da Venezia… (marzo 2019)

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Il trampoliere dell’Adriatico

Come Atlantide, la città sommersa, si staglia imponente sui fondali dell’oceano, Venezia si erge maestosa sul filo delle acque del mar Adriatico, come per magia, agli occhi di chi 

sbarca sui suoi confini. In realtà l’esistenza degli edifici tanto ammirati dai turisti, dei numerosi vicoli e dei canali che rendono unica Venezia permettendo ai gondolieri di far serpeggiare i visitatori nel cuore stesso dell’intrico urbano è dovuta solamente alla geniale struttura subacquea che sorregge l’intera città: centinaia e centinaia di possenti pali uniti gli uni 

con gli altri attraverso strati di sedimenti formano la punta nascosta dell’iceberg, costituendo uno spettacolo tanto affascinante quanto quello esposto alla luce del sole.

La Serenissima, infatti, fu eretta utilizzando la stessa tecnica riservata alla costruzione di edifici nelle paludi, un sistema chiamato a fondazione indiretta, per cui la zona veniva dapprima solidificata piantando, appunto, dei corti pali appuntiti (in larice o rovere) che arrivavano a raggiungere un strato particolarmente duro e compatto d’argilla detto caranto, situato a una decina di metri sotto lo strato superficiale della laguna.

Questi pali venivano infissi seguendo un andamento multiplo lungo la striscia di terreno sopra la quale si ergevano i muri perimetrali e di spina, sui cui poggiava gran parte del peso dell’edificio; dopodiché, sopra di essi venivano fissati due strati di spesse tavole di legno tra loro incrociate per consentire maggiore stabilità. Infine, su questa struttura venivano poi erette le vere e proprie fondamenta degli edifici costituite da un muro a plinto (con le pareti leggermente inclinate) e da enormi blocchi di pietra d’Istria, fino a superare il livello dell’acqua. In tal modo, solo la parte costituita da questo tipo impermeabile di pietra rimane a contatto con l’acqua salata, mentre la struttura in legno rimane ricoperta dal fango e con il passare del tempo subisce un processo di calcificazione che rende l’intera struttura ancora più stabile.

Ecco quindi perché possiamo definire i pali come la struttura ossea di Venezia, una magnifica sovrana che non si limita a farsi sostenere da queste ossa di legno, ma le usa anche come soldati, per proteggere il suo fluido regno.

Essi infatti fungono anche da segnaletica per le barche che si aggirano nei dintorni della città, in questo caso vengono chiamati briccole.

In ambito lagunare una briccola è generalmente formata da più pali uniti tra di loro all’estremità che fuoriesce dall’acqua per formare una sorta di triangolo; il suo scopo è quello di segnalare alle imbarcazioni il limite della parte più profonda della laguna e delimitare le “strade” per evitare che si arenino o che si verifichino incidenti. Si differenziano da queste, le paline, costituite invece da un unico palo che funge da punto di attracco per i mezzi di navigazione.

Chi va a visitare Venezia non può quindi fare a meno di vedere pali ovunque poggi il suo sguardo: pali, pali, pali, e milioni di pali.

Purtroppo però questi soldatini di legno non potranno nulla contro l’innalzamento del livello delle acque che minaccia sfacciatamente Venezia di farle raggiungere la sua mitologica rivale.

Frutto del riscaldamento globale a sua volta causato dall’aumentare della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, l’aumento del livello dei mari è un fenomeno che minaccia non solo Venezia, ma le terre dell’intero pianeta:

le radiazioni che arrivano a interagire con le acque infatti fanno aumentare la temperatura interna del sistema e l’acqua, scaldandosi, aumenta di volume e di conseguenza occupa più spazio, espandendosi e rischiando così di arrivare a sommergere progressivamente una buona parte delle terre.

Uno scontro epocale che vede da un lato l’incredibile forza della natura e dall’altro un’opera d’arte che domina le acque del golfo veneto. Mentre sopra questi due eserciti pronti a scontrarsi, come un burattinaio, l’uomo osserva il progredire degli eventi e detiene il potere di scegliere se intervenire o lasciare andare tutto alla deriva.

Giulia Faccini, Ludovica Riccio, Sara Filippini 3 DLS

 

Venezia: l’arte del vetro

La produzione vetraria veneziana affonda le sue radici nella storia più antica: un’arte che tocca il suo apice tra il XV e il XIX secolo per poi giungere fino ai giorni nostri. Essa si rifà direttamente a quella già florida di origine romana e bizantina; a dimostrarlo sono le fornaci con frammenti di vetro e tessere di mosaico rinvenute a Torcello in un contesto archeologico risalente al 600-650 d.C. Grazie alla Bolla d’Oro del 1082 dell’ Imperatore Alessio I di Bisanzio sui diritti commerciali di Venezia in Oriente, inizia l’espansione commerciale della Serenissima che la vedrà protagonista negli scambi tra l’Europa continentale, il Mediterraneo e il Medio Oriente. Fondachi e ambascerie permanenti saranno presenti nel Reame di Granada, nel Marocco degli Almoravidi, nell’Egitto fatimide e mamelucco e negli Emirati selgiuchidi del sud-est dell’Anatolia. Agli inizi del XV secolo, in seguito alla caduta della Siria e alla presa di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani nel 1453, e soprattutto grazie alle nuove conquiste della marineria spagnola e portoghese e alla scoperta del continente americano, le rotte commerciali cambiano radicalmente. Il Golfo di Guinea diventa il nuovo polo commerciale dove le navi lusitane prima e poi spagnole, olandesi e inglesi sbarcano le loro merci. Tra queste, le perle di vetro veneziane assunsero una vera e propria funzione di “moneta”: magica, pratica e incorruttibile.

È a questo punto che Venezia diventa la capitale mondiale della produzione e della diffusione di questi preziosi, un monopolio che conserverà per oltre tre secoli.

