IL FUTURO SIAMO NOI

Palestra, fine della seconda ora.

Andiamo negli spogliatoi, ridiamo, alcuni sono nervosi per la verifica che ci attende tra poco.

Improvvisamente, sento gli occhi bruciare. Sarà l’allergia, penso. Ma anche la gola pizzica. Mi guardo intorno e vedo le mie compagne tossire, un paio piangono. Non riesco più a respirare. Qualcuna si è precipitata verso la porta, sta trafficando con il chiavistello, la spalanca: siamo libere.

Anche i ragazzi escono dal loro spogliatoio di corsa.

Per qualche secondo, mi balenano in testa le immagini del film che ho visto ieri sera: un’epidemia, la fine del mondo. Sono troppo fantasiosa, lo so, ma una mia amica sta piangendo e, senza sapere perché, altri urlano per la confusione e io non so più cosa pensare. I bidelli spalancano le porte che danno sul giardino e usciamo. Ho paura di quello che potrebbe attenderci fuori (un’invasione? o siamo solo il divertimento di sadici extraterrestri come nel romanzo di King?); ma quando sento il vento freddo sferzarmi il viso, mi ricredo.

Siamo ancora qui, a Pavia. La mia amata scuola, l’ITIS “G.Cardano”, non è presa d’assedio da un gruppo di alieni. E allora, cos’è successo?

– Peperoncino! – sento urlare.

Come ho fatto a non pensarci prima? Tre giorni fa, ad Ancona, in una discoteca è stato spruzzato dello spray al peperoncino. Grida e panico in un locale che conteneva più gente di quanta avrebbe potuto. Sono morte sei persone, schiacciate dalla massa. Ricordo un video: una folla agitata, la balaustra cede, tutti cadono.

In effetti potrebbe sembrare la scena di un film apocalittico, la gente spaventata a morte, le città che si ribellano ai loro stessi creatori. E invece no. È la realtà.

Sento delle sirene e mi accorgo che sono arrivate delle ambulanze.

– Perché? – chiedo ai miei compagni. – Si è fatto male qualcuno?

– Tre ragazzi sono in codice giallo, ma credo che ne porteranno via un po’. Ma chi è che ha spruzzato lo spray?!

Già, chi?

Un medico mi dice che preferisce portarmi in ospedale, mi vede scossa.

Le porte dell’ambulanza si chiudono e io riesco solo a pensare: chi?

Si dice che la nostra sia una generazione persa, senza ideali. Io non credo. Persino Pasolini ha descritto i giovani della sua epoca come indifferenti, “bruciati”.

Si sentono gli adulti parlare della crisi, della politica indaffarata e affarista, intanto il modo migliore per affrontare questi problemi è non affrontarli, divertirsi finché c’è ancora tempo, proprio come, poco prima della fine del mondo, si cerca di collezionare il maggior numero di ricordi felici possibile per andarsene senza rimpianti. Ma è proprio questo il punto: pensare che le persone siano sull’orlo del baratro e quindi oltrepassare il limite, lasciarsi al degrado per indolenza, contribuire alla decadenza perché rimettere insieme i cocci è difficile, ci si può tagliare.

Per fortuna, non siamo tutti così. E lo dico perché, in quanto adolescente, so di cosa sto parlando.

Come in ogni epoca, anche questa ha i suoi anarchici, ma è ovvio che se a esserlo è un adolescente si punti il dito su qualcosa di nuovo e i cui effetti sono incerti, come i social.

Gli adolescenti sono incollati ai cellulari, vogliono solo i like, si dice. Io non conosco molti ragazzi così. Certo, il cellulare è importante e essenziale oggi; ma, prima di definirli come una sorta di piaga della società, credo ci si debba soffermare un attimo. Anche la TV, all’inizio, era considerato un mezzo di distrazione invece ha contribuito a insegnare e, persino, ad alfabetizzare.

È ovvio che al giorno d’oggi l’emulazione sia ‘su più larga scala’, perché con la televisione e Internet si arriva a conoscenza di più notizie, ma non è mai accaduto che un ragazzo compisse una bravata per imitare qualcuno?

I social, però, contribuiscono a far rimbalzare la notizia da una parte all’altra del globo, e per questo si corre il rischio di credere che gli adolescenti compiano gesti di questo tipo solo per popolarità. Tuttavia, anche se alcuni lo fanno, la maggior parte non si rende neanche conto del peso delle proprie azioni e non pensa minimamente che un tale gesto possa destare tanto scalpore.

