possibilità di frequentare dei laboratori di microelettronica presso l’università di Boston. Inutile dire che i tre ragazzi sono davvero entusiasti e, giusto per restare in tema con gli Stati Uniti, vengono applauditi come dei giocatori di football al ritorno da una vittoria.

Ma al Cardano si tengono anche numerose iniziative culturali, sia scientifiche che umanistiche, e di queste vengono  premiati i primi classificati: Edoardo Castelnuovo della 2°BLS per i giochi di Anacleto, Rebecca Mordà della classe 4°CLS, per il triennio, nelle olimpiadi di fisica; Gaia Alpegiani della 1°BLS per il biennio e Matteo Verri della 4°CLS per il triennio sono stati i vincitori delle olimpiadi di matematica; Gabor Riccardi della 5°AC, vincitore dei Giochi della chimica nella fase regionale, ha partecipato alla fase nazionale; infine, Giulia Faccini della 2°DLS è stata premiata per aver vinto le olimpiadi di italiano per il biennio nella fase di istituto.

Edoardo Castelnuovo, in particolare, riceve, nel corso delle due ore, ben cinque attestati (giochi di Anacleto, sci, Corripavia, orienteering e nuoto) ed è inutile dire che è il ‘più meritevole’ della giornata.

Ma ci sono anche alcune ‘squadre’: la 2°DLS è premiata per essere arrivata terza alle Olimpiadi di Lettura, attività organizzata per i bienni degli istituti pavesi, così come gli alunni che hanno partecipato a ”Treno della memoria”, che li ha condotti ad Auschwitz per ripercorrere gli avvenimenti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale, e quattro ragazzi della 4°FI secondi alle fasi finali del Management Game.

Anche i giornalisti in erba che hanno pubblicato articoli sulla Provincia Pavese vengono gratificati, insieme ai giovani scrittori partecipanti al concorso indetto per festeggiare i novant’anni di Mino Milani. È bello vedere che anche nella nostra scuola l’amore per la lettura e la scrittura è vivo e non sottovalutato, anche se, come è naturale che sia, le discipline tecnico-scientifiche vengono viste con un occhio di riguardo. È il caso dei tre vincitori di TecnicaMente 2018, organizzato da Adecco, che mira a incentivare la collaborazione tra il mondo del lavoro e una scuola sempre più innovativa.

Rimanendo in tema avveniristico, anche i partecipanti a ‘Presenti al futuro’ hanno avuto il loro meritatissimo momento di gloria: dopo un lungo periodo passato ad imbiancare, pulire e riordinare aule, bagni e giardino dell’istituto rovinati dal tempo e dall’incuria degli studenti, i nostri eroi hanno potuto illustrarci il loro lavoro tramite una presentazione in Power Point e ci hanno fatto capire quanta passione e impegno hanno riversato nel loro progetto. Incontri e riunioni fissati come in una vera e propria impresa, sono stati seguiti con una dedizione che è andata ben oltre il progetto di alternanza scuola-lavoro.

Va invece all’intero istituto il titolo di ‘Scuola sportiva dell’anno’ a livello cittadino, grazie alle innumerevoli competizioni vinte tramite la collaborazione tra studenti e professori. Atletica leggera (Efrem Vietti della 2°DLS e Allen Jonathan della 1°ALS), sci (Beatrice Oliva della 3°ALS), snowboard (Filippo Penso 2°ALS e Rebecca Quagliato della 3°ALS), corsa campestre, orienteering (sia la squadra maschile che quella femminile), nuoto (Riccardo Tomasi della 4°BE), pallamano, Corripavia (di nuovo Allen Jonathan di 1°ALS) e persino scacchi (Ahmetaj Orgen della 4°BE, vincitrice della fase provinciale e capitano della squadra d’istituto) sono le specialità in cui i nostri atleti si sono distinti. Ma in particolare ricordiamo Angelica Prestia della 2°BLS, possibile candidata alle Olimpiadi Giovanili di Rio de  Janeiro, che ha vinto la fase regionale di corsa campestre.

Ovviamente sono stati ringraziati, in qualsiasi attività, anche i numerosissimi partecipanti che hanno mostrato la tenacia e lo spirito competitivo della nostra scuola.

foto premiazione 1E così, accompagnata dalle note di alcuni talentuosi studenti musicisti si chiude la nostra giornata di gloria. Anche se, ne siamo sicuri, non sarà certo l’ultima.

                       Sonia Bazzicalupo, Roberta Basile,
Matteo Sangermano e Davide Invernizzi della 2 ^ DLS