Eredi dell’arte vetraria alessandrina e romana, gli artigiani della Serenissima non ebbero alcuna difficoltà ad offrire perle di vetro che riproponevano i motivi taumaturgici contenuti in quelle mediorientali che, da secoli, venivano trasportate e commercializzate dalle carovane sahariane provenienti da Egitto, Siria, Persia e, attraverso le vie della seta e dell’ ambra, dall’Estremo Oriente. L’uso di queste decorazioni magiche e misteriose a protezione delle persone affonda le sue radici in una tradizione molto antica, che risale al II millennio a.C. in Mesopotamia per poi arrivare fino ai giorni nostri nonostante la rigida posizione nei confronti degli amuleti da parte delle religioni monoteiste. In Africa, principalmente, l’uso di tali oggetti è talmente radicato da aver dato vita ad un fiorente mercato dove essi sono stati scambiati per secoli con avorio, oro, olio di palma, legname e persino schiavi.

Attualmente questo traffico è ancora piuttosto vivace e poichè i prodotti veneziani risultano troppo costosi, altri Paesi come la Cina, l’India e l’Indonesia hanno raccolto il testimone e stanno riproponendo a costi molto vantaggiosi archetipi veneziani: oggetti che si rifanno a originali islamici, debitori a loro volta di amuleti alessandrini, fenici e mesopotamici.

Inizialmente le vetrerie sorgevano nel nucleo centrale della città; ma, a partire dal 1291, per prevenire i rischi di incendi nel centro di Venezia, le fornaci per la lavorazione del vetro vennero trasferite a Murano, dove la tradizione persiste ancora oggi. Con l’editto dogale promulgato dal doge Tiepolo, l’isola di Murano fu dichiarata vera e propria area industriale e divenne ben presto anche la capitale della produzione vetraria mondiale. A Murano quest’attività si concentrò lungo il Rio dei Vetrai dove tutt’ora sorgono le fornaci più antiche. Ogni anno milioni di turisti visitano l’isola del vetro, affascinati dallo spettacolo di un maestro vetraio che trasforma sotto i loro occhi sabbia, silicio e ossidi di metallo in forme di vetro dai riflessi cangianti e quasi magici.

Dietro questa eterea bellezza, però, c’è il duro lavoro dell’artista che modella il vetro in forme e dimensioni diverse utilizzando varie tecniche, ottenendo colori, incisioni, satinature e quant’altro possa essere realizzato. Sulle tecniche utilizzate è mantenuto il più assoluto segreto, infatti la Serenissima tutelava i propri artigiani vietando l’importazione di vetri stranieri e imponeva agli addetti delle fornaci di non rendere note le procedure di lavorazione e produzione. I maestri vetrai di Murano erano insigniti di un titolo nobiliare e iscritti nel Libro d’Oro delle famiglie patrizie veneziane. Molte opere manifatturiere sono esposte nel Museo del Vetro di Murano, ospitato a Palazzo Giustinian, che illustra egregiamente l’alta specializzazione dell’arte vetraria nel corso del tempo.

Queste tecniche sono tramandate particolare per particolare in modo tale che il vetraio sia un vero e proprio maestro del vetro: è questo il caso di Sandro che, ospitandoci nella sua fornace, ha trasformato davanti ai nostri occhi  l’informe massa incandescente in un cavallo rampante impiegando solo un paio minuti.

L’immagine delle prestigiose vetrerie e dei laboratori artigianali ci restituisce il significato più autentico dell’arte vetraria veneziana: arte antica, con i suoi segreti gelosamente custoditi, unica nella sua perfezione, che ha saputo attraversare i secoli grazie al tramandarsi, di padre in figlio, di metodi e processi.

Marco Di Silvio, Leonardo Larocca, Dario Palmitelli 3DLS

L’artigianato delle maschere

Venezia è conosciuta da tutti come “città sull’acqua”, per la sua totale assenza di mezzi di trasporto terrestri e per la sua storia di capitale marittima; ma dietro a questa “maschera” se ne nascondono altre, di cartapesta e decorate con gemme, tessuti e nastri.

Ne abbiamo notizie dal 1268, anno in cui cominciò la parte documentata della trasgressiva storia delle maschere: fu, infatti, l’anno della prima legge scritta che proibiva ai “mattaccini” mascherati di lanciare uova alle dame.

Negli anni il loro utilizzo ebbe una crescita verticale tanto che gli artigiani, detti “mascherieri”, entrarono in possesso di uno statuto dal 1436 e aprirono le loro botteghe di maschere. Questa produzione manifatturiera può apparire modesta se accostata alla magnifica fabbrica di vetro di Murano, ma a queste dodici botteghe vanno aggiunte le numerose produzioni in nero.

Ci sono due tipi di maschere veneziane: la bauta e la moretta.

La bauta veniva utilizzata da uomini e donne in svariate occasioni, come il Carnevale, Santo Stefano e il Martedì Grasso. Un tabarro nero, bianco o turchino copriva le spalle all’indossatore, mentre una maschera bianca, detta “larva”, cioè fantasma, copriva il volto; ma era fatta in modo da permettere di mangiare e bere mantenendo l’ anonimato. La moretta veniva usata dalle donne. Essa era contornata da veli, velette e cappellini a larghe falde. Veniva indossata grazie a un perno tenuto in bocca, quindi rendeva muta la dama e, di conseguenza, era gradita agli uomini.

All’inizio vigeva la legge “a Carnevale ogni scherzo vale”, quindi i cittadini mascherati potevano agire liberamente, anche contro le leggi o la morale. Alcune volte, però, si oltrepassava il limite e molti furono colti con armi nascoste nel tabarro o, come nei casi delle prostitute, le maschere venivano indossate irregolarmente, nei giorni non festivi. Vennero introdotte multe e sanzioni, anche corporali per i trasgressori.

Si proseguì in questo modo, tra sregolatezza e nuove imposizioni, fino all’epoca della dominazione austriaca, quando le maschere furono ammesse solo in feste private e non più al Carnevale. Un divieto che non poté convivere con l’essenza della città, che, al tempo, viveva ogni giorno con leggerezza, come se fosse un Carnevale.

Ora Venezia avrebbe bisogno di reintrodurre quella gioiosa serenità, perché aiuterebbe gli abitanti a ritornare ad amare la propria città, sia con tanti, che con pochi turisti.

Claudio Clerici, Francesco Trespidi, Donald Koueteu 3 DLS

 

SPRITZ MAFIA E MANDOLINO

Qando si parla di mafia, è di solito l’immagine del buon vecchio Marlon Brando a venirci in mente, con i suoi tipici baffetti, il fiore nel taschino e un gatto sulle ginocchia: il collegamento stereotipato che il nostro cervello fa è mafia uguale Sud Italia, quindi grandi clan dall’accento siculo-partenopeo che ostentano il proprio potere esibendo pacchiani beni di lusso.