Per questo, voglio lanciare un appello ai miei coetanei: se conoscete il responsabile di una qualunque bravata, anche se è un vostro amico o un compagno di classe, denunciatelo.

Non lasciamo che la nostra generazione venga considerata omertosa, additata come la feccia della società. Siamo noi il futuro: gridiamolo.

Roberta Basile classe 3 DLS

Cara scuola ti scrivo…

Quando gli impegni, universitari e non, me lo consentono, torno sempre volentieri in quella che è stata la mia scuola superiore. È una sorta di viaggio nel tempo, per quanto sia impossibile condensare nell’intervallo di un paio d’ore un ventaglio di emozioni che abbraccia cinque lunghi anni.

Dal ragazzino, il primo giorno di scuola, con la camicia a quadretti, seduto al primo banco e già inquadrato dai suoi compagni al primo istante, al maturo studente, con una camicia più seria, che varca l’uscita, per l’ultima volta.

Dall’11 settembre 2011 al 30 giugno 2016: in mezzo, la mente e il corpo che crescono, la (parziale e talvolta mal interpretata) scoperta di se stessi, qualche domanda che non si ha il coraggio di fare e la cui risposta non si ha il coraggio di dare, nemmeno nel buio della propria cameretta. È stato un viaggio lungo, scolasticamente ottimo ma non privo di ostacoli sotto mille altri punti di vista. Mi è servito, parecchio, per essere ciò che oggi sono (a voi il gudizio ultimo).

“Che scuola superiore hai frequentato?” L’ITIS, a Pavia”

Segue un ghigno…

È capitato spesso. E quando accade, difendo sempre il luogo che mi ha formato culturalmente e umanamente, non in preda ad uno slancio di amor di patria per difendere l’indifendibile, ma esponendo senza vanità alcuna i risultati che un’istruzione tecnica mi ha permesso di raggiungere. Certo, non conosco il latino, il greco, la filosofia, ma non ne disprezzo i contenuti. Non snobbo i liceali, anzi, li ammiro. La cultura e il sapere mi hanno sempre affascinato e non è escluso che possa arricchire il mio bagaglio classico più in là, nel corso della mia vita, per mio conto.

Oggi apprendo dai media che la mia scuola è su tutti i giornali. Non per aver vinto un concorso nazionale, non per un’idea che può migliorare la città. Oggi è avvenuto un fatto grave che lascerà il segno nella storia del mio vecchio istituto. Non conosco le vittime, e nemmeno chi possa aver compiuto un atto di tale indecenza (altroché “bravata”) soprattutto alla luce di quanto accaduto a Corinaldo non molte ore fa.

La tragedia che ha segnato la festa dell’Immacolata e lasciato dietro di sé una scia di morti e feriti è stata, a meno di una bizzarra coincidenza, il punto di partenza per quanto successo nella giornata di ieri al Cardano.

Sarà chi di dovere a indagare sulla questione, ad individuare i responsabili e a scegliere le dovute punizioni. Non sarà un like su Facebook, un commento su Instagram, la giustizia fai da te che si nutre di bit e che scavalca puntualmente ogni limite di indignazione o di volontà di esprimere la propria opinione. Da adolescente, da studente, da chi quella scuola l’ha frequentata nelle sue mille sfaccettature, il mio pensiero va ovviamente in primo luogo a chi si è ritrovato coinvolto, ma anche, e non in misura minore, a chi lì dentro, è uno studente, nel senso vero del termine. A chi ha scelto quell’istituto per avere subito un lavoro domani, a chi compie il proprio dovere e magari è pure ritenuto uno “sfigato” per questo.

Penso a questi ragazzi che, così come i professori che trasmettono la loro passione tra quelle mura, e ai quali porgerò la mia eterna riconoscenza, staranno nutrendo un forte sentimento di vergogna in queste ore.

Mi dispiaccio per loro e gli sono sinceramente vicino con il pensiero.

Voi (come se li avessi qui di fronte) non siete e non sarete mai colpevoli per il gesto sconsiderato di qualcuno. Se vi diplomerete con la lode, se diventerete dei bravi ingegneri, se riuscirete a trovare un lavoro che vi soddisfi, non finirete sui giornali, sappiatelo. Ma avrete la testa alta e il cuore sollevato. Chi non è dell’ambiente e segue la vicenda, giudichi pure, esprima il proprio dissenso e la propria rabbia. E’ un fatto che, anche per quanto mi riguarda, non lascia spazio a sensazioni positive. Ma per il bene di molti ragazzi, non generalizziamo. Mai.

