Socrate e Platone ai tempi del coronavirus

Socrate e Platone ai tempi del coronavirusovvero in che modo un po’ di filosofia ci può aiutare a gestire l’emergenza.

Il Covid-19 è ormai presente in buona parte dei continenti, l’emergenza sanitaria è palpabile e opprimente, la paura e i danni della disinformazione, ma soprattutto della cattiva ed eccessiva informazione spargono il panico ovunque con una rapidità forse maggiore del virus stesso. 

Il mondo pre-epidemia era un luogo in cui la globalizzazione aveva creato sia squilibri sia grandi vantaggi. Le persone potevano muoversi in sicurezza da un continente all’altro, i giovani potevano con serenità scegliere di trascorrere periodi di studio all’estero, era possibile il contatto e la conoscenza di culture lontane e differenti in modo accessibile e semplice come mai era successo nella storia dell’umanità.   

Ora la paura del contagio ha spinto molte nazioni a chiudere le proprie frontiere verso quei paesi che, per loro sfortuna, sono più colpiti di altri da questa malattia, annullare voli, respingere turisti e viaggiatori, sconsigliare i contatti diretti, ogni tipo di relazione, a volte persino il commercio. In parole povere a rinchiudersi in se stessi. 

Tuttavia è proprio in un momento come questo, in cui la solidarietà umana sembra vacillare, che ci dobbiamo ricordare della lezione di Socrate, e imparare dalla sua filosofia come migliorare la nostra condizione spirituale di fronte alle difficoltà. Per Socrate gli esseri umani sono tali solo quando riescono a stabilire un vero dialogo, un contatto sincero e proficuo con gli altri. Il rapporto con gli altri è un aspetto fondamentale della nostra natura, il senso ultimo del nostro essere uomini. Con il suo modo di concepire la Filosofia, Socrate ha sempre sostenuto che l’incontro, il dialogo, la collaborazione e la ricerca comune sono valori imprescindibili che servono per elevare la nostra natura e raggiungere la verità, per realizzare il bene comune della società. Attualmente, invece, sembra prevalgano le divisioni, l’isolamento e la diffidenza, non certo il dialogo e il confronto. 

Tuttavia solo ripristinando la solidarietà e la condivisione, ci saranno più possibilità per tutti di uscire da questo periodo difficile, condividendo le scoperte scientifiche in campo medico così come il sostegno alle situazioni più fragili, perché mai come ora lo spezzarsi dell’anello più debole può portare alla rovina di tutta la catena. E questo vale sia nei rapporti fra singoli Stati come nei rapporti fra le persone della stessa nazionalità. E non ha nessun senso lo scontro fra poteri locali e potere centrale cui abbiamo assistito per l’emergenza nel nostro paese.
E anche per questo ambito Socrate può esserci di aiuto. Egli sosteneva che tutti i cittadini si devono impegnare per il buon funzionamento dello stato, ognuno è tenuto a fare la sua parte e a rispettare le leggi fino in fondo. E la sua fedeltà a questo principio l’ha dimostrata accettando con coraggio l’ingiusta condanna a morte che gli era stata inflitta, dimostrando che il rispetto della legge è un valore assoluto a cui non ci si deve mai sottrarre. L’insegnamento socratico deve essere tenuto bene a mente da tutti noi, specialmente ora, in un momento in cui lo Stato ci impone regole dure, difficili da accettare per molti, che ci impongono sacrifici, come ad esempio le restrizioni degli abitanti delle zone rosse, o le chiusure di esercizi commerciali, scuole, divieti di mobilità o quarantene. Secondo Socrate anche quando tali regole ci appaiono eccessive o troppo dure devono comunque essere rispettate perché, se così non fosse, crollerebbe lo stesso ordine sociale, cioè la possibilità di convivere con altre persone in modo pacifico e proficuo per tutti. 

Anche Platone, discepolo di Socrate, concepiva lo stato come un organismo costituito da diverse classi, con diverse mansioni in cui l’equilibrio e il benessere si raggiungevano solo con la solidarietà e l’impegno di ciascuna classe nell’adempiere al proprio compito. Il fine ultimo e condiviso era sempre la giustizia. Solo in questo modo si poteva raggiungere la virtù massima ovvero il bene.  