E se questo ambiente dal sapore di friarielli e panelle venisse accompagnato da un retrogusto di spritz?

Ebbene sì: persino Venezia, così cristallina, idilliaca, la classica “città cartolina”, non è racchiusa in una sfera di cristallo.

Un segnale lampante di tutto ciò l’abbiamo visto persino durante una semplice gita scolastica: appeso a un balcone affacciato sul Canal Grande, poco prima del Ponte di Rialto, uno striscione citava la scritta “STOP MAFIA VENEZIA E SACRA”.

Dopo qualche ricerca, abbiamo scoperto che lo slogan si trova lì dal 2014, anno dello scandalo Orsoni: dopo l’accusa per corruzione nell’ambito MOSE e nella campagna elettorale del 2010, insieme al sospetto di collusione mafiosa e l’arresto ai domiciliari, il sindaco Giorgio Orsoni era stato scagionato e aveva ripreso possesso del suo studio in Municipio, per poi rassegnare le dimissioni poco dopo.

Del resto, il Veneto non è certo nuovo a realtà di criminalità organizzata: gettando uno sguardo sul passato, piú precisamente al ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso delle regioni dell’Italia nord-orientale era composto da bande coinvolte perlopiù in azioni di microcriminalità.

A Venezia questo ambiente era sviluppato al pari delle altre grandi città italiane e si basava sul contrabbando in particolare di sigarette; dalla metà degli anni ’70 il ben più lucroso traffico di droga cominciò a diventare l’attività principale.

L’arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud.

Verso la fine degli anni settanta si formò, tra le province di Padova e Venezia, una piccola banda dedita principalmente a furti di generi alimentari, di bestiame e di pellame capitanata da Felice Maniero, detto Faccia d’angelo. Inoltre, Maniero strinse alleanze con altre bande venete, come quella dei fratelli Maritan a San Donà di Piave o dei fratelli Rizzi a Venezia. Le attività delinquenziali del gruppo spaziavano dai sequestri di persona alle rapine, dal traffico di sostanze stupefacenti a quello d’armi, dal controllo di bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia al riciclaggio di denaro, fino ad arrivare agli omicidi.

Sviluppatasi negli stessi anni e negli stessi contesti criminali da cui nacquero a Roma la banda della Magliana e a Milano la banda della Comasina, si distinse dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni: è considerata da taluni una vera e propria mafia e per questo è anche soprannominata la quinta Mafia.

Ma la domanda che sorge spontanea è: perché, dopo cinque anni, quello striscione è ancora lì? Il capitolo della mafia veneziana può dire essersi chiuso alla fine degli anni ‘90, nonostante molti arresti siano stati effettuati nel corso del Nuovo Millennio. Quindi, forse, si è deciso di lasciarlo come simbolo, il monito di una triste realtà che, probabilmente, corrode ancora le fragili fondamenta della ormai ben poco Serenissima.

Roberta Basile, Davide Invernizzi , Pietro Reali 3 DLS

 

Corte seconda del “Milion”: quattro passi nell’antico quartiere dei Polo

Marco Polo

Marco Polo nacque a Venezia nel 1254; fu un famoso viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante italiano. La sua famiglia fu un importante membro del patriziato veneziano. Insieme al padre e allo zio viaggiò a lungo in Asia percorrendo la Via della seta e attraversando tutto il continente asiatico fino a raggiungere la Cina. Raccolte sotto il titolo di Divisament dou Monde, le sue memorie di viaggio divennero note, in seguito, come “Il Milione” e ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo. Egli morì nella sua casa veneziana nel 1324.

La corte

A poca distanza daPonte di Rialto abbiamo potuto visitare la Corte seconda del Milion, uno slargo tra le case intorno alla “vera da pozzo”, accompagnati da una guida turistica. L’unico accesso alla corte è il basso sotoportego, così come è solito nelle corti veneziane. Le case cinquecentesche che la circondano sorgono sulle antiche fondamenta di quelle della famiglia Polo, le quali erano solite essere affittate ai mercanti. La Vera da Pozzo è disposta sull’antico pozzo veneziano, eseguito con l’argilla che isolava da infiltrazioni di acqua salmastra e sabbia. Le vere da pozzo avevano funzione di cisterne, così da favorire la raccolta dell’acqua piovana e garantire alla città una riserva d’acqua potabile.

La guida ci ha raccontato che il soprannome di Marco Polo e del sestiere appartenuto alla sua ricchissima famiglia, deriverebbero però non dal libro, ma dal fatto che quando finalmente riuscì a tornare a Venezia, nel 1295, davanti ai parenti increduli, tagliò i suoi vecchi vestiti e ne trasse molti diamanti e pietre preziose. Egli, inoltre, raccontava continuamente ai concittadini le meraviglie che aveva veduto e l’immensa ricchezza del Gran Can, pari a dieci forse quindici milioni in oro. Grazie a questo immenso patrimonio, i veneziani gli posero per cognome messer Marco Milioni.

Paolo Milasi, Filippo Palmeroni , Fabio Piacentini, Matteo Sangermano 3DLS

Il ponte di Calatrava

Venezia è sicuramente una tra le più belle e conosciute città al mondo grazie alla sua unicità dovuta al fatto che è costruita sull’acqua. Sono circa 120 le isolette, sorrette da pali in legno o cemento armato, che costituiscono la base su cui poggia la città; tutte collegate mediante diversi ponti i quali, per un motivo o per l’altro, sono spesso oggetto di critiche da parte di abitanti e turisti. Tra questi il più discusso negli ultimi anni è il ponte di Calatrava, situato nei pressi della stazione di Santa Lucia, il più recente dei quattro ponti che collegano le due sponde del Canal Grande.

Il quarto ponte sul Canal Grande era ritenuto da tempo necessario come collegamento fra piazzale Roma – il capolinea di auto e mezzi pubblici – e la stazione Santa Lucia. La mancanza di un ponte in quella zona della città era evidente da anni, poiché non esisteva un percorso comodo in grado di sostenere l’arrivo giornaliero in città di decina di migliaia di persone, fra turisti, lavoratori e pendolari. 