Cristian Malinverno
ex studente del Cardano indirizzo Elettrotecnica, ora studente di Ingegneria

Hackathon-Rispetto in Rete

Il 18 ottobre in molte scuole superiori della regione Lombardia si è tenuta una “maratona” chiamata “Hackathon – Rispetto in Rete”, iniziativa promossa dall’Ufficio Scolastico Regionale e dalla Regione Lombardia.

ImmagineLa gara aveva come scopo quello di sensibilizzare i giovani al rispetto nell’ambito dei più comuni contesti di utilizzo della rete: Social Network, Youtube, Videogiochi, Fake News, Web Reputation.

Le squadre (composte da un massimo di quattro alunni) si sono messe in gioco per creare un pittogramma “aumentato” con slogan e/o video sul tema scelto al momento dell’iscrizione.

Noi 4 compagni della 3^AI dell’ITIS “G. Cardano” di Pavia (Lorenzo Caminotto, Ioan Chindris, Matteo Civita e Gabriel Titze) siamo stati partecipi di tale evento, gareggiando per la categoria “Fake News” e, tra piccoli litigi e parecchie risate, ne abbiamo tratto qualcosa di costruttivo. La mattina di quel giorno non sapevamo a cosa stessimo andando incontro, di certo non ci aspettavamo tutto quel lavoro! Abbiamo iniziato con parecchie idee in testa, ma alla fine abbiamo optato per un’animazione fatta al computer, producendo circa una sessantina di disegni a mano con la tavoletta grafica e poi montando il tutto con Premiére. Nonostante il prodotto finale duri solo venticinque secondi, abbiamo impiegato ben nove ore e mezza delle dieci disponibili per portare a termine il lavoro.

Per le prime sei ore lavorare e coordinarsi è stato relativamente semplice ma, dopo tutto quel tempo e senza nulla nello stomaco, la situazione ha cominciato a farsi pesante: per fortuna la prof.ssa Gabutti e il professor Muto ci hanno fatto una sorpresa portandoci qualcosa da mettere sotto i denti!

Ne11l nostro gruppo, però, permaneva un clima teso che ha generato anche alcuni litigi. Quando poi siamo arrivati agli sgoccioli del tempo disponibile, il gruppo si è riunito: abbiamo continuato a lavorare con tutte le nostre forze, sia fisiche che mentali e verso le 17:30 abbiamo finalmente consegnato il prodotto finito che i nostri professori (anzi i dream coaches come sono stati chiamati dagli organizzatori) hanno caricato su drive.

Ripensandoci a mente lucida, concordiamo tutti e quattro che è stata un’esperienza tanto formativa quanto impegnativa, abbiamo anche “assaggiato” una comune giornata di lavoro.

Ricordando sia l’entusiasmo che la fatica, adesso stiamo attendendo le valutazioni della giuria di esperti: in tutta la Lombardia, solo due prodotti per ogni categoria verranno scelti per sfidarsi nella finale che si terrà il 14 novembre prossimo al Pirellone.

In ogni caso ci siamo divertiti e ci siamo misurati con le nostre capacità e il nostro impegno: siamo tutti impazienti di partecipare di nuovo a questo bellissimo progetto l’anno prossimo.

  Lorenzo Caminotto, Ioan Chindris, Matteo Civita, Gabriel Titze 

Classe 3°AI

Università all’estero? Un’opportunità.

Il giorno giovedì 18 ottobre Luca Seresina, ex studente del Cardano Liceo delle Scienze Applicate e ora dottorando in Danimarca presso l’Aalborg University Esbjerg, ha tenuto una conferenza nel nostro istituto.

Lo scopo dell’incontro era spiegare alle classi presenti, per lo più alunni di quarta, le caratteristiche dell’università che frequenta, descriverne aspetti positivi e negativi, delineare un confronto con la sua precedente esperienza universitaria in Italia.

Dopo una breve presentazione della città, delle strutture universitarie presenti e dei servizi offerti, Seresina si è soffermato sulla differenza nel metodo utilizzato per l’apprendimento: in Danimarca raramente si assiste passivamente alla lezione del docente; generalmente viene posto dagli insegnanti un problema a cui gli studenti, in gruppo, devono trovare una soluzione: una sorta di problem solving, insomma.Questo metodo, indicato con le lettere PBL ovvero Problem Based Learning, aiuta a perfezionare la capacità di lavorare in gruppo e di gestire eventuali tensioni e discrepanze tra punti di vista.