Anche noi quindi dobbiamo impegnarci in questo momento difficile nei nostri compiti per il bene della società. Forse da una situazione di difficoltà si possono comunque trovare dei lati positivi, forse potremmo apprezzare di più ciò che abbiamo e che diamo per scontato tutti i giorni, senza farci intimorire dalla paura della malattia e della morte. Noi che siamo giovani ci sentiamo ovviamente più vicini al concetto di vita che non di morte; tuttavia non possiamo negare che questo virus possa colpire tutti senza riguardo per l’età e per noi è una situazione completamente nuova. Dobbiamo trovare un modo per accettare l’idea della morte senza che questo limiti le nostre vite e la nostra vera natura. 

Platone sosteneva che la morte fosse una tappa attraverso cui l’anima si liberava del fardello del corpo mortale per iniziare un viaggio che aveva come meta il mondo delle idee o Iperuranio, in cui essa avrebbe potuto finalmente contemplare la verità, la totalità delle idee al cui apice si trova il bene. Tale teoria implicava quindi che una parte del nostro essere, l’anima appunto, non cessasse di esistere con la morte. Un simile punto di vista rende l’idea della fine non solo meno spaventosa, ma quasi interessante. Ovviamente per chi è credente questo non è un concetto nuovo, ma credo che potrebbe avere una certa attrattiva anche per coloro che non condividono tale spiritualità. La morte può non essere la fine di tutto anche per chi è ateo, ma sente di esser vissuto in modo virtuoso e di aver lasciato sulla Terra un buon insegnamento, buone azioni, un lascito positivo in qualunque modo, per contribuire così alla vita universale dopo la sua scomparsa. 

Si tratta sempre di un invito ad un comportamento virtuoso che mai come in questo difficile periodo può essere condiviso da tutti!

                                                                                   Braga Camilla, 3 ALS

 

CORONAVIRUS, IL MIO PENSIERO

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.”

Queste sono le parole con cui si apre il capitolo 31 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, che tratta la diffusione della peste nel 1630 a Milano.

In quelle pagine si descrive nel dettaglio la pericolosità degli stranieri, la confusione creata dalle varie fazioni del governo, la folle ricerca del paziente zero, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria; eppure a me sembrano parole estrapolate dai giornali di oggi. 

 Questa opera di Manzoni e forse ancora più il Decameron del Boccaccio, che ha come tema predominante la peste del 1348, mi fanno capire come una malattia contagiosa diventi un “nemico invisibile” che  avvelena la vita sociale e l’atteggiamento verso il prossimo.

Oggi l’epidemia non è più la peste, ma il Coronavirus, ovvero una sorta di “sindrome influenzale” che coinvolge soprattutto l’apparato respiratorio. 

I notiziari affermano che la diffusione di questo virus è partita fra novembre e dicembre 2019 in Cina, in particolare nella zona di Wuhan, ma che il governo cinese l’abbia nascosta con l’intento di non allarmare precocemente le altre nazioni. Questa epidemia si è inevitabilmente espansa ed è arrivata fino a noi.

Ciò che maggiormente mi colpisce di questa situazione, sono le ostilità fra i vari Paesi coinvolti. Di fronte a una simile emergenza tutti gli Stati dovrebbero essere uniti e sostenersi a vicenda per risolvere l’emergenza il prima possibile. Invece negli ultimi giorni sono emersi sui social, video discriminatori che sembrano far apparire l’Italia come l’unico Paese di “appestati”. In realtà dovremmo essere fieri di aver effettuato il maggior numero di controlli, anche se questo ha significato dover dichiarare il maggiore numero di contagi.

Il problema del Coronavirus non è però solamente legato all’ambito medico-sanitario, bensì coinvolge anche la sfera emotiva e psicologica delle persone. La cosiddetta “psicosi” è una conseguenza naturale della repentina trasformazione delle nostre vite, ma non deve essere anteposta ad un approccio razionale.

Le nostre abitudini sono state indubbiamente stravolte. La chiusura di scuole, bar , palestre, cinema  non rientra certamente nel protocollo quotidiano; ma soprattutto è “l’auto segregazione” che ognuno di noi sta cercando di esercitare al fine di limitare il più possibile il contagio che fa soffrire. Queste necessarie misure di prevenzione saranno la causa di quello che molti definiscono un “tracollo economico” del Paese perché avranno un effetto su acquisti, commerci e produzione.