Il ponte fu progettato alla fine degli anni Novanta dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava, autore di importanti opere in tutto il mondo. Nel 1997 Calatrava donò il suo progetto alla città di Venezia; ma i problemi del ponte iniziarono già in fase di studio preliminare, quando diversi esperti misero in guardia da possibili problemi di staticità. L’approvazione definitiva da parte del comune di Venezia arrivò nel 2001; ma nel 2003, quando iniziò la costruzione, i problemi si ripresentarono. La ditta, incaricata dei lavori, effettuò una verifica del progetto e notò la presenza di alcuni difetti per i quali richiese assistenza allo studio di Calatrava, dando inizio così alla dilatazione dei tempi di costruzione. 

Il ponte fu inaugurato l’11 settembre 2008, dopo sei anni di lavori, a seguito di vari rinvii, dubbi sulla stabilità e polemiche sulla lievitazione dei costi. Esso è chiamato anche Ponte della Costituzione poiché inaugurato nel sessantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione italiana.

Il piano di lavoro mostra un ponte dalla forma arcuata con una campata di 81 metri, larghezza di 6 alla base e 9 al centro per un’altezza di 10 metri al culmine; la struttura è in acciaio e i pavimenti, originariamente in vetro e pietra d’Istria, sono stati in parte sostituiti con lastre in trachite per trovare una soluzione definitiva alle problematiche legate al rischio di inciampo e scivolamento sulle parti vetrate, specie nelle giornate particolarmente umide e piovose.

L’intero progetto, a fine cantiere, è costato circa 11 milioni di euro a cui vanno inoltre aggiunti 1.8 milioni di euro per la realizzazione dell’ovovia per il trasporto disabili che, come spesso purtroppo accade in Italia, non è mai entrata in servizio. Queste spese folli hanno poi spinto la Corte dei Conti ad aprire un’inchiesta conclusasi nel 2015 dato che il giudice “non ha ravvisato colpe gravi”. Sempre la Corte dei Conti ha archiviato anche il processo per presunto danno erariale relativo all’installazione dell’ovovia, dando così il “nullaosta tecnico” per la sua rimozione.

Nonostante l’archiviazione dell’inchiesta ancora oggi il ponte rimane un esempio eclatante di inefficienza e di spreco del denaro pubblico. Come l’ovovia, molte altre opere in Italia, dopo aver ricevuto ingenti finanziamenti, rimangono inutilizzate o addirittura incompiute.

Spesso, inoltre, le problematiche strutturali legate alle infrastrutture emergono alla luce del sole solamente in seguito a fatti gravi: l’esempio più recente è quello del Ponte Morandi il cui crollo ha causato la morte di 43 persone. Insomma, in Italia è sempre la solita solfa: troppe pratiche burocratiche, tangenti, corruzione e a rimetterci sono sempre gli italiani, quelli onesti.

Riccardo Basso, Andrea Bigioggero, Nicolò Di Paola 3 DLS

Celebrazione bicentenario dell’Infinito

Durante la giornata di Martedì 28 Maggio L’infinito di Leopardi ha ripreso vita; celebrato dagli studenti di tutta Italia che, coinvolti in un flash mob nazionale, hanno recitato i versi del componimento. In tale occasione alcune classi dell’I.T.I.S. G.Cardano si sono riunite dinnanzi alla statua di don Enzo Boschetti, presso le sponde del Ticino, per celebrare la ricorrenza dei duecento anni trascorsi dalla realizzazione di uno dei capolavori della letteratura italiana.

Alle 11:30 la classe 2AI ha omaggiato il poeta scomponendo la poesia e scrivendone le parti su più fogli, poi disposti in modo caotico e disordinato così da poter consentire agli alunni appartenenti ad altre classi di riordinarle. Al termine dell’operazione gli studenti si sono cimentati all’unisono in una recitazione dei celebri versi. Tale evento ha permesso ai giovani di avvicinarsi ad uno dei maggiori esponenti della cultura italiana che, con il suo componimento, ha inteso fornire un esempio di vita. L’Infinito che si prospetta oltre la siepe diventa più di un semplice emblema che rappresenta la poesia in tutta la sua spiritualità; esso diviene simbolo del presente. Applicato al contesto moderno Leopardi ci insegna a non soffermarci sulle apparenze, ovvero la siepe, bensì ad andare oltre ricercando ciò che è sconosciuto all’essere umano, ovvero l’infinito.

Come ha affermato il Ministro Marco Bussetti gli studenti hanno il dovere di testimoniare la modernità e l’importanza dell’opera di Leopardi per  il pensiero moderno. La poesia non è un mero esercizio spirituale, ma è una delle forme più potenti con cui l’uomo tenta di dare senso e valore alla vita. La poesia è necessaria, è una delle manifestazioni dello spirito, e la scuola può diventare una sorta di “convivio poetico” in cui il dialogo tra tutte le varie forme della cultura contribuisce alla formazione dei ragazzi.

È in questo modo che il Cardano di Pavia ha voluto omaggiare il ricordo di Giacomo Leopardi fornendo un’occasione ai suoi studenti per avvicinarsi ad una testo capace di segnare nel profondo l’animo umano.

Marco Lossani 4 DLS

Torino: città ricca di storia e arte

Siete mai stati a Torino? Se non lo avete fatto, vi conviene sbrigarvi. Perché? Perché è una città molto interessante sia dal punto di vista storico, dal momento che è stata la nostra prima capitale, sia culturale, perché ricca di monumenti.

Il 10 aprile 2019 la classe 1DLS si è recata, insieme alla 2 DLS e alla 2BLS, a Torino. Arrivati a destinazione, per prima cosa ci si è soffermati ad ammirare Piazza Castello e subito dopo il Palazzo Madama. Nella Piazza Castello, il centro dove si trovano tutti questi palazzi, vi imbatterete in diverse epoche storiche: si parte dall’ingresso dell’antico castrum romano per arrivare allo splendido Palazzo Madama, così chiamato in onore delle grandi duchesse.

Subito osserviamo con l’aiuto delle nostre insegnanti che durante il Medioevo, la porta romana subisce il suo primo cambiamento e diventa difesa della città: vengono chiusi gli archi romani, aperto un nuovo passaggio ed eretto un fortilizio a ridosso delle torri. Nei primi decenni del 1300 la struttura fortificata si trasforma in un castello per mano di Filippo I d’Acaja. Il castello assume l’aspetto che ora coincide con uno dei volti del Palazzo Madama: quattro torri angolari, scale di collegamento tra i

vari piani e, all’interno, una corte circondata da portico. L’occhio del turista viene inoltre catturato, in questo viaggio nel tempo, da tre grandi statue che raffigurano soldati del grande conflitto mondiale che troneggiano davanti all’edificio. 