Seresina si è poi soffermato sugli aspetti economici dello studio all’estero: l’università danese, infatti, offre agli studenti, cittadini dell’Unione Europea, la possibilità di frequentare gratuitamente la facoltà scelta, cosa che agli occhi degli italiani può sembrare irreale, in quanto nel nostro paese l’iscrizione e lo studio universitario richiedono il pagamento di tasse più o meno alte in rapporto alle fasce di reddito di appartenenza. Anche se non al primo posto in una virtuale classifica mondiale per entità, le tariffe italiane potrebbero comunque scoraggiare, a nostro parere, una fetta di potenziali studenti.

L’agenzia d’accoglienza danese, inoltre, aiuta le matricole ad ambientarsi, seguendo e consigliando i ragazzi neo-arrivati specialmente nel primo periodo: offre un sostegno per integrarsi, per trovare casa ed anche per cercare un impiego che possa essere svolto parallelamente agli studi.

A chi ha intenzione di fare un’esperienza di studio all’estero potrebbero sorgere numerosi dubbi: “Mi ambienterò? Sarò accettato? Mi farò degli amici? Riuscirò a sostenere gli esami con profitto?”

Come ha spiegato Luca, non è difficile ambientarsi tra i danesi perché sono tolleranti e molto aperti alle differenti culture; anzi lui ha trovato semplice abituarsi al loro stile di vita in poco tempo.

Un altro dubbio comune riguarda la lingua: in Danimarca la lingua nazionale è il danese, ma nell’ambiente universitario si parla anche l’inglese, che riduce la distanza fra studenti di nazionalità diverse. La lingua inglese è comunque compresa e usata dalla maggior parte della popolazione: in parte per il fatto che film e programmi vengono trasmessi in lingua originale, in parte per la maggior vicinanza del danese all’inglese o forse anche per la diversa didattica dell’insegnamento delle lingue.

“L’Italia non è sicuramente un paese nel quale è sconsigliato studiare e laurearsi. Anche qui esistono numerose università, alcune delle quali molto prestigiose. Ma svolgere gli studi all’estero è un’opportunità da non sottovalutare!” suggerisce Seresina.

“Oltre alla formazione didattica si possono trarre benefici spendibili anche al di fuori dall’ambito scolastico: l’incontro con una nuova cultura arricchisce lo studente, migliora lo spirito di adattamento e la capacità di mediazione, competenze utili in futuro nell’ambito lavorativo”.

Rachele La Russa, Cristian Perronace, Beatrice Pestoni 4^ DLS

Dove finisce un film, inizia un libro

Giulia (Giulia Faccini, classe 3 DLS, liceo Scienze Applicate-Itis Cardano di Pavia) é nervosa, si capisce che non é abituata a parlare di sé. Eppure, in tutto il suo pacato imbarazzo e dietro ai suoi occhiali da classica lettrice, un certo orgoglio traspare. Sarebbe strano il contrario: é lei a detenere il terzo posto al concorso Scriviamoci 2018, promosso dal Centro per il libro e la lettura e dall’Atlante digitale del ‘900 letterario, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e con il Ministro dell’Istruzione.

Il 25 settembre si é tenuta la premiazione alla Bottega Finzioni di Bologna ed é stato impossibile resistere alla tentazione di porle qualche domanda.

 

RB: -Come ci si sente a sapere che il proprio testo é stato considerato il terzo migliore su trecento racconti provenienti da tutta Italia?

GF: -Non me l’aspettavo, davvero: i partecipanti erano tanti e alla fine sono stata molto sorpresa. Mi piaceva fantasticare, ci speravo, ma non pensavo di arrivare così in alto.

RB: -É stato il tema proposto, “Noi e l’altro”, a motivarti?

GF: -A dire la verità, non credo. I problemi legati all’immigrazione mi stanno a cuore, ma penso fosse un po’ scontato come argomento; avrei preferito qualcosa che fosse meno ‘sulla bocca di tutti’, più originale.

RB: -Ma procediamo con ordine: raccontami qualcosa della premiazione.