 Ritengo che al momento la priorità sia la nostra salute, ma mi auguro anche che lo Stato sappia farsi carico delle problematiche che dovranno affrontare molti lavoratori. Penso che il miglior comportamento da adottare al momento sia quello di non perdere la lucidità, attuando tutte le misure di protezione che ci vengono consigliate. Ma soprattutto è necessario che sappiamo essere solidali fra noi e che lasciamo da parte i pregiudizi e le cattiverie. Nessun essere umano può essere immune da questo virus, pertanto nessuno si arroghi il diritto di trovare un capro espiatorio.

 “L’unione fa la forza” e anche questa emergenza lo dimostrerà!

                                                           Anna Rancati, 3DLS 

Uno sguardo attorno a me

Nelle ultime settimane l’argomento principale, oramai sulla bocca di tutti, è proprio quello del coronavirus, un genere di virus a RNA appartenente alla sottofamiglia delle Orthocoronavirinae, della famiglia Coronaviridae.

Focolai iniziali di questa epidemia scoppiata circa nell’ultima settimana di febbraio sono Codogno, comune in provincia di Lodi, e Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, oggi messi in quarantena dalle autorità. Anche se giorno dopo giorno la diffusione si sta allargando a zone sempre più vaste.

Ovvia misura dello Stato volta a contrastare la diffusione del COVID-19 è stata la chiusura delle scuole di ogni ordine e delle università, per cercare di contenere i contagi.

Ecco perchè molti studenti si sono ritrovati chiusi in casa con la paura di uscire all’esterno anche per andare a prendere un semplice caffè al bar, e proprio da questo fatto sorge spontanea una domanda: come  noi ragazzi stiamo vivendo un’ esperienza fuori dalla normalità?

Personalmente questo periodo di stallo generale può essere visto come un’ opportunità per osservare al meglio ciò che ci circonda; infatti, grazie al maggiore tempo libero a disposizione per me stesso, mi sto  dedicando al benessere dell’intera famiglia, allo studio, ma sopratutto allo svago personale: ad esempio sperimentando nuove conoscenze culinarie con amici, preparando dolci e biscotti per tutti i famigliari, dedicandomi all’esercizio fisico e principalmente alla mia passione per la fotografia, immortalando ogni giorno l’ambiente che mi circonda cercando di scattare una bella foto da postare online sui social.

In alcuni periodi della giornata cerco di ritagliarmi dei momenti privati nei quali, grazie alle cuffie e alla musica, riesco a “purificare la mia mente” da tutti i brutti pensieri nella mia testa, facendo emergere dal profondo quelli spensierati e limpidi, per me simbolo di libertà e determinazione.

Novità molto importante, piombata nella mia vita nel corso dell’ultima settimana, è quella delle video lezioni, un metodo usato dai professori per continuare il programma scolastico nonostante la temporanea chiusura delle scuole. Tramite alcune applicazioni che ci permettono di stare in contatto con la webcam, i docenti possono svolgere la loro regolare lezione ogni giorno, proprio come nelle ore scolastiche.

Questo nuovo modo di istruire noi ragazzi non è una vera e propria didattica a distanza, ma un rimedio per dare continuità al lavoro interrotto dall’epidemia.

Secondo il mio parere questa è una modalità molto valida per continuare il programma didattico: essa infatti non risulta essere per niente invasiva, né stressante; anzi, può essere anche vista come una attività carina e coinvolgente per svolgere un po’ di sano studio giornaliero e per tenere sul pezzo noi ragazzi, che, grazie al maggiore riposo, riusciamo ad essere anche più produttivi in ambito scolastico.

Per quanto riguarda tutte le attività comuni che si svolgono all’aperto, come lo shopping, la spesa, o anche una semplice uscita con amici, devo dire che non sono molto attivo sotto questo punto di vista, un po’ per paura di poter contrarre il virus ma un po’ anche per pigrizia, uno dei miei principali punti deboli. Anche nelle case la preoccupazione causata dal corona virus ha portato alcune mancanze di affetto reciproco, come baci, abbracci e carezze, per fare in modo di stare a 1/2 metri di distanza per precauzione: una situazione davvero spiacevole nella quale i  famigliari hanno anche timore di dimostrare il loro affetto .