Camminando attorno a questo meraviglioso palazzo, le classi in posizione centrale hanno potuto ammirare in lontananza la mole Antonelliana, ex sinagoga, attuale sede del museo del cinema, alta 167,5 metri. 

Si è passati poi alla metà del ‘600 godendo la vista di Palazzo Reale, realizzato in tre stili differenti, simbolo della regalità monarchica, ma non è finita qui e immediatamente la nostra attenzione viene attirata da una costruzione risalente all’epoca fascista: la Torre Littoria, palazzo rosso che si trova affiancato a questi meravigliosi edifici. Ancora una volta si ha la sensazione di poter ammirare in un “sol colpo” tante fasi della storia artistica del nostro paese.

Il nostro tour è poi proseguito con la visita alla Real Chiesa di San Lorenzo, opera di Guarino Guarini che presenta una facciata differente rispetto a un santuario classico,

colpisce oltre che per i suoi meravigliosi marmi policromi, utilizzati all’interno, anche perché luogo che ospitò celebri letterati come Torquato Tasso.

Nel primo pomeriggio, la comitiva si è spostata verso Venaria Reale per la visita alla reggia, ciascun gruppo era accompagnato da una guida, che ne spiegava e descriveva accuratamente la storia. Residenza estiva dei Savoia, è diventata oggi uno dei progetti di restauro più grandi d’Europa: dopo un periodo di abbandono di ben 137 anni, le razzie risalenti al periodo napoleonico e gli attacchi dei soldati durante le “grandi guerre” è stata restituita ai cittadini e ai turisti.

La visita ha avuto inizio nella ex limonaia, che ospita un allestimento costituito da una serie di ritratti, non tutti dal vivo, dei vari membri di casa Savoia, secondo quanto la nostra guida competente e accattivante ha sottolineato, la più antica d’Europa. 

Tutto in questa reggia richiama l’idea della caccia, che era un vero e proprio rito: al mattino, c’era l’assemblea del re che serviva a decidere l’animale da cacciare e terminava con un’altra riunione per dividere la preda. Tutto ricorda la caccia come gli arazzi che rappresentavano Diana e Apollo, i quadri e gli affreschi. Le camere private della principessa Ludovica (14 anni) , le stanze del Re

e della Regina e poi il “capolavoro” della Reggia : un corridoio lungo 81 metri (il più lungo d’Europa) che collega le stanze del Re a quelle del Principe composto da 44 finestre e caratterizzato dal colore bianco. Luogo di passeggiate per i nobili nelle giornate in cui i i giardini, simili a quelli di Versailles , non fossero stati fruibili, oggi viene adoperato per feste ed eventi . 

Nella reggia non poteva infine mancare una Cappella reale, dedicata a S. Urto 

protettore della caccia, firmata dall’architetto Juvarra come dimostrano le diverse conchiglie che costituiscono la sua firma personale; vi si celebra oggi una sola funzione all’anno in occasione della festa del santo a cui è dedicata, durante la quale ad essere benedetti non sono solo i cristiani, ma anche i cani. 

 

 

Per noi ragazzi è stata un’esperienza interessante e coinvolgente che sentiamo di consigliare a chiunque abbia voglia di apprezzare le bellezze storico–artistiche che il nostro paese ci offre e che sono in effetti la nostra vera ricchezza. 

 

Chiara Sponziello 1^DLS
Giulia Dal Bello 1^DLS
Ph: Nicolò Anzivino 2^DLS

Quattrocentosettanta “Cittadini a Teatro” scoprono il Fraschini con le visite guidate dei ragazzi dell’’ITIS Cardano

Sabato 6 aprile 2019 si è svolta l’attività “Cittadini a Teatro”, presso il Teatro Fraschini, lo storico edificio di Pavia situato in Corso Strada Nuova. Questa splendida iniziativa ha permesso a ventuno alunni, delle classi terze BLS, CLS e DLS del nostro Istituto, di diventare “guide per un giorno”, grazie anche alla solidale collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e l’Ufficio Scolastico Regionale. Questa attività è inserita tra quelle previste per l’Alternanza scuola/lavoro e consente agli studenti coinvolti di raggiungere 25 ore. Con l’aiuto delle docenti Arisi Rota Anna Paola, Bertoni Giuseppina e Nicifero Giovanna gli alunni si sono preparati, inizialmente con lezioni in classe e successivamente con dei sopralluoghi pomeridiani in teatro, al fine di conoscere l’edificio, la sua storia e le sue caratteristiche.

Nel primo pomeriggio di sabato 6 aprile ci siamo uniti a un gruppo di cittadini e abbiamo preso parte alla visita. Siamo stati ricevuti da due ragazzi, responsabili dell’accoglienza, uno dei quali, una volta raggiunto un numero sufficiente di persone, ha iniziato a illustrare l’ampia facciata del Teatro Fraschini, progettato da Antonio Galli, detto il Bibiena, edificato tra il 1771 e 1773; ci ha poi guidati lungo l’intero percorso, accompagnandoci dai compagni che ci aspettavano nelle diverse postazioni per spiegarci ciascuno una zona del teatro.

Siamo quindi entrati nell’atrio, dove altri studenti ci hanno raccontato la storia originaria del Teatro, voluto da quattro nobili cavalieri pavesi (Conte Francesco Gambarana Beccaria, Marchese Pio Bellisomi,  Marchese Luigi Bellingeri Provera, Conte Giuseppe de’ Giorgi Vistarino) i cui nomi sono riportati su una lastra in marmo. Inoltre ci hanno raccontato la sintesi dei principali restauri, fino all’ultimo intervento durato dal 1983 al 1994, che ha riportato il teatro alle vesti originale del ‘700.