GF: -La cerimonia si é volta in un’aula della Scuola di Lucarelli, un istituto che tra l’altro mi pare molto interessante soprattutto per le materie trattate, che sono cinema e scrittura. Non era una spazio grande, ma ci si sentiva ben accolti: hanno fatto sedere me e le altre tre ragazze che dovevano essere premiate in prima fila, mentre parenti e insegnanti si sono sistemati più in fondo.

RB: -Già, perché a quanto pare é stato un podio tutto al femminile.

GF: -Sì e tutte frequentanti il liceo classico.

RB: -Tutte tranne te.

GF: -Tutte tranne me.- sorride, facendo riemergere l’imbarazzo che sembrava essere scomparso -I giudici del concorso hanno voluto iniziare la cerimonia con un discorso interessante, spiegando come sia diffusa la lettura in Italia: rispetto ad altri Paesi, nel nostro Stato i lettori sono pochissimi, ma sono più propensi ad affrontare libri ‘di un certo peso’. Ci sono Nazioni in cui si considera ‘lettore’ anche chi colleziona manuali di giardinaggio.

RB: -E riguardo alle altre vincitrici?

GF: -La prima classificata, da Mantova, ha portato un racconto realistico che narra il viaggio di due bambini, fratelli, su un barcone. La seconda, da Taranto, ha invece presentato una tecnica interessante: quella del ‘falso manoscritto’ usata anche da Manzoni ne I Promessi Sposi, in cui si raccontava la vita nei lager durante la Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista di un detenuto. Questa ‘finta testimonianza’ é poi stata trovata da un giornalista moderno che ne ha preso spunto per confrontare la situazione di allora con quella moderna dell’immigrazione.

L’ultima ragazza, terza a pari merito con me, ha invece scritto un saggio, usando termini molto ricercati. Infatti i giudici, e io stessa, si sono stupiti per la sua bravura nell’utilizzare un registro così alto.

RB: -E tu invece? Di cosa parlava il tuo testo?

GF: -Ho creato un mondo parallelo in cui gli immigrati vengono chiamati Raminghi e scappano da un pianeta ormai distrutto. Invece di rifugiarsi in Italia, cercano accoglienza a Power, un nuovo globo in cui spaventose crepe dilaniano l’aria a mano a mano che i Raminghi vengono respinti e uomini dalla faccia di gomma rassicurano i cittadini diventando sempre meno credibili.

RB: -E i giudici come l’hanno commentato? A quanto pare, hanno trovato qualche paragone anche con The Game of Thrones.

GF: -Sì, hanno detto che il mio mondo sovrannaturale é apparso come ‘una grande metafora’ della realtà. Inoltre, hanno puntualizzato come i raminghi, in origine, fossero i trovatori e di come fossero ben accetti dalla comunità medievale, mentre nel mio racconto vengono disprezzati e respinti.

RB: -In effetti, oggigiorno ‘i Raminghi’ sono considerati un vero e proprio problema.

GF: -Sì, il fatto che siano persone in carne ed ossa sembra non importare a nessuno. Vengono spostati come pedine che nessuno vuole, si chiudono le frontiere per evitare che i confini vengano superati e gli Stati voltano le spalle appena si parla di immigrazione. Ma facendo così si peggiora solo la situazione: l’aria si riempirà di crepe e non si potrà fare finta di niente, ma allora sarà troppo tardi perché anche solo respirare diventerà impossibile.

RB: -E ora una domanda che la maggior parte degli adolescenti si pone: perché scrivi?

GF: -Scrivo per sfogarmi, chiarirmi le idee, ma lo faccio sempre attraverso tante metafore: metto molta distanza tra i miei sentimenti e la storia che sto raccontando, in modo che quelle che racconto non sembrino le mie reali emozioni, uso una sorta di maschera. Ma a dire la verità, preferisco leggere, sono una persona abbastanza riservata.

RB: -E qui la seconda questione: perché leggi?

GF: -Il vero punto é: perché non leggere? C’è chi dice che si tratta solo di una perdita di tempo, ma io quando leggo vivo altre vite, altre emozioni, altre avventure. Lo so che sono frasi dette e ridette, ma é la verità. Ho iniziato a leggere alle elementari perché non volevo che i film finissero così presto e checché ne dica qualcuno, “i film sono comunque tratti dai libri”: un romanzo ti lascia sempre qualcosa in più, che ti porterai dietro per tutta la vita.

E poi da piccola finivo spesso in castigo e solo ai libri era permesso tenermi compagnia.

Roberta Basile, 3 DLS