Lasciando da parte come io passi le giornate, continuiamo col parlare della situazione in cui è stata catapultata l’Italia e i poveri cittadini di ogni regione ma anche di cosa io  pensi dell’atmosfera satura di paura che oramai regna sovrana tra di noi. Il mio pensiero si potrebbe riassumere in una frase: “allarmismo sì, ma il giusto”. Infatti nell’ultimo periodo la parola allarmismo è stata utilizzata da molte persone per descrivere ciò che i telegiornali e le testate dei più importanti quotidiani italiani stanno facendo, creando involontariamente o meno un clima di preoccupazione e paura. 

Personalmente credo che l’Italia sia di fronte ad una grave situazione dal punto di vista sanitario, come dicono alcuni giornali, ma soprattutto ad una pericolosa  situazione nel settore economico e turistico.

Infatti, parlando in primis dell’economia, molti lavoratori dipendenti rischiano di essere lasciati a casa, gli imprenditori di alcune ditte hanno sospeso la produzione o chiuso le aziende e questo sta influendo negativamente sulla produzione italiana. Invece il turismo ha subito una calo delle entrate dovuto al fatto che i turisti stranieri sono terrorizzati dall’idea di contrarre il virus.

Sicuramente mi ricorderò di questo spiacevole momento per tutta la vita; spero che tutto finisca presto, che tutte le persone ammalate possano guarire velocemente, tornando ad abbracciarsi senza alcun timore, e che soprattutto tutte le persone in quarantena possano essere libere di uscire dalle proprie case e sentire il sole sulla pelle.

Gabriele Bernareggi, 3^DLS,

Il corona virus visto con gli occhi di un adolescente

Sono le 18:50 del 5 marzo 2020, e se qualcuno, ignaro della situazione che il mondo sta vivendo, mi guardasse in questo preciso istante, non noterebbe niente di anomalo. Soltanto un ragazzo al computer, chiuso nella sua stanza tappezzata di poster raffiguranti calciatori e rockstar.

Però  ora che ci penso qualcosa di anomalo c’è. A quest’ora dovrei essere al campo per allenarmi ormai da un’ora abbondante.

“Ma come mai non ci sei andato ?”, si chiederebbe la persona che mi sta osservando.

Beh per rispondere alla domanda bisogna fare un preambolo, tornando indietro di un paio di mesi. Eravamo all’inizio di gennaio quando il governo cinese diffuse la notizia del primo decesso causato dal “Covid-19” noto a tutti come “corona virus”; con due settimane di ritardo dal primo contagio. Mentirei se dicessi di aver dato importanza alla notizia quel giorno, era solo una delle tante che il tg stava dando quella sera.

Passarono i giorni, quando il 30 gennaio, il telegiornale diede la notizia del primo contagio in Italia. A questo punto iniziai ad informarmi e a formulare delle ipotesi. Appresi che il virus era una sorta di sindrome influenzale, e che i morti erano anziani che spesso soffrivano di patologie preesistenti. Quindi mi tranquillizzai e mi sentii al sicuro da questa “minaccia”. Peccato che cose andarono diversamente. In due settimane scattò l’allarme per le emergenze. Scuole chiuse, eventi sportivi (e non) annullati, divieti di socializzare e identificazione delle zone rosse.

Ecco, questi sono in breve gli avvenimenti dello scorso periodo. Sono due settimane che il paese si è praticamente bloccato, che vedo gente camminare con le mascherine, improvvisamente  preoccupata dell’igiene in modo maniacale; che non si può più andare in discoteca la sera e nemmeno frequentare luoghi troppo affollati.

Personalmente io vivo questa situazione con una certa leggerezza: esco, passo le giornate con gli amici a giocare a calcio e le serate a suonare la chitarra a Po, mentre gli altri cantano stonati in coro. La prima settimana specialmente è stata molto simile a una vacanza, dato che non si erano ancora presi dei provvedimenti in ambito scolastico.

 

L’attuale settimana invece mi sta riportando con la testa sulla scuola, con i professori che si sono mossi per cercare di riprendere una sorta di regolarità nella didattica.

Sinceramente spero che il governo riesca a trovare un modo efficace per arginare l’ “emergenza”, anche perché finora è stata gestita talmente male che la portata ne è stata solo amplificata. In questo il virus non è l’unico colpevole; il fattore che accresce maggiormente la situazione di difficoltà siamo noi con il nostro allarmismo e la nostra irrazionalità, che invece di farci stare “in guardia” ci rende schiavi delle emozioni e delle paure.

 

Marchetti Alessio 3DLS

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