In seguito siamo giunti in platea, dove i ragazzi ci hanno descritto l’architettura interna dell’edifico e  hanno sottolineato come una  rigorosa attenzione all’acustica ha portato il Bibiena a creare una cassa armonica, adattando a tal fine il pavimento e il soffitto. Guardandoci attorno, è stato impossibile non notare i tre ordini di palchi, le cui colonne sono in stile dorico per il primo, ionico per il secondo e corinzio per il terzo. Ad essi è stata aggiunta una tribuna e infine un loggione, riservato agli ascoltatori più esperti dell’epoca.

Il palcoscenico è di dimensioni notevoli e ci è stato spiegato che una parte di esso è mobile, in modo da espanderlo in caso di rappresentazioni particolari, o di abbassarlo per dare spazio alla buca dell’orchestra durante l’Opera. Nella zona dell’arco scenico sono posizionate due statue lignee settecentesche del pavese Forabosco che rappresentano la Musica e la Poesia. L’affresco del soffitto, ad opera dell’artista Bignami, ha un impatto notevole e ci ha colpito per alcuni dettagli.

Abbiamo proseguito la visita salendo le scale, dove altri studenti guide ci hanno spiegato le differenze e le funzioni dei tre ordini di palchi, in passato luoghi della vita nobiliare. Il primo ordine era diviso in palchi e retropalchi, in cui avvenivano ricevimenti e in cui si giocava d’azzardo, infatti le opere teatrali spesso diventavano di secondaria importanza. Le famiglie dimostravano la propria importanza facendo decorare, nel modo più appariscente possibile, il palchetto di loro proprietà. Osservando la planimetria del teatro posta nel corridoio, il gruppo che ci ha guidati in questa postazione ha fatto notare la forma non simmetrica e la pianta a campana usata dal Bibbiena, con una particolare forma a circonferenza unita da due ellissi.

Il secondo ordine si presenta simile al primo, ma ciò che ci ha sorpreso è stata la presenza inusuale di un forno, posto in una zona nascosta del corridoio, usato all’epoca per scaldare le pietanze, in quanto le rappresentazioni duravano molte ore.

Siamo poi giunti nella sala del “ridotto”, lo spazio utilizzato ora come foyer che è stato affrescato dal Bibiena stesso. Ci meravigliano particolarmente l’importante scenografia dipinta a finte architetture e le ampie finestre, dalla quale i nobili spesso si affacciavano per mostrare la propria presenza e rilevanza.

In serata siamo stati informati che un numero sorprendente di persone, circa 470, ha preso parte all’iniziativa. Si trattava soprattutto di pavesi, ma erano presenti anche turisti provenienti da Milano e da Torino. Anche un piccolo gruppo di stranieri ha potuto vedere lo splendore di quest’edifico del’700, e ascoltare una visita guidata, che è stata proposta anche in lingua inglese.

Questa visita ci ha fatto ricordare l’emozione da noi provata lo scorso anno scolastico quando abbiamo partecipato al primo di questi eventi, la manifestazione“Cittadini a Palazzo”, che si è tenuto presso il Palazzo Malaspina. Un’esperienza entusiasmante e istruttiva come quella di sabato pomeriggio.

Infine vi ricordiamo i prossimi appuntamenti per visitare il teatro: il 13 e il 14 aprile, a cura rispettivamente degli Istituti “A. Bordoni” e “A. Volta”.

Adalgisa Perrelli e Davide Barbieri   4^CLS

In treno per la memoria

Alla fine di gennaio, la Preside ha selezionato una delegazione composta da due professoresse e ventitré studenti che avrebbe partecipato al progetto “In treno per la memoria”, progetto di CGIL, CISL e UIL che porta ogni anno studenti, lavoratori e pensionati in un viaggio attraverso Auschwitz, Birkenau e i luoghi più significativi dell’antisemitismo nazista in Polonia.

Quest’esperienza, oltre al viaggio, prevede che le varie scuole partecipanti portino un loro lavoro su un tema, a loro scelta, collegato all’argomento del viaggio: il nostro era un progetto sull’autocrazia, realizzato a partire dal film del regista Dennis Gansel del 2008 intitolato “L’onda”.

Il 22 marzo, quindi, ci siamo ritrovati alla stazione ferroviaria di Pavia attorno alle 10:00, dovendo arrivare a Milano Centrale alle 12:30 per poi partire alle 13:00 dal binario 21.

Una volta a Milano, abbiamo trovato tutti gli altri partecipanti, divisi per “delegazioni” in base alla loro provincia di provenienza (noi eravamo quindi la delegazione di Pavia).

Poco dopo, però, ci è stato comunicato che c’era stato un guasto al locomotore del nostro treno, che ha causato un ritardo, inizialmente di due ore, poi salito addirittura a cinque.

Pensate che questa notizia ha fatto talmente tanto rumore che, se cercate “Treno della memoria guasto” su Google, trovate anche delle nostre fotografie.

Per impegnare questa lunga attesa, gli organizzatori si sono accordati con il vicino museo del binario 21 e ci hanno invitati a visitarlo.

Qui abbiamo trovato un treno merci, uno di quelli usati per trasportare i prigionieri: il treno aveva alcuni vagoni, molto piccoli e bui, nei quali si faticava a stare in poco meno di dieci insieme. Oltre al treno, un’altra installazione prevedeva delle targhe nel terreno con scritte che indicavano le date e i tragitti dei treni partiti da quel binario, di fronte uno schermo riportava i nomi dei primi deportati.

Quando siamo ritornati dal museo, il treno è arrivato e quindi siamo finalmente potuti salire.

Ci è stato consegnato un cestino a testa contenente la cena, la colazione e anche un tesserino di riconoscimento, che ci sarebbe servito a Cracovia.

Abbiamo quindi affrontato le nostre 22 ore di viaggio, di cui la metà senza energia elettrica e la notte addirittura con l’aria condizionata accesa.

Il pomeriggio del secondo giorno, finalmente, siamo arrivati a Cracovia e siamo immediatamente saliti sul bus che ci ha portato a visitare il quartiere ebraico di Kazimierz e il ghetto ebraico di Podgorze.

Nel primo abbiamo visto le sinagoghe, i bagni rituali e tutti i simboli che indicano la presenza della comunità ebraica (Kazimierz è infatti il primo insediamento ebraico a Cracovia); nel secondo, invece, siamo stati accolti da un tappeto di sedie, una per ogni migliaia di ebrei rastrellati dai nazisti.

La guida ci ha raccontato la storia della farmacia “Sotto l’aquila”, gestita in epoca nazista dall’unico non ebreo del ghetto, che aiutava gli ebrei a sopravvivere fornendo loro medicinali e tranquillanti.

I tranquillanti servivano anche ad addormentare i bambini per poterli portare nel vicino campo di lavoro forzato, senza che i Tedeschi se ne accorgessero.memoria2

La mattina del terzo giorno abbiamo visitato Auschwitz, dove siamo stati accolti dai resti di un vecchio binario, oggi utilizzato come marciapiede.

Una guida del campo ci ha portati attraverso i vari blocchi di Auschwitz, al cui interno c’erano delle immagini agghiaccianti: oltre al tristemente famoso cancello sopra il quale si trova la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), abbiamo visto fotografie di alcuni prigionieri trovati il 27 gennaio 1945, ridotti pelle ed ossa a causa della denutrizione, oggetti requisiti ai prigionieri, tra cui valigie, pettini, stoviglie, scarpe, vestiti, protesi, capelli. Sì, capelli, che poi furono usati per realizzare le uniformi per i generali tedeschi. Continua a leggere In treno per la memoria

Viaggio di istruzione a Napoli

INFOGRAFICA

Dal caffè sospeso al teatro inglobato: un viaggio tra i vicoli di Napoli

Un detto italiano recita “vedi Napoli e poi muori”, ma dopo cinque giorni trascorsi in questa città, credo che chiunque sarebbe d’accordo sul fatto che in questa città molto è dal caffèdegno di essere vissuto.

Il centro di Napoli è un’avventura che non ha nulla a che fare con una passeggiata a Milano; si comincia dallo slalom tra i motorini che sfrecciano tra le persone e ci si perde nelle tante vie affollate di negozi, bar e pizzerie.

Proprio in queste vie, in questi bar, è comune un’iniziativa sconosciuta nel resto del mondo: regalare un caffè al prossimo.

Il caffè sospeso è in realtà un’usanza nata a Napoli durante la Seconda Guerra Mondiale: per solidarietà in un momento critico della storia italiana, chi poteva, pagava alla cassa il proprio caffè e ne aggiungeva un altro da lasciare in sospeso, destinato a chiunque lo chiedesse. Negli attuali anni di crisi economica l’iniziativa è stata ripresa, e si è diffusa in altre città della penisola, offrendo agli italiani un motivo concreto per essere orgogliosi del proprio paese. Negli ultimi tempi hanno aderito anche tre bar all’estero, uno in Spagna, uno in Svezia e uno in Brasile. L’idea ha addirittura valicato i confini dei bar: si fa anche in una pizzeria napoletana, e nei negozi di una catena di librerie, la Feltrinelli, che offre così aiuto gratuito anche alla mente di chi è in difficoltà.Napoli sott3

Continuando la passeggiata in questo pittoresco contesto, a pochi passi da Via dei Tribunali, non lontano da San Gregorio Armeno e dall’entrata di Napoli Sotterranea, c’è Napoli sott2un piccolo appartamento a livello stradale, all’interno del quale, è possibile visitare un sito affascinante, considerando che è stato inglobato dai palazzi circostanti: i resti dell’antico Teatro Romano, anche conosciuto come Teatro di Nerone. Una volta entrati nell’appartamento, ci si ritrova in una normale camera da letto; ma, spostando il letto, una botola permette l’accesso alla parte di teatro visitabile: questa consiste in ciò che resta della Summa Cavea, ovvero l’anello superiore del teatro, dove è possibile ammirare la parte anteriore del palcoscenico rivestito di opus reticulatum. Con un po’ di fantasia si può immaginare anche il resto del teatro, ormai inglobato dai caseggiati moderni.

Napoli è una realtà a sé, ed è molto più di come la dipingono, è molto più di paranzini e spazzatura: Napoli è mistero ed avventure tutte da scoprire.

Beatrice Pestoni, 3^DLS

Napoli tra miti e superstizioni

Napoli, fin dai tempi antichi, vanta una straordinaria raccolta popolare di miti e superstizioni.

La più famosa è la leggenda della sirena Parthenope che approdò a Castel dell’Ovo, diventando la dea protettrice della città.

Su tale luogo vi è una credenza popolare: si pensa che il poeta Virgilio vi abbia nascosto un uovo magico in grado di proteggere tutti gli abitanti di Napoli dalle sventure. Continua a leggere Viaggio di istruzione a Napoli

Piogge acide

Le piogge acide sono un fenomeno che si verifica in conseguenza della presenza di alcuni ossidi gassosi presenti in atmosfera  che con la caduta di acqua si sciolgono, rendendo il pH acido.

Recentemente un team di studiosi dell’università di Cambridge ha svolto una ricerca sugli effetti dannosi delle piogge acide sulle acque lacustri in seguito al fatto che negli ultimi anni alcuni laghi del Canada  hanno subito una gelificazione delle acque superficiali, provocata dalle piogge acide.

La caduta di acqua, miscelata ad ossidi ed anidridi (SO2, NO, NO2, CO2) presenti in atmosfera, genera una miscela che al contatto con la superficie ha come effetto l’eliminazione dei depositi di calcio presenti nel terreno; quando si verifica questo evento in prossimità di un lago, l’effetto che ne consegue è il declino di una parte della popolazione batterica dell’ecosistema (in particolare ne sono soggetti alcuni plancton ricchi di calcio come la Daphnia, note come pulci d’acqua), e la proliferazione di altre specie come Holopedium Gibberum, uno zooplancton che non necessita di calcio e che ha una consistenza gelatinosa.

I danni apportati all’ecosistema del lago non sono facilmente reversibili fino a che si verificherà un nuovo aumento della concentrazione di calcio dovuto all’erosione naturale delle rocce presenti nel sottosuolo.piogge1

Monossido di carbonio

Il monossido di carbonio ha formula CO e si forma in conseguenza ad una combustione incompleta, ad esempio in un motore a scoppio a benzina o in un sistema di riscaldamento domestico.

Il CO è fortemente tossico per l’uomo dato che  ha una forte affinità con piogge2l’emoglobina e prende il posto dell’O2, provocando nelle vittime del monossido di carbonio un colorito rosso causato dalla reazione con il pigmento del sangue.

Molti processi industriali comportano la formazione di monossido di carbonio: la formazione dell’acciaio tramite la reazione di carbon coke e minerali di ferro, la distillazione del petrolio; anche la produzione di carta e legno produce come scarto CO dovuto al recupero di prodotti chimici pregiati.

Nella città la principale causa di emissioni di CO è il traffico: le automobili quando sono costrette a lavorare a bassi regimi producono molto CO che ovviamente si sparge per le strade e viene respirata dalle persone. La prolungata esposizione può comportare prima problemi psico-motori e può portare, dopo periodi di esposizione medio lunghi, al coma per asfissia e poi alla morte. Continua a leggere Piogge acide

Particulate Matter: tanto piccolo ma quanto invasivo?

Recentemente sono stati stabiliti, in alcune città italiane del nord, blocchi del traffico in determinate fasce orarie per veicoli Euro 3 e Euro 4, oltre a divieti di utilizzo di sistemi di riscaldamento a legna e stufe di classe energetica inferiore alle 3 stelle. Tutto ciò a causa del superamento del limite di 50 microgrammi per metro cubo di polveri sottili PM10, ma cos’è il PM10?

Il PM10(Particulate Matter 10µm) è un materiale particolato con dimensione inferiore o uguale a 10 micrometri. Esso è composto da materiale carbonioso, composti organici e metalli in tracce, oltre che da gas assorbiti sulle particelle.

Oltre al PM10, è considerato un potente inquinante anche il PM2,5. La differenza consiste nella minor dimensione del particolato che raggiunge una dimensione massima di 2,5 micrometri.articolopm10

Ma qual è la causa della sua produzione?

L’origine del particolato può essere naturale attraverso incendi, eruzioni vulcaniche e diffusione del polline o artificiale attraverso l’impiego dei combustibili fossili in vari ambiti.

Esso viene misurato con l’impiego di una sonda che, tramite un filtro, determina la grandezza delle particelle. Continua a leggere Particulate Matter: tanto piccolo ma quanto invasivo?

I NEMICI CHE UCCIDONO LENTAMENTE

CHE COSA SONO?

Le diossine sono dei composti organici ovvero composti formati prevalentemente da atomi di carbonio legati ad atomi di idrogeno.

Esistono in totale 75 congeneri di diossine che si distinguono per il numero e la posizione degli atomi di cloro che formano le loro molecole.

Alcune delle principali proprietà di queste molecole sono:

  • semivolatilità;
  • termostabilità;
  • insolubilità in acqua;
  • resistenza alla degradazione chimica e biologica.

Sono sostanze che rimangono a lungo sparse nell’ambiente, pertanto nel tempo tendono ad agglomerarsi nei tessuti degli organi dell’uomo e degli animali.

COME SI PRODUCONO?

Le principali fonti di produzione in Italia sono gli inceneritori delle industrie siderurgiche, metallurgiche, del vetro e della ceramica. In modo meno invasivo abbiamo un rilascio di diossine anche nel fumo delle sigarette. L’uomo, inoltre, può assumere queste sostanze tramite l’inalazione di polvere e attraverso il suo contatto; recenti studi, tuttavia, hanno evidenziato che circa il 95% dell’esposizione alle diossine avviene attraverso cibi contaminati.

GLI EFFETTI DELLE DIOSSINE

Le diossine sono cancerogene e come tali, a concentrazione elevata, possono provocare diversi tumori, in particolare cancro al fegato, alla mammella, linfomi, malattie della tiroide, diabete e danni al sistema immunitario, emopoietico e riproduttivo. Un’altra manifestazione tipica dell’intossicazione da diossina è la cloracne che è molto simile all’acne giovanile.

L’effetto più drammatico delle alterazioni del sistema riproduttivo è stata la nascita di numerosi bambini malformati.

La pericolosità della diossina è accresciuta dalla lunga persistenza negli ecosistemi.

DA SEVESO… Continua a leggere I NEMICI CHE UCCIDONO LENTAMENTE

L’AMIANTO, UN KILLER SILENZIOSO

COS’È? PERCHÉ È DANNOSO PER LA SALUTE?

Ormai quotidianamente sentiamo parlare, nei telegiornali e su tutte le testate giornalistiche, di amianto e dei suoi possibili danni alla nostra salute.

Ma cos’è veramente l’amianto?

L’amianto, detto anche asbesto, è un minerale naturale a struttura microcristallina e di aspetto fibroso appartenente alla classe chimica dei silicati. Si ottiene a seguito di un’attività estrattiva e il suo nome deriva dalla parola Asbesto che, tradotto dal latino, significa “Che non si spegne mai”; infatti, l’amianto ha la caratteristica particolare di avere un’elevata resistenza termica all’azione di agenti chimici, alla trazione e all’usura. Inoltre è facilmente lavorabile e miscelabile con altre sostanze (di solito cemento).

Queste ed altre proprietà, legate ad un basso costo di produzione, hanno permesso all’amianto di essere utilizzato in svariate modalità e situazioni.

È molto utilizzato nel campo dell’edilizia, dell’industria e dei trasporti, in forme che possono variare da tubazioni a coperture di edifici industriali.

In Italia è stato usato tra il 1960 e il 1990, in corrispondenza del boom economico registrato nel nostro paese.

Nel 1992 (Legge n. 257/1992) venne vietata la produzione e il commercio di manufatti contenente amianto, perché considerato dannoso per la salute umana.

Infatti l’inalazione prolungata di asbesto può causare l’asbestosi (reazione infiammatoria da corpo estraneo) o addirittura il tumore ai polmoni.

BONIFICA E SMALTIMENTO

La bonifica e lo smaltimento può avvenire utilizzando tre metodiche:

  • rimozione, eliminare materialmente la fonte di rischio;

  • incapsulamento, impregnare il materiale con l’uso di prodotti penetranti e ricoprenti;

  • confinamento, installare delle barriere in modo da isolare l’inquinante dall’ambiente.

Alcune ricercatrici dell’università di Torino hanno forse scoperto un metodo per decontaminare i suoli ricchi di asbesto. Hanno infatti notato che alcuni funghi del suolo riescono ad assorbire il ferro dall’asbesto stesso, rendendo le minuscole particelle molto meno pericolose. L’asbesto infatti è estremamente pericoloso perché il ferro, contenuto nelle minuscole particelle, provoca la comparsa di radicali liberi. Continua a leggere L’AMIANTO, UN KILLER SILENZIOSO